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Ermete-Realacci

Pd, riuscirà il neo segretario Veltroni a navigare tra le correnti?

Il leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, durante la conferenza stampa questo pomeriggio a Roma.

A 48 ore dal successo di Walter Veltroni, incoronato segretario da quasi 3 milioni e 400 mila cittadini “democratici” con il 75% dei consensi, gli occhi del mondo della politica si spostano sul rapporto che, neonato Pd e neo leader Veltroni, avranno con il governo e sull’assemblea costituente, che non casualmente è stata convocata a Milano per il prossimo 27 ottobre. L’assemblea, difficilmente gestibile per via dei numeri immensi: 2400 delegati, dovrà procedere a due voti scontati: Veltroni segretario e Romano Prodi presidente. Quindi nominerà un gruppo di lavoro che dovrà redigere lo statuto e il manifesto delle idee, e infine avrà il compito di convocare il primo congresso del Pd (che potrebbe tenersi nella prossima primavera).
Guardando indietro ai due vecchi partiti, Ds e Margherita, dal punto di vista degli eletti nell’assemblea costituente, i conti sono presto fatti: 65% sono dei Ds, il 35% della Margherita e il restante 5% è della cosiddetta società civile. Ovviamente Veltroni, nella prima conferenza stampa post vittoria, ha subito messo la mani avanti: “Nel Pd non ci saranno correnti organizzate”. Difficile a credersi, infatti nel pomeriggio di oggi il Transatlantico di Montecitorio era tutto un brulicare di politici che facevano conti e neo alleanze. A dispetto delle parole del leader le correnti nel Pd ci sono. I “coraggiosi” rutelliani per bocca di un fedelissimo del vicepremier, Renzo Lusetti, dicono di essere 230, ma dati più realistici li danno sui 150 eletti. I popolari che fanno capo a Dario Franceschini e Beppe Fioroni pare abbiano sfondato il muro dei 600 costituenti. Se si somma il 14% raccolto da Rosy Bindi – che dovrebbe fruttarle l’8% degli eletti (circa 200) – con la pattuglia dei circa 150 in quota a Enrico Letta, i popolari arrivano a quota mille. Mille popolari che plasticamente sapranno fare squadra come accadeva ai tempi della Balena Bianca.
In casa Ds, rispondono direttamente a Veltroni, che li ha voluti in lista ed eletti, circa 330 costituenti, ma nei corridoi della politica in tanti avvertono che diventare veltroniani sarà il prossimo sport nazionale. Il resto del mega pattuglione diessino (circa 900 costituenti) se li dividono i fassiniani, i dalemiani e l’ex sinistra del partito, che ha raccolto un discreto successo con la lista “Sinistra per Veltroni“.
Ma Veltroni è perfettamente conscio che per dare corso a quella che ha definito la nuova stagione dovrà scompaginare la vecchia politica. Dovrà stupire. Non a caso, come ha anticipato Panorama.it, il sindaco di Roma (che per ora manderà a gestire il Pd il suo vice, Dario Franceschini, mentre lui resterà in Campidoglio) ha in mente una gestione del neo partito tutta nuova. Anche negli organismi dirigenti: il suo stratega, Goffredo Bettini, e l’ecodem Ermete Realacci, avranno un ruolo di prim’ordine. Mentre i due segretari uscenti, Piero Fassino e Francesco Rutelli, se non saranno pensionati poco ci manca: “Rutelli e Fassino” ha freddamente spiegato Veltroni durante la conferenza stampa “insieme a persone nuove, faranno parte degli organismi del Pd”. Il presidente della commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, a Panorama.it conferma: “Mi sembra che Veltroni stia lavorando su una strada davvero diversa. Nuova. Come fanno i grandi leader della sinistra mondiale: guarda ai temi che la gente sente davvero. Se proseguirà sulla strada che vede in cima alle priorità l’ambiente e quello che io ho chiamato il patriottismo dolce, certamente gli darò un mano”. Ma non solo Realacci e Bettini. Veltroni punterà anche su una squadra di giovani: dall’ex capo della Sinistra Giovanile, Vinicio Peluffo (36 anni) che ha coordinato la campagna di Veltroni, al deputato veneto Andrea Martella (39 anni), fino ai tre neo eletti segretari regionali Maurizio Martina in Lombardia (29 anni), Andrea Manciulli in Toscana (38 anni) e Nicola Zingaretti nel Lazio (42 anni).

Il Pd di Veltroni: Bettini coordinatore, sede in piazza di Spagna e addio all’Ulivo

Romano Prodi e Walter Veltroni
Goffredo Bettini (qui un suo profilo in .pdf tratto dal numero 42 di Panorama in edicola) ed Ermete Realacci, un ds e uno della Margherita, più vicino a Walter Veltroni il primo, strategico comunque il secondo. Saranno loro i due principali punti di riferimento della nuova classe dirigente del Pd. Tutto qui? Per ora sì, ma Veltroni l’ha promesso: “Prenderò decisioni spiazzanti, che vi stupiranno”, e in questo caso si riferiva al partito. Sempre che mantenga la parola, significa un taglio abbastanza netto con il vecchio apparato. Taglio soft, si intende, ma netto. Il neo segretario intende anche su questo terreno dare un segno di discontinuità.

Ma ovviamente non sarà facile. Massimo D’Alema, Piero Fassino, Francesco Rutelli, e da lì a scendere, accetteranno il declassamento? Il meno a rischio è Rutelli, che è stato a fianco di Veltroni nella fondazione e nei vari sviluppi del Pd, auspice anche Carlo De Benedetti. Ma Rutelli, come D’Alema, è al governo. Chi si trova senza ruolo è Fassino, ultimo segretario dei Ds. Un ruolo, o qualcosa di simile, naturalmente glielo stanno cercando: l’azzeramento dei ministri del Pd e successivo rimpasto, chiesto da Veltroni, dovrebbe servire anche a questo. Ma è un’operazione altamente a rischio, che Romano Prodi vede come il fumo negli occhi.

In forse anche i due capigruppo parlamentari: Anna Finochiaro al Senato e Dario Franceschini alla Camera. Finora hanno guidato l’Ulivo, ma soprattutto c’è il fatto che Franceschini è stato eletto in ticket con Veltroni: quindo dovrebbe lasciare. Ciò renderebbe precaria anche la permanenza della Finocchiaro, peraltro molto stimata. Avvicendarla, soprattutto da parte di un leader che ha promesso di riservare alle donne il 50 per cento dei posti direttivi, non sarebbe un buon segnale. E tuttavia si parla già dei sostituti: Fassino alla Camera, Antonello Soro e Sergio Mattarella al Senato. Tutto, tranne che volti nuovi.

Il sindaco di Roma Walter Veltroni e Goffredo Bettini
Ma soprattutto Veltroni dovrà fare i conti con la triade che l’ha lanciato: oltre a D’Alema e Fassino, Franco Marini. Sono loro che tra l’altro hanno deciso a tavolino il grande risiko delle segreterie regionali e provinciali, con quote proporzionalmente blindate per Ds e Margherita. È possibile che almeno per ora gli effetti dell’”incoronazione” plebiscitaria di Walter si traducano in poche ma significative mosse: la scelta di Bettini come coordinatore del Pd, un ruolo che Veltroni e Bettini intendono strettamente fiduciario e non subordinato al Direttorio: quest’ultimo è un “organismo collegiale provvisorio” che la vecchia guardia vorrebbe far eleggere entro fine ottobre dall’Assemblea costituente. Sul Direttorio, nessuna obiezione da parte di Walter. Che invece ha già deciso, da solo, l’altra mossa: installare la sede del Pd in un appartamento di due piani in piazza Di Spagna. Addio ai Santi Apostoli, sede storica dell’Ulivo, e soprattutto ufficio di Romano Prodi.

Il quale sembra già dare l’impressione di prendere le distanze. Né Rosy BindiEnrico Letta, due prodiani (specie la prima), faranno da numero due a Veltroni. Nessuno d’altra parte glielo ha chiesto.

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Non è la cravatta che fa l’onorevole. Rivoluzione Eni anche in Parlamento?

Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni
È uno di quei “bei gesti” che devono partire dall’alto, hanno pensato all’Eni. Se l’input arriva dai colossi economici, le piccole imprese potrebbero dar seguito all’iniziativa. Detto, fatto: la piccola, ma significativa, rivoluzione dell’abito informale in ufficio è stata messa in atto con la campagna Eni si toglie la cravatta: “L’iniziativa, avviata in via sperimentale nelle sedi di Roma e San Donato Milanese, contribuirà ad un uso più razionale dell’aria condizionata, permettendo di alzare la temperatura di 1°C. Le regole - si legge sul sito della società del cane a sei zampe - sono molto semplici: pur mantenendo uno stile appropriato al luogo di lavoro, si potrà optare per un abbigliamento più fresco e leggero (ad esempio evitando giacca e cravatta).”

L’idea è venuta a Paolo Scaroni, l’amministratore delegato, che dopo aver informato i suoi collaboratori ha voluto anche lanciare un referendum interno: “siete favorevoli all’adozione di uno stile di abbigliamento più informale durate l’estate?”. L’esito? Bulgaro: il 90 per cento dei dipendenti ha detto di sì.

Complici la moda e l’afa. Ma, soprattutto, gli esempi che arrivano dall’estero, a cominciare da Spagna (dove un’azienda importante come Acciona ha raccomandato ai suoi 4.000 dipendenti un abbigliamento informale, mentre lo stesso governo di Josè Zapatero ha annunciato di lavorare a un pacchetto di misure di risparmio energetico da proporre a tutti gli spagnoli), Giappone (dove la campagna “cool biz” - gioco di parole tratto da cool e business che significa fare affari sia al fresco che alla moda - è stata lanciata in prima persona dall’allora premier Koizumi che nel 2005 ha inaugurato il nuovo corso per i dipendenti pubblici, costretti a seguire il suo esempio e a presentarsi in ufficio con la camicia hawaiana, un po’ stile Beach Boys) e Cina. Oltre alla nuova, e sempre più diffusa, sensibilità ambientale.

Per l’Eni, l’iniziativa è una delle tante sul fronte dell’impegno per l’efficienza energetica e la sostenibilità, e si basa su dati scientifici: un solo grado in più negli edifici consente di risparmiare circa il 9 per cento di energia elettrica e una proporzione equivalente di Co2. In un palazzo qualsiasi dell’azienda, il risparmio durante il periodo estivo sarà di 217.000 kWh con una diminuzione di Co2 di 126 tonnellate, che è come se 140 dipendenti andassero in ufficio per un anno con i mezzi pubblici, rinunciando all’auto privata. Moltiplicato per le sedi i numeri diventano imponenti. Soprattutto, però, l’iniziativa servirà a sensibilizzare i cittadini sui piccoli cambiamenti quotidiani che ognuno può mettere adottare per cercare di cambiare le cose. Come dire: la salvezza del nostro futuro non è solo nelle mani dei potenti o tra i principi, sostanzialmente disattesi, del Protocollo di Kyoto.
All’appello, per ora, mancano americani e inglesi: loro al massimo si concedono con il “Casual Friday”, il venerdì informale. Anche se, proprio negli Usa, sta prendendo piede l’idea che comodità e relax favorirebbero autostima, creatività e produttività.
Restando entro i confini nazionali, invece, Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera, si augura che la moda dell’Eni “sia seguita anche da altre aziende e dall’amministrazione pubblica, comprese le Aule del Parlamento in modo da poter tenere più bassa l’aria condizionata, riducendo consumi e bollette a carico dei contribuenti” (la cravatta a Montecitorio è “facoltativa”, mentre è obbligatoria a Palazzo Madama, ndr).

Anche perché gli elettori sanno che non è la cravatta il criterio in base al quale stabilire il grado di serietà di parlamentari e istituzioni.

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Si chiama Cool Biz: un’operazione lanciata nell’estate del 2005, dall’allora primo ministro giapponese Koizumi e ora ripresa anche dall’ad di Eni, Paolo Scaroni. Voi siete favorevoli all’adozione di uno stile di abbigliamento più informale durate l’estate?
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Sardegna: via alle boe. Ecosostenibili, intelligenti e di lusso

MarPark è innanzitutto un sistema per la protezione dell'Ambiente e la fruizione turistica sostenibile, un sistema telematico di ormeggio eco-compatibile per imbarcazioni da diporto.
E poi si dice che chi può, non fa nulla per l’ambiente. Pensate invece a che cosa sta per succedere in Sardegna: le boe intelligenti faranno ben presto la loro comparsa nelle acque al largo della Costa Smeralda.

Permetteranno di collegarsi a internet, di prenotare un taxi nautico ma anche un catering a bordo, oltre che lezioni di diving e visite guidate. Servizi quasi lussuosi che asseconderanno i capricci di chi ormeggerà davanti alle spiagge che tutto il mondo ci invidia, ma che al tempo stesso sembra che saranno un’arma contro il degrado ambientale.

Fra i promotori di questa iniziativa c’è il proprietario di quelle coste, il magnate americano Tom Barrack: per attuare il progetto, infatti, è stata costituita la società SafeBay, joint-venture fra Smeralda Holding, di proprietà del fondo di investimenti Colony Capital di Tom Barrack, e Italgest Mare del Gruppo Italgest, guidato da Paride De Masi.
Non di solo lusso si tratta, però, perché l’idea è nata per contrastare l’ancoraggio selvaggio in rada, che danneggia i fondali marini. E per questo ha la benedizione di Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici, e di Legambiente.
A fare da test saranno le acque di un’area non protetta, tra Cala di Volpe e Porto Cervo, dove saranno piazzate 50 boe telematiche che consentiranno controllato delle imbarcazioni da diporto. Il sistema utilizzato sarà MarPark, brevettato a livello internazionale da Italgest Mare e realizzato in collaborazione con Siemens.

Spifferi dal Transatlantico
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Giuseppe Cruciani
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