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esecutivo

Un anno dopo, il governo si allarga. Ok del Quirinale a cinque promozioni

Silvio Berlusconi con Michela Vittoria Brambilla

Promozioni (annunciate) in arrivo nel governo. Michela Vittoria Brambilla diventerà ministro e cinque sottosegretari (Paolo Romani, attuale sottosegretario alle Comunicazioni, che diventerà vice nell’ambito del dicastero dello Svilupo economico, guidato da Claudio Scaiola; il leghista Roberto Castelli, che ricopre la carica di sottosegretario alle Infrastrutture; Adolfo Urso, al Commercio con l’estero; Ferruccio Fazio e Giuseppe Vegas all’Economia) saranno promossi viceministri.

Avanzamenti che hanno ricevuto un via libera informale dal Quirinale, dopo un colloquio fra il capo dello Stato Giorgio Napolitano e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Nel corso dell’incontro, durato circa un ora ed al quale ha preso parte anche il sottosegretario Gianni Letta, il premier ha illustrato al presidente della Repubblica quanto già annunciato in Consiglio dei ministri: l’intenzione, cioé, di ‘promuovere’ la Brambilla ministro senza portafogli e dare il rango di viceministri ad alcuni sottosegretari. Avanzamenti sui quali il presidente della Repubblica, a quanto si apprende, non avrebbe mosso obiezioni. Ancora incerta la tempistica delle nomine. Il Cdm dovrebbe procedere allo “spacchettamento” delle deleghe consentendo la “promozione” dei sottosegretari.
Successivamente, sarà al premier a proporre formalmente al capo dello Stato il nuovo ministro che potrebbe giurare, dopo la nomina di Napolitano, già questa sera. Salvo messe a punto di carattere tecnico che potrebbero far slittare l’operazione alla prossima settimana. Mentre per i viceministri, spetterà al premier formalizzare l’avanzamento di Romani (Comunicazioni), Urso (Commercio con l’estero), Castelli (Infrastrutture), Fazio (Sanità) e Vegas (Economia) Ad annunciare l’intenzione affidare il rango di ministro alla Brambilla era stato lo stesso Berlusconi durante lo scorso consiglio dei ministri, sottolineando che la “rossa” di Lecco era destinata a quel ruolo.
Al termine della riunione, era stato Roberto Calderoli ad annunciare che altri tre sottosegretari (Urso, Romani e Castelli, appunto) sarebbero stati avanzati al rango di viceministri. Le novità sono dunque quella di Fazio ‘promosso’ a viceministro della Sanità e, con tutta probabilità, di Vegas all’Economia. Le “promozioni”, ha tenuto a precisare Berlusconi nei giorni scorsi, “non spostano il numero dei componenti del governo”, visto che “si tratta di sottosegretari che diventano viceministri per confrontarsi al meglio nelle riunioni internazionali con ministri di altri Paesi”. Il numero complessivo dei membri del governo, in sostanza, resterà invariato a 61.
Uno in più dei sessanta previsti dalla “legge Bassanini” dopo lo strappo alla regola con la nomina a sottosegretario all’emergenza rifiuti di Guido Bertolaso.

8 maggio 2008 - 8 maggio 2009: un anno di governo, tra crisi ed emergenze

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

8 maggio 2008 - 8 maggio 2009. Compie un anno, il governo Berlusconi. Dopo una campagna elettorale all’insegna dell’austerity, nella quale non promette “miracoli”, ma “concretezza”, Silvio Berlusconi vince le elezioni e il suo esecutivo giura un anno fa. La crisi economica è alle porte e l’azione di governo viene improntata da subito su provvedimenti di stampo economico. Tra le riforme, vanno in porto quelle di scuola e federalismo fiscale; molti i decreti, a volte modificati in corso d’opera, scelta che causa all’esecutivo più di qualche frizione con il Quirinale. Diverse le iniziative di politica estera, nell’anno della presidenza italiana del G8: tra le altre il trattato di Bengasi o l’impegno per la crisi in Georgia. Altro fronte di azione della maggioranza è quello della sicurezza, che viaggia insieme a norme legate a situazioni di emergenza come il terremoto abruzzese o la questione rifiuti in Campania. Ecco, in pillole, alcuni dei passaggi più significativi di questo primo anno di governo.
Il primo provvedimento preso dal nuovo esecutivo è sull’emergenza rifiuti a Napoli. Si tratta di una iniziativa alla quale Berlusconi attribuisce anche un valore simbolico e lo dimostra convocando subito un Consiglio dei ministri nel capoluogo campano. Lo stesso farà anche per il terremoto all’Aquila. Il decreto che stanzia 8 miliardi di euro per la ricostruzione dell’Abruzzo vede la luce il 23 aprile scorso. Tra le questioni emergenziali affrontate dal governo c’è anche la crisi Alitalia. Il decreto per il salvataggio della compagnia di bandiera diventa legge il 24 ottobre 2008.
L’emergenza numero uno, però, è quella economica. Per far fronte alla complicata congiuntura internazionale il governo anticipa la manovra finanziaria a giugno. E vara inoltre 2 decreti anti-crisi.
Tra i temi dell’iniziativa governativa c’è senza dubbio quello della sicurezza. Il governo a un mese e mezzo dal suo insediamento dà vita a un consistente “pacchetto sicurezza”, che viene poi diviso in un decreto e un disegno di legge. Il secondo, che prevede, tra l’altro, la possibilità di “ronde” di cittadini, ma soprattutto il reato di immigrazione clandestina, dovrebbe avere a breve il via libera della Camera anche grazie alla fiducia posta dal governo.
I decreti hanno finora rappresentato la “cifra” dell’azione di governo. Testi a volte modificati in corso d’opera e sui quali diverse volte è intervenuto il Colle. La scelta di ricorrere molto spesso a questo strumento ha anche inasprito il rapporto con l’opposizione che ha fatto appello ai presidenti delle Camere. Gli interventi di Gianfranco Fini in questo senso hanno più volte provocato frizioni con il premier.
Berlusconi, anche a un anno dall’insediamento, non manca di sottolineare che la sua luna di miele con l’elettorato non subisce battute d’arresto. Nei giorni scorsi ha fatto sapere di avere oltre il 75% del consenso degli italiani. Dall’inizio del governo, due consultazioni elettorali su tre gli hanno dato ragione. Il centrodestra ha infatti perso le provinciali a Trento, ma ha conquistato la regione Abruzzo e soprattutto la Sardegna. Una sconfitta, quella nell’isola, che nel Pd ha portato alle dimissioni di Walter Veltroni.
Da gennaio l’Italia ha assunto la presidenza del G8 e il Summit dei grandi del mondo si terrà nel nostro Paese. Il governo, dopo il terremoto in Abruzzo ne ha spostato la sede dall’isola della Maddalena all’Aquila. Tra le iniziative del governo in campo internazionale va citato il trattato di Bengasi che chiude i contenziosi riguardanti l’avventura coloniale italiana in Libia e l’impegno per la risoluzione della crisi in Ossezia. Dopo l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca Berlusconi ha fatto sapere che il rapporto del nostro Paese con gli Usa non cambierà.
Tra i momenti più travagliati del governo Berlusconi c’è quello riguardante la vicenda di Eluana Englaro, la donna lombarda in coma irreversibile, per la quale il padre, Beppino, ha chiesto e ottenuto lo stop di alimentazione e idratazione. Mentre la maggioranza sta per approvare un ddl che obbliga i medici a riprendere quei trattamenti, Eluana muore. Maggioranza e opposizione si impegnano comunque ad approvare nel più breve tempo possibile una norma sul testamento biologico. Ma il provvedimento, dopo l’ok del Senato, è ancora all’esame della Camera.
Il governo ha finora varato tre riforme strutturali. La prima riguardante la scuola, fonte di una pesante protesta di studenti e professori contro il ministro Gelmini; la seconda sulla pubblica amministrazione. La terza è il federalismo fiscale, che vede la luce, con un voto bipartisan dopo sei mesi di discussione in Parlamento. L’annunciata riforma della giustizia, invece, tarda ad arrivare. Su questo fronte si registra, però, l’approvazione del disegno di legge Alfano che prevede uno “scudo” per le più alte cariche dello Stato.

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Ancora bordate di Famiglia Cristiana al governo: “Siamo alle leggi razziali”

Proteste di quartiere a Napoli per il rifiuto di sgombero degli immigrati

Con i medici “invitati a fare la spia e denunciare i clandestini” ed i cittadini che si organizzano “in associazioni paramilitari”, l’Italia “precipita verso il baratro di leggi razziali”. Accusa terribile quella di Famiglia Cristiana contro le politiche del Governo in materia di sicurezza ed immigrazione. E il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, contrattacca parlando di “dichiarazioni deliranti” ed annunciando il mandato ai suoi legali “di agire in ogni sede civile e penale per contrastare questa aggressione premeditata”.
Nell’editoriale dedicato agli ultimi provvedimenti sulla sicurezza, il settimanale dei Paolini spara ad alzo zero: “Il circo politico” si legge “ha dato prova, nei giorni scorsi, di manifesta incoerenza morale”, perchè “da una parte si batte, giustamente, per Eluana ma, al tempo stesso, approva agghiaccianti leggi discriminatorie. La tutela della vita e della dignità di ogni essere umano va assunta nella sua interezza, e vale per la vita nascente, per quella che si spegne o si vuole spegnere, ma anche per gli immigrati, i barboni e tutti i poveracci ai margini della società”. Nel mirino il Carroccio. “Il ricatto della Lega di cui sono succubi maggioranza e presidente del Consiglio” evidenzia Famiglia Cristiana “mette a rischio lo Stato di diritto” e “così l’Italia, già abbastanza ‘cattiva’ con i più deboli, lo diventerà ancora di più: si è varcato il limite che distingue il rigore della legge dall’accanimento persecutorio”. Le misure del governo, rileva l’editoriale, rappresentano “il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane” e che “è stato sdoganato nell’aula del Senato della Repubblica”.
Non si fa attendere la replica furente di Maroni. “Sono profondamente indignato e offeso” scandisce “dalle deliranti dichiarazioni di Famiglia Cristiana che accusa me, il Governo e il Parlamento italiano di approvare vere e proprie leggi razziali”. Si tratta, osserva, di “un attacco di violenza inaudita nei toni e nei contenuti, tanto più inaccettabile in quanto si fonda su presupposti palesemente falsi: le norme del pacchetto sicurezza all’esame del Parlamento italiano sono già in vigore in molti Paesi europei, senza che i governi di questi stessi paesi siano mai stati insultati con tanta violenza come Famiglia Cristiana fa regolarmente con quello italiano”. Il ministro informa quindi che “per tutelare la mia onorabilità e quella della carica che ricopro ho deciso di dare mandato ai miei legali di agire in ogni sede civile e penale per contrastare questa aggressione premeditata da parte di chi usa consapevolmente la violenza di affermazioni false per combattere chi ha opinioni diverse dalle proprie”.
Già in passato c’erano stati scontri tra il settimanale dei Paloini e Maroni, in particolare quando è scoppiata la polemica sulle impronte digitali ai bambini rom. Ora l’ultimo atto, dopo che in mattinata il ministro aveva denunciato “pregiudizi” contro la Lega. E aveva difeso le due misure avversate dal settimanale: quella che consente ai medici di denunciare i clandestini e le ronde. Per quanto riguarda il primo provvedimento, aveva puntualizzato, “non abbiamo introdotto alcun obbligo di denuncia; abbiamo semplicemente eliminato il divieto della possibilità della denuncia introdotto nel 1998. Ora un medico che vuole segnalare un irregolare commette un reato, ma non è giusto punire chi magari vuole segnalare alla polizia un clandestino ferito dalla ragazza che ha stuprato”. Peraltro, aggiunge, in tutti i Paesi d’Europa è consentito ai medici di fare la denuncia ed in Germania, addirittura, c’è l’obbligo.
Quanto alle ronde, per il ministro, accrescono “il controllo del territorio e anche sindaci di sinistra hanno autorizzato questo strumento, solo che se lo fa la Lega diventa razzista”.

Ancora bordate di Famiglia Cristiana al governo: “Gioca ai soldatini”

Milano

Altro che Di Pietro. Altro che Pd. Da qualche editoriale a questa parte, pare proprio che la vera opposizione al governo Berlusconi la faccia il settimanale dei paolini, Famiglia Cristiana. Nell’ultimo capitolo della querelle con l’esecutivo (dopo le bordate “sull’ossessione del premier” verso i giudici, sulla proposta “indecente” di Maroni sule impronte ai bimbi rom), il giornale cattolico stigmatizza l’uso dei militari nelle strade e il divieto di accattonaggio, sposando in pieno le dichiarazioni del cardinale Martino che ha sollevato un “dubbio atroce”: la proibizione dell’accattonaggio serve a nascondere la povertà del Paese e l’incapacità dei governanti a trovare risposte efficaci, “abituati come sono alla ‘politica del rattoppò, o a quella dei lustrini?”.
La verità - scrive il periodico diretto da Antonio Sciortino - è che “il Paese da marciapiede” i segni del disagio li offre (e in abbondanza) da tempo, ma la politica li toglie dai titoli di testa, sviando l’attenzione con le immagini del “Presidente spazzino”, l’inutile “gioco dei soldatini” nelle città, i finti problemi di sicurezza, la lotta al fannullone (che, però, è meritoria, e Brunetta va incoraggiato)”.
Non è mancata una nota di carattere economico: “È troppo chiedere al Governo di fugare il sospetto che quando governa la destra la forbice si allarga, così che i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?”.
E il giornale fornisce i dati, sottolineando che a una crescita delle imprese corrisponde una diffusione del disagio tra le famiglie: “Alla fine della settimana scorsa sono comparse le stime sul nostro prodotto interno lordo e, insieme, gli indici che misurano la salute delle imprese italiane. Il Pil è allo zero, ma le nostre imprese godono di salute strepitosa, mostrando profitti che non si registravano da decenni. L’impresa cresce, l’Italia retrocede. Mentre c’è chi accumula profitti, mangiare fuori costa il 141% in più rispetto al 2001, ma i buoni mensa sono fermi da anni”.
Ma essendo il fronte delle critiche piuttosto ampio, nel mirino dell’editoriale cattolico è finito anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, perché vorrebbe vietare ai poveri di rovistare nei cassonetti. Iniziativa che per il periodico dei Paolini scatenerebbe “una guerra tra poveri”. Pronta la replica del primo cittadino capitolino: “Le ordinanze antidegrado” spiega, riferendosi al direttore e ai lettori del settimanale “che ci apprestiamo a emanare sono tutte finalizzate alla lotta contro il racket e lo sfruttamento e non hanno nulla a che fare con la guerra ‘ai poveri’ costretti per fame a rovistare nei cassonetti”. Lo dimostra il fatto che “che sin dall’inizio ci siamo impegnati a confrontare questi testi con le organizzazioni di volontariato, cattoliche e non, che sono impegnate in prima linea nella lotta contro la povertà urbana”.
Non si scompone nemmeno il
ministro della difesa, Ignazio La Russa
, colpito dalle critiche di Famiglia cristiana proprio mentre annuncia di voler inviare i militari anche per la sicurezza nei cantieri e nelle fabbriche: “Noi giochiamo coi soldatini? Lo vadano a dire ai cittadini. A me sembra che ci siano reminiscenze pseudo-ideologiche che vengono da sinistra ma anche da certi cattocomunisti con il solito atteggiamento post-sessantottino, duro a morire”. Gaetano Quagliarello (Pdl) ironizza: “Cambi nome e si chiami Famiglia Cristiana per il Socialismo“. Perentoria invece Isabella Bertolini, deputata del Pdl: “L’astio di Famiglia Cristiana per il governo è così grande da fare andare fuori bersaglio tutte le accuse”. Per il segretario della DcA-PdL e ministro dell’Attuazione del programma Gianfranco Rotondi, per “Famiglia Cristiana sarebbe meglio un linguaggio cristiano se non democristiano”.

Governo Berlusconi: senza tecnici, molti gli esordienti e i fedelissimi

Silvio Berlusconi lascia lo studio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Quirinale dopo aver accettato l'incarico di formare un nuovo governo e aver già presentato la lista dei ministri | Ansa
È stato definito “governo del premier” per la rapidità con la quale Silvio Berlusconi lo ha formato, accettando subito e senza riserva l’incarico da Giorgio Napolitano, e soprattutto per gli uomini di sua stretta fiducia designati nell’esecutivo. Lo stesso capo dello Stato ha contribuito a questa immagine decisionista del Cavaliere, riconoscendogli, in quanto leader della coalizione vittoriosa, il diritto-dovere di governare “in base alla legge elettorale” e di scegliersi i ministri (in “limpida collaborazione col Quirinale”) ancora prima delle consultazioni.
Tutto vero fin qui. La squadra è davvero berlusconiana se si guarda a nomi come Maria Stella Gelmini (Istruzione), Maurizio Sacconi (Welfare), Stefania Prestigiacomo (Ambiente) e soprattutto Angelino Alfano (Giustizia). Oltre ai candidati della prima ora Giulio Tremonti (Economia), Franco Frattini (Esteri) ed anche Claudio Scajola (Sviluppo economico). Tra i ministri senza portafoglio non mancano Mara Carfagna alle Pari opportunità, Elio Vito ai Rapporti col Parlamento, Raffaele Fitto (Affari regionali), Sandro Bondi (Beni culturali), tutti esponenti che riferiscono direttamente al premier-capo di Forza Italia. E a proposito di donne nel governo, tema sempre d’attualità, si è molto ironizzato su Mara Carfagna per il suo piglio glamour: in realtà da anni fa vita di partito. Ancor di più la Gelmini, da tempo tostissima coordinatrice di Forza Italia in Lombardia, responsabilità non da poco, dove ha mediato tra i potentati azzurri locali. Il suo obiettivo è di recuperare e rilanciare la riforma Moratti ma anche di rappresentare la regione più strategica per Berlusconi.
Il nome chiave è però quello di Angelino Alfano, anche lui uomo di partito in senso stretto, ma della Sicilia. Regione dove se l’è vista con pezzi da novanta come Gianfranco Micciché, Totò Cuffaro, Renato Schifani, Raffaele Lombardo. Alfano è giovane ma ha portato a termine la missione: tenere in piedi Forza Italia in una regione di frontiera ma determinante. Questo gli ha valso l’assoluta fiducia di Berlusconi che alla Giustizia voleva un ministro più di sostanza che di immagine, come avrebbe potuto essere Marcello Pera. E stavolta non perché ci siano da fare leggi ad personam, ma perché il Cavaliere vuole realizzare la riforma dell’ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere, sa di avere di fronte una lobby potentissima, insomma desidera affrontare la questione direttamente.
Ma il governo del presidente in senso stretto finisce qui. Berlusconi ha affrontato, e spesso subito, le pressioni e lamentele degli alleati, soprattutto della Lega: nulla di strano. Ma - ecco la novità - stavolta se l’è dovuta vedere anche con la realtà di Forza Italia che nel frattempo è divenuto un partito vero, con i suoi potentati nazionali e regionali, ed i potenti che prima di sciogliersi definitivamente nel Pdl con An desiderano piantare alcuni paletti. Nonché stabilire un equilibrio con Umberto Bossi.
Si deve a quest’ultima esigenza l’ingresso nel governo di due veneti come Maurizio Sacconi, la cui esperienza al Welfare non è discussa neppure dall’opposizione, e la sorpresa di Renato Brunetta alla Pubblica amministrazione e Innovazione: il posto che Berlusconi aveva da settimane previsto pubblicamente per il tecnico ex Ibm Lucio Stanca, con un ruolo strategico che avrebbe addirittura portato miliardi di euro di risparmi alle casse dello Stato. Alla fine ha prevalso appunto l’esigenza di avere due veneti vicini al Cavaliere, visto che la Lega proprio in Veneto ha fatto il pieno.
Le logiche di partito hanno tenuto Michela Vittoria Brambilla alla larga dal Welfare, con un veto esplicito di Tremonti. Rientrerà già oggi come vice alla Sanità, in attesa che il ministero venga “spacchettato” e reso autonomo, con un disegno di legge che dovrebbe diventare operativo ad autunno. Ma soprattutto è intorno a palazzo Grazioli, residenza romana di Berlusconi, che si è consumato il “sacrificio” di Paolo Bonaiuti, storico portavoce del Cavaliere le cui ambizioni ministeriali si sono scontrate con la necessità di trovare un posto a Sandro Bondi, sostituito al coordinamento azzurro dal potente Denis Verdini.
Ma soprattutto è da tenere d’occhio l’ascesa di Scajola. Il ministero è di primo livello, il suo potere nel partito sta aumentando, e a differenza di Tremonti ha una propria base di consenso. Ovviamente suscita amicizie e rivalità.
Guardando agli alleati, la Lega porta a casa quattro poltrone di sostanza: Roberto Maroni all’Interno, Luca Zaia all’Agricoltura, Roberto Calderoli alla Semplificazione e la poltrona delle Riforme per Umberto Bossi. Quanto ad An, Gianfranco Fini desiderava un fedelissimo nel governo, il portavoce Andrea Ronchi, perché la presidenza della Camera lo tiene defilato dalla mischia politica, e ciò mentre cresce ovviamente il ruolo di Gianni Alemanno. Tutte mosse, anche queste, in vista della nascita vera del Pdl.
Insomma, un governo sì del presidente, ma non solo suo. Un governo molto politico, infatti i tecnici indipendenti mancano del tutto. Forse proprio per questo il centrodestra stavolta litigherà meno e governerà di più.

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Governo Berlusconi, squadra quasi al completo. Fuori gioco solo Formigoni

Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e il leader del Pdl, Silvio Berlusconi | Ansa
Il ritorno in via Bellerio, con l’accordo siglato sabato pomeriggio tra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi, sembra aver impresso un’accelerazione nella composizione della squadra del nascente esecutivo Pdl. E si posiziona nel lungo ponte lavorativo del Cavaliere, iniziato a Roma il 25 aprile e che si concluderà in tarda mattinata oggi a Villa San Martino ad Arcore, con l’incontro con Roberto Formigoni. In agenda c’è la definizione del ruolo del governatore lombardo nel Popolo delle Libertà, ora che la possibilità di un suo incarico come presidente del Senato o da ministro sembra essere stata definitivamente accantonata. A Roberto Formigoni, che più volte ha pubblicamente ammesso di essere disponibile per un incarico di primo piano a Roma, Berlusconi avrebbe invece offerto un ruolo alla dirigenza del nascente Pdl (da guidare però restando Governatore della Lombardia fino alla scadenza del mandato): la presidenza, per esempio, oppure un incarico complementare a quello di Denis Verdini, l’attuale capo della segreteria politica del coordinamento nazionale di Forza Italia, che stando ai bene informati delle vicende azzurre, verrebbe nominato coordinatore nazionale al posto del futuro ministro (probabilmente dei Beni Culturali) Sandro Bondi.
Insomma, una volta trovata la “quadra” con la Lega – dove il compromesso tra Bossi e Berlusconi prevede un azzeramento dei vicepremier, con Gianni Letta che tornerebbe al suo vecchio posto di sottosegretario alla presidenza del Consiglio e Roberto Calderoli che assumerebbe la responsabilità dell’Attuazione del programma di governo e una parte delle deleghe sulle Riforme, mentre il dicastero con il compito di realizzare il federalismo resterebbe a Bossi - e con Formigoni, al premier in pectore non resta che ripartire per Roma dove incontrerà in serata la pattuglia dei neo eletti del Pdl di Camera e Senato. Il bagno di folla dei parlamentari di centrodestra con il presidente del Consiglio in pectore, che si svolgerà a due passi da Montecitorio, servirà a Berlusconi per dare le linee guida di quella che auspica sia la condotta dei gruppi del Pdl in questo inizio di legislatura alla vigilia del suo inizio. Una legislatura che si apre domattina e che il Cavaliere auspica sia condotta, almeno sui grandi temi, con uno spirito rispettoso del dialogo con l’avversario. Come ha ribadito sulle colonne del Tempo lui stesso sabato: “Abbiamo di fronte una legislatura costituente per cambiare l’Italia e farne un Paese veramente moderno spero che anche il partito democratico voglia partecipare all’impresa”.

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Il Pd di Veltroni: le donne, gli amici, le correnti. Ma anche gli sconfitti


Tutte le donne del presidente. Anzi del segretario. Walter Veltroni ha nominato l’esecutivo del Partito Democratico. Si tratta di una squadra snella, giovane e soprattutto rosa: con 9 donne e 8 uomini. Alla faccia delle quote. A questa segreteria, composta di 17 persone, si aggiungono i due presidenti dei gruppi parlamentari (Anna Finocchiaro al Senato e quello della Camera ancora da nominare) e il vice segretario, Dario Franceschini.
Guardando con i vecchi schemi, quelli a cui Veltroni ha detto di non voler prestare attenzione, ci sono quelli vicini al leader come Goffredo Bettini e Giorgio Tonini, ci sono i diessini (da Andrea Orlando a Roberta Pinotti, da Rosa Villecco Calipari a Laura Pennacchi), ci sono i coraggiosi rutelliani (Ermete Realacci, Maria Paola Merloni e Roberto Della Seta), ci sono i popolari come Lapo Pistelli, il fioroniano Andrea Causin e la sindacalista della Cisl, Annamaria Parente. Ma ci sono pure quelli vicini a Rosy Bindi ed Enrico Letta che sono i due sconfitti del 14 ottobre (Maria Grazia Guida e Alessia Mosca). C’è poi il coupe de théatre alla Walter: lo sceneggiatore Vincenzo Cerami.
Oggi dovrebbero arrivare anche le nomine di Piero Fassino per l’ufficio delle relazioni internazionali del Pd e del giovane Vinicio Peluffo e Antonello Giacomelli come capi della segretaria politica, rispettivamente di Veltroni e Franceschini.
“Con la nomina dell’Esecutivo” ha detto Veltroni “inizia il cammino di una compagine di donne e uomini innovativa, fresca, aperta, autorevole che avrà il compito di interpretare al meglio la grande forza riformista che il Partito democratico vuole e deve rappresentare. Per la prima volta nella storia della politica italiana, le donne sono presenti in un organismo dirigente in numero superiore a quello degli uomini. Con questa decisione non solo rispettiamo quanto previsto da una innovativa norma del regolamento delle Primarie, che prevedeva la piena parità tra i generi nella Costituente e nelle liste, ma con una scelta particolarmente significativa diamo vita ad un esecutivo in cui la presenza femminile è maggiore di quella maschile”.
Uno dei membri più influenti della nuova segreteria, Ermete Realacci, spiega a Panorama.it: “Mi pare che Veltroni abbia rispettato in pieno le aspettative. È confermata la priorità sui temi ambientali, che sono in tutto il mondo il tracciante delle leadership che guardano al futuro. Vedo” ha chiosato Realacci “una squadra con alcuni elementi innovativi forti e molti uomini e donne che non avevano incarichi di rilievo nei rispettivi partiti”. Quindi il presidente della commissione Ambiente della Camera, lancia una rassicurazione ai vecchi apparati: “Lavoreremo concretamente assieme alla direzione che verrà nominata: nella quale ci saranno le personalità più note dei partiti d’origine”.
In senso orario, da in alto a sinistra: Anna Finocchiaro, Maria Paola Merloni, Alessia Mosca, Roberta Pinotti, Laura Pennacchi e Rosa Villecco Calipari.<br />
La segreteria non avrà ruoli ben precisi, almeno al momento. Un’ipotesi confermata da Realacci: “Non abbiamo incarichi di settore dentro l’esecutivo. E per quello che mi riguarda, ovviamente, continuerò ad occuparmi dei temi che ho sempre sviluppato: dall’ambiente, al patriottismo dolce fino alla soft economy”.

LEGGI ANCHE: I nomi dell’esecutivo

Il VIDEO del La7 con Crozza-Veltroni:

Troppi ministri: Prodi e Rutelli sull’orlo di una crisi di nervi. E di governo

[i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]
La riduzione del numero dei ministri sembra essere il primo dei risultati che la nascita del Partito Democratico si propone.
Ma se il dimagrimento dovrebbe avvenire dopo la Finanziaria, le liti sono iniziate subito: Romano Prodi e Francesco Rutelli non se le sono certo mandate a dire. Il presidente del Consiglio ha accusato - a mezzo stampa - il suo vice, e Piero Fassino, di avergli imposto, durante le trattative per la formazione del governo, 9 ministri Ds e 6 della Margherita. Rutelli ha prontamente risposto sparando a zero: “È una ricostruzione abbastanza bizzarra, e mi fermo a questo”. L’opposizione non ha perso tempo ha subito inzuppato il pane in questo gustoso sugo politico: Roberto Calderoni della Lega è netto: “Uno dei due dovrebbe dimettersi”.
Resta da capire come mai volino gli stracci tra premier e vicepremier. E soprattutto come mai volino davanti a tutti. In un Transatlantico desolatamente vuoto, come di consueto al venerdì, lo ha spiegato a Panorama.it un deputato (che chiede di restare anonimo) della Margherita, opss Pd, molto vicino a Rutelli: “Semplicissimo. Perché è finita. Si vota a marzo-aprile”.

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