La GALLERY: Chi sono e quanto guadagnano “gli intramontabili”
Quella di Giuliano Amato, neopresidente dell’Enciclopedia italiana (per 150 mila euro all’anno), è solo l’ultima nomina di peso che ha riportato in sella aspiranti parlamentari ed ex di ogni genere e stazza: ex ministri, sottosegretari, talvolta semplici peones di Montecitorio, trombati alle politiche o alle europee, di destra e di sinistra, di grandi e piccoli partiti. Per tutti la politica ha trovato una sistemazione. Tutti chiamati a occupare incarichi pubblici, sempre accettati con ammirevole spirito di servizio. E spesso lautamente retribuiti. Soldi che, in alcuni casi, i fortunati cumulano con robuste pensioni maturate per gli anni passati a Montecitorio e a Palazzo Madama. Sono i riciclati della politica.
Per carità, spesso si tratta di persone di alto profilo, vedi il caso di Amato. Ma quello che impressiona è il metodo: un fedele servitore della patria non si lascia digiuno di cariche e potere. Mai.
Da Giuliano Amato a Giuseppe Zamberletti (in rigoroso ordine alfabetico), chi sono e quanto guadagnano.
La GALLERY: Chi sono e quanto guadagnano “gli intramontabili”

Le trattative sono appena cominciate e la partita si annuncia tutt’altro che facile.
Dopo la vittoria del centrodestra in Europa, la riconferma del popolare José Manuel Barroso alla guida della Commissione europea appare più facile. Ma nel vertice europeo del 18-19 giugno l’ex premier portoghese potrebbe incassare dai 27 leader Ue solo una fiducia politica, senza una designazione formale.
L’incertezza è legata al secondo referendum irlandese sul trattato di Lisbona, ormai quasi certo per ottobre: se approvato, comporterebbe un secondo voto sulla Commissione europea da parte dell’Europarlamento. Senza contare, a quel punto, l’intreccio con le nuove cariche di presidente europeo e ministro degli Esteri della Ue.
L’avvio dei lavori parlamentari è fissato per il 29 giugno, quando inizieranno le prime sedute ufficiali dei 736 neoeletti in vista della sessione inaugurale del 14 luglio. Ma già da questa settimana gli eurodeputati si incontrano per sciogliere alcuni nodi. Primo fra tutti la costituzione dei gruppi. Regola vuole che per formarne uno occorrano almeno 25 parlamentari di sette differenti paesi Ue.
La novità potrebbe essere il debutto di un nuovo gruppo destinato a raccogliere un consistente blocco di antieuropeisti. Soprattutto si attende di sapere cosa faranno i 27 conservatori britannici, che hanno annunciato di staccarsi dal Partito popolare europeo (Ppe).
Nella sessione costitutiva di luglio saranno eletti presidente, vicepresidenti e questori, poi le commissioni parlamentari. Un’assegnazione calibrata su base proporzionale secondo una sorta di manuale Cencelli, che in Europa si chiama metodo d’Hondt, e per la quale i giochi sono appena cominciati.
I popolari, usciti vincitori dal voto con 264 seggi, voteranno il 23 giugno il presidente di gruppo. L’uscente Joseph Daul, francese alsaziano, punta a essere riconfermato. E qui si innesca la partita italiana per la poltrona più alta dell’Europarlamento.
I candidati del Ppe alla presidenza sono due: l’ex premier polacco Jerzy Buzek e l’italiano Mario Mauro.
In assenza di un accordo, il Ppe sceglierà un nome con un voto interno nella riunione di gruppo prevista ad Atene il 29 giugno. Buzek fa pesare la sua provenienza, visto che la Polonia è uno dei nuovi partner dell’Ue, e il fatto di essere protestante, elemento spendibile per conquistare un più ampio consenso dell’aula che dovrà poi votare il gradimento. Mauro è alla terza legislatura a Strasburgo, è già stato vicepresidente dell’Europarlamento, ha un record di presenze e produttività, oltre a essere più giovane (a luglio Buzek compirà 70 anni, Mauro 48). Soprattutto, l’Italia è l’unico grande paese fondatore senza la presidenza dal 1979. E ha avuto un’affluenza del 67 per cento di elettori contro appena il 24,5 della Polonia.
I popolari dovranno decidere il futuro asse politico, scegliendo se seguire la consuetudine di dividere i cinque anni di presidenza con il secondo maggiore gruppo, cioè una staffetta con il candidato socialista Martin Schulz, o appoggiare un tandem con i liberali di Graham Watson, come avvenne già nel 1999 fra Nicole Fontaine e Patrick Cox. E questo anche in ragione delle priorità di questa legislatura che vedono al primo posto i temi economici, come pure la strategica questione ambientale, con l’accordo post Kyoto.
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Anche nella prossima legislatura gli eurodeputati fannulloni saranno salvi, almeno a metà. È quanto paventa il radicale (eurodeputato uscente) Marco Cappato.
Oggi il computo delle presenze viene fatto solo sui dati delle sessioni plenarie a Strasburgo (una al mese) disponibili presso l’ufficio registro del Parlamento europeo.
Non vengono invece conteggiate le presenze nelle commissioni, che si riuniscono praticamente ogni settimana a Bruxelles e sono altrettanto importanti ai fini del lavoro parlamentare.
La proposta di mettere su internet tutti i documenti degli eurodeputati e le relative presenze (relatore lo stesso Cappato), pur raccogliendo il consenso della stragrande maggioranza dell’aula, è slittata. Di fronte al dissenso di alcuni, il bureau del Parlamento europeo ha preso atto e ha rinviato la questione.
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Sono pagati meglio dei loro colleghi a Strasburgo ma disertano gli scranni, non conoscono le lingue, sono incapaci di fare lobby e, appena possono, tornano a casa.
È questa la fotografia dei nostri eurodeputati scattata dal giornalista Alessandro Caprettini e raccontata in un libro edito dalla Piemme (in libreria dal 5 maggio). Titolo: L’eurocasta italiana. Sottotitolo: Assenteisti, inefficienti, trasformisti, inaffidabili, eppure sono i più pagati di tutti. Ecco perché l’Europa non si fida di molti politici italiani.
Un ritratto non edificante che descrive i “mali” degli europarlamentari, molti dei quali purtroppo ampiamente noti e più volte denunciati. A cominciare dal malcostume di fare la “cresta” sui rimborsi dei biglietti aerei. Approfittando del sistema in uso al Parlamento europeo, che prevedeva un forfait calcolato in base alla distanza e alle più alte tariffe praticate dalle compagnie, per anni gli eurodeputati hanno viaggiato in economy incassando però una cifra più alta (quella spettante per la business class). Pratica ormai superata dalle nuove regole, che stabiliscono il rimborso a piè di lista, cioè dietro presentazione della ricevuta del biglietto di viaggio.
Ma il trucchetto, secondo i calcoli di Caprettini, ha fruttato alle tasche dei parlamentari fino a 14 mila euro l’anno. O anche di più nel caso di chi ha viaggiato con le compagnie lowcost da scali secondari, affrontando qualche scomodità a fronte di maggiori risparmi, poi tradotti in guadagni.
La seconda nota dolente riguarda i tanto vituperati stipendi. Gli eurodeputati italiani sono i più pagati dell’Unione. Un privilegio che deriva dalla situazione nazionale, dato che finora i paesi Ue fornivano agli eurodeputati lo stesso trattamento dei rispettivi parlamentari nazionali. Anche in questo caso la pacchia è finita: il nuovo statuto parlamentare prevede dalla legislatura che inizierà a luglio un trattamento economico uguale per tutti (se non si farà ricorso al regime transitorio, possibile ancora per due mandati).
A fronte di questo, la presenza degli italiani a Strasburgo e Bruxelles lascia molto a desiderare. E così anche l’efficacia della loro azione politica e il peso della pattuglia tricolore. Secondo quanto ricostruito da Caprettini, una prima analisi della legislatura 2001-2004 (prima dell’allargamento dell’Unione a est) relegava gli italiani in fondo alla classifica dei 15 paesi Ue con appena il 68,64 per cento di presenze. Un secondo esame della legislatura ancora in corso rivela che le cose non sono cambiate granché. Se in passato l’Italia ha contato al Parlamento europeo, ora è in affanno. “Da 30 anni non si ottiene più la presidenza, ma nemmeno si parla di un italiano come possibile candidato, se si esclude l’ipotesi che riguardava l’ex sindaco di Bologna Renzo Imbeni”.
Il cahier des doléances non finisce qui. “I nostri eletti fanno ben poco per imparare una lingua straniera” lamenta Caprettini. “E sono quindi in somma difficoltà non solo in aula o nei lavori in commissione ma anche di fronte a giornalisti stranieri e ai lobbisti, sempre presenti in gran numero”.
Non va meglio sul fronte della fedeltà politica. Gli italiani, mantenendo forse abitudini prese nel Parlamento italiano, sono inclini a cambiare casacca. La transumanza registra svariati casi di politici eletti con uno schieramento e poi passati a un altro, una volta a Strasburgo. Senza contare quella che l’autore evoca come la “sindrome Malfatti”: non appena si presenta l’occasione, gli europarlamentari abbandonano le istituzioni Ue, come fece Franco Maria Malfatti, scelto nel 1970 come presidente della Commissione delle Comunità economiche europee, che lasciò dopo neppure due anni di mandato in vista delle elezioni politiche del maggio 1972.
Attualissima, vista l’imminenza delle europee di giugno e le liste alle quali si lavora in questi giorni, la parte dedicata alla selezione dei candidati da mandare a Strasburgo. “C’è un altro dato che può spiegare lo scarso apprezzamento: la poca familiarità con l’istituzione europea”. Nell’ultimo voto del 2004, per esempio, oltre ai soliti politici più o meno di professione l’Italia ha privilegiato atleti, cantanti e personaggi televisivi, mentre negli altri paesi dominavano cattedratici ed esperti.
“Nella Penisola invocavano la preferenza, a sinistra, l’anchorwoman del Tg1 Lilli Gruber e con lei Michele Santoro e il disegnatore Vauro. A destra si replicava con Iva Zanicchi, Marcella Bella, Alessandro Cecchi Paone, Solvi Stubing, nota per essere la protagonista dello spot “Chiamami Peroni”, l’ex fondista azzurra Manuela Di Centa e persino l’attrice Clarissa Burt… Da noi la caccia alla preferenza punta a imbarcare veline e calciatori”. Caprettini continua: “Se a Bruxelles e a Strasburgo porti soubrette, politici bolliti o capetti di bande corporative, è logico che si finisca tagliati fuori dai giochi”.
Vanno ricordati naturalmente gli eurodeputati corretti. Un esempio: nella penultima legislatura Franz Turchi (eletto con Alleanza nazionale nel gruppo Uen) fu nominato vicepresidente alla commissione Bilancio, svolgendo un buon lavoro. Ma, come ricorda lo stesso eurodeputato, nella più completa indifferenza dell’Italia. “Dovevo quasi supplicare 20 righe ai direttori dei giornali per far uscire la notizia che avevamo ottenuto importanti finanziamenti. E quando a Roma passavo alla Camera o al Senato, un sacco di amici mi chiedevano cosa mai si discutesse da noi in commissione, concludendo con un inevitabile: ma che ce vai a fa’?”.
I NUMERI
Busta paga e rimborsi dell’eurodeputato (tratti dal libro).
140.436 euro l’anno, pari a 11.703 euro al mese, è l’indennità annua di base degli eurodeputati italiani (cifre lorde).
287 euro al giorno, forfettari, di presenza alle sedute di aula o in commissione.
15.496 euro al mese per reclutare uno o più assistenti parlamentari.
4.052 euro al mese di spese generali (segreteria e gestione di ufficio).
8.153 euro mensili lordi percepiscono ogni mese gli austriaci, al secondo posto in classifica dopo gli italiani.
7.339 euro mensili prendono i tedeschi, al terzo posto. Ancora meno guadagnano i francesi (6.952 euro), gli inglesi (6.336) e gli spagnoli (3.126).

Qualcuno, maliziosamente, ne darà merito al solito Beppe Grillo che a fine giugno si abbattè come un ciclone sul Parlamento Europeo per spiegare la “palude in cui si trova la politica in Italia” (qui il video). Sta di fatto che, mentre da noi ancora soltanto se ne parla, se ne discute, ci si litiga, all’Europarlamento si agisce: le poltrone destinate agli eletti italiani dovrebbero diminuire di sei unità: da 78 a 72.
L’aula di Strasburgo ha infatti approvato il rapporto sulla ripartizione dei seggi e ha dato il proprio via libera a questa modifica che adesso deve passare al vaglio del Consiglio dell’Ue, al tavolo dei capi di Stato e di governo al vertice di Lisbona, che la prossima settimana dovrebbe dare il via libera al nuovo Trattato europeo. Se definitivamente approvata, la proposta “Lamassoure-Severin” penalizzerebbe l’Italia, cancellando così la storica parità con altri Paesi, come Francia e Gran Bretagna. I parlamentari europei hanno respinto tutti gli emendamenti (inclusi quelli presentanti da vari eurodeputati italiani di entrambi gli schieramenti volti a introdurre il criterio della cittadinanza al posto di quello dei residenti), anche quelli che riportavano la parità, a 73 seggi ciascuna, fra Italia e Francia.
Dopo l’ingresso della Bulgaria e dalla Romania nell’Unione, lo scorso gennaio, il Parlamento europeo conta oggi 785 deputati, impegnati solo 4 giorni al mese. Ma in base al nuovo Trattato dell’Unione che deve prendere il posto della vecchia Costituzione gli eurodeputati dovranno ridursi a 750 in totale, con un massimo di 96 e un minimo di 6 per ciascuna delegazione nazionale.
Proprio ieri il premier Romano Prodi da Bruxelles ha spiegato che all’Italia non piace il collegamento fra la questione della nuova ripartizione dei seggi e quello della riforma istituzionale dell’Ue. “Ho preso atto del voto parlamentare a Bruxelles sul rapporto Lamassoure-Severin sulla composizione del Parlamento europeo. Rilevo che 154 parlamentari hanno votato contro, che 109 si sono astenuti e che la delegazione italiana è stata compatta nel non approvare il rapporto. Al di là del dato numerico, il voto dimostra che manca nel Parlamento europeo quella visione condivisa che dovrebbe invece ispirare scelte importanti come quella relativa alla sua nuova composizione”, ha dichiarato il premier italiano. Che non stanco di passare le giornate a mettere d’accordo gli esponenti della sua riottosa maggioranza, vorrebbe farsi arbitro anche tra i 785 eurodepuati.