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- Tags: Casse, crisi, europee, Nichi-vendola, Oliviero-Diliberto, Paolo-Ferrero, partito, Pdci, Prc, rifondazione, rimborsi-elettorali, Sd, sinistra, soldi, Verdi, voti
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di Stefano Brusadelli
Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010.
Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento.
Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno.
Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento.
È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento.
Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”.
Come si fa ad andare avanti? La risposta è una drastica ristrutturazione, maneggiata con imbarazzo comprensibile da un partito che ha sempre condannato i licenziamenti fatti dagli altri. Per Liberazione è stato decretato il ridimensionamento: contratti di solidarietà per sei-otto giornalisti e cassa integrazione per tutti gli altri, una quarantina compresi i poligrafici. Ci si accontenterà di un giornale ridotto a quattro pagine. Ma saranno i dipendenti della direzione a dover subire i tagli più pesanti: dai 125 in organico, un’enormità, bisognerà scendere a non più di 40.
I lavoratori sono sul piede di guerra e minacciano azioni eclatanti. Il partito ha offerto 7 mila euro di buonuscita più una mensilità per ogni anno di anzianità. Finora nessuno ha accettato.
Dalle parti dei comunisti di Diliberto la situazione è meno allarmante solo perché i dipendenti sono solo una ventina. “Non ci saranno licenziamenti” dice il tesoriere Roberto Soffritti “ma chi va in pensione non verrà sostituito”. Il bilancio 2008 si è chiuso con un disavanzo leggero, “però i problemi arriveranno già dal consuntivo 2009″. Anche qui c’è un macigno, il settimanale La Rinascita della sinistra, con 15 tra giornalisti, grafici e amministrativi.
I vendoliani si salvano (per ora) solo perché molti dei funzionari che hanno fatto lo strappo dal Prc sono in carico ai sindacati, non esiste un giornale e nemmeno una sede. Il tesoriere, Francesco Ferrara, confida in una sottoscrizione tra militanti e simpatizzanti. Problemi seri, invece, in casa dei Verdi, dove oltre alle entrate è in calo anche il numero degli iscritti e il bilancio 2008 si è chiuso con 1 milione di disavanzo. L’amministratore, Marco Lion, annuncia il taglio di un organico già scheletrico: “Abbiamo sei dipendenti e quattro lavoratori a progetto: li dimezzeremo”. Tutti i soci di Sinistra e libertà possono almeno sperare che la vittoria di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema al congresso Pd riapra le porte o del partito (è il caso di vendoliani e Sd) o almeno porti a una riedizione dell’Unione sotto il cui simbolo superare le future soglie di sbarramento. Ma Rifondazione e Pdci non possono nutrire neppure questa speranza.
(ha collaborato Vasco Pirri)

Il 65,1%: è questa la quota di italiani che lo scorso week-end si è presentata alle urne. Più del 7 percento in meno rispetto alle elezioni europee del 2004 (con un’affluenza del 72,8%), e oltre il 15% in meno rispetto a quelle politiche del 2008 (80,5%). E con picchi negativi come quelli della Sicilia (49,17%) ma soprattutto della Sardegna, che non raggiunge neanche il 41% dei votanti alle urne (quasi il 35% in meno rispetto al 2004).
Qual è insomma il vero risultato di questa tornata elettorale? Agli italiani l’Europa non interessa. Anche secondo molti blogger: vediamo perché.
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I cittadini non guardano all’Europa…
“Di Europa non c’è stato veramente nulla in queste elezioni. [...] Tutti hanno votato sulla base di tormentoni ben definiti: in Germania sul dilemma Opel, in Gran Bretagna sulle spese pazze dei ministri di Brown, in Spagna sulle sfide alla morale cattolica troppo rischiose di Zapatero (l’ultima quella della pillola per le sedicenni)”.
il Paroliere » L’Europa dei tormentoni vota per i “coraggiosi” cavalcatori di paura
…e neanche i politici lo fanno
“Non si è trattato di un’elezione europea ma di ventisette elezioni nazionali, una per paese. Innanzitutto la posta in gioco non era né chiara né europea. O meglio, la crisi economica [...] ha certo dominato la scena. Ma mai con una prospettiva europea. Sempre trattandola come se fosse un problema nazionale e non continentale, per non dire globale. Non solo. Il confronto tra leader europei non è avvenuto. Ma cosa c’entrano Sarkozy e Aubry, Zapatero e Rajoy, Berlusconi e Franceschini in una campagna elettorale europea?”
Cafebabel » Astensione record alle europee? Nessuno (o quasi) le ha europeizzate
I soldi chi li mette?
“Forse gli elettori si stanno rendendo conto che quello di Bruxelles è un baraccone buono solo per ospitare (e purtroppo STIPENDIARE) gli elementi trombati nelle elezioni politiche dei vari stati?”
Pollice opponibile » Mi è calata l’affluenza
Colpa dell’allargamento a nuovi stati
“Ma un’astensione così alta deve imporre una riflessione seria sui gravi deficit accumulati nel percorso di integrazione ed in particolare nella fase frettolosa e scarsamente meditata dell’allargamento.”
Pourparler » L’Europa è fatta, gli europei no
Ma resterà sempre un parlamento con la p minuscola…
“Sono sicuro che questa Europa straziata e spezzettata non fosse assolutamente nelle menti dei padri fondatori. Sognavano una potenza saggia in grado di stare tra i cuginastri e i demoni sovietici (ora demoni cinesi poco importa) e invece ecco l’armata brancaleone di cui la gente non si fida, un Parlamento con la p maiuscola che agisce con la p minuscola e che conta pure poco con le sue solite beghe pseudopolitiche e pseudoreligiose [...] come se l’obiettivo fosse solo quello di infinocchiare i cittadini che hanno votato dei [...] turisti della democrazia”.
Podcastoro » Hanno vinto tutti, ha perso Lei
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- Tags: Barbara-Matera, Ciriaco-De-Mita, Clemente Mastella, David-Sassoli, Debora-Serracchiani, Emanuele-Filiberto-di-Savoia, Europarlamento, europee, luigi-de-magistris, new-entry, preferenze, sorpresa, Strasburgo
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Guarda la GALLERY dei volti più noti che entrano all’Europarlamento
E adesso, passata “la sbronza” dei dati, dei flussi e delle analisi, è scoccata l’ora delle promozioni e delle bocciature eccellenti; dei ritorni in pista dei vecchi cavalli di razza che avevano saltato un giro; delle new entry che a suon di voti mettono a tacere gli scettici o chi pensava che la loro fosse soltanto una candidatura di bandiera.
Insomma: chi è riuscito a fare il salto verso Strasburgo? Chi salirà a bordo dell’aereo per l’Europarlamento?
Tra i 72 che occuperanno i seggi spettanti all’Italia ci sono: Ciriaco De Mita e Clemente Mastella; Barbara Matera e Debora Serracchiani; Luigi De Magistris e David Sassoli; mentre resteranno a terra il principe Emanuele Filiberto e Rosaria Capacchione.
Altri dovranno attendere il gioco delle opzioni dei candidati eletti in più circoscrizioni per sapere se riusciranno a rappresentare l’Italia nel consesso europeo, mentre per alcuni si tratterà soltanto di aspettare ancora qualche giorno, per dare modo agli eletti che decideranno di restare in Italia di formalizzare la loro scelta. Come nel caso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, risultato primo in tutte le 5 circoscrizioni dove guidava la lista per il Popolo della libertà, per complessivi 2 milioni 706mila 791 voti di preferenza (il premier fa quindi meglio del 2004, +365 mila).
Nel Pd il primo posto è del volto del Tg1 David Sassoli che mette insieme 400.502 preferenze, ma realizza l’impresa di raccoglierle tutte in una sola circoscrizione, il Centro; la piazza d’onore (dopo il Cavaliere) va invece all’ex pm e candidato con l’Italia dei Valori Luigi De Magistris: per lui hanno votato 415.646 elettori (ma in 5 circoscrizioni).
Big alla prova
Nel Pdl, subito dopo il premier, si colloca il ministro della Difesa Ignazio La Russa, secondo nella circoscrizione Nord-Ovest con 223.428 voti. Qui gli eletti del Pdl saranno quindi, nell’ordine: Mario Mauro, 48enne indicato da Berlusconi come più ch eprobablie candidato italiano per la presidenza dell’Europarlamento; l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini; Vito Bonsignore, che si piazza tra Laura Comi (coordinatrice di FI in Lombardia, per i giovani) e Licia Ronzulli (con loro anche Barbara Matera da Lucera ha ripagato la fiducia del premier Silvio Berlusconi che aveva, non senza sucitare polemiche, scommesso sulla loro freschezza, giovinezza e competenza).
Nel Nord-Est, sempre dopo il premier, il Pdl elegge Elisabetta Gardini, Sergio Berlato, Lia Sartori e Antonio Canciani. Per Bossi invece c’è un quinto posto nella top ten generale con 334.444 preferenze, anche per lui in tutte le circoscrizioni. Antonio Di Pietro si deve accontentare di un quarto posto con 396.641 voti (5 circoscrizioni).
New entry: l’exploit friulano di Debora
Ottima la performance per la novità targata Pd Debora Serracchiani: con le sue quasi 74mila preferenze, la giovane avvocato (che El Paìs aveva ribattezzato la Obama italiana, all’indomani del suo intervento critico, scaricato migliaia di volte da YouTube, contro i leader del Pd durante un’assemblea dei circoli friulani del partito) fa tirare un sospiro di sollievo a Franceschini. La 38enne, vice capogruppo nel Consiglio provinciale di Udine, numero tre della lista Pd nella circoscrizione Italia Nord Orientale, supera nella sua regione - il Friuli - anche i voti del capolista Pdl Silvio Berlusconi (64.286). “Mi sveglio, un occhio ai dati e… in Friuli Venezia Giulia Debora batte ‘papi’ 73.910 a 64.286″ si legge sulla pagina di Facebook della candidata. Notevole il distacco, sempre su scala regionale, anche con il capolista Pd Luigi Berlinguer, fermo a 11.244 preferenze.
Il Nord premia anche il leghista Matteo Salvini (70.021) e Mario Borghezio (48.290).
Tv e sport
Seggio a Strasburgo quindi per il giornalista Sassoli, che così segue una tradizione ormai consolidata (Santoro, Gruber, Badaloni e Marrazzo insegnano). Mentre l’ex signorina buonasera Barbara Matera si piazza al secondo posto nella circoscrizione Sud subito dopo Berlusconi con oltre 130mila preferenze.
Ex sindaci
Lasciano la politica nazionale per quella europea Leonardo Domenici, che si deve accontentare di un terzo posto con 102mila preferenze, e Sergio Cofferati che, nonostante le polemiche che hanno accompagnato la sua candidatura, ottiene invece più di 200mila voti. Ce la fa anche l’ex primo cittadino di Milano Gabriele Albertini (Pdl): si deve però accontentare di 66.930 preferenza.
Grandi firme
Resta fuori Rosaria Capacchione, cronista del Mattino, sotto scorta per le minacce ricevute dopo le sue numerose indagini sulla criminalità organizzata e candidata nelle liste del Pd. Niente da fare anche per Sergio Staino, il padre di Bobo e firma storica dell’Unità, che si era presentato con Sinistra e Libertà. Arriva invece in Europa Magdi Cristiano Allam, candidato per l’Udc e firma del Corsera per molto tempo: a lui 39.637 preferenze.
Chi non ce la fa e chi dice addio
Restano fuori tutti i candidati dei “piccoli”. Tra gli esclusi anche l’erede dei Savoia Emanuele Filiberto (Udc), l’ex senatore Nino Strano (Pdl) che la scorsa legislatura divenne celebre per aver festeggiato la caduta del governo Prodi mangiando una fetta di mortadella nell’Aula di Palazzo Madama. Al momento non rientra (ma potrebbe farcela considerando le rinunce) nella lista degli eletti Gianni Vattimo, che quest’anno ha smesso di insegnare all’Università di Torino e si è candidato nelle liste dell’Idv. Esiguo però il gruzzolo del professore: 14.951 voti.
Le isole premiano la lotta antimafia
Per il Pd, nella circoscrizione insulare, il primo posto è di Rita Borsellino con 229.981 preferenze, seguita seppure a distanza (150.368) da Rosario Crocetta sindaco di Gela da sempre impegnato nella lotta alla Mafia.
Il gran ritorno degli ex dc
Ce la fa Ciriaco De Mita che nelle liste Udc si piazza al primo posto con 56.442 preferenze. E ce la fa anche l’ex Guardasigilli Clemente Mastella che può cantare 111.710 voti. L’ex Guardasigilli del governo Prodi, si troverà nell’euroemiciclo con l’ex pm De Magistris che lo mise sotto inchiesta. Come reagirà: “Non c’è il rancore nel mio dna, però qualche sassolino nelle scarpe m’è rimasto. Non credo che ci incontreremo a Bruxelles, saremo su banchi diversi. La partita comunque non è finita…”, ha fatto sapere, appena eletto eurodeputato nelle file del Popolo della libertà, al Corriere della Sera.
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di Stefano Brusadelli
“Oggi l’operaio è solo. Non sente più né la sinistra né il sindacato come la sua famiglia, all’interno della quale trovare identità e protezione. In questa nuova solitudine, che poi è diventata la stessa di tutti i cittadini italiani, l’operaio vota secondo la propria utilità. E nell’Italia di oggi, ahimè, capita che voti a destra”.
Fausto Bertinotti è nato in una casa di ringhiera alla periferia di Milano, verso Sesto San Giovanni. Il mondo degli operai è stato il suo liquido amniotico. Mitiche figure di operai come Emilio Pugno, Tino Pace, Pierino Caroli sono stati i suoi maestri. Dentro le fabbriche, da sindacalista, ha speso gran parte della sua vita. Vedere ora certificato da un sondaggio dell’Ipsos che tra gli operai le intenzioni di voto a favore del Pdl doppiano quelle per il Pd è un cruccio che si somma al dolore provocato dal naufragio della sua scommessa di sinistra anticapitalista. La spiegazione che di questo dato clamoroso l’ex presidente della Camera e leader di Rifondazione fornisce a Panorama è un viaggio negli ultimi 15 anni di vita italiana; e anche una disamina spietata degli errori compiuti dalla sinistra e dal sindacato.
Sorpreso di quel 43 per cento di operai che sarebbero pronti a votare per Silvio Berlusconi?
C’erano già i segni premonitori. Nel 1994 vidi un’inchiesta della Fiom di Brescia. Veniva fuori che moltissimi iscritti votavano per la Lega.
Segnale sottovalutato, allora.
Era l’avviso che un ciclo si andava chiudendo, e il primo segnale che stava iniziando la devastazione della sinistra. Perché bisogna sempre tenere presente che il voto degli operai a sinistra non è un dogma.
Affermazione forte, fatta da un leader della sinistra. Sembra un’autoassoluzione.
Ma è una realtà. Negli Usa il voto operaio è tradizionalmente diviso fra repubblicani e conservatori. E non dimentichiamoci il voto delle banlieue francesi che nel 2002 portò Jean-Marie Le Pen al ballottaggio contro Jacques Chirac, eliminando il candidato della sinistra, Lionel Jospin.
In Italia però è stato diverso…
In Italia abbiamo avuto il “trentennio glorioso”. E abbiano scambiato per un dato immodificabile quello che invece era solo un ciclo.
Trentennio glorioso?
Dal dopoguerra alla fine degli anni Novanta si sono verificate in Italia alcune condizioni straordinarie. Anzitutto, il primato dell’antifascismo non esaltava solo la Resistenza. Ponendo la Costituzione al centro di tutto, automaticamente metteva al centro del dibattito politico il tema del lavoro, che è scolpito nel primo comma dell’articolo 1. E di conseguenza assicurava centralità ai partiti di massa e ai sindacati. Poi funzionava una straordinaria rete organizzativa (dai circoli operai alle sezioni, alle parrocchie) che al momento del voto aveva il suo peso. E infine, c’erano l’Urss e il vecchio Pci.
Proprio lei è nostalgico dell’Urss e del Pci?
L’esistenza dell’Urss, a prescindere dal giudizio per me negativo su quel regime, teneva in piedi la sfida planetaria tra capitale e lavoro. E quanto al Pci, il suo scioglimento non ha portato alla nascita di una forza che facesse del lavoro, già sul piano lessicale, la sua ragione d’essere. Dalla crisi del Pci infatti non è nato un partito laburista o socialdemocratico, ma il Pd. Cioè un contenitore indistinto, tenuto insieme solo da una vaga idea di modernità.
Mettiamoci anche il sindacato.
Ci arrivo, certo. Il sindacato italiano era stato un esempio in tutta Europa: confederale, unitario, democratico, capace di straordinarie conquiste come lo Statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, aumenti salariali per tutti.
Il sindacato di oggi ne è l’ombra?
Si è rotta l’unità sindacale, la concertazione ha significato il ridimensionamento del salario e della politica di redistribuzione, e anche la democrazia in fabbrica è finita: si veda l’accordo sulla nuova contrattazione, approvato senza una consultazione nei luoghi di lavoro.
Morale?
Morale: gli operai che sentivano di avere una doppia protezione dal sistema politico e dal sindacato, e che in cambio indirizzavano il voto verso la sinistra, adesso si sentono soli. E seguono la loro pancia, il vento. Subiscono, al pari di tutti, l’offensiva conservatrice che è in atto in tutto l’Occidente.
Sbagliando?
Secondo me sì, ma votano secondo un’utilità presunta che va rispettata. Senza più fiducia nel sindacato e nel partito, nella desertificazione della democrazia, scelgono come interlocutore chi governa, l’unico che a loro parere conti qualcosa.
Non è in fondo una rappresentazione esatta?
Credo che nel voto a Berlusconi ci sia qualcosa di diverso, io ci vedo una venatura populista. Il populismo è figlio della crisi della sinistra. Al conflitto fra destra e sinistra sostituisce un altro conflitto, tra “alto” e “basso”, dove l’alto sono le élite. È un gioco nel quale la destra italiana è maestra: basti pensare a Berlusconi, a Umberto Bossi, ad Antonio Di Pietro.
Vogliamo parlare anche della condizione delle periferie, dove la percezione di insicurezza è diventata acutissima?
Sì, questa è una seria difficoltà per la sinistra, che non può inseguire la destra sulla linea dell’inasprimento delle pene. Ma alle ronde esiste una risposta di segno opposto: è la ricostruzione, anzitutto nelle periferie, di una rete di presidi democratici che sono l’unico antidoto preventivo al disadattamento e alla violenza. Perché la sinistra non lo fa, invece di limitarsi a denunciare gli eccessi del governo?
E se tra i motivi dello spostamento del voto operaio verso il Pdl ci fosse anche la delusione per i governi di Romano Prodi?
Non c’è dubbio: i governi Prodi sono stati fallimentari. La sinistra, non solo in Italia, si era proposta come più capace della destra di sanare i guasti della globalizzazione. Questa promessa è stata tradita: non c’è stata redistribuzione della ricchezza, né delle posizioni sociali. Così la globalizzazione ha aumentato le diseguaglianze e ha prodotto la crisi.
Quanto ha pesato la televisione nel successo di Berlusconi tra gli operai?
Altro capitolo dolente. Mentre la tv commerciale imponeva anche in Rai modelli come il Grande fratello e i concorsi con premi in denaro dove il messaggio è “la mia vittoria coincide con la tua sconfitta”, ossia quanto di più devastante possa esistere per l’idea solidarista, i dirigenti della sinistra pensavano soprattutto a cronometrare i tempi concessi a loro nei vari telegiornali per confrontarli con quelli degli altri. Convinti che la vera questione fosse questa.
I media, effettivamente, hanno dimenticato la questione operaia.
Degli operai, sui media, si parla solo se accadono incidenti mortali sui luoghi di lavoro o se ci sono scontri all’interno del sindacato, come è successo con Gianni Rinaldini a Torino. Ma non nota come dallo stesso lessico del Pd sia ormai sparita una parola come padrone, una parola fondamentale per la cultura operaia?
Alla sinistra, e al centrosinistra, concede davvero poco…
Quell’inchiesta della Fiom di Brescia ha segnato l’inizio di un quindicennio devastante per la sinistra italiana. Dall’avere due sinistre non ne abbiamo più nemmeno una. Intorno all’idea di sinistra ormai non si costruisce più un popolo, un’identità, un senso comune.
Esito inevitabile?
No. È successo che con il miraggio di rappresentare tutti la sinistra ha finito con il non rappresentare veramente più nessuno. L’epilogo è il grottesco appello al voto utile del Pd contro le liste alla sua sinistra. Se si arriva a chiedere un voto solo per la sua presunta utilità rispetto a un altro, come si trattasse della pubblicità comparativa di una merce, è la fine della sinistra. Non ci stupiamo poi se a questo punto gli operai di voto ne scelgono un altro, che gli sembra ancora più utile.

“Trecento deputati, cento senatori”. Questo il parlamento che ha in mente Silvio Berlusconi. Dopo le polemiche per i suoi attacchi durante l’assemblea di Confindustria, il premier rilancia in un’intervista a Rtl 102.5: “Ci vuole un disegno di legge a iniziativa popolare, perché poi voglio vedere il parlamento non votare una legge presentata con il sostegno di milioni e milioni di elettori”. Poi però smentisce di aver definito “inutile” il parlamento: “ho detto solo che è pletorico, non si può pretendere di essere uno stato moderno andando avanti così”. Il Cavaliere tira dritto per la sua strada, almeno negli annunci. Ma la sua proposta non entusiasma né gli alleati né l’opposizione. Che critica in ordine sparso il premier, ma poi non riesce a ricompattarsi per fare fronte comune. Il Pd chiede a Udc e Idv in incontro per coordinare una ”risposta adeguata” alle affermazioni fatte ieri dal presidente del Consiglio sul Parlamento. “La reiterata manifestazione di ostilità e disprezzo verso le prerogative del parlamento meritano una risposta adeguata. Siamo pertanto a proporvi di incontrarci per stabilire le modalità della nostra iniziativa” scrivono i capogruppo democratici Finocchiaro e Soro ai loro omologhi di Udc e Idv. Ma sia da Di Pietro che da Casini non arrivano parole concilianti: ”La giusta risposta a Berlusconi non sono le solite riunioni e le sterili parole, ma azioni e provvedimenti determinanti” dice il leader dell’Italia dei Valori “Per questo ho promosso una mozione di sfiducia nei confronti del Presidente del Consiglio che non riteniamo moralmente e politicamente degno di rappresentare questo Paese”. Mentre Casini rinfaccia al Pd il sì al referendum sulla legge elettorale: “Riteniamo anche noi gravi le dichiarazioni di Berlusconi. Tuttavia, non siamo disponibili ad alcun incontro, in piena campagna elettorale, almeno fin quando il Pd non cambierà idea sul sostegno al referendum, che consegnerebbe proprio a Berlusconi, e per lungo tempo, il governo del Paese”.
Insomma, all’attacco ognuno per conto proprio. D’altro canto le elezioni sono dietro l’angolo e ognuno pensa ai propri voti. Per l’ex premier massimo D’Alema il vero ostacolo alle riforme è proprio Berlusconi: ”quando ha voluto fare il Lodo Alfano per non essere processato, perché gli stava a cuore, il Parlamento l’ha votato e non è stato ostacolo alla sua volontà. E’ la sua volontà l’ostacolo vero alle riforme”.
Secondo D’Alema, infatti, il presidente del Consiglio ”ha altre priorità che non sono le riforme per il paese ma le leggine necessarie per lui”. Poi D’Alema ha ricordato come l’opposizione da tempo ”ha depositato una proposta per la riduzione del numero dei parlamentari: noi siamo pronti - ha concluso - anzi proponenti di una riforma della Costituzione, che preveda anche la riduzione. Non c’è nessun ostacolo, è un’evidente menzogna”. E nella maggioranza l’idea del premier non convince il presidente della Camera e gli esponenti di An a lui più vicini: ”Il parlamento non è nè inutile nè controproducente” dichiara il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, oggi a Monza per una manifestazione elettorale. ”Berlusconi ha già spiegato di essere stato frainteso” ha precisato “ma tutti siamo d’accordo sulla riduzione del numero dei parlamentari e sul superamento del bicameralismo perfetto”.
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Al penultimo giro di pista, cioè a due settimane dalle Europee, il vantaggio del Popolo della Libertà sul Partito democratico è più o meno lo stesso per tutti gli istituti di sondaggi: si va dai 13,1 punti di Demos per Repubblica ai 14,7 misurati da Digis per Sky, passando per una forchetta che secondo l’Ispo per il Corriere della Sera oscilla tra i 12 e i 13. Fa eccezione Euromedia Research, i sondaggisti preferiti da Silvio Berlusconi (ma che spesso ci azzeccano), che misurano lo stacco addirittura in 17,7.
Questa è però la foto ad oggi. Che cosa può accadere in queste due settimane per modificare la situazione?
Intanto partiamo da due dati, uno politico e l’altro personale.
Un anno di governo ha fatto bene al centrodestra ed al Pdl, che alle politiche 2008 ottenne poco più del 37% dei voti, e ha fatto male, anzi malissimo al Pd, che ebbe il 33,2. È una tendenza, questa, che si è consolidata nell’arco di 13 mesi, che è stata verificata in tutti i test elettorali intermedi, dall’Abruzzo alla Sardegna (isolata eccezione, il Trentino), e che dunque è impensabile si modifichi in 15 giorni.
La crisi economica e la sicurezza erano e restano le priorità degli italiani, e, a detta di un osservatore insospettabile come Ilvo Diamanti per Repubblica, gli elettori, compresi molti di sinistra, ritengono che il governo abbia affrontato questi due impegni in maniera soddisfacente.
Per fare un paragone, sono le stesse cose che in Gran Bretagna costeranno probabilmente il posto a Gordon Brown, e che in Spagna hanno messo seriamente in crisi Luis Zapatero, che si è visto respingere dal Parlamento metà del pacchetto sull’economia.
Da noi, volenti o nolenti, il fattore Berlusconi ha finora funzionato. Ma c’è l’altro aspetto, quello personale, che ovviamente ruota intorno al premier. Negli ultimi giorni Berlusconi è stato seriamente insidiato dal “caso Noemi” e dalla sentenza Mills, che in sostanza lo accusa di corruzione.
L’insidia, però, finora non ha prodotto risultati. La vicenda Letizia con tutti i suoi retroscena veri o presunti continua ad essere archiviata dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica come un fatto privato. In questo, contrariamente a ciò che si sente spesso in giro, noi italiani non siamo un’eccezione o un popolo particolarmente menefreghista: basta pensare alle storie di sesso e corna della politica francese, alla corte inglese, allo stesso caso Clinton-Lewinsky. Tutta roba da tabloid che ha influito poco o nulla sugli umori elettorali.
È presumibile quindi che se il Cavaliere non esagera con le battute sulle veline e soprattutto sulle minorenni (i suoi lo scongiurano da giorni di cucirsi la bocca), e soprattutto se non emergono particolari davvero sconvolgenti, l’affaire resti materia soltanto di gossip.
Il caso Mills appare, ad un primo esame, perfino meno insidioso. Berlusconi ne esce da perseguitato delle toghe rosse: un suo cavallo di battaglia. Può tra l’altro esibire (e lo sta facendo) una casistica sterminata di avvisi di garanzia culminati, anni dopo, in assoluzioni e proscioglimenti, a cominciare dal padre di tutti gli avvisi, quello del ‘94 “a mezzo stampa” mentre presiedava un summit mondiale sulla criminalità a Napoli.
Eppure qui il terreno è più minato. Non per il processo Mills in sé: al di là del merito delle accuse, Berlusconi ne è comunque fuori per il lodo Alfano, e poi verrà la prescrizione. Il rischio è che, nei suoi attacchi alla magistratura, in quello stato d’animo che stamani, all’assemblea della Confindustria, lui stesso ha definito “esacerbato”, il premier esageri. E finisca per scontrarsi non il Quirinale e con gli stessi alleati di governo, a cominciare da Gianfranco Fini e Umberto Bossi.
Perché se è vero che gli italiani non giudicano i politici in base alla loro vita privata (a meno che vengano pescati a rubare), è altrettanto vero che detestano come pochi le polemiche e le risse.
Per chi l’avesse dimenticato, polemiche e risse determinarono il crollo del governo Prodi e sono tuttora la causa principale del brusco calo di consensi del Pd.
Da qui i fortissimi inviti a Berlusconi, dallo staff e dagli alleati, a rinviare a dopo il 7 giugno il discorso che intende fare alle Camere sulla sentenza Mills. In teoria, riferire al Parlamento sarebbe per il capo del governo una sorta di dovere. Quante volte l’opposizione lo ha accusato di non presentarsi alle Camere? Oggi però il Cavaliere è il solo a volerlo: l’opposizione teme l’effetto boomerang, la maggioranza teme, appunto, le polemiche e i pasticci istituzionali.
Non dimentichiamo infine che assieme alle Europee c’è il primo turno delle amministrative, dove il centrodestra potrebbe strappare alla sinistra soprattutto molte province del Nord. Che significano non solo voti, ma anche potere locale nelle aziende pubbliche e nelle banche. Pdl e Lega si presentano sufficientemente compatti, a differenza del Pd.
Conclusione: la vittoria potrà essere considerata un merito quasi esclusivo di Berlusconi. Eppure solo lui può mettere a repentaglio le dimensioni del successo.
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Ma “che c’azzecca” Antonio Di Pietro con gli (ex) intellettuali di sinistra? La domanda sorge spontanea. Soprattutto dopo aver letto i nomi dei candidati per le europee 2009 dell’Italia dei valori, il partito fondato dall’ex magistrato di Mani pulite: professori universitari, dirigenti, magistrati, avvocati e consulenti. Nessun operaio in lista e solo qualche impiegato.
C’è pure Maruska Piredda, l’hostess pasionaria di Alitalia immortalata lo scorso settembre coi pugni chiusi e le braccia al cielo, dopo la notizia del ritiro di Cai dal piano di salvataggio della compagnia di bandiera. E pensare che diciassette anni fa, in piena stagione di Mani pulite, il magistrato di Montenero di Bisaccia piaceva tanto alla detra di.
Oggi, invece, Di Pietro attrae gli intellettuali da salotto, quelli che nel 2002 partecipavano ai girotondi urlando “Resistere, resistere, resistere”. Prima organica alla sinistra e oggi rimasta senza un partito di riferimento, dopo il fallimento del Pd di Veltroni, l’intellighenzia di sinistra nel 2009 va con chi meglio incarna l’opposizione a Berlusconi.
E chi meglio di Antonio Di Pietro? “Un nuovo olio di ricino s’avanza: ballerine e veline”, tuona il leader dell’Idv contro il presidente del Consiglio al convegno “Verso una società della conoscenza”. Accanto a lui, oltre al professore e deputato Pancho Pardi (ex girotondino), il filosofo e teorico del pensiero debole Gianni Vattimo, lo storico Nicola Tranfaglia, il drammaturgo e regista Giorgio Pressburger e l’antropologa ed editrice Luisa Capelli. “Sono orgoglioso che persone come Magris, Tranfaglia, Pressburger e Camilleri abbiano annunciato di votare per Italia dei Valori, loro hanno deciso di ‘metterci la faccia’. Gente che rappresenta quella parte del Paese che ha deciso di non arrendersi”, spiega Di Pietro.
Insomma, siamo davvero alle porte di un regime? Di Pietro dà una risposta questurina: “Che c’è differenza tra omicidio e tentato omicidio: non sono tutt’e due delitti? Certo che se uno aspetta, alla seconda coltellata arriva l’omicidio”. Un paragone certo non estratto da Micromega (rivista di filosofia e politica di riferimento per la sinistra intransigente), ma che raccoglie lo stesso il gradimento dei professori “radical chic”, che stavolta si spostano sul versante legalitario.
E per spronare tutti gli intellettuali alla sua causa, il leader dell’Idv non risparmia metafore. In “dipietrese”, ovviamente. “L’Italia dei valori deve far sentire la voce di chi ha qualità di voce (gli intellettuali, ndr) ai cittadini italiani, per evitare che accada oggi quello che è accaduto nel ventennio, quando la cosiddetta intellighenzia giocava con il cobra e, alla fine, è stata morsicata pure essa”. C’è anche spazio per l’autoironia. “Sono un uomo di campagna che ha dovuto studiare la sera per prendere la laurea e che sbaglia pure a parlare l’italiano”.
Dalla sua difficoltà col congiuntivo nasce forse l’attrazione per gli intellettuali? “Oggi mettersi con l’Idv è da coraggiosi, perché bisogna risvegliare il Paese dal sonno berlusconiano”, assicura Di Pietro. Poi lancia un siluro agli alleati del Pd. “Nell’odierna classe politica, soprattutto negli alleati, ho trovato solo supponenza, strafottenza, pavoneria. Ma voi che volete? Riprendete il vostro carretto e tornate a casa. Per cercare di scacciare il feeling tra questo movimento e la cittadinanza ci hanno riempito di parolacce: zitti voi, grezzi, agricoli, analfabeti”.
E l’offesa che lo fa arrabbiare di più: “Zitto tu, poliziotto”.
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L’appello, che viene niente meno che dal leader del Pd, è forte: “Non votate per protesta Di Pietro”(alle prossime europee, ndr) ; è in gioco la democrazia”. Parole destinate a lasciare il segno.
Che i rapporti con Di Pietro non siano, da tempo, più rosei, si sa. Tante (troppe) le polemiche sul modo e sui contenuti del fare opposizione. Stavolta, però, Dario Franceschini - preso in mezzo tra chi nel proprio partito spinge per un’altra alleanza con i centristi dell’Udc (Rutelli, Letta etc…) e chi (come D’Alema) chiede di abbandonare l’Idv al proprio destino - riesce nella duplice impresa: il suo “consiglio” scatena, a stretto giro di posta, le ire dell’Italia dei Valori così come pure del Popolo della Libertà.
Questa, la risposta piccata di Antonio Di Pietro: “Dario Franceschini ha mostrato oggi tutta la sua disperazione elettorale. Siamo noi il vero voto utile”. Idea, in verità, più volte ribadita dall’Idv, che da mesi va sostenendo di essere l’unica e vera opposizione al governo. Insomma, scene da una coalizione in via di sfarinamento, a sinistra.
Ad accendere la miccia è stato il duplice appello a votare Pd rivolto agli elettori. Prima in un appuntamento pubblico al teatro Eliseo di Roma e poi ospite della trasmissione in Mezz’ora di Lucia Annunziata, Franceschini ne approfitta per fare chiarezza sulle conseguenze che avrà il risultato che uscirà dalle urne nel week end del 6 e 7 giugno. Il “rischio”, avverte, è “di risvegliarci in un Paese con un padrone assoluto”. E più tardi lo stesso leader Democratico rincara la dose: “Il giorno dopo le elezioni” sostiene “si capirà se Berlusconi ha stravinto o se c’è ancora un equilibrio di forze. Bisogna suonare un campanello d’allarme”. Dunque no “all’astensione o al voto di protesta, perché quello per Antonio Di Pietro non può essere altro che un voto di protesta”.
Che la partita elettorale per Strasburgo si trasformi in una gara a due tra Pd e Pdl non piace ai partiti della sinistra radicale, ma soprattutto al leader dell’Italia dei Valori Antonio di Pietro che, chiamato in causa, passa al contrattacco: “Chi non ha avuto il coraggio di sfidare Berlusconi in prima persona” osserva l’ex pm”non ha titolo per chiedere il voto utile”, a differenza dell’Idv che “testimonia la lotta di chi, negli ultimi anni, ha combattuto in tutti i modi in difesa della democrazia di questo Paese e delle sue Istituzioni”.
Le parole del segretario democratico non piacciono nemmeno a Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e portavoce del premier Silvio Berlusconi: “Franceschini farnetica sui rischi per la democrazia in Italia che non esistono e che vede solo lui”, sottolinea Bonaiuti che aggiunge: “In realtà teme di essere sconfitto pesantemente da Berlusconi nelle prossime elezioni. Ma ormai dovrebbe essersi abituato”.
Se la prende con Franceschini anche Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista: “Con quanti gol di scarto il Pd perderà la sfida europea con il Pdl” osserva il leader del Prc “è un problema che interessa solo la panchina di Dario Franceschini, ma non riguarda certamente le sorti del campionato e del Paese”.
Certo che, ripercorrere “in solitaria” la corsa della campagna elettorale, potrebbe non essere di buon auspicio per i Democratici. Per dire, all’allora segretario Veltroni, che in questo modo traduceva il teorico concetto della “vocazione maggioritaria” del Pd, a qualche settimana dal voto politico 2008, non andò granché bene, quando invitò gli elettori (e non solo i propri) al “voto utile”, a non dare cioè preferenze alla sinistra radicale (con la quale era al governo, sotto le insegne dell’Unione prodiana). Ad accorgersi dello sfortunato ricorso storico è il segretario del Partito Socialista, Riccardo Nencini: “Il rilancio del ‘voto utile’ è il segno della mancanza di argomenti di Franceschini e delle difficoltà in cui si dibatte il Pd. Con il voto utile, un anno fa, la sinistra italiana è crollata e il centrodestra ha ottenuto la sua vittoria più grande. Ora si replica, con la prospettiva, per il centrosinistra, di riflessi negativi non solo per le Europee ma anche per province e comuni. Proprio il caso di dire a Franceschini: perseverare diabolicum“.