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Enrico-Letta
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di Stefano Brusadelli
“Conosce quella del casellante? C’è un casellante che si rende conto che due treni sono in rotta di collisione. Per evitare il disastro, manovra segnali, allarmi, scambi. Poi, una volta resosi conto che è tutto inutile, chiama la moglie e le dice: cara, vieni alla finestra, almeno ci godiamo lo spettacolo. Ecco, io non voglio fare come quel casellante. Mi rifiuto di rassegnarmi al fallimento del Pd, o addirittura di augurarmelo”. Inevitabilmente sospettato (come del resto tutti i centristi del suo partito) di avere già la testa su quello che potrà succedere dopo l’impatto della segreteria Franceschini contro il muro delle elezioni di giugno, Enrico Letta non ci sta a fare la parte di chi punta sul tanto peggio tanto meglio.
Sulla scrivania ha il libro che ha appena scritto per la Mondadori: Costruire una cattedrale, un atto di fede nella capacità del centrosinistra di essere anche in futuro la guida dello sviluppo economico e civile del Paese. Al segretario, Dario Franceschini, un ex della Margherita come lui, affida attraverso Panorama la sua ricetta per provare a salvare il partito. Qualche capacità profetica l’ha già dimostrata: nel 2004, mandando su tutte le furie Romano Prodi e i diessini, pronosticò l’insostenibilità dell’alleanza con Rifondazione, poi puntualmente entrata in crisi nel 2008.
È dura essere ottimisti. Per il Pd i sondaggi sono neri, Silvio Berlusconi è al top della popolarità e mancano solo sette settimane alle elezioni.
Quel che mi preoccupa non sono i sondaggi. Quando vedo che nelle fabbriche del Bresciano i voti della Fiom vanno verso la Lega, o verso Antonio Di Pietro, ho di fronte una realtà ben più grave di un sondaggio. In tre regioni vitali del Paese, la Lombardia, il Veneto e la Sicilia, nonostante l’impegno dei nostri ottimi amministratori, il Pd non è più competitivo, è diventato il terzo partito. Il gioco per la supremazia sta tutto nel centrodestra: nel Nord tra il Pdl e la Lega, in Sicilia tra il Pdl e il Mpa di Lombardo.
E quale conclusione ne trae?
Che anche nel Pd qualcuno stenta a capire come lo schema novecentesco della destra contro la sinistra in Italia è saltato definitivamente. La segreteria di Walter Veltroni è stata l’ultimo tentativo di tenere in piedi questo schema.
Nelle condizioni attuali, suona come un de profundis per il Pd…
Calma. Oggi in Italia, come ho scritto nel mio libro, ci sono tre segmenti: i progressisti, i moderati e i populisti. Vince chi riesce a tenerne insieme due. Oggi lo fa Berlusconi e non lo fa il Pd. Noi possiamo vincere se riusciamo a spezzare l’alleanza tra populisti e moderati.
Piano suggestivo, ma come fare?
Anzitutto il Pd non deve esitare a stringere alleanze con il campo moderato e centrista.
Ponti d’oro a Pier Ferdinando Casini?
Premesso che nel Pd chi mette in discussione l’opportunità di un’alleanza con Casini non vuole nemmeno provare a giocare la partita della salvezza, bisogna dialogare anche con il Mpa di Raffaele Lombardo, la nuova forza meridionalista di Adriana Poli Bortone e partiti che si sono allontanati da noi come gli altoatesini del Svp e l’Union Valdôtaine. Naturalmente questo non basta, non si può risolvere il problema solo con operazioni di ceto politico. Bisogna saper parlare in modo più convincente all’elettorato moderato.
Questo sembra ancora più difficile che le nuove alleanze.
Non è vero. Faccio due esempi. Il terremoto: tutti si aspettano che la sinistra proponga come al solito un aumento delle tasse. Spiazziamoli. Io propongo che le 50 mila famiglie di senzatetto siano adottate a distanza da altrettante famiglie italiane, come si sta pensando di fare per la ricostruzione dei monumenti, usando la leva di sgravi fiscali. O le quote latte: dobbiamo aprire la campagna elettorale spiegando che il governo, per compiacere la Lega, ha premiato i furbi e punito gli onesti che hanno pagato.
L’aggancio dei moderati, visti i numeri attuali del Pdl, ha bisogno di una legge elettorale che consenta le coalizioni, e magari non predetermini il premier. E invece con il referendum elettorale di Mario Segni si rischia di passare a un sistema ancora più maggioritario.
La sorprenderò dicendo che sono a favore del sì. Il referendum è di tipo abrogativo, e in ballo c’è una legge elettorale, che il Pd ha sempre considerato pessima. Questo deve condurci senza esitazioni al sì, e a lavorare per la vittoria del sì.
E dopo?
Nel 1993 l’abrogazione fu seguita dall’approvazione in Parlamento di una nuova legge elettorale.
Quale sarebbe secondo lei la legge più utile al Pd?
Oggi, una legge elettorale alla tedesca. Che sarebbe anche quella giusta per il Paese. Dove non ci sono due partiti, ma 5 o 6. Come in Germania.
Si illude che Berlusconi rinunci a fare la crisi e a usare la legge dei referendari, che gli consentirebbe di stravincere ridimensionando anche la Lega…
C’è il precedente del ‘93. E semmai confido che saranno i presidenti dei due rami del Parlamento a far cambiare idea a Berlusconi. Perdipiù una sua richiesta di rivotare subito non avrebbe fondamento politico: cosa fa, chiede più forza avendo già la maggioranza più forte nella storia della Repubblica?
Dario Franceschini sta facendo bene il segretario?
Sì, ha un compito difficilissimo e sta facendo tutto il possibile. Il fatto che lo critichino qualche volta da destra e qualche volta da sinistra ne è una conferma. Certo, deve passare le forche caudine del voto di giugno.
È preoccupato per le europee?
Più che per le europee, dobbiamo essere preoccupati per le amministrative. Si vota in 70 province e 5 mila comuni. Nell’80 per cento dei casi, le giunte uscenti sono di centrosinistra, perché alle elezioni precedenti eravamo al massimo. Il risultato più importante per noi sarà quello di città come Bologna, Firenze, Bergamo, Bari.
Lei pensa di candidarsi al congresso di ottobre?
Io continuo a credere che le idee contino più delle leadership. Non c’è dubbio che il libro che ho scritto sia una piattaforma politica. Quel che è sicuro è che intendo portarla avanti. Se con una candidatura diretta o in altra forma, questo è ancora presto per dirlo.
Difficile che a questo punto possa appoggiare la candidatura del suo ex dioscuro Pier Luigi Bersani.
Bersani fa assolutamente bene a dire che si impegnerà in prima persona per il futuro del Pd.
La scissione del Pd dopo le elezioni di giugno è una prospettiva realistica?
Non ci potrà essere scissione perché non potrà esserci ritorno all’indietro. Dobbiamo fare del Pd una vera novità della politica italiana. Se no, uniti o divisi, sarà per forza un ritorno all’indietro.
Gira nel Pd l’idea che la prossima premiership vada offerta a Casini.
Si rivoterà nel 2013, e questo è un discorso prematuro. Aprire in anticipo il tema della premiership è l’errore che facemmo nel 2007, quando anziché un segretario di partito abbiamo pensato di indicare un candidato premier. E tutto questo lo facemmo appena un anno dopo le elezioni.
di Stefano Brusadelli
“Non voglio sottovalutare la questione morale, dove anzi mi aspetto che Veltroni, per far pulizia, applichi in modo impietoso i poteri che ha ricevuto dalla Direzione del 19 dicembre. Ma attenzione, perché ora gli italiani dal Pd si aspettano soprattutto altro…”. Nel travagliato condominio che ha raccolto gli eredi della Quercia e quelli della Margherita, Enrico Letta è sempre stato un inquilino un po’ eccentrico. Incrocio tra la tecnocrazia laica e quella cattolica (basti dire che i suoi padri politici sono Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi), incarnazione della trasversalità (è nipote di Gianni Letta), fa spesso e volentieri il controcanto a Walter Veltroni. Si è candidato contro di lui alle primarie, non ha mai nascosto la sua preferenza per una linea diversa, più bipartisan e centrista rispetto a quella veltroniana (al punto di essere annoverato tra gli aspiranti alla segreteria dopo le europee di giugno) e ha l’orticaria dinanzi alle piazze cigielline. Adesso, mentre il Pd si prepara ad affrontare un 2009 decisivo per la sua stessa sopravvivenza, Letta lancia l’idea di una fase di “responsabilità nazionale” da giocare soprattutto sui temi del Welfare. Essendo lui ministro ombra del Welfare, bisognerà starlo a sentire. Anche perché sembra che qualcuna delle sue proposte già piaccia anche dalle parti del Cavaliere.
Che si aspettano gli italiani dal Pd?
Si aspettano risposte sulla crisi.
Veramente se le aspettano soprattutto dal governo…
Nel 2009 il governo dovrà cambiare strategia in economia e in politica, e si troverà costretto ad aprire all’opposizione. Che a sua volta non potrà sbagliare, e dovrà aprirsi ad una collaborazione istituzionale con la maggioranza.
E’ sicuro che andrà così?
Il Paese dovrà prepararsi a gestire la perdita di un milione di posti di lavoro. Non era mai avvenuta una crisi simile. Si tratta di una situazione senza precedenti. Anche negli anni ‘70 la crisi fu drammatica, ma si verificò sul fronte dei consumi, non su quello del lavoro.
Giudica inadeguati gli strumenti che finora sono stati messi in campo contro la disoccupazione?
Assolutamente. Sono strumenti da anni ’70, adeguati alla fase fordista, e giocati tutti sulla cassa integrazione.
Vogliamo spiegare meglio?
La cassa integrazione funziona bene per le grandi imprese, che se la pagano, ed ecco perché parlo di fordismo. Quando invece i posti vengono persi nelle piccole e medie imprese, scatta la discrezionalità del ministero del Lavoro. Una giungla: tanto è vero che Berlusconi ha sentito il bisogno, con una battuta, di proporre l’istituzione di un’ authority per assegnare la cassa integrazione!
Entrando nel dettaglio?
Di non mettere più soldi sulla cassa integrazione, ma fare una grande riforma degli ammortizzatori sociali con un’intesa maggioranza- opposizione.
Per essere più precisi?
Ogni lavoratore, dovunque sia impiegato, deve disporre di “voucher formativi” da spendere per riqualificarsi quando perde il posto. Oltre, ovviamente, ad un reddito minimo di inserimento. E questo è il primo intervento. Il secondo è legato ai mutui. Circa la metà di quelli che perderanno il lavoro hanno un mutuo acceso. Significa la disperazione.
Sono già previsti interventi contro il caro-mutuo…
Non basta. Serve un fondo pubblico al quale attingere per abbassare le rate.
Finanziato come?
Con i risparmi che lo Stato si ritroverà in tasca grazie alla caduta dei tassi. Circa 5 miliardi di euro solo nel 2009. E sempre da lì debbono venir fuori le risorse per mettere in detrazione le spese mediche di chi è rimasto per strada (dentisti compresi, che sono la vera croce per tante famiglie) e gli stipendi delle badanti per chi non è autosufficiente.
Come la prenderà Giulio Tremonti, che vuol tirare la cinghia?
Ho già proposto che si apra una sessione parlamentare dopo le vacanze. Sono ottimista. Anche perché con il centrodestra sto già lavorando, su un altro fronte.
Un’altra misura anti-crisi?
Questa la definirei piuttosto una misura d’attacco, non di difesa. Si tratta di favorire il ritorno dei giovani che lavorano all’estero. Presenterò come primo firmatario una proposta di legge alla quale, insieme a deputati del Pd come Guglielmo Vaccaro, Alessia Mosca e Federica Mogherini, hanno contribuito anche parlamentari del Pdl come Maurizio Lupi, Stefano Saglia, Beatrice Lorenzin e Barbara Saltamartini.
Tema non nuovo, quello del rientro dei cervelli…
Ma stavolta non si tratta di ricercatori. L’ obiettivo è quello di offrire due anni di esenzione fiscale, fino al tetto massimo di 200 mila euro di reddito, a chi abbia meno di 40 anni e abbia avviato all’estero da almeno due anni un’attività autonoma. Con un ulteriore incentivazione se chi rientra è donna e il rientro avviene nel Mezzogiorno. Un meccanismo che già funziona, e bene, in Israele.
Una sorta di scudo fiscale…
Sì, il modello è lo scudo fiscale di Tremonti nel 2001, che ha dato buoni risultati. Solo che in questo caso invece dei capitali devono rientrare i talenti, quelli che hanno acquisito una professionalità. So che anche a Tremonti l’idea piace.
In questo spirito bipartisan posso chiederle se ci sono altre decisioni del governo che condivide?
Le misure per il salvataggio delle banche e del sistema finanziario sono condivisibili. E’ sulla risposta alla crisi che il governo mi sembra inadeguato.
Crede davvero che il governo voglia aprire un tavolo con un’opposizione quasi allo sbando?
Mi piace definire il 2009 come l’anno della “responsabilità istituzionale”. Questo deve valere per noi come per loro. E non lo esige solo la condizione del Paese. E’ proprio nella risposta alla crisi che la politica riacquista la sua forza. Basta vedere come due leadership appannate, quella di Sarkozy in Francia e quella di Brown in Gran Bretagna, hanno riacquistato smalto.
Walter Veltroni? Impatanato. Rosy Bindi? Incavolata. Enrico Letta? Silenzioso. Mario Adinolfi? Irriverente. Piergiorgio Gawronski? Dipietrista. Un anno dopo le primarie democratiche, i cinque protagonisti che si contesero la leadership del nascituro Pd, vivono condizioni diverse e per alcuni addirittura opposte rispetto a quei giorni in cui tre milioni di persone andarono ai gazebo per incoronare l’allora sindaco di Roma. Che, per molti, è il più mal messo della compagnia.
Veltroni, infatti, è passato dai trionfi del 14 ottobre 2007 ai dubbi per la manifestazione del prossimo 25 ottobre, di cui ha dovuto cambiare piattaforma e linea di settimana in settimana. Rispetto all’anno scorso non c’è più neanche il loft, simbolo dell’ascesa veltroniana e della sua idea di partito “liquido e senza pareti”, sostituito dalla più ordinaria e tranquillizzante sede della ex Margherita in via sant’Andrea delle Fratte.
Un anno dopo le primarie, appare impatanato nelle sue contraddizioni, isolato nel partito e incalzato dall’eterna concorrenza (televisiva e non) di Massimo D’Alema, con sullo sfondo l’appuntamento delle elezioni Europee dove, tra otto mesi, tutti collocano la resa dei conti all’interno del Pd.
La doppia colossale sconfitta di aprile (elezioni politiche e Campidoglio) ha ristretto gli spazi di praticabilità politica all’ex primo cittadino della Capitale, lasciandolo solo con un manipolo di fedelissimi tra cui spiccano Giorgio Tonini e Stefano Ceccanti.
Persino il simbolo del veltronismo, l’eterea Marianna Madia, che fu piazzata capolista alla Camera a Roma, è andata di corsa ad iscriversi alla dalemiana Red, che in questo momento sembra puntare su un altro dei competitor del 14 ottobre. Ovvero Enrico Letta. Il nipote del braccio destro del Cavaliere, oggi ministro ombra del Welfare, parlando con Panorama.it rivendica “la positività di quell’esperienza di partecipazione”. E quanto all’oggi, aggiunge: “Il grande rischio è quello di deludere l’ansia di partecipazione che ci fu in quei milioni di cittadini che si recarono ai gazebo”. Per i boatos di palazzo è proprio il giovane Enrico il cavallo su cui punterebbe D’Alema per la sua vendetta contro Veltroni se le Europee andassero davvero male per il Pd.
Rosy Bindi, intanto, dalla posizione di vicepresidente della Camera, resta la più incavolata con il segretario, punta di diamante nel partito del risentimento prodian-parisiano. Come il Professore, la pasionaria bianca non accetta l’analisi veltroniana secondo cui la responsabilità di tutte le sconfitte di aprile risiede nella disastrosa esperienza del governo Prodi. La Bindi teorizza un recupero dei rapporti a sinistra e pensa all’Ulivo del 1996, simbolo di un’alleanza vincente che comprendeva Pd e Rifondazione, come approdo. L’ex ministro della Famiglia del governo Prodi dice la sua a Panorama.it: “Le primarie del 14 ottobre sono state una straordinaria prova di partecipazione e democrazia. Il Pd è nato all’insegna di una grande innovazione che va rilanciata e rafforzata”. Ma non per questo Rosy ‘la combattiva’ considera concluso il suo lavoro: “Siamo impegnati a costruire un partito davvero democratico e plurale. L’esperienza del 14 ottobre non va archiviata e il modo migliore per festeggiare l’anniversario è quello assumere l’impegno di fare primarie vere di coalizione, in vista delle prossime amministrative, nelle quale il Pd partecipa con più candidati”.
Intanto la linea veltroniana dell’autosufficienza del Pd è ormai finita in soffitta e il segretario è ogni costretto anche a subire l’offensiva dipietrista. E a proposito di Di Pietro, uno dei cinque candidati di un anno fa, Piergiorgio Gawronski, ultimo classificato per la verità con appena tremila voti, è stato visto sabato scorso sul palco di piazza Navona con il leader dell’Italia dei Valori, verso cui è pronto a migrare armi e bagagli.
E Mario Adinolfi? L’outsider della gara alla leadership di un anno fa è stato punito per la sua irriverenza verso il segretario, con Veltroni che l’ha lasciato primo dei non eletti optando per la circoscrizione dove il blogger sarebbe stato recuperato come deputato. Adesso attende un subentro possibile dopo le elezioni Europee: “L’esperienza di un anno fa è stata esaltante”, ricorda a Panorama.it: “Pur con gli infiniti limiti e contraddizioni, con gli errori che sono seguiti, con le sconfitte che abbiamo subito, con gli arroccamenti che vediamo ancora oggi, il 14 ottobre è una giornata che ha scritto la storia di questo Paese e di cui dobbiamo andare orgogliosi. Non dimentichiamolo. Per uscire dalla crisi, il Pd ha però bisogno di rifondare la sua classe dirigente, serve un radicale change over: i professionisti della politica che non hanno mai fatto altro nella vita, ora devono farsi da parte. Mi battevo un anno fa per questo, continuo a battermi”. Adinolfi dice che è questo il suo modo di “amare il Pd: di lavorare per trasformarlo in un’esperienza politica vincente”. E proprio queste sue scelte ‘irriverenti’ sarebbero la causa di una sua ‘marginalizzazione’ all’’interno del partito. “Ma senza lagne” aggiunge il blogger. “Continuo a rompere le scatole in direzione nazionale e in tutti gli spazi che, per via dei diritti acquisiti alle primarie, mi sono conquistato. Prima o poi, però, la spunterò io: e già oggi, se potessero rivotare, i tre milioni delle primarie del 14 ottobre voterebbero molto diversamente. E, probabilmente, questo Veltroni lo sa. Le cose cambiano” conclude Adinolfi “anche solo in un anno”.
di Stefano Brusadelli
Come il prezzo del barile, anche il numero delle correnti del Pd sembra destinato a salire senza limiti. Venerdì 27 e sabato 28 giugno a Piacenza l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta (ex Margherita) terrà a battesimo la propria.
Si chiamerà 360, un riferimento al cerchio dell’orizzonte per esprimere il rifiuto di ogni settarismo, e sarà formalmente un’associazione, in ossequio alla virtuosa tendenza (vedi la dalemiana Italianieuropei) a dar veste culturale alle nuove componenti. Cofondatore è l’ex ds Umberto Ranieri, ex presidente della commissione Esteri della Camera, molto vicino a Giorgio Napolitano. Come anticipa Letta a Panorama: “Sarà la prima componente nella quale ex diessini ed ex della Margherita si troveranno mescolati”.
Le altre sette correnti appaiono infatti monocolori: dalla Quercia ne sono già scaturite quattro (Veltroni, D’Alema, Fassino, Turco) e dalla Margherita tre (Marini, Rutelli, Prodi). Rosy Bindi potrebbe presto battezzare la nona.
Il debutto dei lettiani avverrà con un convegno intitolato “Nord terra ostile”, dove con l’aiuto degli studiosi Aldo Bonomi, Beppe Berta, Marco Alfieri e Daniele Marini si discuteranno le ragioni del flop del Pd oltre il Po. Essendo Piacenza la città del ds Pierluigi Bersani, molto legato a Letta, non si esclude che si faccia vedere anche lui.
Il governo ombra gioca d’anticipo sul governo Berlusconi che si riunirà domani. Lo shadow cabinet di Walter Veltroni, che si è riunito oggi a Roma, ha aspramente criticato il governo del Cavaliere su Alitalia, ha fatto un’articolata proposta sull’occupazione femminile e ha parlato di intercettazioni. Quindi Veltroni ha espresso il proprio grido d’allarme contro i fatti che lui ha definito xenofobi e razzisti di questi ultimi giorni a Roma.
Nella conferenza stampa seguita alla riunione del governo ombra Veltroni ha espresso “il grandissimo livello di allarme e preoccupazione crescente sulla questione Alitalia. Siamo nel totale silenzio da parte del governo”. Quindi Veltroni ha criticato alcune frasi governative che parlavano di 12 mesi di tempo: “le stime di 12 mesi di tempo per esaurire il prestito ponte mi sembrano un modo per dilazionare la soluzione”. E per questo “chiediamo di avere presto in Parlamento un’informativa esaustiva”. Poi una serie di domande che esprimono le preoccupazioni di Veltroni: “Dove è la cordata? Da chi è composta? Quale grande compagnia internazionale c’è dietro? Con quale procedura si pensa di vendere Alitalia? Qual è il ruolo di persone incaricate di formare cordate?
Veltroni ha poi attaccato la maggioranza e in particolare Maurizio Gasparri ed altri esponenti del Pdl dopo che il responsabile dei fatti del Pigneto si è autodenunciato: “È un errore molto grave minimizzare i fatti accaduti in questi giorni contro gli immigrati, come fa qualcuno oggi. Io ribadisco: c’è un clima che non va bene, che si alimenta di intolleranza e xenofobia”. Quindi Veltroni ha attaccato le ronde: “Altro che ronde: ha ragione Manganelli serve l’effettività della pena, che dà anche senso al sacrificio e al lavoro di chi opera nelle forze dell’ordine”.
Ma il leader del Pd ha anche risposto al Guardasigilli, Angelino Alfano, che questa mattina aveva annunciato che il governo formulerà un provvedimento entro due settimane sulla questione delle intercettazioni: “La nostra posizione è quella che abbiamo scritto nel programma e non cambia. Noi vogliamo dare la libertà al magistrato di fare uso delle intercettazioni nelle indagini garantendo, sotto la sua responsabilità, che non vengano pubblicate dai media”.
Quindi una tematica che per Veltroni deve diventare “un moltiplicatore della crescita del Paese: l’occupazione femminile”. Infatti durante la conferenza stampa il segretario del Pd, insieme con il ministro ombra del Welfare, Enrico Letta, e delle Pari Opportunità, Vittoria Franco, ha presentato un articolato con norme che in parte “saranno emendamenti ai decreti del Governo Berlusconi sugli straordinari e in parte - ha spiegato Letta - saranno disegni di legge nostri”. Per l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio “dobbiamo dare degli incentivi fiscali affinché per un datore di lavoro sia più vantaggioso assumere delle donne”. Anche sul tema dell’occupazione femminile sono arrivate le critiche al governo, reo per Veltroni “di averla ignorata nei primi provvedimenti sulla detassazione straordinaria”. Nell’articolato presentato dal Pd ci sono proposte che prevedono “l’estensione e il potenziamento dell’istituto del congedo parentale o il rifinanziamento del Fondo nazionale per gli asili nido”, ma anche – come ha spiegato Letta – “l’obbligo di una equilibrata rappresentanza di genere nei Cda delle società a controllo pubblico (non inferiore ad un terzo)”. Per Vittoria Franco “siamo tra i Paesi più arretrati riguardo alla discriminazione di genere. Addirittura nel Sud le donne rinunciano a cercare il lavoro. Anche per questo - ha spiegato la Franco - presto incontrerò Emma Marcegaglia per esporre la questione al mondo imprenditoriale”.

Quando Marianna Madia, la neocapolista alla Camera nel Lazio per il Pd, nasceva nel 1980, Ciriaco De Mita era già alla sua quinta legislatura.
E questo è certamente uno dei motivi per cui il leader del Pd, Walter Veltroni ha deciso di essere secondo in lista dopo di lei. Molto vicina ad Enrico Letta (lavora all’Arel da alcuni anni), Marianna la nuova pulzella del Pd ha esordito in conferenza stampa nel loft stupendo i giornalisti: “Porterò tutta la mia straordinaria inesperienza”. Almeno all’esordio, non sono le solite parole. Manterrà le aspettative?
E allora Madia, che effetto le fa sapere che sarà una delle più giovani deputate del prossimo Parlamento?
Un effetto grandissimo. Questa è la prova di uno sconvolgimento che è in atto: di un grande progetto di rinnovamento che il Pd sta provando a mettere in pratica.
Il messaggio di Veltroni è chiaro: apriamo ai giovani e non solo “ai figli di” come Colaninno, denunciati da Montezemolo. Ma i blogger la criticano…
Se una come me è stata chiamata per questo ruolo vuol dire che è in corso una rivoluzione. Una rivoluzione dolce.
Una 27enne entra, l’ottantenne De Mita viene congedato e un altro 82enne come Umberto Veronesi viene scelto come capolista per il Senato in Lombardia.
È una decisione che io, lo dico in senso bello, ho subìto. Non lo mando certo io a casa De Mita.
Di fatto lei, almeno mediaticamente, è in contrapposizione all’ex premier democristiano.
Non sento la responsabilità di questa scelta.
Lei ha detto di voler continuare l’eredità delle donne del passato. Sul tema caldo dell’aborto che ci dice?
Voglio andare controcorrente e non rispondere. È un tema troppo complicato e delicato per rispondere a caldo. Un tema a cui va restituita la complessità che merita perché ricordiamoci che stiamo parlando della vita: una complessità e una riflessione che purtroppo non vedo nel dibattito a cui assistiamo in questi giorni.
Che deve fare una donna in politica, secondo Marianna Madia?
Penso che non dobbiamo inseguire il modello maschile, ma portare il nostro valore aggiunto di femminilità.
Ha un modello a cui ispirarsi?
Certamente, Anna Finocchiaro. Il suo intervento all’Assemblea costituente del Pd, quando si è anche candidata alle regionali in Sicilia, è stato incisivo, denso di passione e senso di responsabilità. Non faccio mistero a dire che mi ha commossa.
Le tematica fondamentale che da deputata porterà avanti?
L’ambiente al primo posto. È il tema che accomuna le giovani generazioni e le nostre identità. È la nostra battaglia. Parlando di ambiente si può discutere di tutto: di economia, di modelli energetici, di giustizia sociale e di stili di vita.
Entra in Parlamento a 27 anni. E dopo che farà?
Non penso che la politica debba diventare una professione. È, e deve rimanere, un impegno sociale. Resterò finché ce ne sarà bisogno. Poi si vedrà.

Ufficialmente tutti negano contrasti. Ma nel loft del Partito Democratico è muro contro muro. Dietro al quale stanno venendo alla luce vecchie correnti, tutt’altro che scomparse, del nuovo partito. Proprio quelle anime che il segretario Veltroni aveva invocato, fin dall’inizio del suo mandato, non ci fossero. E che invece sono sempre più forti. Almeno darsi battaglia sui temi costitutivi del Pd: l’organizzazione interna (statuto,congressi, tessere, elezioni); la laicità; la legge elettorale.
Sul primo tema, lo scontro è previsto nell’incontro tra i 100 componenti della commissione statuto, ma solo a inizio febbraio ci sarà la battaglia finale, quando verrà licenziato il testo definitivo da sottoporre al voto dell’assemblea costituente (prevista per i primi di marzo). L’ultima bozza, messa a punto dal presidente della commissione Salvatore Vassallo prevede l’elezione del segretario del Pd “entro e non oltre l’ottobre del 2009″. Ma a far arrabbiare le varie correnti, appunto, sono le regole che porteranno al nuovo appuntamento con gli elettori. Quattro sono le questioni principali ancora da sciogliere (la modalità di registrazione dei “sostenitori”, le candidature per le primarie, la composizione dell’Assemblea Nazionale e la selezione dei candidati al Parlamento), come ha spiegato lo stesso Vassallo in una lettera che ha per allegato anche gli emendamenti alternativi proposti dalla corrente Ds-Popolari, da quella di Enrico Letta, da quella di Rosy Bindi e dalla Sinistra per Veltroni. Innanzitutto, la modalità di registrazione dei “sostenitori”, ovvero gli elettori delle primarie: i veltroniani chiedono un albo “aperto”, al quale ci si possa iscrivere anche il giorno delle primarie; ex Ppi e Ds chiedono di chiudere le iscrizioni al massimo 7 giorni prima delle elezioni (come avviene negli Usa).
Ma sono i dalemiani lo spauracchio dei veltroniani (e viceversa). In realtà lo sono da più di un decennio: dalla battaglia dei fax del ‘98 per la segreteria del Pds. Solo che adesso gli uomini vicini al ministro degli Esteri hanno deciso di venire allo scoperto. Il 26 gennaio, un sabato, D’Alema riunisce a Roma una convention sul Partito democratico. L’iniziativa ha una cornice autorevole, è organizzata dalla Fondazione Italianieuropei che quest’anno festeggia il suo decennale. Verranno invitati senza dubbio il segretario Veltroni e il premier Romano Prodi. Ma a suo modo quell’appuntamento vuole trasformarsi in una prova di forza e avrà ben poco di seminariale. Lo staff del titolare della Farnesina sta infatti cercando una sala che possa contenere quasi un migliaio di persone. Tra i quali spiccheranno tutti i dirigenti dalemiani di stretta osservanza: Finocchiaro, Latorre, Violante, Fassino, Bersani. Potrebbe addirittura essere un “processo” al segretario che dal sito www.leftwing.it (indipendente legato però a esponenti dell’area dalemiana con un articolo anonimo e severissimo viene invitato a convocare finalmente il congresso “per sottoporre la sua piattaforma al voto dei delegati”.
Fosse solo per spirito di emulazione, anche i liberal e gli ulivisti di Rosy Bindi e Arturo Parisi chiamano a raduno le truppe per far sentire la loro voce nel Pd. I primi a tenere un’assemblea nazionale sono i “Democratici per davvero”, ossia l’area di Bindi e Parisi nata per sostenere la candidatura del ministro della Famiglia alle primarie del Pd. La data scelta è il 19 gennaio, cioè probabilmente all’indomani del pronunciamento della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum elettorali. Non è un caso, perché per gli ulivisti del Pd la legge elettorale preferita da un partito è la cartina al tornasole di come esso si concepisce. Bindi e Parisi rimproverano a Veltroni di intendere la vocazione maggioritaria del Pd come sua autosufficienza; mentre la loro preferenza è per una legge elettorale di tipo maggioritario e non proporzionale.
E anche i Liberal hanno deciso di far sentire la loro voce; il 26 gennaio l’area promossa da Enzo Bianco, Enrico Morando, Franco Bassanini e Valerio Zanone si radunerà a Roma, in un convegno a cui interverrà anche Walter Veltroni. Infatti, uno degli obiettivi è ribadire il sostegno al segretario del Pd proprio in un momento in cui l’organizzazione delle correnti interne sembra indebolirlo. I Liberal poi vogliono dire la loro anche sul tema della laicità, su cui, ha commentato Zanone, i vertici del Pd finora hanno “peccato di un eccesso di afasia”, lasciando troppo campo libero ai teo dem (altra corrente) Binetti, Bobba e Carra.
Per tutta risposta (istintiva e soprattutto difensiva), di fronte ai segnali che arrivano chiarissimi dalle antiche aree di riferimento della Quercia e della Margherita si stanno organizzando gli uomini vicini al segretario Veltroni (Dario Franceschini, Goffredo Bettini), che terranno una manifestazione a fine febbraio, quando inaugureranno anche la loro sede in via Goito, a Roma. L’annuncio è stato dato dopo una riunione tra Dario Franceschini e Beppe Fioroni (uomo in realtà vicino a Franco Marini). Il segnale è duplice: ribadire, a scanso di equivoci, l’appoggio alla segreteria Veltroni-Franceschini e chiarire che l’area popolare del presidente del Senato è tuttora unita e non ci sono divisioni tra Franceschini e Fioroni.
Il 16 febbraio, poi, anniversario del Protocollo di Kyoto esordirà anche, in un Convegno a Roma, l’Associazione degli eco-dem di Realacci, Vigni, Ronchi e Scalia. L’Associazione è già partita alla chetichella a novembre, mentre a febbraio verranno formalizzate le strutture anche a livello locale.
Calendario alla mano, da qui a fine febbraio sarà un un tourbillon di iniziative di aree politiche ognuna delle quali nega di non voler fare una corrente. Con il paradosso che queste esistono e fanno parte della struttura di un partito, ancora tutto da costruire.
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Alessia Mosca
Squadra snella, giovane e, alla faccia delle quote, soprattutto rosa: con 9 donne e 8 uomini. Tutti d’accordo nel definire la segreteria scelta da Walter Veltroni per il nuovo Pd.
Ma all’ombra della chioccia Anna Finocchiaro (navigata capogruppo dei democrats al Senato), sono due le giovani stelle, in ascesa, nella galassia veltroniana.
Una è Federica Mogherini, 34 anni, romana, nel consiglio nazionale dei Ds da quando ne ha 28. Con una laurea in Scienze politiche e una tesi sul rapporto tra religione e politica nell’Islam, Mogherini si è interessata di Iraq, Afghanistan, Medio Oriente. Poi è diventata il ponte dell’ex segretario Fassino con il Pse e, per Veltroni, con i Democratici americani. L’altra è la monzese Alessia Mosca, trentadue anni, laurea in Filosofia e studi all’estero, membro della segreteria tecnica del Sottosegretario Enrico Letta, ricercatrice di Arel, Agenzia di Ricerche e Legislazione e con un curriculum da studiosa (soprattutto lontano dall’Italia) lungo così.
I due volti nuovi del gotha democratico hanno accettato di raccontarsi a Panorama.it in questa intervista. Doppia.
Lei si sente una “bambocciona”?
Mosca: Quella di Padoa Schioppa è stata una caduta di stile. Ma il concetto è giusto. Io ho iniziato a vivere da sola presto, a 23 anni. Quindi, non sento di rientrare in questa categoria. Tuttavia, uscire di casa è oggi un’oggettiva difficoltà per troppi giovani. Bisogna fare in modo che ci sia vera possibilità di scelta. Quando questa ci sarà, allora chi resterà in casa sarà davvero un bamboccione, perché non avrà scusanti.
Mogherini: Di “bamboccioni” non ne conosco. E se qualche mio coetaneo sta ancora a casa con i genitori è perché non ce la fa a pagarsi un affitto, o perché con un contratto a progetto le banche non ti danno un mutuo. A me poi hanno insegnato che l’autonomia è un valore: sono tra quelli che a 18 anni hanno lavorato da Mc Donald’s a Londra per studiare l’inglese; a 19 ho iniziato a vivere da sola, e a 34 ho lavoro, casa (col mutuo) e famiglia. Ma so bene che questo è stato possibile perché ho avuto una famiglia alle spalle che ha potuto sostenermi ed aiutarmi.
Quanto guadagna al mese?
Mosca: Intorno ai duemila euro.
Mogherini: 1.600 euro.
L’accordo sul welfare non ha tutelato solo la generazione dei padri mettendo in difficoltà i più giovani?
Mosca: Nient’affatto. Considero l’accordo del 23 luglio un traguardo straordinario. È forse la prima volta che su questi temi si fa un passo in avanti di tale portata. Penso alla totalizzazione dei contributi o al riscatto della laurea. Certo, tutto è perfettibile. Credo in generale che in questo Paese la voce dei giovani debba essere ascoltata di più. Occorre dare loro spazio reale. È questa la vera sfida. Sarà anche una mia responsabilità riuscire a far sì che i giovani si facciano ascoltare.
Mogherini: A me pare un buon accordo, che anzi introduce novità importanti per i più giovani. Il punto non è tutelare più una generazione o l’altra, ma capire che la società non è più quella del secolo scorso, i tempi e i modi di vita delle persone (dei più anziani e dei più giovani) sono cambiati, ed è necessario che cambi anche il sistema di protezione sociale.
Perché si è messa il lista con Letta e non con Veltroni?
Mosca: L’ho scelto tanti anni fa. In tempi non sospetti. Mi piace il suo approccio, senza posizioni di tipo ideologico. Credo che sia un uomo politico con risposte nuove. Sono ammirata dal suo essere persona seria e competente. Capace di affiancare una grande capacità politica ad un’alta competenza tecnica. E quando si è candidato alla segreteria del Pd non ho avuto dubbi. Rispecchia il suo modo di essere e cerca di affrontare i temi all’ordine del giorno con una mente aperta rispetto ad alcune rigidità che la politica italiana ha avuto per tanto tempo.
Scelta facile la sua, sul carro di Veltroni la vittoria era scontata.
Mogherini: Mi è sembrato naturale che fosse Veltroni il primo segretario del Pd: per l’entusiasmo che ha sempre provato per questo progetto, per la capacità di trasmettere questa energia, di arrivare a chi si sente deluso o distante dalla politica. E per il coraggio di compiere scelte poco ortodosse, di innovare, “spiazzare”. Ma di certo non è stata una scelta “contro” gli altri concorrenti: se oggi siamo nello stesso partito non è per caso.

Federica Mogherini
Dopo l’incarico europeo in Birmania, Piero Fassino vorrebbe occuparsi di politica internazionale nel Pd. Da membro della segreteria, che tra l’altro si occuperà di politica estera, ne diventerà la diretta superiore?
Mogherini: Non sono la “diretta superiore” di nessuno, tanto meno di Fassino. Se la domanda è come mi sento ad essere nell’esecutivo, la risposta è “benissimo”. Sono emozionata, felice, un po’ spaventata dall’enorme carico di lavoro che ci aspetta, e pienamente consapevole di quanta responsabilità questo ruolo comporti. Conoscendo molti degli altri membri dell’esecutivo sono sicura che lavoreremo bene insieme.
Dove si vede tra 5 anni. E con quale ruolo nell’establishment politico italiano?
Mosca (a cui Veltroni ha affidato l’area del lavoro, ndr): Non lo so
Mogherini (neo responsabile dell’area sulle istituzioni, ndr): Non ne ho idea, 5 anni sono un’eternità nella vita di una persona, ed anche nella politica italiana. Comunque mi immagino in politica, nel Pd.
Come si sta da giovani in un Pd costretto a navigare a vista tra l’opposizione di centrodestra e la sinistra radicale che fa le bizze?
Mosca: Guardando avanti.
Mogherini: Mi pare che sia l’opposizione, più che il Pd, a navigare a vista. Non riescono ad andare oltre l’invocazione della spallata, che si rimanda di settimana in settimana… Progettualità: zero! Sinceramente, “da giovane” mi sentirei piuttosto a disagio se fossi di centrodestra. Con il Pd, invece, mi pare che abbiamo cominciato al meglio, con forti segnali di innovazione e cambiamento, e credo che il governo ne trarrà beneficio.
Mogherini, lei non è una novizia. Mangia pane e politica estera fin da ragazzina. È questo il nuovo che avanza nel Pd?
Mogherini: La mia vita è quella di una donna di 34 anni, ed è certamente diversa da quella della maggior parte degli uomini politici di 70: prendo l’autobus, faccio la spesa, accompagno mia figlia a scuola… La vita che fai determina, almeno in parte, il tuo sguardo sulle cose. Dopodiché, per fare qualsiasi lavoro è necessario avere competenza e professionalità, ed io credo che la politica non faccia eccezione. Poi, lo stesso lavoro lo si può fare in maniera più o meno innovativa, ed a volte su questo l’età aiuta…
Mosca, con quella brillante carriera da prima della classe, potrebbe essere definita una tecnocrate. È questo il nuovo che avanza nel Pd?
Una delle sfide della politica e del Pd è superare la divisione tra tecnici e politici perché la politica deve essere fatta e vissuta da tutti e tutti devono dare alla politica il proprio contributo in base a ciò che sanno fare.
Ricorda il detto morettiano: “Dì qualcosa di sinistra”? Ci dice qualcosa di giovane?
Mosca: Perché quello che ho detto finora non è giovane?
Mogherini: E perché dovrei…?! A 16 anni sei giovane, a 34 i ragazzini ti danno del lei…
Ultimo film visto?
Mosca: Giorni e nuvole di Silvio Soldini
Mogherini: Purtroppo da quando è nata mia figlia vado al cinema molto meno di prima. Credo l’ultimo sia stato al cinema Saturno Contro, a casa La ricerca della felicità.
Un libro che consiglia ai giovani?
Mosca: Il gattopardo. Perché vorrei che l’Italia non fosse così.
Mogherini: I miei consigli sui libri in genere sono “personalizzati”, mi riesce difficile consigliare un libro “ai giovani”. Ognuno ha i suoi interessi, i suoi gusti, che è giusto assecondare. L’importante è avere il piacere di leggere.
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