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Il ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi (FOTO RAVAGLI/INFOPHOTO)
Cosa ci fanno assieme Stefano Rodotà , Ignazio Marino, Beppino Englaro, Roberto Saviano, Giuliano Ferrara e il ministro Sandro Bondi? Possibile che personalità così differenti e spesso impegnate su fronti opposti, seduti poche settimane fa gli uni al Palasharp, gli altri al Teatro Del Verme, si ritrovino ora dalla stessa parte della barricata? Sì, se di mezzo c’è il ddl sul biotestamento. Continua

Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute
Lo diciamo subito, a scanso di equivoci: quando si discute di come dover morire, non c’è torto e non c’è ragione. Ed è impossibile giudicare se il signor Englaro abbia fatto bene o male, nel febbraio dello scorso anno, a sospendere l’alimentazione a sua figlia Eluana, in stato vegetativo da 17 anni, o se abbia ragione chi, invece, preferisce lasciare che i propri cari, nella stessa condizione, resistano fino all’ultimo soffio di vita, di qualunque tipo di vita si tratti. Continua

La legge 40 sulla fecondazione assistita arriva all’esame della Corte Costituzionale. Oggi i giudici della Consulta ascolteranno, in udienza pubblica, le ragioni a favore e contro la norma varata nel 2004 che, l’anno successivo, passò indenne il referendum abrogativo per mancato raggiungimento del quorum. Terminata l’udienza, i giudici costituzionali si ritireranno in camera di consiglio per una decisione attesa in settimana.
In attesa del pronunciamento della Consulta, arrivano le statistiche. Che dicono che più di 55mila coppie hanno fatto ricorso nel 2007 alla procreazione assistita. E i nati in “provetta” sono stati 9.137, quasi il doppio del 2005 (erano 4940). Sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità trasmessi dal ministero della Salute al parlamento per fare il punto annuale sull’applicazione della legge 40 del 2004. Quindi sempre più coppie accedono alla fecondazione artificiale nei 341 centri iscritti al registro nazionale, sono aumentati anche i cicli di trattamento, passati in due anni da circa 63mila a 75mila.
La percentuale di gravidanze è del 15,5%, in aumento rispetto al 2005 (14,9). Un dato ancora basso rispetto all’Europa, ma c’è da tenere conto, spiegano al ministero, che l’età media delle donne che accedono alla procreazione assistita in Italia è di 36 anni, contro il 33,8 dell’Europa. Una donna su quattro che si presenta nei centri italiani ha inoltre più di quarant’anni. Più alta rispetto alle medie europee (ma sostanzialmente invariata rispetto alla rilevazione del 2005) la percentuale dei parti trigemellari in provetta: sono il 3,5% per le tecniche di secondo e terzo livello. Il 18,7% sono invece parti gemellari. “La legge 40 sulla procreazione medica assistita funziona, lo dimostrano i dati”, ha spiegato il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella. Che ha annunciato: “entro 2 anni il Ministero vuole istituire una certificazione tramite criteri di qualità dei vari centri sul territorio nazionale, con informazioni dettagliate, controlli, tracciabilità e percentuali su gravidanze gemellari e trigemine”. Per il cattolico Movimento per la vita, infine, “i dati sono di conforto per chi, nonostante le non poche riserve più volte espresse sulla fecondazione artificiale in quanto tale, ha sostenuto e difeso la legge 40: di fronte all`evidenza dei numeri, sarebbe lecito attendersi qualche mea culpa da parte di chi ha osteggiato ed osteggia la legge per semplice pregiudizio ideologico”, afferma in una nota Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita ed eurodeputato dell’Udc. Non è ello stesso parere Filomena Gallo, presidente dell’Associazione Amica Cicogna e vicesegretario dell’Associazione Luca Coscioni: la legge 40 “dal 2004 ad oggi fa vedere i suoi effetti dannosi”. Senza dimenticare che: “La stessa legge” prosegue Gallo “si contraddice: se da un lato vuole tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, predisponendo questi soggetti a rischi non ne tutela alcun diritto. Non risolve quello che è il fine per cui una coppia si rivolge alla fecondazione assistita, e cioè per rimuovere lo stato di infertilità , e per di più entra in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione”. Ecco perché, si augura Gallo: “La Corte Costituzionale rilevi gli effetti pregiudizievoli diretti sul diritto fondamentale alla salute della donna e del concepito”.
Appunto, la Corte. Vi hanno fatto ricorso, con tre distinte ordinanze, il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine (Warm) e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50%) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Le questioni di legittimità costituzionale riguardano, in particolare, l’articolo 14 (commi 1,2,3 e 4) che prevede la formazione di un numero limitato di embrioni, fino a un massimo di tre, da impiantare contestualmente, e vieta la crioconservazione al di fuori di ipotesi limitate. Davanti alla Consulta è stato impugnato anche l’art.6 (comma 3) della legge 40 nella parte in cui obbliga la donna, una volta dato il proprio consenso alle tecniche di fecondazione assistita, all’impianto degli embrioni, escludendo così la revoca del consenso.
Queste norme - secondo i giudici del Tribunale di Firenze e del Tar del Lazio - sono in contrasto con diversi principi tutelati dalla Costituzione. In particolare con l’art.3, sotto il profilo della ragionevolezza per il mancato bilanciamento tra la tutela dell’embrione e la tutela della esigenza di procreazione visti la “mancata valutazione della concreta possibilità di successo della pratica da effettuare” e il “mancato riconoscimento al medico curante di ogni discrezionalità nella valutazione del singolo caso”. La legge 40, secondo i ricorsi, realizzerebbe una “irragionevole disparità di trattamento” tra le donne in condizioni fisiche diverse che si sottopongo alla fecondazione assistita. E ancora: il diritto alla salute verrebbe leso in caso di insuccesso del primo impianto, in quanto la donna è costretta a sottoporsi a un successivo trattamento ovarico, ad “alto tasso di pericolosità per la salute fisica e psichica”.
Dinanzi alla Corte si sono costituiti, oltre alla Warm, numerose associazioni favorevoli a una pronuncia di illegittimità (Hera onlus, associazione Luca Coscioni, Cecos Italia, Sos infertilità , Amica Cicogna, Madre provetta e, tra le altre, Cittadinanzattiva), mentre a chiedere che la legge non si tocchi, e che dunque la Corte si pronunci per l’infondatezza o l’inammissibilità , sono il Comitato per la tutela della salute della donna, la Federazione nazionale dei centri e dei movimenti per la vita. Ma anche il governo, attraverso l’avvocatura generale dello Stato, chiede ai giudici costituzionali che la legge 40 rimanga tale e quale perchè “il legislatore ha effettuato una ragionevole comparazione tra l’interesse della donna al buon esito della procedura di procreazione medicalmente assistita e la tutela dell’embrione”.
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Sulla questione dell’introduzione in Italia della pillola abortiva arriva il parere del Vaticano. La Chiesa cattolica comprende il dramma di una ragazza che suo malgrado si trova incinta, ma condanna l’aborto in qualsiasi forma esso venga praticato, perché si uccide un essere innocente: lo afferma il cardinale Javier Lozano Barragan, “ministro” del Vaticano per la Salute, che, in vista dell’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486, sottolinea, inoltre, che non si tratta di un farmaco “innocente” per la salute delle donne.
“Per un verso si capisce molto bene la situazione ingombrante e imbarazzante di una ragazza che suo malgrado si trova incinta”, afferma il presidente del Pontificio consiglio per la Pastorale della salute . “Non è che non comprendiamo il problema. Così come comprendiamo cosa significa avere un figlio fuori dal matrimonio e tutte le difficoltà in cui si possono trovare le persone in questi casi. Sono drammi. Ma c’è anche una gerarchia dei drammi e il dramma maggiore è la morte, tanto più se inflitta ad una persona innocente come un figlio che deve nascere. Per questo motivo dobbiamo sempre dire, in modo forte e delicato al tempo stesso, che la vita viene prima di tutto il resto. L’aborto è uccidere, togliere la vita una persona innocente, perché, anche se nei primi momenti della sua esistenza, l’embrione è un essere umano con tutti i diritti”. La Ru486, più specificamente, rientra tra i farmaci che “non sono tanto innocenti per la salute delle donne che li assumono”, afferma il cardinale Barragan.
L’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco, che a febbraio aveva già dato parere favorevole alla pillola) ha annunciato che entro la fine dell’anno questa pillola abortiva dovrebbe entrare in commercio in Italia e il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, denuncia che varie donne sono già morte per avere assunto questo farmaco. “Ad ogni modo l’aborto è sempre aborto, a casa o in clinica”, afferma il porporato.
La condanna della Ru486 è stato, peraltro, ribadito nel recente documento vaticano Dignitas personae, un’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede vincolante per i fedeli cattolici. Anche la “pillola del giorno dopo”, peraltro, viene bocciata dall’ex Sant’Uffizio per la sua “intenzionalità abortiva”. “Il nocciolo di quel documento”, spiega ora Barragan, “non è un indicare ricettario morale o un tentativo di moralizzazione, ma ribadire che la vita è un dono d’amore che Dio vuole che si generi dove c’è amore, cioè all’interno del matrimonio unico e indissolubile”.
Ma non è solo il Vaticano a discutere dell’introduzione della pillola abortiva. Sulla questione ritornano anche i membri del governo. “La prossima somministrazione della pillola Ru486 in Italia impone a tutti il dovere di informare correttamente le donne italiane che intenderanno farne uso”: l’esortazione è del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni. Il ministro sottolinea che si tratta “di un farmaco potenzialmente pericoloso per la loro salute, la cui vendita è stata autorizzata dall’agenzia farmaceutica in virtù di un accettabile rapporto costi-benefici purchè il suo impiego sia coerente con la legge 194 e purchè sia previsto esclusivamente in ambito ospedaliero. Ciò vuol dire che si è ritenuto questo farmaco non più pericoloso della tecnica normalmente usata per gli aborti, ma sempre di aborto si tratta”. Per questo Meloni si appella alle “ragazze italiane: non considerate la pillola Ru486 un anticoncezionale”, avverte, “perchè non lo è”.
Non mancano però proprio le critiche rivolte all’esecutivo da parte dell’opposizione. “Siamo profondamente delusi”, sottolinea il deputato Udc Luca Volontè, riferendosi al ministro della Salute Maurizio Sacconi e al sottosegretario Eugenia Roccella, “dall’incomprensibile inerzia del governo nei confronti della Ru486. Dopo sette mesi non solo l’esecutivo non è stato in grado di impedire l’introduzione della pillola abortiva ma anche la sospensione delle linee guida sulla legge 40 e i nuovi regolamenti per una più corretta applicazione della 194 sono rimasti lettera morta”.
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Nove milioni in Italia abusano dell’alcol. 740mila di questi sono minorenni: cioè, un under 18 su cinque. Numeri che, oltre a rappresentare una vera e propria emergenza, collocano il nostro paese al primo posto in Europa per l’età più bassa di accesso all’alcol. A puntare i riflettori sul fenomeno è la prima Conferenza nazionale sull’alcol, promossa dal Ministero del Welfare e della Salute, che tra lunedì 20 e martedì 21 ottobre riunisce esperti, associazioni, produttori e istituzioni per fare il punto sull’emergenza alcol in Italia.
“Abbiamo l’età più bassa di accesso all’alcol” ha segnalato il sottosegretario Eugenia Roccella “e tra i 14 e i 17 anni c’è un picco rispetto all’Europa. Il 19,5 per cento degli under 18 consuma alcol”. A cambiare rispetto al passato è la modalità di consumo: “Ora siamo diventati più europei”, ha spiegato il sottosegretario, “e si beve fuori pasto, non solo vino ma superalcolici, con gli aperitivi e i drink ‘mascherati’, che sono dolci e piacevoli ma in realtà ad alto tasso alcolico”.
I giovanissimi (gli under 15), dice in proposito uno studio condotto dall’Istituto superiore di sanità , consumano in discoteca la loro “dose” di alcol. Secondo l’ultima rilevazione su un campione di 637 ragazzi, ha sottolineato l’esperto dell’Iss Emanuele Scafato: “In media il sabato sera in discoteca i maschi sotto i 15 anni consumano quattro bicchieri di bevande alcoliche per serata e le ragazze ne consumano tre bicchieri. Il 67% degli under 15 - ha detto Scafato - dichiara di consumare abitualmente alcol il sabato sera, e di questi oltre il 40% dichiara di abusare di bevande alcoliche consumando tra tre e oltre cinque bicchieri. Va oltre il limite dei cinque bicchieri il 29% dei ragazzi”.
Sono insomma lontani i tempi del bicchiere di vino a pranzo e a cena, tradizione tutta italiana: “Oggi i giovani bevono con il preciso scopo di ubriacarsi”. Tra i ragazzi, cioè: “È sempre più frequente un atteggiamento analogo a quello perseguito attraverso le droghe, cioè la ricerca dello sballo per sperimentare emozioni-limite e perdere consapevolmente la coscienza di sé. Sono comportamenti relativamente nuovi a cui la conferenza nazionale proverà a dare delle risposte”.
In cura presso i servizi pubblici per l’alcoldipendenza vi sono al momento 61mila persone: si tratta soprattutto di giovani sotto i 30 anni. Il sottosegretario ha spiegato come nel 2005 i minori di 20 anni rappresentavano lo 0,7% dell’utenza, e i giovani fra i 20 e i 29 anni l’11% (contro il 9,8% del 2004). Inoltre, nel 2005 il 17% dei nuovi utenti aveva meno di 30 anni.
Anche l’Istat attesta il consumo di alcolici diffuso tra i ragazzi di 16-17 anni: uno su due beve e l’8% dei maschi di quella fascia di età lo fa tutti i giorni. Non solo, ma secondo i dati dell’indagine Eurobarometro 2002 l’Italia presenta l’età più bassa in Europa per quanto riguarda il primo contatto con le bevande alcoliche: la media è 12,2 anni, contro i 14,6 della media europea. Subito dopo l’Italia vengono l’Irlanda e l’Austria con 12,7 anni.
Data l’alta percentuale di baby-bevitori under 18, è fondamentale, ha detto Roccella, pensare a nuove strategie di azione soprattutto sul fronte della prevenzione, “rafforzando ad esempio i controlli sui luoghi del bere e di ritrovo dei ragazzi, anche se” ha aggiunto “le sole politiche repressive non sono sicuramente sufficienti e bisognerà anche agire, ad esempio, sul fronte della regolamentazione della pubblicità ”.
Il punto, ha avvertito Roccella, “è che siamo di fronte ad un’emergenza educativa: i ragazzi sono, cioé, sempre di più fuori dal controllo dei genitori e della scuola, mentre aumentano i contatti via Internet”. A ciò si aggiunge anche una sorta di ‘vuoto normativo’. La legge italiana, infatti, prevede il divieto di somministrazione di alcolici ai minori di 16 anni, ma non è previsto alcun divieto di vendita agli under 18.
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Non dite al Cavaliere che sta inseguendo Veltroni. Vi risponderà , dati alla mano, che non è vero: il recupero del Partito democratico nei sondaggi elettorali è un “artefatto”. Perché: “Noi siamo al 46,4%, il Partito democratico è al 36,4. All’Udc danno il 6%, a noi risulta il 3,8″.
Quindi Pdl avanti. Anche dal punto di vista della formazione delle liste? A dire il vero quelle che si vanno strutturando nel campo berlusconiano hanno meno impatto mediatico. Ma non è che siano meno sorprendenti. Personaggi nuovi o ben noti, imprenditori, giornalisti, generali, donne e immigrati: le candidature del centrodestra puntano su nomi che hanno anche la valenza di un simbolo.
Alcuni li annuncia Silvio Berlusconi al Tg4 di Emilio Fede: “Eugenia Roccella, organizzatrice del Family day; la bravissima giornalista Fiamma Nirenstein; Barbara Contini, nostra governatrice a Nassiryia (la 44enne milanese è stata responsabile dell’Amministrazione provvisoria della provincia irachena di Tiqar, ndr); il generale Roberto Speciale (ex-comandante della Guardia di finanza, protagonista di un memorabile scontro anche giudiziario con Vincenzo Visco, ndr) e una pattuglia di valenti imprenditori”.
Il Matteo Colaninno del Pdl sarebbe Maurizio Del Tenno: 34 anni, nato a Sondrio, imprenditore nel campo immobiliare, degli impianti elettrici, presidente nazionale dei Giovani di Confartigianato, fondatore e vicepresidente dei Circoli della libertà con Michela Brambilla. In lista entrerebbe anche Paolo Galimberti, 39 anni, che è subentrato appunto alla Brambilla nel 2007 come presidente dei Giovani di Confcommercio.
Da Confindustria, per la precisione dal vertice di Assolombarda, potrebbe arrivare Diana Bracco, presidente dell’omonimo gruppo farmaceutico.
Poi ci sono le indiscrezioni sui big. Le novità riguardano in questo caso Forza Italia, con un probabile spostamento di Sandro Bondi dalla Camera al Senato e il ritorno a Montecitorio dell’ex senatore e ministro Beppe Pisanu. Il Pdl è poi alla ricerca di un candidato della comunità musulmana. Tra i nomi Magdi Allam, Khaled Fouad Allam, ex Margherita. Poi Suad Sbau e Dounia Ettaib, entrambe esponenti dell’Associazione donne marocchine, l’ultima aggredita perché chiese di essere parte civile nel processo su Hina.
La Lega candiderà a Padova per il Senato un marocchino di religione islamica: Zakaria Najib. Un immigrato nelle liste del Carroccio sembra una contraddizione, ma lui è uno straniero molto particolare. Vive a Cadoneghe, ha sposato un’italiana, dal 1986 ha la nostra cittadinanza ed è stato consigliere comunale della Lega a Cadoneghe. A novembre ha scritto al presidente della Repubblica chiedendo, provocatoriamente, di tornare nello status di extracomunitario con tutte le facilitazioni che, secondo lui, comporta per casa e lavoro.
Insomma, con sei settimane e mezzo di campagna elettorale davanti e una dozzina alla presentazione ufficiale delle candidature è partita la girandola di nomi e contatti. Anche se le liste dei “nominati” saranno decise davvero solo all’ultimo minuto. E per trovare la difficile quadratura si dovrà - come ha spiega Paolo Bonaiuti - incrociare bene, territorio per territorio, i nomi di An con quelli di Forza Italia. Magari secondo lo schema 60-30-10: il sessanta per cento dei nomi legati a Forza Italia; il 30 ad An e il 10 ai piccoli partiti.

Di Ignazio Ingrao
“Ho deciso dopo aver praticato aborti per 5 anni. L’ultimo è stato su una ragazza tossicodipendente al terzo mese di gravidanza. Siamo stati costretti a procedere in anestesia locale, monitorando l’intervento con l’ecografia. Per la prima volta ho visto in diretta quello che stavo facendo: il feto pesava quasi 100 grammi. Pochi giorni dopo ho comunicato alla direzione dell’ospedale l’obiezione di coscienza”. È la drammatica testimonianza, raccolta da Panorama, di Giorgio Epicoco, ginecologo presso l’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. Oggi è tra i medici più attivi contro la Ru486, la pillola che permette di interrompere la gravidanza entro le prime 9 settimane senza ricorrere all’intervento chirurgico.
L’azienda farmaceutica francese Exelgyn ha chiesto l’autorizzazione a commercializzare la pillola anche in Italia. Il 10 dicembre si riunisce la sottocommissione dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) incaricata di valutare la richiesta. Entro metà febbraio è atteso il via libera. Anche il Consiglio superiore di sanità si è pronunciato a favore della pillola abortiva, a condizione che venga somministrata in una struttura ospedaliera.
In primavera la Ru486 potrebbe arrivare negli ospedali italiani ma i medici obiettori daranno battaglia. “Sono convinto che la legge 194 sia la migliore legge possibile” afferma Epicoco. Però, prosegue, “bisognerebbe applicarla fino in fondo, offrendo alle donne una vera libertà di scelta tra abortire e non abortire. Invece sembra quasi che per lo Stato sia più facile e sbrigativo spendere meno di 1.000 euro per un’interruzione volontaria di gravidanza piuttosto che impegnarsi ad aiutare le donne costrette ad abortire per ragioni economiche o lavorative. Con la pillola abortiva lo Stato fa un altro passo indietro: con meno di 80 euro a paziente risolve il problema. Ma per un aborto chirurgico bastano 7 minuti in day hospital con anestesia generale mentre per un aborto con la Ru486 occorrono almeno 3 giorni, l’assunzione di due farmaci a distanza di 48 ore e forti dolori addominali, accompagnati spesso da nausea, vomito e diarrea. Mi chiedo allora perché si fa tanta propaganda alla pillola abortiva”.
Gli fa eco Assuntina Morresi, che con Eugenia Roccella ha scritto La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru486 (Franco Angeli): “La pillola abortiva ci riporta indietro di 40 anni. L’aborto torna nella clandestinità : anche se la paziente assume i farmaci in una struttura ospedaliera, di fatto l’aborto e l’espulsione dell’embrione avvengono quando la donna è di nuovo sola, a casa. E, come dimostrano i dati della Francia, nel 20 per cento dei casi le donne non tornano in ospedale per il necessario controllo”.

Dal punto di vista psicologico la minore invasività fa preferire la pillola all’aborto chirurgico: “Le pazienti non hanno avuto alcun problema e per la loro salute l’aborto farmacologico è stato migliore di qualsiasi altro tipo di interruzione di gravidanza” riferisce il ginecologo Massimo Srebot, primario dell’Ospedale Lotti di Pontedera, dove è già stata utilizzata la Ru486 acquistata dalla Francia.
“Non è vero” ribatte Morresi: “Nel 15 per cento dei casi, dopo l’aborto indotto dalla Ru486, l’espulsione dell’embrione avviene dopo i 3 giorni previsti e può richiedere fino a 15-20 giorni di attesa. E in oltre il 5 per cento dei casi bisogna comunque intervenire chirurgicamente. Ci si rende conto di cosa significa per una donna un aborto protratto per due settimane?”. La Ru486 “riconduce la pratica abortiva nel tunnel dell’aborto fai da te e contravviene alla legge 194″ osserva Filippo Boscia, presidente della Società italiana di bioetica. Inoltre, riferisce il ginecologo, “nella letteratura scientifica sta crescendo l’attenzione sulle ricadute sfavorevoli dell’aborto farmacologico sulla salute mentale”.
Per un tragico destino, a pagare le conseguenze più gravi della Ru486 è stato il responsabile del Comitato francese di etica che diede il via libera alla commercializzazione della pillola abortiva oltralpe. Didier Sicard ha perso una figlia, morta a 34 anni dopo aver assunto la Ru486. Favorevole all’aborto chirurgico, Sicard lancia l’allarme sulla pillola abortiva: “In presenza di un’infezione uterina la situazione può divenire drammatica a causa dell’insufficienza surrenale creata dalla Ru486″. Silvio Viale, il ginecologo dell’Ospedale Sant’Anna di Torino che ha coordinato la sperimentazione della Ru486, contesta queste affermazioni: “Ogni anno nel nostro paese muoiono 50 donne che hanno deciso di portare avanti la gravidanza: una su 8 mila, rispetto a una su 100 mila morti negli Stati Uniti per la pillola abortiva”. È vero, ammette Epicoco, “statisticamente si muore più di parto che per aborto. Ma non ha senso confrontare questi due dati. Il confronto va fatto tra aborto con Ru486 e aborto chirurgico. Il tasso di mortalità dell’aborto farmacologico è 10 volte superiore a quello chirurgico”.
Sulla scorta di queste considerazioni, numerose organizzazioni cattoliche, tra le quali il Forum delle associazioni operanti in sanità , i medici cattolici e il Forum delle famiglie, hanno scritto all’Aifa per fermare l’introduzione della pillola abortiva. Nel frattempo negli ospedali italiani sono sempre meno i medici disposti a praticare gli aborti chirurgici, con liste di attesa fino a 2 settimane. Secondo un’indagine del Comune di Milano, solo in Lombardia i ginecologi obiettori sono il 67 per cento. Per Andrea Natale, ginecologo all’Ospedale Mangiagalli di Milano, “il vero problema non è quello dei medici obiettori bensì la facilità con la quale i consultori rilasciano i certificati di aborto senza aiutare le donne a valutare una scelta alternativa. Il vero obiettivo della Ru486 allora non è ridurre l’impatto psicologico dell’aborto bensì eliminare l’ostacolo dei medici obiettori, azzerare le liste di attesa e svuotare la legge 194″.
L’Emea (European agency for the evaluation of medicinal products) che regola la commercializzazione dei farmaci nell’Unione Europea ha fissato le modalità per la somministrazione della Ru486: sono previste tre visite, le prime due a distanza di 48 ore per l’assunzione dei due farmaci, la terza di controllo dopo due o tre settimane. Ma per la legge italiana l’aborto può avvenire solo in ospedale, quindi occorre il ricovero anche per la pillola abortiva. Per questo la magistratura di Torino ha iscritto nel registro degli indagati Viale per aver lasciato tornare a casa le donne sottoposte al trattamento con pillola abortiva. È su tale aspetto che sono decisi a far leva i medici contrari alla Ru486, anche dopo l’eventuale via libera dell’Aifa.
Nell’ambito della campagna “Mai più violenza sulle donne” Amnesty international (AI) ha messo l’accento sulla “drammatica realtà di donne e bambini vittime di violenza sessuale e che subiscono ancora oggi le conseguenze della violazione dei loro diritti sessuali e riproduttivi”. Il diritto alla salute e la battaglia contro la violenza sulle donne implica anche per l’Ong “modificare o abrogare le leggi per effetto delle quali le donne possono essere sottoposte a imprigionamento o ad altre sanzioni penali per aver abortito o cercato di abortire” e “garantire l’accesso ai servizi legali e sicuri di aborto a ogni donna la cui gravidanza sia dovuta a una violenza sessuale o a incesto o la cui gravidanza presenti un rischio per la sua vita e la sua salute”. La decisione, arrivata dopo due anni di riflessione, è stata ufficializzata settimana scorsa dal 28° Incontro del Comitato internazionale di AI che ha coinvolto oltre 400 delegati da tutto il mondo.
Un autogol, ha scritto il giorno dopo il quotidiano dei vescovi l’Avvenire: “un’associazione nata per la difesa della libertà di coscienza, da sempre in prima linea per l’abolizione della pena di morte, ora ha ’saltato il fosso’ morale della neutralità sul tema aborto e si è schierata (pur con numerose critiche interne) per la possibilità dell’interruzione di gravidanza come ‘nuovo diritto umano’”. Per Eugenia Roccella, intellettuale e portavoce del Family Day, “i cosiddetti diritti riproduttivi, così come sono formulati nei documenti delle organizzazioni internazionali, sono a senso unico: servono solo a non riprodursi, e mai ad aiutare le donne ad avere figli”. “l’aborto”, ha scritto Roccella, “non si può considerare un diritto, anche le femministe lo sanno e lo dicono”. Amnesty è passata insomma “nel fronte antinatalista”. L’Ong però ribadisce: sul tema dell’aborto rimaniamo neutrali: “La nostra posizione non è per l’aborto come diritto ma per i diritti umani delle donne che devono vivere libere dalla paura, dalla violenza e dalle coercizioni quando affrontano le conseguenze dello stupro”. Una posizione comunque contestata dal segretario di Stato Tarcisio Bertone e dalle gerarchie ecclesiastiche: “Bisogna salvare la vita anche se frutto di violenza”.
“Io non me la sento di giudicare” dice Giovanna Zucconi, giornalista culturale de La Stampa che nei giorni scorsi ha provato a vestire i panni della donna che ha abbandonato il proprio bambino in un supermercato di Torino. Una madre, ha immaginato Zucconi, che ha sentito crescere il rifiuto nei confronti di un figlio nato da uno stupro. “Credo sia giusto ribadire la sacralità della vita, ma bisogna trovare l’umiltà di mettersi nei panni dell’altro e riconoscergli anche la libertà della disperazione e del rifiuto. Non può esserci un’altra imposizione in cui vittima sia ancora la donna, che ospita nel ventre qualcosa che è per metà suo e per metà del suo nemico. Il rapporto della madre con il figlio è fisico. È carne. Di fronte a questo dilemma credo che la scelta giusta sia uno sgomentato rispetto”.
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