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Eurispes

Divorziare costa: allo Stato quasi mezzo miliardo di euro all’anno

Il costo del divorzio

Quasi mezzo miliardo di euro. È la cifra che spende ogni anno lo Stato nelle aule di giustizia per divorzi e separazioni.

I dati sono dell’istituto di ricerca Eurispes, che ha moltiplicato il numero di cause attualmente definite presso gli uffici giudiziari per queste materie (539.878) e il costo medio annuale che ha per lo Stato ciascun procedimento, ovvero 815 euro: il risultato è appunto quella somma. Che rappresenta per le tasche degli italiani circa il 16,5% del costo totale della giustizia civile pari a 2,6 miliardi di euro.

Ma quale soluzione per far pesare di meno le crisi matrimoniali sulle tasche degli italiani? Secondo l’Eurispes bisognerebbe trasferire ai notai “le competenze in materia di separazione tra coniugi e volontaria giurisdizione allo scopo di alleggerire il carico della giustizia civile, gravata e rallentata da un numero ingestibile di processi, ma anche per ridurre i costi a carico dello Stato determinati da questo tipo di udienze”. I notai, fa notare l’istituto di ricerca, “potrebbero costituirsi come preistanza giudiziaria, per gestire il contenzioso che si sviluppa da separazioni e processi e dalle cause per volontaria giurisdizione”. Infatti, le separazioni con rito consensuale sono in Italia più del doppio di quelle con rito giudiziale. “Ciò induce a pensare che si tratti, nella maggioranza dei casi, di cause prive di elementi di elevata conflittualità, che potrebbero essere discusse e risolte senza ricorrere al tribunale”, spiegano all’Eurispes.

L’unica perplessità riguarda i costi notarili, se saranno più bassi o più alti per i due coniugi rispetto a quelli attuali. Un business di parecchi milioni di euro, visto che ogni anno secondo l’istituto di ricerca le separazioni e i divorzi in Italia coinvolgono circa 400 mila persone, tra coniugi e figli. In dieci anni dal 1996 al 2006 il numero delle separazioni tra gli italiani è cresciuto del 39,7% e dei divorzi del 51,4%.
Nel 2006, per esempio, le separazioni in Italia sono state oltre 80 mila, mentre i divorzi quasi 50 mila. Più contenute le rotture coniugali al Sud, il primato spetta al Nord Ovest, dove nel 2006 si sono verificate 24.885 separazioni e 17.693 divorzi. Fra le regioni, il primato delle crisi spetta alla Lombardia, dove si segnala il più elevato numero di separazioni (14.563) e divorzi (10.243); al secondo posto il Lazio (9.705 separazioni e 5.135 divorzi), al terzo il Piemonte (7.028 e 5.209).

Piccoli criminali calano

Baby gang

di Bianca Stancanelli

Nell’Italia ossessionata dalle imprese dei bulli rilanciate da YouTube, una piccola, buona notizia arriva dalle statistiche del ministero della Giustizia: il numero dei minorenni arrestati è in calo, lento e costante. Erano più di 4 mila dieci anni fa, si sono fermati a quota 3.385 nel 2007. Nei primi sei mesi di quest’anno, i ragazzi entrati in un Cpa, i centri di prima accoglienza, le strutture filtro dove i minorenni vengono portati dopo il fermo o l’arresto, sono stati 1.612. Hanno scritto i ricercatori dell’Eurispes nell’ultimo Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza: “I tassi di delinquenza minorile registrati nel nostro Paese diminuiscono in modo pressoché costante”. E hanno annotato: “La situazione italiana appare oggi decisamente meno grave rispetto a quella della maggior parte dei paesi europei in condizioni economico-sociali simili alle nostre”.
Sullo sfondo c’è uno scenario in continuo mutamento. Segnala il criminologo Ernesto Savona: “Dai dati del ministero dell’Interno, nel primo semestre 2008 risultano una diminuzione delle denunce di reato e un aumento del numero di reati per i quali è stato identificato l’autore. Ma tra quegli autori di reato si contano più minorenni che nel primo semestre 2007″. Una contraddizione? “No” risponde Savona “piuttosto il segno che le forze di polizia lavorano con più efficacia. E prendono più delinquenti, maggiorenni o minorenni che siano”.

Gli scenari della criminalità minorile sono in rapido mutamento. Da anni, sull’onda delle grandi migrazioni degli anni Novanta, il numero dei minorenni stranieri arrestati ha sorpassato quello degli italiani. Fino al 1996 il 52 per cento dei ragazzi che entravano in un cpa erano italiani. Dal 1997 gli stranieri sono diventati la maggioranza, fino a toccare punte record del 59 per cento degli arresti. Ma a sorpresa, nei primi sei mesi di quest’anno gli esperti del Dipartimento della giustizia minorile hanno annotato una novità che va ancora decifrata: tra i 1.612 minori entrati in un centro di prima accoglienza, gli italiani sono stati 823, la maggioranza, contro 789 stranieri.
È un fenomeno che ha il suo epicentro a Roma. Spiega Donatella Caponetti, responsabile del Centro per la giustizia minorile del Lazio: “Assistiamo al riassettarsi di una situazione che era stata segnata per anni da una grande anomalia: a partire dal 2004, c’era stato a Roma un enorme aumento della criminalità minorile, soprattutto romena. Un’esplosione che ha cominciato a riassorbirsi con l’ingresso della Romania nell’Unione Europea”. Nel 2006, nel solo Lazio, i minorenni romeni arrestati erano stati 515. Nel 2008 si sono dimezzati. Sostiene il criminologo Savona: “Sono diminuiti notevolmente anche gli arresti di romeni adulti. L’impressione è che tanti abbiano deciso di andarsene dall’Italia”.

È proprio fra gli stranieri che si conta il maggior numero di bambini sorpresi a commettere reati, in massima parte furti e borseggi. Dal gennaio al giugno 2008 sono stati 112 i minori di 14 anni portati in un centro di prima accoglienza e rilasciati perché non imputabili. La maggioranza proveniva da paesi dell’Est europeo: Bosnia, Croazia, Romania, Serbia e Montenegro.
Sostiene Donatella Caponetti: “A Roma abbiamo un gran numero di reati contro il patrimonio continuamente reiterati da minorenni non imputabili. È un dato che sicuramente non ci piace”. E non è l’unica ragione di preoccupazione. Racconta la responsabile del Centro per la giustizia minorile: “Una novità degli ultimi anni è data dall’arrivo nei nostri servizi di ragazzi che manifestano problemi di tipo psichiatrico. Per loro è più difficile l’inserimento in comunità educative. Accade sia con i ragazzi italiani sia con gli stranieri. Per questi ultimi stiamo cominciando a collaborare anche con etnopsichiatri, che ci aiutino a capire e a intervenire. Quanto agli italiani, notiamo un aumento dei ragazzi, anche figli di famiglie benestanti, che hanno gravi problemi nell’ambito familiare. È una novità che ci preoccupa anche perché, sui tassi decisamente più contenuti di devianza minorile nel nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee, incide probabilmente la maggior tenuta delle nostre famiglie, una realtà sociale più solida”.

Sono segnali da non trascurare. Soprattutto in un paese che ha un codice minorile tra i più avanzati al mondo e un sistema d’intervento studiato con attenzione in Europa. Rivendica Donatella Caponetti: “Inglesi e francesi sono venuti a visitare le nostre carceri, si sono stupiti nel constatare come siano prive di violenza. Nei confronti dei minorenni c’è in Italia un fortissimo investimento di risorse. I finanziamenti per i progetti ci arrivano dagli enti locali, dalle Regioni, dai privati, come banche e grandi aziende. È una realtà degli ultimi anni che ci ha consentito di conseguire risultati interessanti e di sopperire alla diminuzione degli stanziamenti da parte dello Stato, che ha già annunciato, per il 2009, un taglio di spesa del 30 per cento rispetto al 2008″.

E anche di sperimentare strumenti innovativi. Uno dei più riusciti è la messa alla prova, inaugurata nell’autunno del 1991. Adottata dal giudice, la messa alla prova sospende il processo per consentire al ragazzo di dedicarsi a un progetto di recupero che può durare da un mese a tre anni (la media è di poco inferiore ai dieci mesi). Trascorso quel periodo, il giudice valuta i risultati del lavoro svolto: se è convinto che sia servito, dichiara l’estinzione del reato, come se non fosse mai stato commesso.
In 15 anni la giustizia minorile ha quadruplicato l’adozione dei provvedimenti di messa alla prova: erano stati 788 nel 1992, sono diventati 2.339 nel 2007. E i risultati sembrano essere eccellenti. Hanno scritto gli esperti del Dipartimento della giustizia minorile, calcolando la media per tutti gli anni Duemila: nell’80,7 per cento dei casi, concluso il periodo di prova, il giudice si è pronunciato per l’estinzione del reato. Una quota di successi così alta da convincere il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a proporre l’adozione di uno strumento simile anche per gli adulti. Senza fortuna: impallinata da una scarica di polemiche, la proposta è stata rapidamente ritirata.

Irrequieti, sensibili, senza tabù sull’omosessualità: ecco i teenager di oggi

Giovani in viaggio
Bevono più alcolici che succhi di frutta, il loro peggior incubo è quello di essere rapiti e giocano con videogiochi pericolosi. Irrequieti ma anche più sensibili, considerano l’omosessualità un comportamento normale e fanno amicizia con i coetanei stranieri. Sono così i bambini e gli adolescenti di oggi, protagonisti del nono Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza che Eurispes e Telefono Azzurro hanno presentato oggi a Roma.

Dalle due diverse analisi (fatte per età tra 7-11 anni e 12-19) emerge una generazione di “tecnoager”, ragazzi alla ricerca di un equilibrio non facile visto che soltanto uno su due crede al futuro e ogni giorno si confronta con problemi da adulti.
Primo fra tutti l’alcol: il 45 per cento inizia a bere prima dei 15 anni e il 18 per cento non ne ha ancora compiuto 11 quando alza il primo bicchiere. Oltre la metà dei ragazzi tra i 12 e i 19 anni beve, il 7,8 per cento lo fa “spesso”, mentre il 38,8 per cento racconta di non aver mai toccato un goccio di alcol. Tra chi dice di bere solo “occasionalmente”, l’1,3 per cento, sono più numerose le ragazze: il 55 per cento dichiara infatti di farlo qualche volta, a fronte del 47,2 per cento dei ragazzi.
Per sentirsi più grandi o per socializzare, qualsiasi sia il motivo, sono i maschi a bere più spesso (l’8,3 per cento contro il 7,4 per cento delle femmine) o addirittura tutti i giorni (il 2,4 per cento contro lo 0,4 per cento).
I più “sobri” sono i giovani del Nord-Est, il 55,8 per cento di loro non tocca mai un bicchiere di alcol. Al contrario, il 57,2 per cento dei ragazzi del Nord-Ovest dichiara di consumare bevande alcoliche solo qualche volta. È invece al Sud che Bacco attira più adolescenti: il 10,8 per cento bevono spesso e il 2,3 per cento lo fanno tutti i giorni.
Per il 49,6 per cento degli adolescenti sono le feste a offrire l’occasione migliore o la compagnia di altre persone (27,9 per cento). Bevono perché ne hanno voglia o durante i pasti rispettivamente il 16,3 per cento e il 3,9 per cento del campione.

Hanno abitudini da grandi, ma sono ancora dominati dalle paure: essere rapiti è un vero e proprio incubo per il 22,6 per cento dei bambini. Tra i ragazzi compresi tra 12 e 19 anni, il timore di essere oggetto di una violenza sessuale (17 per cento) affligge il 22,6 per cento delle ragazze e il 10,9 per cento dei maschi. Dopo lo stupro, segue la paura di essere importunati da sconosciuti, che riguarda l’11 per cento degli adolescenti (13,1 per cento per le ragazze e 8,4 per cento per i maschi). Essere picchiati da altri coetanei non è invece una paura ricorrente: l’84,3 per cento degli adolescenti italiani non è infatti mai stato aggredito da un coetaneo, rispetto al 10,5 per cento che ammette di esserlo stato, seppur raramente, e il 3,5 per cento che dichiara di essere stato vittima di aggressioni da parte di altri ragazzi solo qualche volta. Ancora più insolite sono le aggressioni da parte di sconosciuti: il 92 per cento non è mai stato aggredito da parte di persone fuori dal proprio circolo di conoscenze.

E nonostante più della metà dei piccoli intervistati (il 56,7 per cento) sostenga di non essersi mai sentito in pericolo, il 38,3 per cento di essi confessa di essere stato protagonista di una situazione in cui si è sentito messo a rischio o ha dovuto fronteggiare una situazione di emergenza. Il 39,2 per cento dei bambini dichiara di non essersi sentito al sicuro andando in giro per la città, il 23,8 per cento restando a casa, il 14,5 per cento non sa o preferisce non rispondere, il 10,1 per cento a scuola, il 7,6% ha risposto “altro” (in vacanza, al mare, al supermercato). Il 4,8 per cento si è invece sentito in pericolo navigando in Internet.
Secondo quanto emerso dall’indagine fatta da Eurispes e Telefono Azzurro, le città avvertite come più pericolose da parte dei bambini (46,7 per cento) sono quelle del Centro. Le percentuali di bambini che vivono in altre regioni e che hanno avuto paura all’interno della propria città riguardano, in ordine: il 40,2 per cento del Sud, il 39,4 per cento delle Isole, il 36,6 per cento del Nord-Ovest ed il 34,2 per cento del Nord-Est, dove si registra il numero più alto di bambini che si sono sentiti in pericolo a casa (34,2 per cento).
Le scuole meno sicure, secondo il 24 per cento dei ragazzi che hanno partecipato all’indagine, sembrano essere quelle delle Isole, che non reggono il paragone con gli istituti delle altre aree geografiche, all’interno dei quali si è sentito in pericolo: il 9,6 per cento dei bimbi al Nord-Est, il 9,3 per cento al Centro, il 7,8 per cento al Sud ed il 6,9 per cento al Nord-Ovest.

Davanti alla paura, il primo pensiero rassicurante è sempre quello dei genitori, che restano il principali punti di riferimento: il 42 per cento dei bambini ha risposto di essersi rivolto a loro o comunque ad una figura adulta degna di fiducia, il 14 per cento ha conservato il segreto, decidendo di non parlarne con nessuno, il 9,5 per cento ha preferito contare sulle proprie forze, difendendosi da solo, il 6,9 per cento ha confidato l’accaduto ad un amico ed un’esigua minoranza (il 3,2per cento) ha chiamato un numero di emergenza.

La scuola non fa però solo paura, ma è anche occasione per socializzare: il 54,8 per cento degli alunni italiani dichiara di aver fatto amicizia con i suoi coetanei stranieri, molti parlano invece di una semplice simpatia (12,6 per cento) o interesse (2,5 per cento). Ma ci sono anche casi in cui il processo di integrazione non è così avanzato: il 3,4 per cento dei bambini intervistati si dimostra indifferente nei confronti dei compagni stranieri, oppure prova fastidio (1,3 per cento), paura o antipatia (1 per cento). Complice dell’integrazione è la percentuale di classi nelle quali è iscritto almeno un bambino straniero: 61,6 per cento, solo nel 35,6 per cento delle classi non è invece presente alcun bambino di nazionalità diversa da quella italiana.

Quasi metà dei ragazzi è favorevole ai matrimoni gay. L’omosessualità diventa così per le nuove generazioni un comportamento normale. Secondo il rapporto Eurispes-Telefono Azzurro, infatti, per il 35,6 per cento dei ragazzi compresi tra i 12 e i 19 anni, si tratta di una scelta che non va criticata, mentre il 24,9 per cento è indifferente all’argomento. Uno su cinque (20 per cento) la considera una forma d’amore. Solo per l’11,6 per cento dei ragazzi si tratta di una cosa “immorale e contro natura”, mentre l’1,9 per cento afferma addirittura che andrebbe perseguita.
Infine per quasi la metà dei ragazzi (47,6 per cento) le coppie omosessuali hanno il diritto di sposarsi col rito civile, una scelta condivisa dal 53,5 per cento delle ragazze contro il 40,4 per cento dei maschi.

Bambini o adolescenti tutti giocano con i videogiochi, anche quelli non adatti alla loro età. Se tv, telefonino, consolle, lettore mp3 e internet fanno ormai parte della dotazione hitech di base delle nuove generazioni, a essere più sensibili alla tecnologia “pericolosa” sono i ragazzi: se quasi la metà dei bambini italiani ha avuto tra le mani un videogioco proibito, il 64,2 per cento di loro è un maschio, contro il 31,6 per cento delle femmine. Il 38,5 per cento è consapevole del fatto che i videogiochi violenti non sono adatti per loro, mentre il 22,4 per cento li reputa divertenti. Un bambino su cinque (20,9 per cento) afferma che giocare con videogiochi violenti porta a comportarsi in modo violento. Segue il gruppo di quanti sostengono che i videogiochi violenti servano per scaricare la rabbia (8,5 per cento) mentre il 4,8 per cento ritiene che facciano provare un senso di forza e potenza.

Videogiochi o televisione, la violenza infastidisce, anche se il 59,8 per cento è poco (20,6 per cento) o per nulla (39,2 per cento) turbato se vede immagini di zombie e mostri sullo schermo. Il 53,8 per cento dei bambini si dice poco (17,4 per cento ) o per nulla (36,4 per cento) spaventato da immagini di guerra e il 49,7 per cento del campione dice di mostrare poco (17,2 per cento) o nessun (32,5 per cento) fastidio nei confronti di immagini di sangue e ferite.
Le scene di morte sono però quelle che fanno sempre paura: il 46,8 per cento del campione si dice molto (31,9 per cento) e abbastanza (14,9 per cento) infastidito, soprattutto le bambine.

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La discussione sul FORUM: Rave party e droghe: i ragazzi sono solo “vittime”?

Giustizia: Eurispes, in Italia si rinviano 7 processi su 10

L'aula di un tribunale

Ogni giorno, in Italia, si rinviano 7 processi penali su dieci. Vuoi perché manca l’imputato o perché non ci sono aule dove celebrarli. A volte non si trovano i fascicoli dei procedimenti, altre volte mancano il giudice o il pubblico ministero, mentre in altri casi serve prendere tempo per generiche “esigenze difensive” o per consentire all’avvocato di seguire un’udienza di un’altra causa, che si svolge in contemporanea. E non mancano, poi, gli errori nelle notifiche degli atti processuali o l’elevato numero di udienze in una sola giornata che rende impossibile seguirle tutte o, più banalmente, l’assenza dell’interprete o del perito, senza i quali non si può svolgere alcuna attività
Basta questo per dire che l’istantanea sulla giustizia italiana è a tinte fosche. E gli elementi sono contenuti in un’indagine svolta dall’Eurispes in collaborazione con l’Unione camere penali.
Il tema era già stato sviluppato lo scorso anno, ma soltanto nella Capitale, e grazie alla collaborazione della Camera penale romana. Oggi l’osservazione svolta riguarda 12.918 schede, ognuna delle quali corrisponde ad un processo penale monitorato. Si va in ordine alfabetico, da Ancona a Venezia, passando per Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Firenze, Lucca, Macerata, Melfi, Milano, Modena, Modica, Monza, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Roma, Salerno, Sassari, Torino, Trani, Trieste, Varese. Le proporzioni tra udienze collegiali (8%) e monocratiche (92%) monitorate sono sostanzialmente rispettose del rapporto percentuale tra processi monocratici e collegiali quotidianamente celebrati in Italia - si spiega. Dalla rilevazione è emerso, come dato generale, che la durata media della trattazione di un processo in udienza è di 18 minuti per i processi celebrati dinanzi al giudice monocratico (a Roma si arriva a 12,51 minuti) e di 52 minuti per quelli celebrati dinanzi al collegio (32 nella Capitale).
Perché si rinviano ogni giorno 7 processi su dieci? L’analisi delle ragioni di rinvio dei processi (69,3% sul totale) distingue tra cause di rinvio di carattere generale, che riguardano la totalità dei processi monitorati, e cause di rinvio proprie dell’istruttoria dibattimentale, che rilevano ciò che accade oltre la fase preliminare della udienza, quando tutto è pronto per lo svolgimento (parziale o conclusivo) della istruttoria dibattimentale (esame testi e consulenti, svolgimento di perizie ed esperimenti giudiziali, esame dell’imputato e delle parti offese, confronti).
Il legittimo impedimento dell’imputato determina il rinvio del 2,6% dei processi. Non di molto superiore (5%) la percentuale dei rinvii dovuti al legittimo impedimento del difensore. I rinvii “per esigenze difensive”, che non derivano da norme processuali che li legittimino e li impongano al giudice, quanto piuttosto determinati da necessità processuali contingenti, rappresentano il 6,6% del totale. Significativamente alta invece la percentuale dei processi rinviati per problemi tecnico-logistici, 6,8% (si tratta di ragioni quali, ad esempio: indisponibilità dell’aula, indisponibilità del trascrittore, assenza dell’interprete di lingua straniera, ma anche, con frequenza tutt’altro che marginale, per mancanza del fascicolo del pm e, in alcuni casi, del fascicolo del dibattimento).
Dal rapporto emerge, poi, come funzionino ancora poco i riti cosiddetti alternativi al giudizio ordinario, in particolare rito abbreviato e patteggiamento. Nel 90% dei casi monitorati, infatti, il dibattimento si svolge nelle forme del rito ordinario, mentre solo nel 5,4% dei casi con il rito abbreviato e nel 4% con il patteggiamento.
Analizzando poi il dato complessivo del rapporto tra udienze che si concludono con sentenza ed udienze che si concludono con un rinvio, non sorprende che il Sud sfiori la media dell’80% dei rinvii, mentre il Nord-Ovest (62,9%) e il Nord-Est (60,5%) si assestino sulla percentuale di circa il 60% o di poco superiore. Anche al Centro si registra un dato considerevole (70,5%). Per quanto riguarda le ragioni dei rinvii, si registrano indicatori “a macchia di leopardo” in tutte le aree geografiche considerate.

Il VIDEO servizio:

L’Eurispes: in Italia più di 250 siti pro anoressia

 Toscani contro l'anoressia

Blog, forum e social network nuovo “confessionale” e luogo di ritrovo virtuale per chi condivide la stessa ossessione: il cibo. Se nel mondo sono 300 mila i siti a favore dell’anoressia, creati da persone che soffrono di questo disturbo, in Italia si contano circa 260 blog che raccontano di anoressia, bulimia o in generale di disturbi dell’alimentazione. E tutti sono creati da ragazze molto giovani: l’età media delle autrici è infatti di 17 anni, ma non mancano 12 o 13enni. La fotografia del fenomeno arriva dall’Eurispes, che ha condotto un monitoraggio della rete, durato 10 giorni, dallo scorso 28 luglio al 6 agosto. “Un Osservatorio che - riferisce l’Eurispes - continuerà fino alla fine di settembre ad analizzare e catalogare la realtà del fenomeno online con l’obiettivo di offrire un quadro completo della situazione italiana”.
“L’anoressia e la bulimia, almeno fino all’introduzione delle nuove tecnologie” commenta l’Eurispes “erano vissute in modo ‘privato’, nella segretezza. Le persone anoressiche o bulimiche tendono infatti ad isolarsi, a nascondersi, a rinunciare ai rapporti sociali. Il senso di inadeguatezza, la paura di farsi vedere ‘grasse’, il nervosismo che deriva dalla deprivazione da cibo conducono a una vita di solitudine. Il web ha interrotto questo isolamento. Oggi i giovani, in particolar modo le ragazze, hanno trovato un mezzo per socializzare pur rimanendo isolati. A casa, in solitudine, dopo aver allontanato fisicamente tutti gli amici, si incontra una nuova cerchia di amici virtuali”. Fra i blog monitorati, più della metà risultano ancora attivi (153), 10 sono sospesi, ossia non aggiornati da almeno un anno, 62 sono stati privatizzati (cioè resi fruibili solo da una cerchia ristretta di persone che accedono solo dopo l’approvazione dell’autore), mentre 36 sono stati oscurati. Bisogna sottolineare che i blog privatizzati, così come quelli oscurati, non rendono noto il contenuto del ‘diario’, per questo l’Eurispes ha ritenuto opportuno conteggiare solo quelli in cui l’indirizzo web faccia esplicitamente riferimento all’anoressia o ai disturbi alimentari.
L’Eurispes ha dunque “fotografato” i blog e tracciato l’identikit delle persone che li frequentano. Scoprendo che “sono tutte ragazze le autrici dei blog visitati, con una età media di 17 anni, anche se non mancano le giovanissime di 12 o 13 anni. La perfezione è nei 40 chilogrammi, ma per le ragazze è un percorso graduale caratterizzato da vari step, che dipendono dal peso di partenza e che spesso hanno come traguardo i 30 chili. Elemento distintivo che accomuna la maggior parte dei siti - prosegue l’Eurispes - è la descrizione del DA (diario alimentare), tutto quello che le autrici hanno ingerito nell’arco della giornata. E accanto ad ogni alimento c’è il conteggio delle calorie, con la somma finale di quelle assunte nell’intera giornata. I siti sono coloratissimi e non mancano foto delle ‘thinispiration’ (modelle o attrici magrissime che diventano icone ed esempi da seguire)”.
“Navigando in internet” aggiunge l’Eurispes “è facile imbattersi, digitando alcune parole chiave come thinspo, thininspiration, pro-ana, pro-mia, in blog di ragazze che ‘postano’ (lasciano o affiggono un messaggio in un newsgroup o in un forum di discussione) sui loro diari alimentari le loro aspettative, calorie, ma anche storie, sentimenti, emozioni. Questi disturbi, raccontati sul web, offrono talvolta un’idea diversa del disturbo: le modelle magre e le thinispiration non sempre sono la fonte di ispirazione o la causa della malattia. Tra le righe” concludono gli autori della ricerca “si legge molta sofferenza che deriva da episodi traumatici vissuti nell’infanzia, abusi e violenze fisiche o psicologiche, da un cattivo rapporto con i genitori o, più semplicemente, dal fallimento di una storia d’amore”.

Holding ‘ndrangheta: “fattura” il 3 per cento del Pil italiano

La strage di Ferragosto
La strage di Duisburg

‘Ndrangheta, una vera e propria holding internazionale in grado di fatturare nel 2007 poco meno di 44 miliardi di euro, pari al 2,9 per cento del prodotto interno lordo italiano. Un giro d’affari equivalente alla ricchezza nazionale prodotta insieme da Estonia (13,2 miliardi di euro) e Slovenia (30,4 miliardi di euro). È quanto illustrato dal dossier “Ndrangheta 2008″, realizzato dall’Eurispes.

L’istituto ha mappato 131 cosche attive in Calabria: 73 in provincia di Reggio Calabria, 21 a Catanzaro, 17 a Cosenza, 13 a Crotone e 7 a Vibo Valentia. La ‘ndrangheta calabrese, di fatto, supera in giro d’affari e influenza le mafie “tradizionali” come Cosa Nostra, camorra e Sacra Corona Unita. Gli “addetti ai lavori” concordano nell’indicare la ‘ndrangheta come l’organizzazione criminale al momento più pericolosa, dalla vocazione internazionale sempre più spiccata e dalla struttura sempre più tentacolare, al punto da richiamare il modello di Al Qaeda. L’organizzazione ha infatti assunto, in Italia e all’estero, un ruolo di primo piano nel mercato internazionale degli stupefacenti, e dispone di ingenti risorse finanziarie, che consolidano la sua immagine ai vertici del crimine organizzato transnazionale, dove è riuscita a consolidare rapporti di partenariato, dimostrati dai contatti diretti con i principali cartelli che immettono la droga sul mercato mondiale.

Il settore più remunerativo si conferma proprio quello del traffico di stupefacenti, che determina introiti per 27.240 milioni di euro,oltre il 62 del monte profitti illeciti. Sul fronte dell’impresa, il fatturato dei gruppi criminali locali è stimato in 5.733 milioni, grazie alla crescente infiltrazione negli appalti delle opere pubbliche e alla compartecipazione in imprese di tutti i tipi. Completano i proventi illeciti i mercati di estorsione e usura (5.017 milioni), traffico di armi (2.938), mercato della prostituzione (2.867 milioni di euro). Tra il 1999 e il 2008 in Calabria si sono verificati 202 omicidi di ‘ndrangheta, con un incremento del 667%. Tra il 1992 e il 2007 sono stati sequestrati e confiscati beni pari a 231 milioni di euro.

Il 10% delle intercettazioni telefoniche dell’intera Italia vengono effettuate nella sola provincia di Reggio Calabria. Ma solo il 6,7% dei calabresi vorrebbe l’esercito a presidiare il territorio. Sono 38 i casi di amministrazioni comunali calabresi sciolte per infiltrazioni mafiose dal 1991 al 2007. Una performance negativa pari al 22,5% del totale dei comuni colpiti da provvedimento di scioglimento registrato nelle province calabresi, campane, pugliesi e siciliane che ha riguardato, nel periodo considerato, 169 realtà comunali. Il territorio provinciale più colpito si conferma Reggio Calabria, con 23 comuni sciolti per infiltrazione della ‘ndrangheta, dietro solo a Napoli nella graduatoria generale con 44 casi. Tra il ‘92 e il 2006, i latitanti pericolosi finiti in manette sono stati oltre 3.650, di cui 598 nella sola Calabria.

Qui il testo integrale del DOSSIER

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Province inutili e costose? Dietro l’angolo c’è la Città Metropolitana

Sui tetti della cittÃ

Un risparmio di spesa per lo Stato di 10,6 miliardi di euro l’anno. Le Province, la cui utilità effettiva è messa in dubbio ormai da anni, sono anche dispendiose. Secondo una ricerca dell’Eurispes, nel 2006 la Province italiane sono costate 13 miliardi, contro gli 11 e i 2 miliardi di euro, rispettivamente, di flussi finanziari in entrata e di indebitamento. Di questi 13 miliardi il 18,3% è rappresentato da spese per i redditi da lavoro dipendente, il 28,4% da consumi intermedi, il 22,3% da investimenti fissi lordi ed il 31% da tutte le altre voci di spesa. Nell’ipotesi in cui il personale delle Province (pari a 62.778 tra dirigenti e impiegati), venisse reimpiegato in altre amministrazioni o istituzioni locali, ci sarebbe un risparmio complessivo pari a 10,6 miliardi di euro, dal momento che verrebbero meno tutte le altre voci di spesa attuali.

Il crescente indebitamento della pubblica amministrazione negli ultimi anni deriva, in massima parte, dal peggioramento dei conti economici delle amministrazioni centrali. A partire dal 2001 le entrate e le spese sono aumentate, rispettivamente, da 315 a 367 miliardi di euro (+16,5%) e da 354 a 425 miliardi di euro (+20,6%), con effetti immediati sul livello di indebitamento.

Un peggioramento dei conti che ha interessato anche gli enti locali (dalle Regioni, alle Province, ai Comuni). In particolare, dal 1986 al 2006, le entrate delle Province sono aumentate a un tasso di crescita medio annuo del 13,9%, ovvero il 5,3% in più rispetto a quello di tutte le amministrazioni pubbliche e lo 0,6% in più rispetto a quello delle amministrazioni centrali. A causa del tasso di crescita così elevato, le entrate provinciali sono quasi quadruplicate nel corso di un ventennio, raggiungendo, nel corso del 2006, gli 11 miliardi di euro, contro i 2,9 del 1986. Nello stesso arco temporale, tuttavia, oltre alle entrate sono aumentate anche le spese, tanto che solo in alcuni anni le Province italiane sono state in grado di soddisfare pienamente il proprio fabbisogno finanziario. Con tasso di crescita medio annuo del 16,6% (+2,7% rispetto alle entrate), le spese delle Province hanno toccato, nel corso del 2006, i 13 miliardi di euro.
Negli ultimi anni l’indebitamento ha iniziato una preoccupante fase di crescita: dai 500 milioni di euro del 2001 ai 2 miliardi di euro del 2006. E per la prima volta dopo quasi un ventennio, una percentuale rilevante del debito delle amministrazioni pubbliche è legato al cattivo andamento dei conti delle Province: dei 15 miliardi di euro in più fatto registrare tra il 2001 ed il 2006 dalle amministrazioni pubbliche, il 5,5% è imputabile ai costi di gestione delle amministrazioni provinciali.

Ma le Province in realtà stanno già sopravvivendo a se stesse. La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 infatti prevede l’istituzione della “Città Metropolitana“, che dovrebbe sostituire la Provincia. Almeno per quanto riguarda Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia. Il governo ha dato avvio al processo nel gennaio 2007, ma per ora nessuna città, o gruppo di città, ha preso l’iniziativa.

Politica, istituzioni e Chiesa: la fiducia degli italiani crolla. Si salva il Quirinale

Cambio della Guardia del Reggimento Corazzieri sul Piazzale del Quirinale in occasione della Festa del Tricolore | Ansa
L’unico che riesce a salvarsi è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Oltre il 58 per cento degli italiani, secondo l’Eurispes, conferma anche nel 2008 la propria fiducia nei confronti del Quirinale. Ma la percentuale in un anno è scesa di quasi cinque punti a causa di un “generale rifiuto della politica”. Per il resto le istituzioni sono bocciate su tutti i fronti. Chi se la passa peggio, secondo l’istituto di ricerca, sono gli inquilini di Palazzo Madama e di Montecitorio. Una maggioranza “schiacciante” di cittadini , il 75,3 per cento, ha poca o nessuna fiducia verso il Parlamento. In un anno ben nove punti in meno. Non va certo meglio al governo. Nel 2008 solo un cittadino su quattro vi ripone fiducia, contro il 30,7 per cento del 2007. Per l’Eurispes sono soprattutto coloro che appartengono all’area politica di destra e di centro-destra a sentire diminuita la propria fiducia nelle istituzioni. Invece “la quota di chi sente un aumento di fiducia, sia pur marginale, è più consistente tra gli elettori di sinistra e centro-sinistra”.

Al secondo posto dopo il presidente della Repubblica si attesta la magistratura che raccoglie il 42,5 per cento dei fiduciosi. Ma nello stesso tempo vede più della metà dei cittadini sfiduciati. Fuori dalle stanze del potere la situazione, commenta l’Eurispes, va un pochino meglio. In pole position restano salde le associazioni di volontariato che pure devono fare i conti con un calo di sette punti percentuali. Seguono carabinieri e polizia. Crolla decisamente la fiducia nei confronti della Chiesa e delle istituzioni religiose. Si passa dal 60,7 per cento del 2007 al 49,7 per cento del 2008. Aria di crisi si respira anche tra i banchi di scuola. L’istituzione scolastica ispira fiducia solo ad un terzo dei cittadini intervistati dall’Eurispes. All’ultimo posto ci sono i partiti. Chi vi ripone ancora fiducia è praticamente una razza in estinzione. Appena il 14,1 per cento degli italiani.

E alla fine, dopo tanta sfiducia, come si comportano gli italiani quando arriva il momento delle elezioni? Secondo l’Eurispes il 77,1 per cento dichiara di andare sempre a votare. Il 13,9 per cento lo fa qualche volta, il 4 per cento quasi mai e il 2,8 per cento mai. L’astensionismo, conclude l’istituto di ricerca, è soprattutto una espressione di indifferenza nei confronti della politica per il 46 per cento; per il 37 per cento è espressione di protesta e soltanto per una piccola minoranza si tratta di un normale comportamento elettorale. Comunque se sul piatto della bilancia gli italiani dovessero trovare da un lato Beppe Grillo o Nanni Moretti e dall’altro un qualsiasi politico, la scelta ricadrebbe sempre sui personaggi noti di cinema e tv.

Il VIDEO servizio:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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