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Europa

Il Presidente Napolitano alla Nazione: “L’Italia può e deve farcela”

II presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano durante il discorso di fine anno al Quirinale, Roma, 31 dicembre 2011(Credits: ANSA)

II Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano durante il discorso di fine anno (Credits: ANSA)

La crisi come una grande opportunità di crescita. E’ un forte incoraggiamento ad un’Italia affannata quello dato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine anno, il sesto da inizio mandato, di sicuro il più complesso. Continua

Burqa da vietare: la Carfagna segue la Lega. In Europa fanno così

(Credits: Roberto Ponti/Ag. Sestini)

(Credits: Roberto Ponti/Ag. Sestini)

Né nelle scuole né nelle strade. Il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna segue la Lega nella lotta al Burqa. “Sono favorevole ad una legge che vieti in Italia il burqa e il niqab (velo integrale che scopre solo gli occhi usato in Arabia Saudita), simboli di sottomissione della donna. Non in quanto simboli religiosi,come il velo, bensì per le storie che nascondono” ha detto l’esponente del Pdl. Continua

Gli oneri della giustizia. Costa caro processare gli immigrati

giudici

di Marina Castellaneta

Allarme costi per le traduzioni nei processi in tutta Europa. L’aumento della libera circolazione e dell’immigrazione fa crescere il budget delle spese per la giustizia.
È quanto risulta dal documento di lavoro presentato dalla Commissione europea l’8 luglio, in vista di una decisione quadro sul diritto all’interprete e alla traduzione nei procedimenti penali. In pratica Bruxelles prova a dettare regole comuni nel settore, partendo dall’analisi dei costi.
Nel 2007 le spese di traduzione dei documenti processuali utili all’imputato, tenendo conto di provvedimenti di circa 30 pagine e di una stima approssimativa del costo che va da 255 a 1.500 euro (calcolata sui procedimenti penali di stranieri), è stata compresa, in Italia, tra 15 e 88 milioni di euro. L’Italia è stata preceduta solo da Regno Unito e seguita da Germania e Spagna. All’ultimo posto Malta.

Nel 2007 l’Italia aveva accumulato 59.131 procedimenti penali con stranieri coinvolti, il Regno Unito 112.878, la Germania 255.498 e la Spagna 97.426. Ma non basta: occorre aggiungere il costo per gli interpreti sia nelle stazioni di polizia sia in tribunale. Nel Regno Unito, nel 2007, si è arrivati a oltre 37 milioni di sterline, in Spagna a 19,48 milioni di euro, in Italia a 11,8 milioni. Spese destinate a crescere, osserva la Commissione europea, con un forte impatto economico sugli stati membri. Aumentano poi i detenuti stranieri.

In Italia, secondo i dati del Consiglio d’Europa e riportati dalla Commissione, nel 2007 il 36,5 per cento della popolazione carceraria era costituito da stranieri che scontavano la pena e il 72,5 per cento da detenuti in custodia cautelare. Di qui la necessità di norme minime comuni agli stati Ue per fissare garanzie minime nei procedimenti penali, partendo dalle traduzioni e dalla presenza di interpreti nei processi.
Diritti già previsti per gli imputati dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, secondo la quale ogni persona arrestata deve essere informata al più presto e in una lingua comprensibile dei motivi dell’arresto e di ogni accusa formulata a suo carico.

Un diritto, però, applicato a macchia di leopardo, che ha costretto la Corte europea a intervenire in diverse occasioni. Un intervento in ambito Ue potrebbe far risparmiare agli stati i costi causati dalle condanne ricevute da Strasburgo. Bruxelles vorrebbe arrivare a non tradurre ogni singolo documento, ma solo gli atti che servono all’imputato per avere una conoscenza “sufficiente della causa intentata contro di lui affinché possa difendersi”.
Per questo i funzionari europei intendono puntare anche alla qualità proponendosi di fissare i requisiti fondamentali per un’adeguata traduzione.

Cocaina: un mercato debilitato o in crescita?

Colombia, lotta alla coca

Quanto può costare un grammo di cocaina nel mondo? Il prezzo sembra legato alla distanza dai luoghi di produzione: se nello Stato sudamericano di Panama costa 1,4 euro, in Nuova Zelanda può superare i 210 euro. È il prestigioso settimanale Economist a osservarlo, aprendo un dibattito tra i suoi lettori. “In Cina il prezzo è differente in ogni regione” osserva “per esempio, nella Cina sudoccidentale, vicino alla Tailandia, è davvero basso così i poveri possono permettersela”.
A sollevare la questione è stato un rapporto dell’Onu appena pubblicato: i cocainomani sono tra i 16 e i 21 milioni, tanti quanti la popolazione della Romania (qui il .pdf). Il principale mercato del mondo si conferma il Nord America (Canada e Stati Uniti), dove, però, il consumo è in diminuzione.

E in Europa? Secondo le Nazioni Unite il traffico di polvere bianca è in declino nelle nazioni dell’Ovest, almeno a giudicare dal volume dei sequestri. Ma nei paesi dell’Est, invece, l’uso della “neve” è in rapida crescita. I prezzi di strada, inoltre, sono aumentati nel 2007. In particolare, l’Italia è il terzo mercato dell’Ue: i consumatori sono il 2,2 per cento della popolazione. Alle radici di questi fenomeni, secondo le Nazioni Unite, sarebbe la riduzione dei campi coltivati in Colombia grazie alle politiche di contrasto: un colpo ai cartelli dei narcotrafficanti che non sarebbero riusciti a recuperare con le produzione in Perù e Bolivia.

Eppure altre rilevazioni segnalano un andamento differente: secondo il ministero degli esteri inglese, in Gran Bretagna (la principale piazza europea), un grammo costa tanto quanto un boccale di birra. Un crollo verticale dei prezzi rispetto a dieci anni fa che ha ampliato il mercato. In Italia l’uso di cocaina tra i govani è il più alto dell’Ue: in una ricerca dell’Ue, il 7,4 per cento degli intervistati tra i 15 e i 34 anni ha dichiarato di averne fatto uso almeno una volta.
I cocainomani, poi, bruciano il 60 per cento del loro reddito per acquistare le strisce. Secondo l’Onu, la maggior parte dei sequestri avviene in America (l’88 per cento), seguita dall’Europa (l’11 per cento).

Da mesi, però, la stampa internazionale ha acceso i riflettori sul Belpaese: il Los Angeles Times ha dedicato la prima pagina alla ndrangheta, “una crudele e misteriosa rete di 155 famiglie nelle aspre colline della Calabria”. Meno nota di Cosa Nostra siciliana, gestisce la maggior parte dei flussi di cocaina verso l’Europa.

Il VIDEO con le indagini del procuratore aggiunto Nicola Gratteri sulla ‘ndrangheta e sul traffico di cocaina

Crisi, riforme ed Europa: il messaggio di fine anno di Napolitano

Giorgio Napolitano

Lo sguardo al presente, proiettato nell’immediato futuro. Dalla crisi economica e finanziaria globale che ci deve vedere marciare uniti assieme al resto dell’Europa; alle riforme di casa nostra, in primis giustizia e federalismo, da realizzare auspicabilmente con procedure unitarie e obiettivi condivisi. Il “menu” del messaggio di fine anno agli italiani viene messo a punto in questi giorni dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ma il discorso - che sarà come da tradizione trasmesso a reti tv unificate all’ora di cena - ha avuto corpose anticipazioni nel ricco “carnet” di interventi che hanno segnato il calendario del Capo dello Stato nella settimana che ha preceduto il Natale.
Gli argomenti affrontati e le soluzioni indicate o auspicate in quel corollario di appuntamenti costituiscono con ogni probabilità i cardini sui quali si incentrerà il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Al di là di questioni più particolari e di incombenze dell’ultim’ora, quindi, ecco i principali temi su cui potrebbe vertere il discorso presidenziale. A partire proprio dalla questione delle riforme e delle possibili modifiche all’impianto costituzionale, che “a 60 anni è ancora giovanissima” ha già ricordato Napolitano, con una battuta, “come del resto lo sono a 60 anni anche le persone. Fatti salvi i principi fondamentali che sono fuori discussione e che nessuno può pensare di modificare o alterare, si può comunque procedere nel formulare essenziali e ben determinate proposte di riforma dell’ordinamento repubblicano”.

Condizione essenziale, però, è che “venga ripreso in un clima di costruttivo confronto e nella ricerca della più ampia condivisione, come sempre si conviene” ha ammonito parlando alle alte cariche “quando si tratti di modificare la Costituzione, che non può considerarsi un tutto intoccabile”. Avanti dunque con federalismo e, più in là, col presidenzialismo, ma nel rispetto di soluzioni equilibriate e bipartisan.
Centrale dovrebbe essere il tema dell’etica in politica e dei rapporti di questa con la giustizia, considerate le recenti “bufere” che hanno scosso gli amministratori di mezza Italia. “Si pongono con urgenza problemi di equilibrio istituzionale, nei rapporti tra politica e magistratura”, ha affermato Napolitano, mentre le misure da adottare dovranno rispettare “il più corretto assolvimento dei compiti assegnati al Csm” oltre a considerare la necessità di “serenità, riservatezza ed equilibrio, nel rigoroso rispetto delle regole, senza missioni improprie e smanie di protagonismo personale”.
Ancor più concreto apparirà probabilmente agli occhi degli italiani il tema della crisi economica e finanziaria, viste le ripercussioni sui processi di produzione e sul lavoro, nonché nei portafogli della gente: sempre più numeroso il novero delle famiglie italiane che fa davvero fatica ad arrivare a fine mese. Napolitano, finora, non l’ha mai negato: “La crisi desta nuove, profonde e legittime preoccupazioni tra i cittadini”, emergono perciò “esigenze ineludibili di dare risposte in grado di favorire la crescita e di migliorare la trasparenza dei mercati. Si tratta, infatti, di una crisi globale di eccezionale portata e gravità, che obbliga anche il nostro Paese a fare i conti con se stesso. Guai a “sottovalutarne l’impatto”. Ma tutto ciò, per il Presidente, “non giustifica reazioni di paura, di scoramento o di rassegnazione”. Specie al Mezzogiorno, altra questione che sta molto a cuore all’inquilino del Quirinale.
Infine non dovrebbe mancare un accenno alla “stagnazione” in cui ancora versa il processo unitario della Ue, alle prese con la ratifica del Trattato di Lisbona, che fa le veci di quel testo costituzionale bocciato nelle urne referendarie dell’Europa a 27. Lo sguardo alle vicende internazionali sarà completato con l’appello alla pace e al dialogo in Medio Oriente, dopo l’escalation militare di queste ore, come con l’augurio di una rafforzata partnership con la nuova amministrazione Obama in procinto di insediarsi alla Casa Bianca.

E, a cavallo fra politica estera e interna, si inserirà il saluto e l’augurio di buon anno tradizionalmente rivolto dal Quirinale al Papa e prontamente ricambiato dal Vaticano. Il messaggio dello scorso Capodanno conteneva l’indicazione che “per consolidare i fermenti positivi, per mettere a frutto le potenzialità su cui l’Italia può contare, è indispensabile che si crei un nuovo, più costruttivo clima politico, fondato su una effettiva legittimazione reciproca: mi sono speso a tal fine sin dall’inizio del mio mandato e insisterò nelle mie sollecitazioni e nei miei appelli”. Una ‘promessa’ mantenuta, fino al recentissimo discorso alle alte cariche in cui Napolitano ha lamentato “un clima politico italiano dominato da troppe tensioni” dove si rischia di “perdere il senso della misura e del limite” fra le opposte “fazioni”. Facile che un monito molto simile sia rilanciato, nel messaggio che apre, sempre con speranza, al nuovo anno.

Veltroni e D’Alema firmano la tregua. Ma i “nodi” morali ed europei restano

Walter Veltroni e Massimo D'Alema

Dopo un mese di messaggi ostili recapitati a mezzo stampa e per interposta persona, Walter Veltroni e Massimo D’Alema si sono sentiti al telefono e hanno voluto che l’informazione trapelasse.
I due hanno si sono dati appuntamento per un colloquio a quattr’occhi questa mattina, prima della riunione del “caminetto” che affronterà il nodo della collocazione europea. Ma, soprattutto, D’Alema e Veltroni hanno deciso di diffondere una nota congiunta sulla questione morale, per dire a tutti che di fronte ad una vicenda che rischia di colpire duro il partito, anche le storiche rivalità passano in secondo piano.
Non che anche su questo punto siano mancati accenti differenti, nei giorni scorsi, con il segretario ad insistere molto sulla necessità di un “rinnovamento”. Ma di fronte alla portata della vicenda entrambi hanno ritenuto di serrare i ranghi e di farlo sapere a tutti. Tutti e due, raccontano, hanno concordato che non era possibile subire gli affondi della destra che ora si scopre giustizialista dopo aver invocato per anni il garantismo. Certo, il segretario ha insistito, come si legge anche nel comunicato congiunto diffuso, perché il Pd ribadisse l’intenzione continuare il rinnovamento, ma dopo aver chiarito che la questione morale “riguarda anche e soprattutto la destra”.
Nonostante, almeno esternamente, il fronte è comune, i nodi politici restano. Veltroni, assicurano i suoi, in direzione chiederà un voto sulla linea del Lingotto, quella che ha portato il partito fin qui. Il segretario tornerà a sollecitare eventuali perplessità sulla leadership e solo se qualcuno porrà questa questione si riaprirebbe l’ipotesi di una resa dei conti anticipata. Uno scenario che non sembra ormai più all’ordine del giorno. Quel che è certo, come spiegano nello stretto entourage dalemiano, è che il patto non annacquerà il confronto che si attende nella direzione del partito convocata per il 19 dicembre: D’Alema dovrebbe intervenire in direzione, facendo sentire la sua voce su molti temi, ponendo sì questioni politiche, ma senza chiedere la conta sulla leadership.

Intanto va in scena il ritrovo del “camineto” del Pd, iniziato stamane alle 08,30. Sul tavolo anche la collocazione europea in vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo. Attorno, tutti i big del partito, tranne Arturo Parisi che in una lettera alla Stampa spiega i motivi della sua assenza. Secondo il leader degli ulivisti la questione rilevante della collocazione europea va affrontata non in una sede ristretta ma nell’Assemblea nazionale del partito dove andrebbe condotto “un largo confronto sulla nostra idea di Europa”.

Mentre l’incontro era ancora in corso Massimo D’Alema, poco prima delle 10, ha lasciato il suo posto insieme a Giuliano Amato. Nessun giallo: i due hanno un impegno a Napoli con la Fondazione Italianieuropei. E comunque la linea messa a punto da Max e Walter, in un periodo di tensione, serve proprio a compattare tutto il partito anche perché i sondaggi degli ultimi giorni dimostrano che la questione da morale sta assumendo un carattere elettorale: fa perdere voti, simpatia e fiducia al popolo di centrosinistra.
Urge intervenire, quindi. E meglio farlo uniti. A cominciare dalle primarie di Firenze, per le quali la soluzione trovata sembra essere quella di sostituire la gara interna tra i quattro candidati democratici con primarie di coalizione e la scelta “dall’alto” di un candidato del Pd (Vannino Chiti il prescelto), ben più intricata appare la matassa napoletana.
Per quanto riguarda il caso partenopeo, Veltroni ha espresso il suo sostegno a Rosa Russo Iervolino ma non recede dall’idea che sia necessario un rilancio della giunta. E quindi ai vertici locali del partito chiede un “patto di fine consigliatura”, che vuol dire un rimpasto di giunta per ridare smalto all’immagine offuscata dell’amministrazione.

Non meno complessa, e più legata ai vertici del partito che alla periferia, è la soluzione del braccio di ferro, che dura dalla nascita del Pd, sulla collocazione europea del partito.
Argomento affrontato da Veltroni e D’Alema nella telefonata di ieri e nel colloquio di stamattina. I due si sarebbero trovati d’accordo sulla mediazione da proporre ai big del partito: nessun ingresso nel Pse, ma una soluzione che riconosca la specificità dei democratici italiani in un’alleanza con i socialisti europei. Soluzione della quale nei giorni scorsi Veltroni avrebbe parlato anche con Franco Marini, per il quale bisognerebbe lavorare a un gruppo europeo autonomo e poi fare un patto politico con il Pse.

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Discutine sul FORUM: “Gli “stravolgimenti” di D’Alema e Veltroni

Il Pd si spacca sul Pse. I Ds entrano, la Margherita protesta, Veltroni fa l’ospite

Piero Fassino e Walter Veltroni

Fassino dentro, Veltroni fuori. L’ultimo segretario dei Ds dice sì, il primo segretario del Pd, da ospite, dice no. E mentre a Madrid i democratici si dividono sull’adesione al manifesto del partito socialista europeo (qui il documento in .pdf), Francesco Rutelli, da Barcellona, dove è intervenuto alla presentazione del libro dell’ex sindaco Pasqual Maragall, (socialista ma critico con Zapatero), parla di un “partito democratico europeo”.
Va in onda in terra spagnola il dibattito interno al maggior partito della sinistra italiana. Il segretario partecipa all’assise del Partito socialista europeo “solo in qualità di ospite” e non sottoscrive il manifesto politico comune in vista delle prossime elezioni europee in quanto il Pd non aderisce. Firmano invece l’ex ministro Piero Fassino in qualità di rappresentante dei Ds e la governatrice del Piemonte Mercedes Bresso in qualità di presidente del comitato degli amministratori regionali socialisti in Europa. Massimo D’Alema rimane più defilato, ma la sua posizione la esprime chiaramente in televisione: “Penso che in Europa dobbiamo andare insieme ai socialisti, allo scopo di fare insieme ai socialisti un raggruppamento riformista al Parlamento europeo”.
La collocazione europea del Pd, insomma, rimane una questione irrisolta, frutto di malumori e tensioni che covano sotto traccia. E potrebbero esplodere quando e se si arrivasse a un vero congresso. I socialisti europei, dal canto loro, sono interessati a non perdere il “pacchetto” di parlamentari italiani in Europa. Nell’attuale parlamento europeo il Ppe da 288 deputati su 785, contro 213 al Pse. Gli eurosocialisti sono inoltre al potere in 8 paesi Ue su 27. Per questo a Madrid si lavora a una formula che possa mettere insieme tutti, nello spirito “ma anchista” del Veltroni versione Crozza. “Noi” si legge nel documento People First. Una nuova direzione per l’Europa discusso e votato oggi, “partiti socialisti, socialdemocratici e democratici progressisti condividiamo valori comuni e una comune visione e lavoreremo insieme per un’Europa piú giusta, piú sicura e piú verde e siamo insieme la forza per il cambiamento”.
Aperture che non sono bastate a Veltroni per firmare il documento: “Io sono il segretario” ha detto durante il suo intervento “di un partito che unisce piú culture e sono qui non solo perché la mia storia personale mi fa essere fratello di molti di voi ma perché questa famiglia politica é di grande importanza e ha dentro di se le idee di libertá, promozione sociale e lotta alle disuguaglianze”.
Al Pd (e al suo dibattito interno) apre il presidente del Pse Martin Schultz: “Veltroni è venuto qui per dare un segnale, per spiegare le caratteristiche del Pd e per dire che hanno bisogno di tempo. Noi abbiamo del tempo e siamo pronti a garantire che coloro che nel Pd non vengono dal socialismo tradizionale possono trovare un posto nel nostro gruppo”. Secondo Fassino, che invece ha firmato il documento in qualitá di leader dei Ds, la soluzione può essere quella di “creare un gruppo di socialisti e dei democratici per unire tutte le forze progressiste in Europa” e questa, precisa, “non è un’omologazione del Pd al Pse ma un lavorare insieme con chi in Europa sostiene posizioni riformiste”.
Cautele necessarie per rassicurare l’altra metà dell’anima Pd: gli ex della Margherita. Anche Francesco Rutelli ieri era in Spagna, però a Barcellona, dove è intervenuto alla presentazione del libro dell’amico ed ex sindaco della capitale catalana Pasqual Maragall, con il quale condivideva il progetto di un “partito democratico europeo”. Nello stesso atto pubblico, tra i messaggi d’affetto per il politico catalano ormai ritirato e malato di Alzheimer (ha intitolato la sua autobiografia Oda inacabada, Un’ode incompleta), è stato proiettato un video messaggio del “padre” del Pd, Romano Prodi.

Clandestini, naufragio nel mare di Malta: decine le vittime

Un barcone con i clandestini

Nuova tragedia dell’immigrazione al largo di Malta. La Marina della Valletta ha individuato “tra i sei e gli otto cadaveri” di clandestini a circa 64 chilometri dalla costa meridionale dell’isola. I corpi non sono stati ancora recuperati a causa del maltempo, ha spiegato un portavoce dell’esercito maltese alla France Presse.
Secondo il quotidiano locale L-Orizont, le vittime del naufragio, avvenuto nel fine settimana, sarebbero invece 35. Il giornale ha riferito che venerdì scorso un elicottero tedesco appartenente alla missione Ue Frontex aveva avvistato una imbarcazione con numerose persone a bordo. Subito erano intervenuti un aereo militare e una motovedetta maltesi, ma le ricerche, rese difficili dal maltempo, non avevano prodotto alcun esito. Soltanto ieri sera, l’incrociatore Argo della Marina francese ha avvistato i cadaveri, dopo la segnalazione di un aereo lussemburghese Frontex.
Dopo l’avvistamento dell’elicottero, nonostante il mare grosso e i venti forti, un aereo militare e una motovedetta della marina maltese hanno condotto una ricerca nella stessa zona indicata, ma il barcone non è stato trovato. Le ricerche sono proseguite sabato scorso per tutta la giornata ma senza successo. A causa del maltempo, le ricerche sono state sospese tra domenica e lunedì, ed è stato solo ieri sera che l’incrociatore francese ha avvistato i corpi. Prima del tramonto, un aereo lussemburghese della missione Frontex ha segnalato l’avvistamento di altri cadaveri in mare.
Le autorità della Valletta da tempo chiedono maggiore aiuto a Bruxelles nella gestione dell’afflusso di clandestini, aumentato del 30% rispetto allo scorso anno. Secondo gli ultimi dati ufficiali i migranti che hanno tentato tra gennaio e agosto di raggiungere l’isola, prima tappa verso l’Europa, sono stati 2.289, contro i 1.379 dello stesso periodo del 2007.

Medici senza frontiere (Msf) Italia ha recentemente fatto riferimento a un bilancio di 380 clandestini morti nel canale di Sicilia - il braccio di mare situato nel Mare Mediterraneo tra la Sicilia e la Tunisia - durante i primi sei mesi di quest’anno, dopo i 500 nel 2007. Secondo il bilancio dell’associazione Fortress Europa, che ha sede in Italia, dal 1988 il bilancio sarebbe di 12.566 morti e di 4.646 dispersi nel canale di Sicilia.

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