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Europa
Dieci dita per la cittadinanza. La via alla nazionalità italiana, per i bambini dei campi rom, potrebbe passare dalla raccolta delle impronte digitali che ha suscitato un vespaio di critiche. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha intenzione di presentare nei prossimi giorni una proposta per dare ai bimbi nomadi nati in Italia, ”come ragione umanitaria”, un nome, un cognome e la cittadinanza italiana.
Maroni ne ha parlato in un intervento alla Camera di Commercio americana a Roma. Attualmente la situazione dei documenti dei bambini che abitano nei campi è quasi completamente sregolata: “In alcuni casi, in particolare per chi viene dall’ex Jugoslavia” spiega Maurizio Pagani dell’Opera Nomadi di Milano “non hanno nazionalità riconosciuta ma non sono nemmeno apolidi”. Una situazione di mancanza di riconoscimento (anche di diritti e doveri) che crea le condizioni ideali per l’illegalità.
A proposito dei bimbi che si trovano nei campi nomadi, Maroni ha detto tra l’altro: ”Dobbiamo tutelarli. Quello che stiamo facendo è una cosa giusta e di equità. Ci sono in questi campi persone che vivono in maniera subumana. Bimbi il cui destino è tragico. Alcuni, lo sapete, vengono utilizzati nel mercato dei trapianti di organi. E invece il primo diritto di un bambino, qualsiasi bambino, è di avere una identità”. Per quanto riguarda il censimento dei campi nomadi, Maroni ha aggiunto: ”Sui giornali la cosa è stata impropriamente definita ‘impronte digitali ai rom’, in realtà quello che stiamo facendo è un censimento nei campi nomadi. Il censimento non è su base etnica, è solo per vedere e sapere chi c’è in questi campi”.
“Eppure” ha aggiunto il ministro “c’è piovuta addosso la condanna dell’Europa e sono state dette contro di me e contro di noi cose terribili. Sono stato persino definito uno stupratore da un direttore di giornale. Queste cose però le lascio ai miei avvocati”. Dall’Opera Nomadi un plauso al riconoscimento della cittadinanza italiana: “Può servire a fare chiarezza e a sanare molte situazioni” dice Maurizio Pagani. “Le norme per la cittadinanza italiana sono troppo restrittive per i figli di immigrati. Ora però bisogna vedere se Maroni passerà dagli annunci ai fatti. Anche il suo predecessore Amato aveva riconosciuto il problema dell’identità, ma poi non si era fatto niente”.
Intanto il dibattito sulle rilevazioni delle impronte digitali ai minori rom registra l’ennesima critica per l’Italia da parte di un’istituzione europea:”i politici italiani hanno dimostrato poca leadership morale quando si è trattato di cercare di arginare l’ondata anti-rom”. Lo scrive il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, in una nota dedicata al tema dei crimini generati dall’odio verso il diverso pubblicata oggi sul sito internet dell’organismo di Strasburgo.
Manifestazione a Roma di Sinti e Rom
Nella sua riflessione, Hammarberg ricorda che questo tipo di crimini è una ”realtà quotidiana” in tutta Europa. Nel citare alcuni degli episodi di violenza e delle situazioni critiche registrate negli ultimi tempi in Europa, il commissario arriva a parlare anche dell’Italia dove, osserva, ”durante l’ultimo anno, in seguito ai discorsi di alcuni politici basati su pregiudizi e ai resoconti xenofobi di alcuni media, ci sono state gravi azioni violente contro i rom, inclusi attacchi fisici e incendi dei campi”. Il commissario rileva anche che ”l’intera comunità rom è stata trasformata in un capro espiatorio per i crimini commessi da pochissimi”.
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“L’Italia ce la farà” l’iniezione di ottimismo arriva da un ottantatreenne fresco di compleanno, il presidente Giorgio Napolitano: “A condizione che abbia la fiducia per affrontare i sacrifici necessari a costruire il futuro” .”l’Italia ce l’ha sempre fatta, la vera domanda è se noi altri ce la faremo” gli risponde il suo interlocutore, Henry Kissinger, ex Segretario di Stato americano (dal ‘73 al ‘77). L’incontro tra i due avviene a Palazzo Madama, in un dibattito promosso dall’Aspen Institute Italia. I due si conoscono da tempo, da quando Napolitano era uno dei più filoamericani tra i dirigenti del vecchio Pci. Oggi che è presidente della Repubblica, risponde a un’antica battuta di Kissinger (”Chi devo chiamare quando voglio parlare con l’Europa?”): “Spero che non sia troppo lontano il momento in cui per parlare con l’Europa il presidente degli Stati Uniti potrà chiamare un singolo numero di telefono e trovare all’altro capo chi sappia e possa rispondergli rappresentando e impegnando l’Unione Europea nel suo insieme”. Nel confronto con l’ex segretario di Stato statunitense,
Giorgio Napolitano ha affermato che l’Unione Europea deve farsi carico più apertamente anche dei problemi di una politica comune nel campo della sicurezza e della difesa. I ritardi dell’Unione, secondo il presidente è “la cacofonia, la varietà di posizioni e la difficoltà di approvare regole comuni, come si è visto con la Costituzione e col Trattato di Lisbona”. Un invito alla diplomazia e alla ricerca di accordi che Napolitano estende anche al quadro politico italiano: “Non dobbianmo farci paralizzare dai contrasti ideologici, non dobbiamo farci bloccare da una sorta di hyperpartisanship, un eccesso di spirito di parte, che è una camicia di forza”. Un capo di vestiario poco adatto alla politica.
L’immigrazione tornerà sul tavolo dell’Unione europea fra poche settimane, quando approderà a Strasburgo la direttiva “rimpatri” (il dibattito in aula è fissato al 16 giugno). Un provvedimento, presentato nel 2005 dall’ex commissario europeo Franco Frattini, che ha l’obiettivo di rendere omogenee le disposizioni per il rimpatrio dei clandestini e le condizioni di detenzione nei centri d’accoglienza in tutti i 27 paesi Ue. La presidenza slovena, che guida il semestre fino al 30 giugno quando passerà la mano ai francesi, ha messo a punto un compromesso. Ma ci sono molte riserve.
Stando al testo, la decisione di espulsione deve avvenire entro 30 giorni al massimo (durante i quali il clandestino può decidere di tornare volontariamente nel suo paese d’origine). Per Repubblica ceca e Ungheria questo periodo è troppo lungo. In caso di mancata collaborazione, l’irregolare può essere riportato nel Paese di transito da cui è partito. Ma il cittadino oggetto di espulsione ha diritto a fare appello alla decisione con l’assistenza gratuita dello Stato se non ha risorse. Germania, Austria, Grecia, Lettonia e Malta, però, si oppongono perché non vogliono pagarne i costi.
Altro punto critico: la detenzione amministrativa degli irregolari fino a un massimo di sei mesi, estendibili a 18 qualora il clandestino rifiuti di identificarsi o il Paese di origine non collabori. Anche se non esiste in nessuno Stato il reato d’immigrazione (penale), nove Paesi hanno stabilito di poter trattenere gli extracomunitari clandestini anche senza limite di tempo (Finlandia, Svezia, Olanda, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Grecia, Estonia e Malta). In Lettonia per 20 mesi, in Germania per 18, in Ungheria e Polonia un anno. Nessuno se la sente di abbassare troppo la guardia. Previsto anche un fondo per i rimpatri. Quando il testo sarà approvato, si sbloccheranno 676 milioni di euro da utilizzare allo scopo: solo per il 2008, all’Italia ne toccherebbero circa 5 milioni.
I gruppi politici sono pronti a darsi battaglia. “È un provvedimento che armonizza le diverse norme oggi esistenti e può fare da vettore per costruire una vera politica europea, che resta l’unica soluzione possibile per l’immigrazione”, spiega il popolare Stefano Zappalà. Tiepidi invece socialisti e verdi, inizialmente propensi ma ora convinti che la proposta va corretta perché troppo sbilanciata sul lato repressivo. Critica l’ala radicale. “Siamo assolutamente contrari”, sintetizza per la Sinistra unitaria europea, Giusto Catania. “Non si possono armonizzare solo le regole di rimpatri ed espulsioni senza dare prima quelle per entrare legalmente nell’Ue”.
Dal punto di vista politico, diventa rilevante anche l’avvicinarsi del semestre di presidenza francese. Jean-Pierre Jouyet, segretario di Stato francese incaricato degli Affari europei, ha anticipato che il suo governo auspica un patto europeo per l’immigrazione e l’asilo. Ma bisognerà attendere i prossimi mesi per saperne di più.
L’Europa non ha, come noto, una politica comune in materia. Eppure, ne avrebbe bisogno. Sembra, infatti, paradossale non gestire in comune la frontiera esterna di un’area che prevede, quasi ovunque, la libera circolazione all’interno. Ma i governi nazionali si sono sempre opposti a qualsiasi tentativo in tal senso. A più riprese, il fronte mediterraneo (Italia in testa) ha cercato una strada comune scontrandosi sempre con gli altri partner. Innanzitutto perché ciascuno rivendica azioni diverse per la differente posizione geografica e tradizione storica. I Paesi scandinavi sono sempre stati riottosi a condividere i pesanti costi dei controlli lungo migliaia di chilometri di confini marittimi e terrestri. Germania e Gran Bretagna si sono avviate verso una politica che favorisce per lo più gli immigrati con alte qualifiche professionali. Su tutto c’è, poi, la gelosia di mantenere saldamente il controllo di un tema molto sensibile, anche per il consenso elettorale.
Il risultato è che ciascuno attua la sua politica ma i Paesi del Sud hanno spesso il compito più difficile, almeno per la gestione dei flussi. E, come un sistema di vasi comunicanti, qualsiasi giro di vite in un punto travasa in un altro. Come è accaduto quando la Spagna ha chiuso l’accesso alle Canarie e il terminale delle partenze si è spostato dal Marocco alla Libia, direzionando le rotte su Malta e Italia.
Va detto che, in realtà, la percentuale dei clandestini che arriva sulle coste o entra illegalmente rappresenta appena il 7 per cento del totale. Nel 2003, per esempio, le richieste di regolarizzazione presentate in Italia furono 700 mila: solo il 10 per cento era arrivato clandestinamente. Un altro 15 per cento aveva documenti falsi. Il 75 per cento era arrivato con regolare visto (turistico o altro): oltre mezzo milione di persone che non è mai tornato indietro una volta scaduto. E il problema riguarda tutti i Paesi.
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Com’è il detto? Se Maometto non va alla montagna…
Parafrasando: se il Partito Democratico non va nel Pse, il Partito socialista europeo si allarga per contenere il Pd.
La collocazione europea del Pd era uno dei nodi da sciogliere, ancor prima che il 14 ottobre il popolo delle primarie scegliesse Walter Veltroni come leader: a quale stella guarderà in Europa, una volta formato, il neonato partito del centrosinistra? Si iscriverà al Partito socialista europeo (non intaccando l’anima diessina ma creando una crisi d’identità a quella diellina) o si posizionerà nell’Alde (ribaltando le gioie e i dolori) ?
In realtà, il nodo c’è ancora. Anche se, dopo essere stato stato uno dei motivi che hanno spinto Mussi, Angius e compagni ad abbandonare i Ds (nell’ultimo congresso della Quercia), il tema è come scomparso dall’agenda del nuovo partito. Non ne hanno parlato i candidati alle primarie; l’ultima volta che ne ha fatto cenno Veltroni, a inizio settembre, si pronunciò con un salomonico e onirico giudizio: “Sogno un nuovo grande partito europeo che sia la casa di tutti i socialisti e riformisti”. Come dire, se noi non sappiamo dove andare in Europa, sia l’Europa ad adattarsi a noi.
Un mese dopo, è ciò che è successo. Seppur nato da poche ore, il Pd ha già aperto un canale “forte” di comunicazione con i socialisti: è il premier Romano Prodi, che del Pd è il presidente, ad ammettere che durante il vertice del partito socialista europeo a Lisbona, si è avviato un “lavoro in comune” che, se “non prelude” ad uno sbocco unitario, può certamente prefigurarlo.
In ogni caso, ha continuato Prodi, la novità italiana rappresenta un apripista importante per tutte le forze riformiste europee che, senza perdere la matrice socialista, intendono allargare il loro orizzonte. E per favorire questo processo, nella riunione di Lisbona si è parlato, neanche troppo velatamente, della possibilità di un cambiamento di nome del Partito europeo. L’ipotesi allo studio sarebbe infatti quella di aggiungere la parola democratico fra socialista ed europeo. Se questo basti a rendere digeribile l’approdo socialista ai margheritini, si vedrà. Intanto, si parte con l’avvio di un “rapporto forte e sistematico” tra Pd e Pse, ha spiegato il Prof. Che lascia comunque al neo segretario il compito di portare avanti l’operazione. Sempre che, nel frattempo, i socialisti europei non decidano di intervenire, sollevando Veltroni dal prendere una decisione che tanto indolore non dovrebbe essere.
E se invece la questione resterà ancora sul tavolo? Nessun dramma: con le primarie il Pd è nato, con le primarie potrebbe scegliere simbolo e inno, con le primarie opterà su quale strada europea percorrere.
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Ugo Sposetti, classe 1947, da Tolentino (Macerata), è tesoriere dei Democratici di sinistra (qui il profilo tratto da Wikipedia). Senatore della Repubblica nella X e XI legislatura, dal 2006 è membro della Camera dei deputati. Lavora come ferroviere fino al 1976, quando diventa segretario della federazione di Viterbo del Pci. Nel 1978 viene eletto presidente della Provincia di Viterbo. Nel 1987 entra per la prima volta al Senato, dove resta fino al 1994. Nel 1995 si candida come sindaco alle elezioni comunali di Bassano in Teverina (Vt) vincendole, per poi essere riconfermato nella seguente amministrazione. Dal 1996 al 2001 ha fatto parte della segreteria tecnica del ministero delle Finanze, con il governo Berlusconi II ha dovuto lasciare l’incarico ed è stato nominato tesoriere dei Democratici di sinistra.
Sposetti, tutti nel Pd puntano alla cassa. La metta al sicuro, prenda i soldi e scappi.
Questi credono di scherzare, ma il portafoglio è una cosa seria. E poi è strano che mi tirino per la giacchetta, perché io non ho cassa, ma solo debiti. E anche molti.
Molti, ma meno di una volta. Onore al merito. Solo un pazzo poteva accettare di raddrizzare i conti dei Ds.
Siamo partiti con un debito di oltre 1.000 miliardi di lire. A dicembre dell’anno scorso eravamo a 160 milioni di euro. Ad agosto del 2008 arriveremo a 110. Non male, no?
Caspita. E nessun’azienda privata le ha proposto l’assunzione? Che so, l’Alitalia…
Guardi, il merito è collettivo. È un percorso che abbiamo impostato con i tesorieri locali. Abbiamo fatto, come si dice in gergo, massa critica.
È vero che non vuole dare un soldo al nascente Partito democratico?
Ma no, questo lo scrivono i giornali per farci litigare. Ho solo detto che io con Piero Fassino e Luigi Lusi con Francesco Rutelli abbiamo lavorato come tesorieri di partito per sei anni. Ora è giusto che il futuro segretario del Pd scelga un suo uomo.
Si parla molto di fusione politica, poco di come sarà quella economica. Chi detta le regole, l’acquirente o l’acquisito?
Per fortuna non si tratta di banche. La nostra idea è che sin dalla nascita il Pd non debba avere problemi economici. E siccome i problemi verrebbero dai Ds, visto che scompare il partito ma non i suoi debiti, stiamo lavorando perché ciò non avvenga.
Sarebbe bello, ma non è che i debiti scompaiono per magia.
Quei debiti è sicuro che non andranno a pesare sul Partito democratico. Abbiamo ancora qualche mese per vedere come fare. Ma di certo è l’ultimo dei miei pensieri.
Qual è il primo?
Mettere le cose in ordine prima della fusione. Ovvero fare le fondazioni regionali e di federazione dove far confluire archivi, immobili, i loghi e i beni immateriali. Anche i quadri. Chiaro che quelli di Palmiro Togliatti o Enrico Berlinguer non adorneranno le pareti di alcuna sezione del Partito democratico.
Peccato, almeno per Berlinguer. Ma anche Togliatti di questi tempi insulsi ci farebbe la sua figura. Scusi, e tutto il personale?
Con Lusi abbiamo ragionato su cosa fare, arrivando a una proposta per i futuri vertici del Pd: vi trasferiamo man mano i dipendenti e voi decidete chi vi serve per dare forma compiuta al nuovo partito. L’intenzione è di non lasciare per strada nessuno.
Ma tutto questo ambaradan di primarie, preprimarie, primarie delle preprimarie, chi lo finanzia?
Se lo finanziano i candidati e le organizzazioni territoriali che nel giorno delle primarie, il 14 ottobre, incasseranno 5 e 2 euro per votante. Io e Lusi avevamo proposto 10 euro, metà per le casse nazionali del Pd e l’altra metà per quelle locali. ‘Sti bischeri non hanno accettato. Ma era la cosa giusta. Il nuovo segretario si sarebbe ritrovato una cospicua dote, e senza spese.
E sui giornali, L’Unità ed Europa, voi non mettete becco?
Non mettiamo becco perché la proprietà e la gestione sono fuori. Ma L’Unità vende 50 mila copie giornaliere e ha 350 mila lettori. Io mi auguro che il giornale fondato da Antonio Gramsci sia il giornale del futuro Partito democratico. Ci sono tutte le condizioni perché ciò accada.
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Domanda: che cosa accomuna il recente sequestro di un camper a Milano e il ritrovamento nel maggio scorso di un aeroplano nel deserto della Mauritania? Risposta: la cocaina e l’Africa. Entrambi i mezzi di trasporto infatti erano stracolmi di polvere bianca proveniente dal Sud America e diretta in Europa via Africa occidentale, ormai considerata la nuova rampa del traffico internazionale di droga.
Meglio andare con ordine. 2 maggio 2007, aeroporto di Nouadhibou (Mauritania). Un Cessna 441 Conquest con a bordo due piloti belgi atterra all’improvviso giustificando “problemi tecnici”. In realtà, dovevano solo scaricare un po’ di merce. E che merce! Insospettita, la polizia aeroportuale decide di fare una verifica, ma non appena si avvicina, il bimotore decolla in fretta e furia lasciando sulla pista 629 kg di cocaina pura. Così le forze dell’ordine mauritane scoprono di avere messo le mani su un bel gruzzolo di polvere bianca del valore complessivo di circa 15 milioni di euro. Poche ore d’indagine conducono all’arresto di sette persone (tra cui due francesi e un marocchino) con l’accusa di “traffico di stupefacenti”. L’inchiesta rivela poi che la coca proveniva dal Venezuela, via Recife, nel nordest del Brasile. Da lì sarebbe partito il bimotore, letteralmente disossato dai suoi “passeggeri” per consentire il caricamento di 33 bidoni contenenti tre tonnellate di carburante in modo tale da assicurare un rifornimento costante durante il tragitto.
Secondo Le Monde, la droga era destinata in Francia. Ma visto la quantità di coca prelevata (l’equivalente del 13% di “polvere bianca” sequestrata in Italia nel 2006), è lecito pensare che la merce fosse destinata anche in altri paesi europei, tra cui la nostra penisola. Guarda caso, ventiquattro ore dopo il sequestro record di Nouadhibou, a Milano vengono arrestate venti persone coinvolte in una rete internazionale di “alto livello criminale”, controllata dalla cosca calabrese Morabito-Bruzzanti-Palamara. L’indagine, iniziata nel 2004, conduce al sequestro di 210 kg di coca “sudamericana” nascosta in un camper proveniente da Dakar, in Senegal. Nouadhibou-Milano, un semplice epifenomeno? “No” risponde dalla capitale senegalese Antonio Mazzitelli, responsabile dell’Ufficio regionale Onu per la lotta contro la droga e il crimine in Africa occidentale e centrale (qui l’intervista). “Tra marzo e aprile sono stati effettuati a Malpensa due sequestri di cocaina su corrieri umani provenienti dall’Africa occidentale”. Le dichiarazioni che confermano quanto scritto nell’ultimo rapporto pubblicato il 1 marzo 2007 dall’Oics, l’organismo internazionale per il controllo di stupefacenti, secondo il quale “il traffico di cocaina è particolarmente preoccupante nel continente africano. Le reti di trafficanti di droga sfruttano la regione come zona di transito per far passare la cocaina in via clandestina”, con lo scopo di alimentare l’Europa dove il consumo di coca è in aumento vertiginoso. Guarda caso “l’Italia” sottolinea l’ultima relazione della Direzione centrale per i servizi antidroga del ministero degli Interni, “viene considerata il secondo paese europeo di consumo della cocaina, dopo la Spagna”. I dati diffusi dallo Unodc parlano di 40,6 kg di coca “africana” sequestrata nel 2006 nei principali aeroporti italiani (come dimostra questa tabella, in .pdf). Il doppio rispetto al 2005, addirittura venti volte tanto quella sequestrata nel 2003. Una crescita impressionante, ma ben lungi dal rispecchiare la reale dimensione del fenomeno. “I dati a disposizione riguardano soltanto quei sequestri compiuti negli aeroporti e che ci sono stati comunicati” sottolinea Mazzitelli.
Quindi? “Quindi mancano all’appello le prese aeroportuali non comunicate allo Unodc, quella parte di merce sfuggita ai controlli della polizia e tutto il traffico marittimo e terrestre”. Non rimane altro che chiudere gli occhi e… tapparsi il naso.
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Sulla via che porta al Pd, non tutto fila liscio tra i compagni (o amici) di strada. Oltre ai nodi politici, ci sono anche quelli patrimoniali e di gestione di immobili, feste e giornali. Su quest’ultimo punto in particolare, pare che il Partito Democratico manterrà il regime del doppio quotidiano. Salvo ripensamenti, L’Unità guidata da Antonio Padellaro è destinata al ruolo di giornale di opinione, Europa di Stefano Menichini a farsi più generalista.
Ma i due fogli dovranno vedersela con una nuova lobby rossa. Non politica, ma free press. Il tentativo mai visto in natura prima è frutto dell’astuto editore sardo Nicky Grauso, che sta inondando la Penisola con le varie edizioni del suo giornale gratuito E polis. Frullato dell’Unità, di Liberazione, del Manifesto, del Tg3 e dei Santoro boys, E polis di Grauso è sostenuto, per esempio, dal governatore della Sardegna Renato Soru e da quello del Lazio Piero Marrazzo. E si offre al popolo rosso con le firme pop più amate dal suddetto.
C’è la lobby Tg3-Primo piano: editorialisti i conduttori Fabio Cortese, Maurizio Mannoni. C’è la lobby dell’Unità: scrive il meglio, Luca Bottura, Silvia Garambois, Valeria Parboni. C’è la colonna di Radio radicale con il suo direttore Massimo Bordin. C’è il filone Anno zero santoriano: Vauro il vignettista e l’alter ego di Michele, Sandro Ruotolo. C’è lo zampino di Rifondazione con il suo deputato Salvatore Cannavò dell’associazione Sinistra critica. E anche gli infiltrati di Giuliano Ferrara, con Ritanna Armeni e Stefano Di Michele.
E polis gode del plauso della famiglia Marrazzo: quando è uscita l’edizione romana il presidente della Regione Lazio Piero ha lodato l’iniziativa e sua moglie, la giornalista Roberta Serdoz, per esempio, il 14 aprile ha fatto la sua figura scrivendo il fondo della rubrica “A ruota libera”.
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Una cosa è la gestione comune, un’altra la proprietà. Lo sa bene il 56 per cento degli italiani che opta per la separazione dei beni. Anche Ds e Margherita, prossimi al matrimonio nel Partito democratico, scelgono lo stesso regime. Ma i partiti sono persone giuridiche, per loro non valgono le leggi per le persone fisiche. Perciò, guidati dal tesoriere Ugo Sposetti, i diessini hanno studiato un escamotage. E lo hanno pure trovato.
Una proposta di legge “ad partitum” è stata presentata nel settembre 2006 per favorire la Südtiroler Volkspartei, in ritardo sulla presentazione della domanda per i rimborsi elettorali. Subito dopo è arrivato un emendamento del deputato Marco Boato (verdi) che permetterebbe ai partiti di costituire “fondazioni politico-culturali” utili per gestire l’attività patrimoniale (oltre che per ricevere più facilmente i finanziamenti privati).
Così la “fondazione Ds” e la “fondazione Margherita” continuerebbero a gestire i rispettivi patrimoni ognuno per proprio conto. Con cattiva pace del ministro Rosy Bindi, che vuole “dotare il Pd di nuove sedi” attraverso la vendita di tutte le proprietà attuali per acquisirne di nuove.
Piero Fassino ha detto no. Il Pci-Pds-Ds ha 60 anni di storia patrimoniale. Tra federazioni, sezioni, case del popolo e persino negozi e terreni, non c’è storia con la Margherita, che ha appena cinque anni di vita. È vero, le sezioni diessine sono 6.937 e i circoli “margheriti” 15.165, ma pochi sono di proprietà e molti sono per rappresentanza. Inoltre la Quercia ha un debito altissimo (139 milioni di euro nel 2006) rispetto ai circa 11 milioni della Margherita. Ma il debito diessino è ampiamente superato dal valore degli immobili, anche se è difficilmente quantificabile. Nei Ds vige il “federalismo proprietario”: gran parte dei beni “sono delle federazioni cittadine e delle direzioni regionali. Alcune sedi sono anche intestate a singole persone. Altre a società” (parole di Sposetti).
Fassino deve per di più affrontare la scissione del correntone di Fabio Mussi. Entrambi hanno scelto un basso profilo, difficilmente si arriverà alla guerra. Tra l’altro, sull’Unità Sposetti aveva già avvisato lo scissionista: “Se ci sarà una divisione dei beni, divideremo anche i debiti”. La possibile soluzione è che le singole (e rare) federazioni locali dove Mussi ha la maggioranza diventino di proprietà del suo schieramento, Sinistra democratica, che con i circa 2 milioni di euro l’anno provenienti dai gruppi parlamentari proverà a lanciare un nuovo quotidiano. Nome provvisorio della testata è Il progressista.

Il Pd manterrà il regime del doppio quotidiano. Salvo ripensamenti, L’Unità guidata da Antonio Padellaro è destinata al ruolo di giornale di opinione, Europa di Stefano Menichini a farsi più generalista.
Quanto alle feste di partito, tutti dicono che verranno mantenute entrambe. Ma dovranno scontrarsi con la volontà di Romano Prodi, che proprio con una grande “festa democratica” intende battezzare il Pd.
E il doppio tesoriere? Fra Sposetti e il margheritino Luigi Lusi spunterà un terzo nome. Riservatamente, Rutelli ha avanzato l’idea di affidare la gestione finanziaria a un manager da individuare sul mercato, come avviene per il Pd americano. Ma è davvero presto per inviare i curriculum.