Con le armi che sono state sequestrate dai carabinieri durante il blitz che ha portato all’arresto di tre presunti killer della camorra “sono stati compiuti altri undici omicidi, oltre alla strage di Castel Volturno, e diversi atti intimidatori”. Lo ha detto il comandante della regione Campania dell’Arma, generale Franco Mottola, parlando con il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che si trova al comando provinciale dei carabinieri per congratularsi personalmente per “l’importantissima operazione”.
“Gli stessi magistrati” ha affermato il generale Mottola “hanno parlato di una operazione magistrale e di altissima professionalità: sono stati arrestati senza sparare un colpo mentre si temeva uno scontro a fuoco con conseguenze cruente. Abbiamo tolto dei terroristi dal territorio. Lo Stato a volte è lento ma arriva sempre a conseguire i suoi risultati, raggiunge sempre i suoi obiettivi. Ieri siamo riusciti ad arrestare Oreste Spagnuolo, Alesandro Cirillo e Giovanni Letizia. Siamo già a lavoro, anche con perquisizioni e speciali servizi di controllo del territorio per una nuova fase dell’operazione che dovrà portarci a mettere le mani tutti gli altri latitanti”. Così spiegano il generale Mottola e il colonnello Carmelo Burgio, comandante provinciale di Caserta, parlando con i giornalisti.
Gli sforzi degli investigatori sono concentrati ora, in particolare, sulle ricerche di Giuseppe Setola, ritenuto a capo del gruppo di scissionisti della fazione dei Casalesi guidata da Francesco Bidognetti, detto “Cicciotte e mezzanotte”; un gruppo, ha spiegato il generale Mottola, costituito proprio da Setola, dopo la sua evasione dagli arresti domiciliari.
Sul fronte della lotta ai clan, da oggi sono allestiti i due check point a Castel Volturno (alle estremità della cittadina, sulla via Domiziana).
I posti di blocco sono composti da un’avanguardia dei 500 militari che l’esercito invierà nel Casertano in funzione anticamorra. Il grosso del contingente sarà schierato a partire da sabato. Il ministro La Russa ha inoltre annunciato una direttiva attraverso la quale regola la presenza massima dei militari nelle pattuglie e nei posti di blocco pari al 50% dell’organico.
Il titolare della Difesa ha ricordato che l’impiego delle Forze Armate per i controllo del territorio è stato ampiamente accettato dall’opinione pubblica e i militari vengono richiesti da varie parti, ma che “rimane il mio convincimento” ha detto “che fuori dall’attuale situazione di emergenza ognuno deve fare il proprio lavoro”.
La guerra dunque, ha dichiarato il ministro dell’Interno Maroni, “continuerà nel tempo finché non sarà vinta”. L’obiettivo, spiega il titolare del Viminale dopo il blitz contro il clan dei Casalesi, è “il controllo e il presidio del territorio che hanno l’obiettivo di togliere l’acqua ai pescecani, togliere l’erba sotto i piedi dei latitanti, eliminare i loro nascondigli per farli uscire allo scoperto e catturarli”.
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È stato espulso dal Canada, ed è giunto mercoledì mattina in Italia, il boss della ‘ndrangheta Giuseppe Coluccio, 42 anni, arrestato il 7 agosto scorso a Toronto dai carabinieri del Ros e dalla polizia canadese. Secondo gli investigatori, Coluccio - che era inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi - avrebbe svolto un ruolo di primo piano nella gestione dei traffici di cocaina ed eroina dall’America all’Europa. L’uomo è sbarcato alle 6 all’aeroporto romano di Ciampino, scortato dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale e dalla polizia canadese.
Coluccio era ricercato dal 2005, quando era sfuggito all’arresto nell’ambito dell’operazione Nostromo, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. È accusato di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione. Il latitante si nascondeva in un lussuoso appartamento nei pressi di Toronto, in un grattacielo affacciato sul lago Ontario, dove è stato rintracciato dopo tre anni di indagini da parte del Ros. Al momento della cattura è stato trovato in possesso di un milione e mezzo di dollari canadesi in contanti, travellers cheques, assegni e gioielli. Nei giorni successivi all’arresto le autorità canadesi avevano negato il suo rilascio su cauzione; poi è stato espulso. Coluccio, considerato dagli inquirenti una delle figure più importanti del narcotraffico internazionale, è stato condotto in carcere, a Roma.
Dall’indagine che ha portato alla localizzazione e all’arresto in Canada del boss Coluccio, sarebbe emerso uni scenario inquietante: la ‘ndrangheta calabrese e Cosa nostra siciliana unite nel narcotraffico internazionale. Secondo gli investigatori, infatti, non solo Coluccio (sotto falsa identità) aveva continuato a mantenere costanti rapporti con la Calabria, gestendo il traffico di ingenti quantitativi di hashish e cocaina destinati alle cosche jonico-reggine, ma in Canada era anche entrato in “stretto contatto” con Giuseppe Cuntrera, detto “Big Joe”, figlio di Pasquale (arrestato dal Ros nel 1998 in Spagna) ed esponente della famiglia di narcotrafficanti siciliani Caruana-Cuntrera, coinvolta nel ‘94 nell’operazione “Cartagine” che portò tra l’altro al sequestro di 5 tonnellate di cocaina. Coluccio e “Big Joe” Cuntrera, peraltro soci in affari in un’azienda di generi alimentari di Toronto (denominata “Mangiare”), in Canada erano molto assidui tra loro: sono stati anche documentati frequenti incontri tra i due in diversi locali pubblici dell’Ontario.
L’indagine ‘Nostromo’ del 2005 - in seguito alla quale Coluccio si dette latitante - accertò il coinvolgimento del boss della ‘ndrangheta anche in attività estorsive, con particolare riferimento alla gestione ed al controllo del mercato della pesca in un ampio tratto della costa ionico-reggina. Anche in questo caso si assiste ad una alleanza tra la ‘ndrangheta e Cosa nostra, grazie ai rapporti tra Coluccio e Santo Mazzei, ritenuto dagli investigatori ”esponente di vertice” della criminalità mafiosa catanese: i due si sarebbero messi in affari tra loro per lo sfruttamento ittico della zona di Melito Porto Salvo. Ma resta il traffico di stupefacenti l’attività principale dei Coluccio (Salvatore, fratello di Giuseppe, venne arrestato nel 2004 per associazione mafiosa e narcotraffico): il boss catturato in Canada è stato al centro di numerose indagini che ne hanno accertato il ruolo di raccordo tra i grandi cartelli fornitori sudamericani e le cosche del Reggino che, sul finire degli anni ‘80, superando le storiche rivalità, avevano dato vita ad inedite alleanze, costituendo dei veri e propri ‘consorzi’ di acquirenti attraverso i quali ridurre i costi della droga ed ottimizzare la gestione delle importazioni sul mercato europeo.
Il VIDEO servizio:
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Un team composto da trenta persone, tra ispettori e agenti veterani della lotta alla criminalità organizzata, guidati da un dirigente, profondo conoscitore del territorio. Eccola la una task force anticamorra; una squadra operativa della Polizia di Stato istituita per contrastare la Camorra a Casal di Principe in risposta alla recente offensiva del clan dei casalesi, con l’uccisione dell’imprenditore e collaboratore di giustiziaMichele Orsi, freddato domenica scorsa in strada.
La squadra lavorerà in uno stabile confiscato al clan dei casalesi, come sede della Sezione distaccata della Squadra Mobile di Caserta. Così il vice capo della polizia, Nicola Cavaliere ha reso immediatamente operativo il piano predisposto dal Capo della Polizia, Antonio Manganelli, per l’istituzione di un nuovo polo investigativo. Cavaliere, in continuo contatto con il Capo della Polizia, ha predisposto già da sabato l’invio di personale altamente qualificato per aumentare il controllo del territorio nel comune di Casal di Principe: “Arriverà a Casale un pool di 007 antimafia selezionati per quel territorio, presidieremo le strade 24 ore su 24″.
Inoltre, con il direttore della Direzione Anticrimine Centrale, Franco Gratteri e con il Direttore del Servizio Centrale Operativo, Gilberto Caldarozzi, il prefetto Cavaliere sta organizzando le attività del gruppo operativo anche sotto l’aspetto logistico.
Manganelli ha parlato anche della “strategia dei Casalesi”, che ha nel mirino pentiti e testimoni di giustizia. “Sono stato tra i cittadini onesti di Casale” ha detto “lì c’è tanta gente che attende il riscatto. Lo Stato sta assediando da tempo i loro sacrari, ora deve andare fino in fondo, con la massima determinazione”.
Ma al Viminale si apre anche un fronte di indagine sulla mancata protezione per Michele Orsi, circostanza che avrebbe facilitato il lavoro dei killer. Il sottosegretario Alfredo Mantovano si è affrettato a precisare: “È vero che manca il decreto per la ricostituzione per la Commissione per i programmi di protezione, ma questo non può aver inciso sulla vicenda perché il prefetto, su richiesta della magistratura può comunque avviare misure urgenti di protezione, anticipando l’ingresso nel programma vero e proprio. In ogni caso accerteremo scrupolosamente se per Orsi era stata avanzata richiesta”.
Gli appelli della Confindustria a denunciare le estorsioni. Le vittorie dello Stato con la cattura dei “most wanted”. La voglia di rivalsa di gente piegata al pizzo. Per la prima volta dopo 7 anni di calma piatta aumenta il numero dei testimoni di giustizia. Di persone incensurate che per aver subito un reato (dall’estorsione agli abusi sessuali) o esser testi oculari di un delitto, magari l’omicidio del padre, cambiano identità, residenza e lavoro. In pratica, vita. Trasferiti in località segrete, stipendiati e sorvegliati dal Servizio centrale di protezione. Il balzo in avanti non è netto, ma inverte una tendenza in atto dal 2001, quando ci fu un’impennata dopo l’introduzione della legge che dava finalmente figura giuridica ai testimoni.
Oggi sono 75 i testimoni che vivono sotto copertura dopo che, negli ultimi giorni, alcuni sono usciti dal programma e sono tornati alla normalità: un mese fa, infatti, erano 81, con un incremento del 15 per cento rispetto al primo semestre 2007. Controllati 24 ore al giorno dagli uomini del Servizio centrale di protezione, sotto la direzione del generale dell’Arma Antonio Sessa e di un primo dirigente della Polizia, Giuseppe Garramone, che si dedica solo a queste vite sospese.
Certo, il loro numero rimane molto limitato rispetto all’ampiezza dei fenomeni criminali. E forse, dopo gli appelli della Confindustria, si sperava in qualcosa di più. Eppure, un nuovo fenomeno sta emergendo: imprenditori che collaborano in silenzio senza andare sotto protezione. “In Sicilia sta crescendo negli ultimi mesi” si legge nell’ultima relazione della commissione Antimafia “la denuncia di estorsioni da parte di imprenditori i quali tuttavia non necessariamente acquisiscono lo status di testimoni di giustizia”.
Chi sono questi 81 eroi senza volto? Imprenditori che subivano il pizzo, parenti di mafiosi, ma anche bambini. Come Christian, che ha subito abusi sessuali a 7 anni: a 14 ha lasciato Torre Annunziata, sotto protezione con padre e sorella dopo avere incrociato sulle scale di casa il killer della madre, uccisa per aver denunciato le violenze patite dal piccolo. Perso il padre d’infarto l’anno dopo, oggi a 18 anni vive con 1.500 euro al mese cercando di concludere un corso da operaio specializzato.
Invece Elio, a 8 anni, ha assistito a Catania all’omicidio del padre, pregiudicato assassinato per avere rubato a persone pericolose: commercianti protetti dalla mafia a cui pagano il pizzo. E poi le due ragazzine romene di 16 anni, sotto protezione da poche settimane dopo aver denunciato i loro aguzzini che le mandavano a prostituirsi. Vivono in una comunità con un assegno da 1.200 euro al mese che ricevono dallo Stato. Oppure Anna, che a 13 anni subiva violenze dal padre: ha lasciato la Campania perché i parenti le davano la caccia. Oggi lo Stato le ha dato 400 mila euro per aprire un negozio.
Panorama ha incontrato quattro testimoni per farsi raccontare le loro storie e la loro vita in clandestinità.
Antonio: in fuga dai pedofili
“A 7 anni mio figlio Diego faceva ancora la pipì a letto” racconta Antonio, manovale, 40 anni. “Era aggressivo. Andava in bagno solo se accompagnato da mamma o papà. Ma prima dei bisogni portava in corridoio tutti i soprammobili e persino lo spazzolone del wc. Abbiamo capito il perché solo mesi dopo: ci ha confessato che era vittima dei bidelli delle elementari al quartiere Poverelli di Torre Annunziata. In 19 hanno abusato dei piccoli in cantina, nei garage, nei bagni. Scoperti nel 1997, dopo che mia moglie e altre tre madri a testa alta li hanno denunciati, sono stati condannati fino a 14 anni di carcere.
“Ma l’incubo era appena iniziato. Sette anni dopo, nel 2004, una delle madri coraggio, Matilde Sorrentino, viene assassinata con sei colpi di pistola sulla porta di casa. Suo figlio, Christian, salendo le scale incrocia il killer che scappa con il revolver infilato nella cintura. Christian gira le ultime due rampe e trova il corpo della madre senza vita sul pianerottolo. Da quel giorno lui con la sorella, noi con Diego e un’altra famiglia che aveva denunciato la banda di pedofili viviamo sotto protezione. Certo, in un paese normale dovrebbero essere i criminali a essere allontanati, non noi vittime. Qui invece funziona tutto al contrario. I delinquenti continuano i loro affari, vanno in giro per il paese. Lo Stato li tutela con permessi, premi extracarcerari e scappatoie. Noi insultati per strada, minacciati per convincerci a ritirare le denunce. Con mia moglie persino inseguita dai parenti dei pedofili. E il paese faceva finta di niente.
“Prima siamo stati trasferiti in una residenza, quindi in un’odissea di casa in casa. All’inizio, i primi mesi, abbiamo vissuto come in vacanza: era estate, eravamo spensierati. Poi l’equilibrio della mia famiglia ha iniziato a traballare. Litigavamo per piccole cose. Gli psicologi ci seguivano e curavano: mia moglie per quasi 2 anni, mia figlia tuttora. Diego invece da quando ha compiuto 11 anni non parla più degli abusi. Ha come cancellato, messo in freezer quelle violenze: “Ho fatto il processo?” mi ha urlato una volta. “Ho incontrato gli psicologi? Adesso non ne parliamo più”.
“Durante il processo avevamo gli esperti in coda fuori la porta per sentirlo. Offrivano assistenza solo per accertare gli abusi, mica per guarire il piccolo. Lui oggi a 18 anni è chiuso, poco riflessivo, incapace di portare a termine un progetto, un lavoro, fra scatti d’ira e frequente perdita della concentrazione. Vive con il suo doppio trauma: prima la pedofilia poi il cambio di vita con perdita di amici, parenti, compagni. È solo”.
Innocenzo Losicco: “Ora brindo in barba alla mafia”
“A un certo punto la vita si ferma: entri in clandestinità, un salto nel vuoto senza paracadute. Dalla villetta con piscina a Palermo sono finito in un bilocale topaia, mia figlia si è presa la scabbia. Trasferito come un pacco, le guardie del corpo pensavano fossi un pentito, quando io non ho mai commesso un reato. Dei soldi che giravano prima, dei miliardi di lire che guadagnavo costruendo negli anni 90 palazzi, nemmeno l’ombra. Un assegno di sostegno: 1.500 euro al mese. Ma è meglio così”.
Innocenzo Losicco, costruttore palermitano di 59 anni, inizia a collaborare nel 1997. Fa mandare in carcere 28 mafiosi di Brancaccio, tra cui Filippo Graviano, Gaspare Spatuzza e Antonino Lucchese. Oggi vive in una località segreta e, grazie alle garanzie del Servizio centrale di protezione alle banche, è tornato ad acquistare terreni, costruire ville e palazzine. Con nuove generalità.
“Era vita quella? Mi illudevo di essere un imprenditore edile per scoprirmi dipendente. Della mafia, delle sue pretese. Ero solo padrone di amministrare il cantiere. Il resto era cosa loro: dallo scavo alle forniture, chini la testa e deleghi la scelta. Inoltrando puntuale richiesta di autorizzazione per ogni decisione: ‘Faccio sapere che l’impresa di imbianchini’ dicevo al loro emissario ‘non va bene’. Lui annuiva, riferiva e tornava: ‘Fanno sapere che è bene cambiarla. Contatta la tale impresa’. Sempre così, un laconico ping pong: ‘Faccio sapere che…’, ‘Fanno sapere che…’: ordini come litanie d’umiliazione e sudditanza. Che si ripeteva centinaia di volte. Se poi sbagli, il cantiere chiude.
“Un giorno l’azienda dei Graviano era sprovvista di pomicemento, mi permisi di rivolgermi a un’altra impresa sempre loro referente. Che si rifiutò di rifornirmi: ‘Hai sbagliato. Chiudi il cantiere sino a quando ai Graviano non arriva la merce’. Oppure ti sequestrano il figlio all’alba e lo riportano a sera perché, schiavo graziato, ’stavolta, sappi, è andata bene’.
“I fratelli Graviano si mangiavano fino al 50 per cento degli utili, altri boss forfetizzavano il pizzo, altri si accaparravano case intere: ‘Costruisci 20 appartamenti? A noi ne spettano due’. In tutto ho ceduto una decina di case e somme incalcolabili. A Palermo, anche oggi, non serve la concessione edilizia ma l’approvazione del padrone del quartiere: prima dice sì o no, quindi indica le condizioni.
“Mi sono affrancato da 9 anni. Una nuova vita, che inizia con addii. Cambio casa, regione, amici. Mia figlia piange il fidanzato. Un paio d’anni senza lavorare. Poi nel 2000 accedo ai fondi antiracket ricevendo 400 milioni per acquistare un terreno sulla litoranea. Il Servizio centrale di protezione firma le garanzie per accedere ai mutui, come un padre che assicura i finanziamenti al figlio. Oggi sono tornato in possesso di sette dei dieci appartamenti ceduti ai prestanome dei Graviano, dopo che il tribunale ne aveva annullato gli atti di vendita. Proprio ieri ne ho venduti due brindando (lo posso dire?) in barba alla mafia. Perché la mafia è paura. Paura che ti blocca, che ti impedisce di fare il salto. Ma se credi in te stesso, se non insegui l’alibi dello ‘Stato non fa’, ti accorgi che denunci e non ti succede niente. Perdi battaglie, vinci la guerra. Con un unico rimpianto: se altri imprenditori mi avessero seguito sarei rimasto a Palermo. Libero. Non più schiavo”.
Gaetano Safiotti
Gaetano Safiotti: “Non mi sono piegato e ho salvato il mio onore”
È l’unico testimone che non abbandona la sua terra, non cambia nome e non ha mai chiesto un euro di mantenimento allo Stato. Gaetano Safiotti, re del calcestruzzo, s’arrocca ancora nella piana di Gioia Tauro, cuore di ’ndrangheta, collusioni e silenzio. Sotto scorta con moglie e figlio.
“Qui la gente non capisce. Ti fissa e ti silliba ‘i-n-f-a-m-e’. Parlo ai giudici, mando la gente in carcere, non pago il pizzo: infame io e chi ha il mio sangue. Mio figlio non trova fidanzata, avendo sangue d’infame. Sulla Reggio Calabria-Salerno non apro un cantiere, nemmeno offrendomi gratis: è roba loro. Siamo in pieno feudalesimo: l’estorsione non è pizzo, ma contributo ai feudatari. Gli imprenditori chini versano l’Ivam, l’imposta valore aggiunto mafioso, su ogni affare, su ogni buco in terra, senza batter ciglio, come fosse un qualsiasi altro balzello. E poi, privilegio assoluto, diventi un eletto se il signorotto coinvolge la tua azienda sana nei suoi affari.
“Io nel 2000 dovevo decidere. Diventare monopolista in Calabria nei calcestruzzi, pagando però il dazio senza prezzo dell’onore, assecondando ogni scelta. La mafia si appropria il tuo cervello. Comanda. Ti indica quali camion usare. Quali operai far lavorare. Quali appalti vincerai. Persino quali materiali inerti acquistare pur avendo io una cava mia. O le matite in quale cartoleria acquistarle. Burattino tra i burattini.
“Con 60 dipendenti nel 2000 fatturavo solo in Calabria 15 miliardi tra calcestruzzi e movimento terra. Negli anni ne ho girati un paio alle cosche. Più i favori in natura: le parcelle agli avvocati dei pregiudicati. Le villette al mare dei padrini? Ecco pronti camion di mattoni, bitume, e perfino gli arredi interi e la carta da parati.
“Oggi mi mimetizzo, mi aggiudico commesse nei paesi dell’ex Unione Sovietica e in Africa. Il prezzo più alto che pago? La rinuncia ai loghi delle mie aziende per non farmi individuare dalla ’ndrangheta. Scusate se sono generico, ma cosa devo dire? Ogni volta che scendo la scaletta di un aereo le cosche già sanno. E ti avvertono. “Posso venire a lavorare anch’io a Parigi?” mi sibilò dalla gabbia in tribunale uno di loro: avevo appena vinto un appalto per la pista all’aeroporto Charles de Gaulle e non l’avevo detto nemmeno a mia moglie. Meglio i comuni in bancarotta dell’Angola che i municipi della piana di Gioia Tauro, commissariati dalla ’ndrangheta. Meglio mimetizzarsi nel deserto che vivere da preda delle cosche.
“Losicco sbaglia quando afferma che la giustizia ti protegge: se accusi, se attacchi i mafiosi, prima o poi la paghi. Ti ammazzano. La mia esecuzione è solo rinviata quando si allenterà la scorta, quando uccidermi non sarà letto come un attacco allo Stato. A differenza dello Stato le cosche vogliono sempre dare l’esempio e hanno ottima memoria. Lo so, l’ho messo in conto e sono sereno. Uccidermi oggi che vivo sotto scorta sarebbe controproducente, e la ’ndrangheta ragiona solo in termini di opportunità, di momenti più adatti.
“E poi in questi feudi la morte arriva solo dopo lenta tortura: prima ti distruggono economicamente, ti emarginano, ti levano gli appalti, nessuno viene più a comprare la tua merce. Il fatturato sparisce, i dipendenti se ne vanno. Uno prima si licenziò poi tornò, a chiedere il pizzo: “Mi alzo quando voglio” mi disse. “Vado al bar e non pago, la gente si inchina, ho soldi e le auto che desidero: ma scusi, perché devo lavorare massacrandomi quando la vita è breve?”.
“Ecco, ti soffocano. Ti prestano soldi che si riprendono con il pizzo. Poi ti colpiscono negli affetti: io non vedo più i miei cognati, molti ex amici perché qui, nella piana di Gioia Tauro, sono l’infame. Vogliono portarti alla pazzia, con i figli che non capiscono e ti spiazzano. “Papà perché dobbiamo andarcene via noi? Ma se hai una cassetta con delle mele marce che fai? Butti le sane?””.
Rita: “Meglio raccontare tutto”
La vita di Rita (nome di fantasia, per motivi di sicurezza) è un almanacco siciliano di scelte non sue. Di occasioni mancate. “Finita la quinta elementare mi sono fidanzata a 11 anni e a 13 anni ho avuto la prima figlia: volevo fare la poliziotta. Poi, a 19 anni, mi chiamano i carabinieri in caserma. Mi leggono delle intercettazioni con mia cugina; parlo di suo marito, killer delle cosche. “O ci racconti tutto o ti mettiamo dentro come complice della mafia”. Avevo già tre figli e ho deciso di collaborare. Ho raccontato di lui, di quanto fosse ignorante a far fuori la gente e a vantarsene con tutte. Si faceva bello in paese: ‘Ho ammazzato tizio, ho ucciso in auto caio…’. Firmo il verbale. La mattina dopo scatta la retata: finiscono in carcere 13 persone. Arriva la polizia a casa e ci dice ‘dovete partire d’urgenza’. Da ragazzina quale ero muoio di paura. Mio marito cade dalle nuvole: ancora non sapeva, ancora non gli avevo detto nulla. Ci portano in procura dove il giudice Paolo Borsellino mette una mano sulla spalla a mio marito: ‘Andatevene, è meglio’.
“Lui, bianco in volto, scende le scale di corsa. Siamo partiti verso una vita nuova senza niente, nemmeno un ricambio. Tre piccoli che piangevano: la più grande aveva 6 anni, la più piccola 1 anno e mezzo. Cambiamo una decina di case. Mio marito per un periodo ha smesso di lavorare, ma i vicini si sono fatti sospettosi e lui per giustificare la disoccupazione racconta di essere in pensione dopo un incidente sul lavoro. Altrimenti qualcuno insinua pure che siamo mafiosi. Noi, capite? Noi, con il rischio in agguato.
“Al mio paese si dice: ‘Le cose si fanno alla scordata”: a Pesaro un giorno mio marito ha riconosciuto un mafioso fuori dall’asilo dei miei figli. La notte stessa abbiamo cambiato casa con i piccoli che mi interrogavano: ‘Mamma, perché ce ne andiamo?’. E io che nemmeno sapevo dove saremmo finiti. Con la più piccola abbiamo sbagliato. Le hanno detto: ‘Se torni in Sicilia, ti ammazzano’. È ancora turbata, in classe vuol stare vicino alla maestra. I suoi disegni sono tutti neri. A volte mi sento in colpa per i miei figli. Ma è un prezzo che pago consapevolmente.
“Lo Stato e il Servizio centrale di protezione mi hanno sempre aiutato: 3 milioni 300 mila lire al mese di assegno, affitto e bollette pagate, 5 milioni per acquistare un’auto, 70 mila euro ora per aiutarmi a comprare la casa e un altro aiuto per chiudere un negozio. Contro la delinquenza meglio raccontare le cose. Perché la mafia fa schifo: io disprezzo i mafiosi per quello che fanno”.

Centomila euro in contanti o un contratto di un anno con Rai o Mediaset del valore di 90 mila euro per ritrattare le accuse. Questo avrebbe chiesto Francesca Zenobi a uno dei legali del deputato, ex Udc, Cosimo Mele. I due sono i protagonisti della serata più calda e citata dell’estate, trascorsa all’Hotel Flora di Roma: finì con lei che si sente male e lui accusato di cessione di droga e omissione di soccorso. Poi l’autosospensione dal partito, capo cosparso di cenere davanti al Parlamento e alla moglie lì lì per partorire, in attesa (”fiducioso”, ha sempre detto) della conclusione delle indagini.
Ieri, un nuovo colpo di scena: la trentenne Zenobi e il suo ex avvocato Emanuele Antonaci indagati dalla Procura di Roma, con l’ipotesi di reato di tentata estorsione.
A scriverlo è il Nuovo quotidiano di Puglia, che riferisce che l’avvocato del parlamentare ha presentato denuncia nella Stazione carabinieri in via Cassia, a Roma, corredandola con un paio di micro cassette con la registrazione delle conversazioni. L’ipotesi di reato è quella di concorso in tentativo di estorsione.
L’indagine è affidata al pm Pietro Pollidori e, secondo il quotidiano barese sarebbero state fatte perquisizioni sia a casa della giovane che nello studio e nella residenza romana dell’avvocato Antonaci. E già nascono le polemiche, con il deputato Pd Renzo Lusetti che detta alle agenzie la sua indignazione: “Inaccettabile che qualcuno ritenga di poter entrare a lavorare per le reti del servizio pubblico con questi metodi”.
La Zenobi (che della sua passione per lo spettacolo non ha mai fatto mistero: “Mi basta un posto da letterina o qualcosa così”, disse qualche tempo fa in una trasmissione) sembra non essere turbata dall’accusa: “È tutto ridicolo. Sono tranquilla, confido nella giustizia e ho fiducia nel mio avvocato Roberto Ruggiero”. Che la assiste solo da qualche settimana e che a corredo degli ultimi sviluppi, commenta: “Non escludo che nella sua ansia di imporre la sua ‘verità’ il deputato abbia perfino presentato una querela per violenza carnale da parte della Zenobi”.