Leggi tutte le notizie su:


euro

Come funziona lo scudo fiscale: pagate e vi sarà aperto

Il caveau di una banca

La preda: 600 miliardi di euro fuggiti all’estero, in Svizzera e in altri paradisi offshore.
L’obiettivo: riportarne a casa almeno 100.
Lo scopo: ricavarne 5 miliardi cash offrendo ai fortunati proprietari uno scudo contro ogni grana fiscale e amministrativa passata, presente e futura.

Altre parti in causa: le banche, ancora sotto botta per la crisi che ha falcidiato depositi e gestioni e che ora attendono come una manna questo flusso di denaro. Ma anche Silvio Berlusconi, che su parte di quei miliardi ha messo gli occhi per destinarli alla ricostruzione dell’Abruzzo, una scommessa che non può perdere. In mezzo al ring Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, ideatore dal 2001 al 2003 dei primi due scudi che fecero rimpatriare o regolarizzare 77,7 miliardi, con un introito per le casse pubbliche di 2,1 miliardi. Ecco come funziona lo scudo ter.

Tassa sui rendimenti.
La formula scelta prevede di fatto un’aliquota doppia rispetto al passato: il 5 per cento. Ci si arriva attraverso una tassa del 50 per cento annuo sui rendimenti ottenuti dai capitali all’estero nei 5 anni precedenti il rimpatrio o la regolarizzazione: rendimenti fissati convenzionalmente al 2 per cento annuo. L’imposta si applica “sulle attività finanziarie e patrimoniali detenute almeno fino al 31 dicembre 2008 e rimpatriate ovvero regolarizzate a partire dal 15 ottobre 2009 e fino al 15 aprile 2010″.

Un paio di calcoli.

Che significa? A differenza del 2001-2003, quando una tassa del 2,5 per cento venne applicata direttamente sui capitali offshore, stavolta l’imposta è sui redditi prodotti da quei capitali. Rendite, però, inchiodate al 2 per cento l’anno, con tassa del 50. In altre parole: per fare rientrare dalla Svizzera 100 milioni che convenzionalmente hanno fruttato 10 milioni in 5 anni, si pagano 5 milioni. Se rientrassero 100 miliardi dai vari paradisi, l’obiettivo di incassare 5 miliardi sarebbe raggiunto.
Ma non si poteva tassare direttamente il capitale? Tremonti (anche se il testo è frutto di un emendamento) ha preferito seguire la via di altri paesi europei, come la Gran Bretagna, che per i loro scudi prevedono un’aliquota sugli interessi. Interessi, almeno per l’Italia, “sintetici”. Perché fino al 2007 quei capitali hanno probabilmente reso assai di più (la media Fideuram per i fondi monetari e obbligazionari italiani è stata nel 2003-2007 del 9 per cento), però nel 2008 la musica è drasticamente cambiata: su 66 mila fondi europei, gli azionari hanno perso il 42 per cento, gli obbligazionari il 5, i bilanciati il 20. Per evitare calcoli complicatissimi o furbesche autocertificazioni al ribasso si è deciso per il 2 per cento fisso. Non solo, stavolta i capitali devono rientrare fisicamente. Tranne quelli posseduti in paesi dell’Ue, o aderenti allo Spazio economico europeo (Islanda, Liechtenstein e Norvegia), che, pagata la tassa, possono restare là dove sono.

La fretta di Berlusconi.
Il presidente del Consiglio aveva in realtà puntato su un’altra soluzione: doppia aliquota, più bassa per chi investisse i soldi rimpatriati in titoli di stato, più alta per tutti gli altri. È il 20 marzo, al termine del Consiglio europeo, che Berlusconi parla per la prima volta di scudo: “Ma solo per i singoli che investissero nelle proprie aziende in Italia o sottoscrivessero emissioni particolari di titoli pubblici”.
La pratica diviene urgente dopo il terremoto del 6 aprile, con la promessa di dare a ognuno un tetto entro novembre, la ricostruzione. A Palazzo Chigi servono 3 miliardi “blindati”; e per un po’ è circolata una prima bozza di scudo, in 10 cartelle, che prevedeva proprio la doppia aliquota e “un’emissione speciale della Cassa depositi e prestiti”.

Tremonti sulle spine.
Quasi fosse un vangelo apocrifo, Tremonti ha sconfessato immediatamente quel documento. Anche perché conteneva una sanatoria per capitali frutto di reati che andavano dal falso in bilancio alla bancarotta fraudolenta. Il condono, per la verità, si sarebbe limitato agli aspetti tributari e contributivi, mentre lo scudo sarebbe stato inapplicabile nel caso di indagini della magistratura. Ma tanto era bastato a far montare le polemiche. Alla bocciatura preventiva ha comunque provveduto Laszlo Kovacs, commissario europeo per la Fiscalità, che ha visto nell’aliquota preferenziale per i titoli di stato italiani una forma di concorrenza sleale.

Paradisi perduti.
Il ministro è stato a lungo sotto pressione, ma sapeva anche di agire in una situazione molto più favorevole rispetto al passato. Stati Uniti, Europa e Giappone stanno mettendo la Svizzera con le spalle al muro perché allenti il suo segreto bancario. E altri paesi predispongono scudi per fare rientrare i capitali. Il governo di Berna ha firmato già dal 2003 con la Ue la Saving tax directive, cioè l’applicazione sui capitali di cittadini comunitari di un’aliquota che salirà fino al 35 per cento nel 2011; la tassa viene girata ai paesi di provenienza, detratto il 25 per cento che trattiene il fisco svizzero. Una prima manifestazione di buona volontà, e un minore appeal per gli evasori; tutto però travolto dalla crisi finanziaria mondiale.
Che ha minato fra gli altri il colosso Ubs. Barack Obama ha chiesto senza mezzi termini la lista dei depositi di cittadini americani; il governo di Berna gli ha rifilato un elenco di 52 mila conti cifrati. La Casa Bianca ha allora minacciato di ritirare alla banca la licenza di operare negli Usa. Nel frattempo Ocse e Unione Europea hanno stretto la vite sui paradisi fiscali.
Tremonti si è trovato così la strada spianata. A fine giugno ha introdotto due prime misure: l’inversione dell’onere della prova per chi tiene soldi oltreconfine (chi non dimostra a che cosa servono è considerato evasore) e, per le imprese, la tassazione secondo criteri italiani degli utili prodotti offshore.

Lo scudo fiscale in Ue

Pressing delle banche.
Tutte prevedono il successo dell’operazione. Osserva Luca Caramaschi, responsabile private wealth management della Deutsche Bank: “L’Italia può fare rientrare 100-120 miliardi, e il nostro istituto ne attende almeno 2″. Ma quali strade prenderanno una volta in Italia? “Un terzo andrà in attività finanziarie, compresa la borsa, dove ora si può acquistare a prezzi molto favorevoli. Un terzo servirà a ricapitalizzare aziende di famiglia a corto di credito. Un terzo sul mercato immobiliare: certo non per comprare blocchi di uffici, ma piuttosto ville e appartamenti di prestigio messi in vendita da ricchi proprietari impauriti dalla crisi economica. Qui al Nord ce ne sono molti”.
Dunque secondo Caramaschi si potranno rivitalizzare due settori in crisi: “Le aziende e gli immobili”. Come accadde con il primo scudo: il 40 per cento dei capitali si riversò sulle case, contribuendo non poco al boom dei prezzi.
Un po’ diverse le previsioni di Luigi Mannini, responsabile financial planning della Banca Finnat, tradizionalmente vicina alle ricche famiglie romane: “La mentalità di chi tiene soldi all’estero è conservativa: preservare il capitale. Quindi studieremo gestioni e trust sul modello di quanto trovavano offshore. Essenziale sarà fornire a questi clienti gestori dedicati e strumenti personalizzati”.
Su un punto Mannini è d’accordo con Caramaschi: “Molte imprese sono sottocapitalizzate, questa è l’occasione per dotarle di soldi freschi”. Alessandro Dragonetti, partner e capo dell’area finanza dello studio Bernoni e associati, consulente di imprese e privati, ritiene essenziale la semplicità dello scudo: “Deve essere “one shot”, semplice da attuare e da pagare. Solo questo impedirà ai capitali rientrati di espatriare di nuovo, come è accaduto durante il governo Prodi. Perché è vero che la Svizzera è in crisi, e qui c’è la necessità di ricapitalizzare qualche azienda. Però ci sarà sempre qualche altro paradiso pronto a farsi avanti. La finanza è fatta così. I ricchi pure”.

LE CIFRE
Stime dei capitali e beni italiani di privati nei paradisi fiscali: 600 miliardi di euro. Sono depositati in:
Svizzera 65%
Lussemburgo 12%
Principato di Monaco 6%
Liechtenstein 2%
San Marino 1,5%
Austria 1,5%
Gran Bretagna 1,0%
altri paesi 11% (Isole Cayman, Bermuda, Bahamas, Panama, Singapore, Costa Rica…)

Lo scudo fiscale negli anni passati

LEGGI ANCHE: Paradisi fiscali, secondo l’Ocse

Dalle azioni alle barche, la hit parade dei “Paperoni” in Parlamento

La Camera dei deputati

Crolla il reddito del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. È quanto risulta dalla sua dichiarazione dei redditi per il 2007 (resa pubblica da lunedì 23 dalla Camera) che vede il suo patrimonio imponibile a quota 14.532.538 euro, mentre nell’anno precedente aveva dichiarato un reddito imponibile di 139.245.570 euro. Nel 2005, invece, il reddito imponibile del Cavaliere era stato di poco oltre 28 milioni di euro. Su questo reddito il Cavaliere ha versato imposte per 6 milioni 237 mila 688 euro. Berlusconi dichiara inoltre la proprietà di 5 appartamenti e due box a Milano e la comproprietà al 50% sempre di un appartamento nel capoluogo lombardo. Tra i beni mobili, Berlusconi dichiara una Mercedes 600 Sel immatricolata nel 1992 e un Audi A6 immatricolata nel 2006. Il premier ha tre imbarcazioni: la San Maurizio del 1977 (stazza 4,72); la “Principessa vai via” del 1965 (stazza 5,27) e un motoscafo Magnum 70 del 1990 (stazza 47,15). Il premier possiede anche svariate partecipazioni in società: 5.174.000 azioni nella Dolcedrago s.p.a; 4.294.342 in Fininvest; 2.548.000 nella Holding Italiana Prima s.p.a.; 2.199.600 nella Holding Italiana Seconda; 1.193.400 nella Holding Italiana Terza; 1.144.000 nella Holding italiana ottava. Il premier possiede anche 200 azioni del valore nominale di 500 euro presso la Banca Popolare di Sviluppo. Quanto ai depositi amministrati, Berlusconi dichiara di averne uno di 896mila presso la Banca popolare di Sondrio. Sempre presso la stessa banca il premier possiede un deposito di gestione patrimoniale. Il Cavaliere ne possiede uno anche presso la Banca Agricola Mantovana e uno presso la Banca Arner Italia s.p.a. Berlusconi è anche presidente della Fondazione Luigi Berlusconi Onlus, mentre da presidente del Milan dichiara di essersi dimesso l’8 maggio del 2008 per esercitare la carica di premier.
Subito dopo il Cavaliere svettano i coordinatori del Pdl: i 728mila euro per Denis Verdini e i 490mila di Ignazio La Russa. Solo 126mila euro, però, per Sandro Bondi. Nel dettaglio: Verdini possiede una Mercedes 600 a noleggio e una vecchia Fiat 500, oltre a numerosi pacchetti azionari. Punta sull’immobiliare invece La Russa, che dichiara la proprietà di un appartamento a Milano, una casa ad Alagna Valsesia in provincia di Vercelli, due a Zoagli in provincia di Genova, una a Catania, un altro fabbricato con due appezzamenti di terreno a Ragalna in provincia di Catania. L’auto è una Bmw 330 touring. Low profile per Bondi: nessun pacchetto azionario e una sola casa di proprietà: ad Arcore.
Non senza sorpresa, dalla lista dei redditi dei parlamentari si evince che Walter Veltroni segue a distanza Silvio Berlusconi e si classifica secondo, tra i leader politici. L’ex segretario del Partito democratico dichiara 477.778 mila euro di reddito imponibile, più del doppio del suo successore, Dario Franceschini, che si colloca al terzo posto con 220.419 mila euro. Veltroni non risulta proprietario di immobili, auto, pacchetti azionari. Franceschini è proprietario di un appartamento a Roma, di 100 azioni della Cassa di risparmio di Ferrara, e di due utilitarie: una Suzuki e una Fiat Idea. Al quarto posto il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, con 218.080 euro. È anche proprietario della casa di Curno (Bergamo) dove risiede, di un altro appartamento a Bergamo città, un altro a Roma, metà appartamento a Bruxelles. Poi c’è la casa dei genitori a Montenero di Bisaccia, dove Di Pietro ha anche una casa colonica e un’azienda agricola. Il leader Idv è poi proprietario del 100% della An.To.Cri. spa, proprietaria di un altro appartamento a Milano. C’è poi un pacchetto azionario Enel da 17.500 azioni. La macchina è una Hyunday Santafè.
A seguire un altro democratico, Massimo D’Alema, che dichiara 171.044 mila euro. Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini (142.130 mila euro), supera di poco il leghista Umberto Bossi (134.450 mila euro).
Ultimo il presidente della Camera e leader della disciolta An, Gianfranco Fini, con i suoi 105.633 mila euro. Fini viene battuto anche dal suo “collega” presidente del Senato, Renato Schifani. Il primo inquilino di Palazzo Madama dichiara infatti un imponibile di 159.809 euro contro i 105.633 del presidente di Montecitorio.
A proposito dell’altro Palazzo, quello del Senato, in testa alla classifica dei redditi 2007, fra i capigruppo al Senato, c’è Maurizio Gasparri. Il leader dei senatori del Pdl ha dichiarato un reddito imponibile di 226.957 euro. Alle sue spalle si attesta il capogruppo dell’Idv Felice Bellisario con 184.788 euro; al terzo posto Giovanni Pistorio eletto per l’MPA e presidente del Gruppo misto con 157.522 euro; al quarto Giampiero D’Alia dell’Udc, con 127.319 euro; al quinto il capogruppo della Lega Federico Bricolo, con 124.714 euro. Chiude la graduatoria il numero uno dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, con 116.383 euro. Al di là dei big, spulciando l’elenco di Palazzo Madama, si scopre che è Umberto Veronesi il senatore più ricco: 1.635.427 euro. A cui va aggiunta la proprietà 19 terreni e 17 fabbricati. Dichiarata anche una Jaguar. All’estremo opposto, c’è da registrare anche la presenza di due senatori nullatenenti: Barbara Contini (Pdl) e Mirella Giai (Udc-SVP-Aut), che dichiara spese elettorali per 4.136 euro.
Guida la classifica del reddito imponibile tra i senatori a vita l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, con 750.657 euro. A seguire Sergio Pininfarina con 531.360 euro e, di poco sotto, Giulio Andreotti con 522.710 euro. Quarto in classifica l’ex Presidente, Oscar Luigi Scalfaro, con 230.106 euro, seguito da Rita Levi Montalcini con 219.639. Penultimo e ultimo posto per Emilio Colombo con 169.740 euro e Francesco Cossiga con 134.674 euro.

Il VIDEO servizio:

Sgominata la holding del falso. Duplicavano anche monete da un euro

euro falsi

Falsificavano monete e banconote di euro su larga scala. Almeno 109 persone, appartenenti a diverse organizzazioni malavitose, sono state arrestate dai carabinieri in una vasta operazione anti-crimine. Circa 700 militari dell’Arma hanno setacciato diverse regioni. Le organizzazioni erano collegate tra loro formando una “rete” operante su tutto il territorio nazionale e con diramazioni in Germania, Spagna e Lituania.

Le persone arrestate avevano costituito una vera e propria “holding” del falso. Secondo l’accusa le varie organizzazioni si erano associate in “rete” per lo smercio di euro falsi di vario taglio, dai 200 alla moneta da 1 euro. L’operazione giunge al termine di una complessa e prolungata indagine coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e condotta congiuntamente dai carabinieri del Comando provinciale e del Comando antifalsificazione monetaria, l’organo centrale dell’Arma specializzato nel settore della prevenzione e del contrasto al falso di banconote (posto alle dipendenze del Comando Carabinieri Banca d’Italia). Non pare ci sia stato un coinvolgimento diretto della ‘ndrangheta, che però avrebbe svolto un ruolo parallelo nello spaccio delle banconote contraffatte.
Ad avviare le inchieste, cominciate nel 2005, erano stati i carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo che, nell’ambito di una indagine antimafia, colsero i primi riscontri di un contesto criminoso finalizzato alla pratica del falso. A confermare le tesi investigative giunse l’arresto, operato in provincia di Napoli, di un indagato trovato in possesso di circa 100 mila euro falsi.
Il profilarsi dello scenario di una ramificata rete di falsari estesa in ambito nazionale, portò la Dda reggina ad avviare una inchiesta distinta affidando le indagini al reparto operativo provinciale ed al Comando antifalsificazione monetaria di Roma, l’organo centrale dell’Arma specializzato nel settore della prevenzione e del contrasto al falso a livello nazionale ed internazionale.

Nel percorso investigativo le forze dell’ordine hanno anche scoperto, nelle provincie di Napoli, Caserta e Reggio Calabria, quattro “laboratori” clandestini per la produzione di banconote, monete e marche da bollo false, all’arresto in flagranza di 50 persone (due delle quali in Spagna) ed al sequestro di banconote false (da 20, 50 e 100 €) per un valore nominale complessivo di oltre 1.242.000 euro.

Nel corso delle indagini sono stati avviati anche una cooperazione internazionale, sia con forze di polizia estere, tramite l’Ufficio centrale nazionale del falso monetario della Direzione centrale della polizia criminale del Ministero dell’Interno, sia con organismi comunitari, l’European technical and scientific centre dell’Olaf - Ufficio per la Lotta antifrode della Commissione europea - di Bruxelles ed il Central analysis centre della Banca centrale europea di Francoforte, dai quali sono venuti supporti di approfondimento tecnico specialistico.

Cagliari, trova un tesoretto di 160mila euro: li porta ai carabinieri

Tiziana Concu

Natale è passato da poco, ma il suo spirito è rimasto ancora nell’aria. E ha fatto gridare al “miracolo”.
Almeno a Cagliari, dove Tiziana Concu, 43 anni impiegata presso un supermercato, sabato 27 dicembre ha trovato 160mila euro tra assegni e contanti e li ha consegnati ai carabinieri che li hanno restituiti al legittimo proprietario.
Il tesoretto era contenuto in una cassetta per versamenti, ed era stato dimenticato dal responsabile amministrativo di una società cagliaritana, nella cassa continua della filiale dei Monti dei Paschi di Siena di via Tuveri; il caso ha voluto che davanti a quella cassa capitasse la signora Concu, la quale senza esitazione ha preso in consegna il gruzzolo e lo ha consegnato ai carabinieri della stazione di Cagliari Villanova che in poco tempo sono risaliti al proprietario.
L’uomo ha poi raccontato di aver provveduto personalmente al deposito della cassetta nella cassa continua ma di non essersi reso conto del malfunzionamento dell’apparecchio dello sportello. Ripresi in consegna denaro e assegni, il ragioniere ha poi voluto ringraziare l’impiegata per il suo gesto.
Un po’ sorpresa di tanta sorpresa per il suo bel gesto, la signora Concu, sposata e madre di due figli, alle telecamere dei telegiornali ha spiegato: “Non erano soldi miei, qualcun altro li ha guadagnati e uno che perde tutti quei soldi può rischiare il posto di lavoro”. Ma cosa ci si può fare con 160mila euro? “Tanto, per esempio garantire gli studi alle figlie”. Già, e i suoi bambini che le hanno detto? “Mia figlia è orgogliosa di me”, aggiunge. “La mia è una bella famiglia, mi basta e mi avanza. Non spero in una ricompensa, magari in un minimo di gratitudine”.

Blitz al campo Casilino: sequestrato ai nomadi un milione di euro

Casilino 900 di Roma

Vivevano nel campo rom, ma disponevano di appartamenti, auto di grossa cilindrata e 26 conti bancari. Beni mobili e immobili per un valore di oltre un milione di euro sono stati sequestrati ad un gruppo di nomadi provenienti dalla ex Jugoslavia, nel corso di una operazione cominciata all’alba dei carabinieri del Ros nel più grande campo nomadi d’Italia, il Casilino 900. All’operazione partecipano anche reparti territoriali dell’arma e sono in corso perquisizioni con oltre 150 carabinieri. I carabinieri del Ros hanno accertato che il gruppo di nomadi oggetto di indagine, pur vivendo in una baracca, disponeva di appartamenti, auto di grossa cilindrata e 26 conti correnti bancari.
I militari hanno eseguito il decreto di sequestro di beni emesso da tribunale ordinario di Roma su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Le persone indagate, hanno accertato i carabinieri, pur non esercitando attività lavorativa e non dichiarando redditi, disponevano di un patrimonio di ingenti proporzioni e movimentavano somme di denaro di cui non potevano giustificare la provenienza.
Durissimo il commento del sindaco di Roma: “Rivolgo complimenti vivissimi all’Arma dei carabinieri per la brillante operazione portata a termine nel campo Casilino 900. Ma questo intervento getta una luce inquietante sulla situazione che si vive all’interno dei campi nomadi. Scoprire che persone che vivono in una baracca hanno conti in banca e appartamenti di proprietà sparsi per la città, dimostra come su questi temi non si può agire solo sul versante della solidarietà e dell’integrazione. Esiste un problema di legalità che è irresponsabile negare o minimizzare”. “Ecco perchè” conclude Alemanno “con ancor maggiore forza ci impegneremo per lo spostamento del Casilino 900 offrendo una soluzione di vivibilità per tutti coloro che si vogliono integrare e contemporaneamente espellendo tutti coloro che non si dimostrano disponibili a rispettare la legalità”.

Allarme Caritas, 15 milioni di italiani a rischio povertà

Anziana povera

Si allarga l’emergenza povertà in Italia, un Paese con tali squilibri sociali da ricordare il Sudamerica. Impietosa l’analisi contenuta nel Rapporto sulla povertà in Italia elaborato dalla Caritas Italiana in collaborazione con la Fondazione Zancan: “l’emergenza sociale riguarda 15 milioni di persone”, quindi non solo i 7,5 milioni di persone ufficialmente sotto la soglia della povertà, ma altrettanti che “si collocano poco sopra, e quindi sono da considerare ad alto rischio”.
Il rapporto denuncia le “profonde disuguaglianze” nel nostro Paese, dove “il quinto delle famiglie con i redditi più bassi percepisce solo il 7,0% del reddito totale” mentre “il quinto delle famiglie con il reddito più alto, percepisce il 40,8% del reddito totale”. L’Italia, quindi, si avvia a una situazione di sperequazione sociale che ricorda quella di alcuni paesi dell’America Latina.
Monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas si è chiesto: “Assistiamo in questi giorni a montagne di soldi pubblici che, con il giusto accordo di tutti, corrono al capezzale della grande finanza e delle imprese in crisi per tentare di mettere in atto un salvataggio. Perchè non fare altrettanto per soccorrere chi lotta quotidianamente per sopravvivere all’indigenza e alla precarietà?”. In Italia - dice il rapporto - sono povere le famiglie con anziani (soprattutto se non autosufficienti) ed è povero un terzo delle famiglie con tre o più figli. Avere più figli o i nonni in casa aumenta cioè il rischio di povertà, mentre in Norvegia con più figli il tasso di povertà si abbassa. Secondo i dati Istat, citati nel Rapporto Caritas-Zancan il 13% degli italiani è povero, in quanto vive con meno di 500-600 euro al mese. Il 48,9% delle famiglie povere vive al Sud. Altro punto dolente evidenziato dal rapporto la posizione rispetto agli altri Paesi Ue.
“Insieme alla Grecia e all’Ungheria” si legge nella not “siamo in Europa l’unico Paese non dotato di misure basilari di intervento” contro la povertà. “Paesi come l’Inghilterra” ha ricordato monsignor Nozza “destinano alla lotta all’esclusione sociale l’1,7 per cento del Pil, contro lo 0,1% italiano. Mentre in Europa la media è dello 0,9%”. Gli altri paesi, ha aggiunto, hanno varato “un piano che l’Italia non ha e non ha mai avuto”.
Fin qui la denuncia. Quanto alle soluzioni, il Rapporto Caritas propone: l’adozione di una misura universale di sostegno al reddito; nel mezzogiorno investire in servizi pubblici essenziali; tutelare anziani e portatori di handicap, che costituiscono una “emergenza” per molte famiglie italiane; nella crisi degli alloggi intervenire con sostegni agli affitti, garanzie ai proprietari e edilizia pubblica.

Il VIDEO servizio:

Finanziaria leggera e poi alle urne? Intanto ci sono da superare queste trappole

Il presidente del Consiglio Romano Prodi con il ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa sull'aereo di Stato
La Finanziaria, che oggi verrà discussa a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria, e che soprattutto Romano Prodi intende blindare in un summit con la maggioranza, sembra improvvisamente divenuta una sorta di preavviso di sfratto per il premier. Gli umori prevalenti nell’Unione, infatti, concedono a Prodi la possibilità, anzi il dovere di far passare la legge di bilancio. Dopodiché, all’inizio 2008, dovrebbe togliere le tende per lasciare spazio alle elezioni anticipate da lì a tre mesi, o al massimo ad un governo diverso che faccia durare la legislatura fino al 2009. La novità è che queste voci si alzano non più dall’opposizione, ma dalla maggioranza, ed in particolare dal futuro Pd di Walter Veltroni, che teme di essere trascinato a fondo dall’impopolarità del governo certificata da sondaggi sempre più disastrosi.

Prodi cerca di giocare d’anticipo, proponendo sì un governo diverso dopo la Finanziaria, ma in questo caso una sorta di rimpasto, un dimagrimento della squadra di ministri e sottosegretari, sempre però sotto la sua regia. In attesa di capire ciò che avverrà da qui a tre mesi, cerchiamo di vedere che cosa c’è nella Finanziaria e se davvero si tratterà di una manovrina leggera da mandar giù come un bicchier d’acqua.

10,7 miliardi è l’entità dell’operazione (circa 6 di entrate - grazie al maggior gettito fiscale - e 4,6 di risparmi), una bazzecola rispetto ai 70 di un anno fa. La riduzione delle tasse si concentrerà soprattutto sugli sgravi per le imprese, o diminuendo l’Irap al di sotto del 4% o abbassando dal 33 al 28% l’Ires; il tutto al posto degli attuali incentivi. L’altro obiettivo è la casa, con un taglio dell’Ici pari a un miliardo di euro; taglio però che prevede due ipotesi: o beneficiare solo i contribuenti fino ad un certo reddito (40 mila euro) e con famiglie numerose; oppure concederlo a tutti, indipendentemente dal reddito, ma solo nelle grandi città. Il capitolo casa proseguirebbe con la possibilità per i meno abbienti di detrarre dal reddito una quota dell’affitto e con il rilancio dell’edilizia popolare.

A parte, in un decreto collegato da 7 miliardi, verrebbe inserito il pacchetto Welfare: riforma delle pensioni e ammortizzatori sociali, ma niente modifiche alla legge Biagi. E niente aumento della tassa (al 20%) sulle rendite finanziarie. In questo modo Prodi spera di varare una Finanziaria “di equità”, di lanciare un primo segnale di riduzione delle tasse, ma soprattutto di accontentare un po’ entrambe le anime della maggioranza, l’estrema sinistra e i moderati. È possibile che gli alleati si accontentino, ma i rischi non mancano.

La manovra sulle tasse, attraverso l’Ici, appare abbastanza ridotta rispetto a quanto chiesto dalla Margherita e dai Ds: un miliardo in luogo di 3-4. Il rinvio a tempi migliori della tassa sulle rendite indispettisce l’estrema sinistra, che ripete che l’impegno fa parte del programma dell’Unione. L’ostacolo maggiore viene però dal decreto sul Welfare. Le misure contro il precariato non ci sono: se non in forma indiretta, perché gli sgravi alle imprese presuppongono che queste si impegnino a fare più contratti a tempo indeterminato. E anche la riforma delle pensioni è stata bocciata dalla Fiom. Non solo. Il ministero dell’Economia sta studiando una misura per mandare in pensione di vecchiaia alcune categorie di dipendenti pubblici. Il pensionamento avverrebbe a 65 anni, anziché a 67; o addirittura a 70 e 75 anni come adesso è consentito per esempio a magistrati e docenti universitari. Certo, si tratta di una misura che contraddice la richiesta del governo di aumentare l’età pensionabile, ma che farebbe risparmiare dei soldi allo Stato. Scontentando però molti interessati: magistrati, cattedratici e dirigenti del settore pubblico.

Se davvero la Finanziaria passerà liscia per poi aprire la strada a nuovi scenari, lo si capirà da tre cose cose: il 3 ottobre dal voto al Senato sull’affaire Visco, chiesto da Antonio Di Pietro contro il viceministro; dalla condotta, sempre a palazzo Madama, del drappello di Lamberto Dini, in marcia verso il centrodestra; e dalla manifestazione del 20 ottobre indetta dall’estrema sinistra contro il piano Welfare. Manifestazione alla quale, nonostante promesse e divieti, sembrano voler partecipare anche segretari di partito e forse ministri in carica. E nel frattempo si terrà il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil dopo la ribellione della Fiom: un vittoria del no metterebbe in crisi il sindacato, e probabilmente anche il governo. Che in questo caso non arriverebbe a Natale.

Gelato, meno dolce e sempre più salato

dal 2001 il prezzo del dessert preferito dell'estate italiana è aumentato del 50%
“Gelato al cioccolato dolce e un po’ salato…”.
Mica poteva saperlo Pupo, quando cantava nel ‘79, che dal 2001 il prezzo del dessert preferito dell’estate italiana (tutto, mica soltanto quello al cacao) è aumentato del 50%. Tanto da trasformare uno dei prodotti estivi più caratteristici in un piccolo lusso da potersi permettere una tantum.

Lo denuncia l’Adoc, il cui presidente Carlo Pileri spiega come “il prezzo di questo dolce sia aumentato a seguito del changeover, come abbiamo denunciato e constatato negli scorsi anni. Ciò che non accettiamo è che si prosegua con aumenti sconsiderati che hanno portato un chilo di gelato a costare 14 euro, contro gli 11,90 di due anni fa e addirittura contro le 18.000 lire del 2001″.
A montare, inoltre, e in maniera ancor più consistente rispetto a crema e cioccolato, è stato il prezzo della panna: +67,7% rispetto al 2001.
“Va considerato” spiega ancora Pileri “che chi acquista gelato e panna al Kg. può anche considerarsi fortunato rispetto a chi compra un cono o una coppetta, i cui prezzi minimi sono lievitati dalle 1.500 lire del 2001 all’euro e mezzo odierno. E questo senza considerare che il quantitativo di prodotto non è proporzionale rispetto al prezzo praticato, il gelato di un cono o di una coppetta cioè, ci costa ancor di più rispetto al prezzo al kg, con punte anche del 25%”.
L’ultima nota di sapore riguarda le brioche al gelato, ultima tendenza dell’Italia buon gustaia: “Una peculiarità tutta siciliana che ormai si trova e si consuma un po’ ovunque, da Trieste a Palermo - conclude Pileri. La solita nota stonata è rappresentata anche in questo caso dal prezzo, aumentato di oltre il 132% rispetto a 6 anni fa e divenuto un piccolo lusso per una famiglia tipo”.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS
Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101