
Silvano Genta è l’ormai ex proprietario della Innse, l’azienda metalmeccanica milanese “salvata” dai quattro operai e un sindacalista che sono rimasti otto giorni sopra una gru per impedire lo smontaggio dei macchinari, la loro vendita e la conseguente chiusura della fabbrica.
Genta è il padrone “cattivo”, quello che secondo la vulgata puntava solo a fare cassa. Alla fine è stato costretto a cedere l’impresa al gruppo Camozzi di Brescia, al padrone buono che già parla di piano industriale e grandi prospettive future. Panorama incontra l’imprenditore, che ha altre aziende attive nel settore delle macchine utensili, nello studio milanese del suo legale, l’avvocato Giambattista Lomartire.
Come sta adesso, signor Genta?
Sono deluso. Solo contro il mondo. Tutti che mi attaccano, però io ho sempre cercato di fare del bene.
Ha letto i giornali? Che sensazioni prova davanti alla beatificazione degli operai?
Che non esiste lo Stato. Le istituzioni non sanno che pesci pigliare e fanno cantare vittoria a cinque signori senza scrupoli imbevuti di ideologia. Sembra di vivere nel Sessantotto.
Fa ancora il cattivo…
Sono usati dalla politica per raggiungere altri obiettivi, finanziari e speculativi.
Sia più chiaro.
Mi chiedo perché non mi abbiano mai dato a prezzo di mercato, come ho chiesto, quell’immobile che ora l’Aedes cede a Camozzi a un prezzo simbolico. Perché?
Perché?
Lo chiedo a voi, all’opinione pubblica, ai politici. Ho tenuto almeno dieci riunioni in comune e mi è sempre stato detto che non si poteva fare nulla. Ora in due giorni si stravolge il polo Rubattino, si fa la variante al piano regolatore sui terreni e si regala tutto a Camozzi.
Forse perché ha un progetto di impresa. Lei, dicono, puntava a chiudere e intascare.
Un piano industriale in soli due giorni? Camozzi non ha ancora visto nulla dal di dentro. Mi viene il dubbio che della situazione aziendale non gliene importi niente. Ha altri scopi. Certamente se gli regalano tutta l’area di Rubattino qualcosa si inventerà . Poi ha detto che farà lavorare subito dieci persone e metterà gli altri in cassa integrazione per due anni.
Perché non ci ha provato lei a trovare una soluzione diversa dallo smantellamento? Non era certo un’azienda decotta.
Ma cosa sta dicendo? L’Innse ha sempre e solo prodotto perdite in presenza di oneri gestionali pesantissimi. Quando l’ho comprata, nel 2006, era in amministrazione controllata. Nell’accordo di programma sottoscritto con le istituzioni era previsto che io assumessi tutti e 53 i lavoratori rimasti in organico e delocalizzassi la produzione nell’arco di tre anni.
Invece che cosa è successo?
La provincia si sarebbe dovuta fare carico della riqualificazione del personale. Di questo quasi la metà sono impiegati. Da scrivania. Li ho pagati anche se non mi servivano e non li potevo far lavorare.
Difficile pensare che qualcuno l’abbia costretta.
Alla Innse i delegati sindacali sono abituati a dettare legge. Non si può mettere una macchina nuova al posto della vecchia. Non si può assumere personale più specializzato e ricollocare chi non è adatto. Mettono il veto su tutto. Anche sul trasloco, che pure era fondamentale, tanto da essere previsto negli accordi iniziali.
Lei in pratica sta dicendo che non era padrone in casa sua.
Ero con le mani legate. Ci ho rimesso un mucchio di soldi. Quando hanno occupato la fabbrica in autogestione, hanno prodotto commesse per 50 mila euro. Io però mi sono trovato addebitate spese per energia, gas e altro per circa 600 mila euro. Ho tirato la carretta per due anni e mezzo rispettando gli impegni.

Poi ha deciso di chiudere.
Cessare l’attività è un diritto garantito dalla Costituzione. Soprattutto quando non sta in piedi. Chiudono aziende con migliaia di persone e non se ne parla.
Anche chi ha un lavoro difende un diritto sancito dalla Carta.
Dei 49 operai rimasti, 26 sarebbero andati in pensione direttamente dalla mobilità . A 14 avevamo trovato un impiego in Lombardia con le stesse mansioni e lo stesso stipendio. Mi hanno detto: noi siamo pagati per stare qui a fare casino. Gli altri nove sarebbero stati ricollocati dalla provincia. Sono quelli che trovate in tutte le grosse proteste di questi ultimi anni, a partire dall’Alfa Romeo fino alla Lancia Desio. Sempre loro. Sempre stabilimenti chiusi.
Forse il trasferimento comporta dei costi, economici e non solo.
No, la verità è che sono accecati dall’ideologia. Seguono il capo carismatico e fanno quello che dice lui.
E chi sarebbe il capo?
Vincenzo Acerenza (uno dei cinque che hanno passato otto giorni sulla piattaforma, ndr).
Prossimo alla pensione, fra l’altro. Quali obiettivi può avere?
Quello che non piace a lui non si fa e basta. Sempre no, sempre contro il padrone. Sembra di vivere in un’altra epoca. Intanto lui e gli altri forse prendono l’Ambrogino d’oro.
E lei, che le piaccia o no, in questa vicenda ha il ruolo del cattivo.
Non sono cattivo. Accetto le condizioni, auguro il meglio a questi signori. Fra due anni ci ritroviamo.
Perché fra due anni?
Vedremo i risultati.
Intanto lei aveva comprato la fabbrica per 700 mila euro e dalla cessione incassa oltre 3 milioni.
Abbiamo investito circa 7 milioni, lasciati sul campo. Adesso ci chiedono macchinari a prezzi in perdita.
Uno se l’è tenuto stretto. Perché?
Un mio cliente ha preso impegni e non può più rinunciarvi.
C’è qualcosa che si rimprovera in tutta questa vicenda?
Col senno di poi avrei dovuto stare dentro fino a che le macchine non fossero state trasferite agli acquirenti. Mi sono fidato delle istituzioni. Ho sempre eseguito le istruzioni, fino all’ultimo giorno. Ci sono state molte parole d’onore non mantenute.
Sta dicendo che lei è una vittima?
Di più. Su quella piattaforma ci sarei dovuto salire io. Spodestato di tutti i diritti. Ho subito danni morali incalcolabili.
In effetti non ne esce bene.
Io sono sereno, ho fatto tutto in buona fede. Non ho mai usato violenza, l’ho sempre evitata, solo subita. Tanta.
Anche là dentro?
Psicologica, fisica… di tutti i colori.
Che uomo è Silvano Genta?
Vengo dalla campagna piemontese. Sono un operaio della Olivetti che ha fatto un percorso senza danneggiare nessuno.
Che fa nel suo tempo libero?
Sto in campagna tra gli animali, con la mia famiglia. Ho una moglie da 40 anni e due figli. Hanno una loro aziendina e mi danno una mano.
Che cosa insegna loro?
Sincerità , trasparenza e lealtà . Senza questi valori non sarebbero miei figli.

A Treviso il termometro spacca lo zero. Per Lino Pizzolato, trevigiano di Villorba, è la prima volta. Si fa coraggio ed entra, lasciandosi alle spalle una scia di fiocchi di neve. Gli occhi azzurri infossati in un viso grinzoso si guardano intorno imbarazzati, forse perché non è più uno sbarbato. Eppure, è la prima volta che bussa a un centro per l’impiego, il vecchio ufficio di collocamento. Ogni mese, da quando è scoppiata la crisi, qui si registrano 300-400 nuovi nomi. Lino ha 61 anni e 48 li ha passati in tipografia.
I biglietti da visita se li è stampati da solo e al posto di “Dott.” o “Ing.” ha scritto, con ironia, “Q.e.”: “Quinta elementare”. “Avevo quattro dipendenti e non ce la facevo più. Ho pagato 100 mila euro per fornitori e liquidazioni, quindi ho chiuso la baracca. Ma ho preferito rimanere senza ’sghei’ piuttosto che fallire”. E ora eccolo qui, a un mese da Natale, a cercare un lavoretto qualsiasi: “In attesa della pensione di anzianità ”. Gli extracomunitari? “Gli imprenditori li hanno chiamati quando c’era lavoro, ma adesso non li possono spedire indietro come pacchi. Così non c’è posto per tutti”. È d’accordo con lui Gabriele Rubinato, 53 anni, ex vetraio, che ha in corpo un pacemaker con defibrillatore ed è in coda per provare a tornare a lavorare: “Sono pronto a fare il camionista o il magazziniere, ma non so se ci sia spazio per un italiano invalido e ultracinquantenne”.
Ketty Ermacora, elegante trentottenne friulana, separata con figlio a carico, sogna di continuare a fare il lavoro che ama: la fioraia, ma “non in nero come fanno gli extracomunitari”. “Queste tre storie rappresentano bene la razza Piave” sottolinea Elena Donazzan, assessore alla Formazione della Regione Veneto (Pdl). “Gente dignitosa, che non si arrende e non vuole lasciar debiti, ma che ora, con la crisi, è un soggetto debole”. Sebbene il Veneto sia un motore economico del Paese (è secondo per pil solo alla Lombardia), secondo l’assessore c’è il pericolo di una specie di darwinismo sociale, una fase in cui donne e over 50 italiani potrebbero essere soppiantati sul mercato del lavoro dai più vigorosi immigrati. Ma anche su questi ultimi si addensano nubi scure: “Temo sia alle porte una guerra tra poveri. Gli ultimi dati dicono che il 20 per cento dei licenziati sono extracomunitari, spesso senza tutele o rete familiare” aggiunge Donazzan.
Il segretario veneto della Uil, Gerardo Colamarco, ha paventato problemi di ordine pubblico. Altrettanto allarmato il segretario regionale dei Comunisti italiani, Nicola Atalmi: “Il Nord-Est era cattivo quando le cose andavano bene, figuriamoci che cosa può succedere ora”. È finita la pace sociale del “se ti te lavori a me va ben”. Sarà per questo che il segretario trevigiano della Cgil, Paolino Barbiero, dando voce agli umori della base, ha chiesto il blocco temporaneo degli ingressi per gli extracomunitari. È stato subito colpito da fuoco amico, scheggiato da accuse di razzismo. Ma c’è chi lo difende, anche perché una ricerca interna della Cgil locale dimostra che il 25-30 per cento degli iscritti del sindacato “rosso” ha votato Lega. “A chi serve un esercito di lavoratori disperati, ricattabili, clandestini?” domanda Atalmi. “La sinistra dei salotti deve iniziare a rendersi conto di come sia la vita reale e il Pd non può dare la colpa di questo disastro alla legge Bossi-Fini visto che quando ha governato non l’ha cambiata”. Ogni giorno, da queste parti, è un bollettino di guerra: “Asolo, Montebelluna, Castelfranco Veneto, Varago di Maserada, la crisi arriva dappertutto” sottolineano alla Cigl di Treviso. Aziende importanti come Osram, Monti, Pagnossin, Electrolux, De Longhi annunciano chiusure o licenziamenti. Persino a Spresiano, dove si costruiscono bare, c’è chi si arrende. Le difficoltà non risparmiano le 94 mila piccole imprese iscritte alla Camera di commercio (510 mila in tutto il Veneto), di cui più del 50 per cento a carattere individuale: il popolo delle partite iva. “In realtà non è giusto parlare di crisi” puntualizza Federico Tessari, presidente di Unioncamere, “visto che il saldo tra imprese aperte e chiuse è ancora positivo. È più corretto dire che c’è un rallentamento, soprattutto nel settore edilizio”. Uno di quelli in cui la mano d’opera è meno qualificata e spesso di origine straniera.
Gli ammortizzatori sociali. Manovali che rischiano di trovarsi sulla strada senza protezione. Infatti gli ammortizzatori sociali, mobilità e disoccupazione, soccorrono solo chi lavora regolarmente da almeno due anni e anche chi è tutelato non naviga nell’oro. “L’assegno più staccato è quello da 808 euro lordi al mese e può durare al massimo sino a tre anni per i lavoratori con più di 50 anni” calcola Roger De Pieri, responsabile del patronato Inca della Cgil trevigiana. La crisi è una livella: “In comune cominciano ad arrivare coppie in cui hanno perso il lavoro entrambi. La settimana scorsa sono venuti a chiedere un’occupazione sia due italiani sia due extracomunitari” nota l’assessore trevigiano alle Politiche sociali Mauro Michelon, figlio di emigrati. E la competizione tra autoctoni e “foresti” tocca pure le altre zone del Veneto.
Nei sei centri per l’impiego della provincia di Vicenza a ottobre ci sono state 1.600 iscrizioni (300, in media, nei mesi scorsi) e il messaggio è chiaro: “Gli italiani sono di nuovo disponibili a fare lavori umili” sottolinea Morena Martini, assessore provinciale al Lavoro. Esempi? Molti accettano di trattare e scarnificare le pelli nelle concerie. “Le donne italiane tornano nelle imprese di pulizie” aggiunge Martini. Mansioni che in passato erano appannaggio delle maestranze straniere. Sui banchi del mercato di Mestre i clienti si confessano: una signora ha visto licenziare figlia e genero, mentre il marito, camionista, da gennaio finirà in cassa integrazione. Luca M., 29 anni, ex magazziniere, un figlio e qualche problema d’alcol alle spalle, chiede ai passanti una moneta: “Anche perché il lavoro lo danno prima agli immigrati” protesta. Luca Padoan, 42 anni, vende scarpe: “Da me un paio di stivali costa 10 euro, ma per la prima volta in vent’anni la gente mi chiede di pagarli a rate, 5 euro oggi e 5 la settimana successiva, al momento del ritiro”.
Una guerra tra poveri. Chi richiede questa formula? “Gli extracomunitari: hanno la faccia più tosta”. Una tesi confermata da una ricerca realizzata tra gli operatori dei servizi sociali dall’Università Ca’ Foscari. Ferruccio Bresolin, docente di politica economica, sintetizza: “Abbiamo verificato che i nostri lavoratori anziani, abituati a tutele che non esistono più, quando perdono l’occupazione non osano chiedere una mano, mentre gli stranieri, quando sono in difficoltà , ricorrono agli aiuti più volte. Quindi esiste una sorta di competizione tra chi è più sfacciato e chi lo è meno”.
Per esempio, in Veneto il 50 per cento dei fondi per gli affitti è andato agli immigrati, che sono circa il 10 per cento della popolazione. Ma nella gara tra furbi a volte vincono i nostri connazionali. Come sottolinea, un po’ a sorpresa, Leonardo Muraro, presidente leghista della Provincia di Treviso, ideatore del tavolo anticrisi: “Alcuni italiani prendono il sussidio di disoccupazione, ma quando gli viene offerto un lavoro lo rifiutano: nel frattempo hanno trovato un impiego in nero”. Di questa presunta guerra tra poveri che cosa pensano gli stranieri? All’ufficio immigrazione della questura di Treviso, sabato 22 novembre, molte decine di persone attendono il permesso di soggiorno. Nella Marca trevigiana gli immigrati regolari sono 93 mila su 870 mila abitanti, circa il 12 per cento. Quasi 10 mila lavorano in proprio. La comunità più numerosa è quella marocchina, seguita da romeni e albanesi. Sotto la copertura di plexiglas fa un freddo cane e i bambini in braccio ai genitori strillano. Un poliziotto ogni 10 minuti fa “la chiama”. Quando vengono urlati i nomi, non vola una mosca. Mani e facce fanno capire che questa è gente che sgobba. Quasi tutti quelli che Panorama ha intervistato (una ventina di cittadini stranieri) sono d’accordo con il blocco dei flussi.
La stessa opinione dell’imam locale. Solo un paio dissentono: una trentaduenne kosovara, con tre figli e un salario di 400 euro mensili, e un operaio nigeriano, con cappotto e valigetta griffati. “Nel mio paese si rischia la vita tutti i giorni” è la spiegazione. Gli altri, per dirla con Francesco Guccini, pensano al magro giorno della loro gente attorno. Mohammed, 28 anni, occhi verdi e passaporto marocchino, lavora per una cooperativa di servizi di Ponzano Veneto: “Siamo soci, ma ad alcuni di noi hanno chiesto di andare via. Fanno firmare delle carte a chi non capisce l’italiano”. Kamal, 32 anni, connazionale, laurea breve in economia, protesta: “Non abbiamo alcun diritto. E a fine del mese bisogna chiederci non quanto abbiamo guadagnato, ma quanto abbiamo perso”. Un gruppo fa i conti: 500 euro in media di affitto, 200 per mangiare, 150 per luce, gas, senza contare vestiti, benzina e assicurazione per l’auto: gli stipendi dei manovali, tra i 1.000 e i 1.200 euro, non bastano neppure a sopravvivere. Kalid, 34 anni, fa lo scaricatore e mostra il permesso di soggiorno: l’ha preso oggi e gli scade il 14 febbraio 2009. Un ventenne del Burkina Faso lavorava in nero: un muletto gli ha spaccato un piede e lo hanno messo alla porta. Merah, 39 anni: “I padroni ci spremono come limoni, ci vogliono pagare fuori busta e i lavori più duri li facciamo sempre noi”.
Gli effetti della crisi. “Sicuramente le imprese del Nord-Est” dice Giampaolo Pedron, vicedirettore degli industriali veneti, “in passato hanno fatto largo uso di operai non qualificati, spesso stranieri. Però le cose stanno cambiando, ora puntiamo su manodopera specializzata e siamo contrari a nuovi ingressi di immigrati. Eventuali nuove assunzioni vanno fatte tra chi è in cassa integrazione o in mobilità ”. E nel vicino Friuli è appena stata approvata una legge, anche con il voto del centrosinistra, per cui bisogna essere residenti in Italia da almeno 10 anni (e da almeno 5 in Regione) per fare domanda per un alloggio pubblico: gli immigrati sono di fatto tagliati fuori. Alla fine del viaggio non è chiaro quale sia la fascia più debole tra quelle colpite dalla crisi. Per trovare una risposta può essere utile bussare alla Caritas di Venezia. Il direttore, monsignor Dino Pistolato, evidenzia: “I cinquantenni italiani sono probabilmente i più svantaggiati, visto che conoscono poco le reti di aiuto. Per esempio oggi è venuto da me un operaio appena licenziato da una ditta del porto di Marghera. Aveva un bigliettino in mano e mi ha detto sottovoce: ‘Mi hanno suggerito di venire da lei, ma non so bene che cosa chiederle’. Doveva pagare la bolletta del gas”. Nei tre dormitori gli italiani dal 40 per cento sono passati al 60. Alcuni domandano aiuto per pagare microdebiti, magari la spesa del supermercato. Una condizione di disagio che molti in Veneto vivono con vergogna: “Un mio parrocchiano ha perso il posto da impiegato, ma non ha avuto il coraggio di confessarlo in famiglia. La mattina fingeva di andare al lavoro, in realtà usciva di casa per cercarne un altro. Alla fine la moglie l’ha trovato in garage che piangeva nell’auto. E ha capito. Purtroppo la nostra gente non è pronta per questa guerra”.
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Di Marco Cobianchi
Fabbrica per fabbrica, delegato per delegato, voto per voto: così la piccola Ugl sta rubando consensi, iscritti e dirigenti ai big Cgil, Cisl e Uil. Provocando smottamenti ideologici nei suoi avversari sindacali. L’ultimo ha avuto come epicentro la Pirelli Bicocca, la fabbrica che ha dato i natali sindacali a Sergio Cofferati, dove è franato lo storico monocolore della Cgil per quattro delegati che sono passati all’Ugl. Un caso isolato? I dati su quanti siano i transfughi non si hanno, ma le storie sì, e molte. E se non dicono quanto è vasto il fenomeno, raccontano perché il fenomeno c’è e perché si sta allargando. “È perché la base per gli altri (Cgil, Cisl e Uil, ndr) non conta quasi più nulla” si arrabbia Giovanni Cicchella, rappresentante di fabbrica all’Iveco di Avellino, ex rappresentante della Uilm, oggi dell’Ugl.
Cicchella, dall’alto di 25 anni passati in Cisl e 5 in Uil, dice che “ormai nel sindacato le cose vengono decise dall’alto. Punto e basta”. “Alle domande dei lavoratori non viene mai data una risposta concreta” aggiunge Giovanni Pedersini, ex Fiom-Cgil, ora rappresentante della Ugl all’azienda metalmeccanica Pama di Rovereto. “Un esempio: in fabbrica, quando è stato il momento di scegliere il fondo pensione integrativo, ci è stato presentato solo quello regionale, il Laborfond, e non quello nazionale, Cometa. Come mai? Boh”.
Un altro che la fabbrica la conosce bene è Vincenzo Miele. Lavora alla verniciatura di Mirafiori e quando ha lasciato la Uilm per passare alla Ugl lo hanno seguito sei delegati e un centinaio di operai. “Ho cambiato perché qui i problemi dei lavoratori vengono presi sul serio e si cerca di risolverli. Gli altri sindacati sono burocratici, bisogna sempre fare attenzione a cosa si dice, a cosa si fa… E poi la loro è una tessera sindacale e di partito insieme, mentre qui a me nessuno ha chiesto come voto”. Già , poi c’è la politica. Le ali estreme del sindacato continuano a chiamarla “fascista”, invece la Ugl viene percepita come una sigla non solo apolitica ma pure ideologica perfino da un sindacalista come Miele, che ha “sempre votato Rifondazione comunista, anche alle ultime elezioni “. Ciò che attira della Ugl, insomma, è che difende l’operaio consumatore e non cerca il dipendente tesserato. Così è riuscita a costruire la nuova frontiera del sindacalismo fatta di rivendicazioni concrete, soluzioni visibili. Non a caso l’Ugl è favorevole a dare più peso alla contrattazione di secondo livello (quella a livello locale) attraverso la quale può dispiegare tutto il suo potenziale rivendicativo. “Sissignore, qui dentro niente politica” spiega in napoletano stretto Giovanni Centrella, segretario nazionale dei metalmeccanici della Ugl, lui stesso transfuga dalla Cisl. “Un operaio che vede il proprio delegato sindacale fare il rappresentante di lista alle elezioni politiche… non va bene, non va proprio bene, perché si ingenera il dubbio che si usi la sua tessera per fare politica. Per questo io credo che la candidatura di Antonio Boccuzzi (l’operaio della Thyssen sfuggito al rogo del dicembre del 2007, sindacalista della Cgil, eletto con il Pd in Piemonte, ndr) abbia fatto male, molto male al sindacato, perché conferma nei lavoratori l’idea che siano usati e che dei loro problemi non importi niente a nessuno”.
Il sindacato politico, insomma, non tira più. Nella rossa Ferrara, per fare un esempio, alle ultime elezioni politiche la Lega è passata dal 2,3 del 2006 al 6,4% e il centrosinistra ha perso 14 punti. Contemporaneamente in una delle principali industrie della città , la Berco (gruppo Thyssen, 2.500 dipendenti), l’Ugl è salita al 33% e alla Vm Motori (1.250 dipendenti) è al 25 per cento. Alle Carrozzerie di Mirafiori, alle elezioni del 2005 ha raggiunto il 15%. “Noi siamo giudicati diversi, una vera alternativa alla triplice. E lo si vede da piccole cose, per esempio dal fatto che tutti i dirigenti della Ugl continuano a lavorare” proclama la leader nazionale Renata Polverini “sia perché non abbiamo i distacchi sindacali che hanno gli altri, sia perché voglio che ascoltino dal vivo i problemi delle persone”. “Ma quale alternativa?” taglia corto Giorgio Cremaschi, componente dell’ala di minoranza della segreteria nazionale e grillo rompiscatole della Cgil. “Polverini ha firmato tutti gli accordi nazionali, compreso quello sul welfare proposto dal governo Prodi. Certo, l’ha firmato anche la Cgil, e ha sbagliato, perché adesso ci ritroviamo con gli operai del Nord che votano Lega e sono iscritti all’Ugl”.
Ovviamente non è proprio automatico che le motivazioni che portano l’operaio del Nord a votare Lega (meno tasse e soluzione ai problemi concreti) siano esattamente le stesse che portano i delegati sindacali a mollare le altre sigle e iscriversi alla Ugl. Un esempio? Silvino Perrotti, ex Cisl, lavora alla Telecom Italia ed è leader della Ugl telecomunicazioni dell’Abruzzo. “Ho un figlio disabile e per anni non sono riuscito a farmi riconoscere i congedi ai quali ho diritto. Alla Ugl ho detto: se mi risolvete questo problema, mi iscrivo con voi. In un solo anno qualcosa ho finalmente ottenuto”. Piano piano la Ugl ha cominciato anche a entrare nelle stanze dei bottoni. Il 12 aprile ci sono state le elezioni per i rappresentanti sindacali nel comitato di gestione del fondo pensione dei telefonici. La Ugl è passata da zero a tre delegati, che siederanno accanto ai 12 della Cisl, agli 8 della Cgil e ai 7 della Uil.

“Nessuno qua crede più al sindacato” dice Maria Francesca Formica (ex Cgil, ora Ugl), che lavora all’Almaviva di Catania, la più grossa azienda di servizi telefonici d’Italia, detti call center. “Quando si è trattato il passaggio di livello, come previsto dal contratto, gli altri hanno firmato un accordo che prevede benefici solo per i più anziani, che tuttavia devono rinunciare a fare causa e non possono più chiedere altri passaggi di livello. Ma le sembra un sindacato questo?”. All’Almaviva il 15 maggio ci saranno le elezioni per la rsu. Dubbi su come andranno?

La Procura di Torino ha chiuso formalmente l’indagine sul rogo della ThyssenKrupp del 6 dicembre costato la vita a sette operai. Il reati più gravi, contestato al solo Harald Espenhahn, amministratore delegato del gruppo italiano, sono l’omicidio volontario con dolo eventuale (è la prima volta che viene contestato a un manager per un infortunio sul lavoro) e l’incendio con dolo eventuale. Per gli altri, a seconda delle condotte, si ipotizzano l’omicidio colposo e l’incendio colposo con colpa cosciente e l’omissione volontaria di cautele contro gli incidenti. Dalle prove raccolte dalla Procura - 200 mila fogli riuniti in 170 faldoni - sembra chiaro che, vista la chiusura prevista dell’impianto che doveva trasferirsi a Terni, ci sia stata una sorta di “disattenzione” nei confronti delle necessità della fabbrica.
“Giustizia deve essere fatta”. Così il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha commentato l’accusa di omicidio volontario della procura di Torino contro l’amministratore delegato di ThyssenKrupp in Italia. “Fin dall’inizio - ha detto il ministro a margine della presentazione della nuova annata del Brunello di Montalcino - ho dichiarato di avere piena fiducia nell’opera della magistratura, che ha condotto le sue indagini e fatto le sue conclusioni”. Per Damiano quello che “deve essere chiaro e che sulla vicenda, e in generale sul tema dei morti sul lavoro, i riflettori non si devono spegnere. L’azione di contrasto che ha portato aventi il governo va continuata - ha insistito - soprattutto nella lotta al lavoro nero e nella conclusione dell’ultimo articolo ancora in delega della legge sulla sicurezza sul lavoro”.
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Adesso è certo: quelle di Tommaso Padoa-Schioppa non sono gaffe, ma rispondono a una strategia mediatica ben precisa. Il ministro dell’Economia ha infatti deciso di ripetere le gesta del dottor Stranamore; e l’indimenticato personaggio ideato da Stanley Kubrick per Peter Sellers è ciò che ci vuole, a suo avviso, per contrastare l’antipolitica e in generale per rispondere alle incertezza (per dirla alla Tps: “all’incazzatura“) dell’opinione pubblica.
Ieri erano i bamboccioni, i figlioli che non se ne vanno mai di casa. E così ti sistemo i precari alle prese con affitti da 500 euro e oltre al mese. Oggi parliamo di tasse: “Sono una cosa bellissima” trova il ministro. “Un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, salute”. Certo, come no. Infatti istruzione, sicurezza salute (temi astutamente scelti non a caso da TPS-Stranamore) girano che è una meraviglia.
Prendiamo l’assistenza sanitaria, per esempio. Il Lazio ha un buco di dieci miliardi di euro e la regione quest’anno ha portato al massimo l’addizionale Irpef per i cittadini e l’Irap per le imprese. In compenso la situazione al Policlinico è un po’ quella che è. Ebbene, da ogni famiglia e ogni azienda si alza un coro: “Ma è bellissimo!”.

Vogliamo invece parlare di sicurezza? Lasciamo perdere i lavavetri, questione cheap di cui si occupano i sindaci, e magari osserviamo gli assassini in villa, o anche in condomini popolari, la droga fuori delle scuole (faccenda che si lega mirabilmente con quella dell’istruzione), gli sbarchi di clandestini, eccetera. Come direbbe TPS? “Mantenere questo po’ po’ di roba è civilissimo!”.
Ancora più sottile si rivela la strategia Padoaschioppiana esaminando gli ultimi sondaggi non sui ricchi o sul ceto medio, ma sugli operai. Vorrebbero, pensate un po’, meno tasse sulle loro stratosferiche retribuzioni. In questi giorni vanno a votare in fabbrica su welfare e dintorni, e di certo il viatico di TPS li conforta nella scelta e li rafforza nella fiducia verso il governo. Del resto è noto che anche l’”Amore è una cosa meravigliosa”: finché non ti fanno le corna è così.
Gli esegeti del centrosinistra, quelli che decifrano tutto ma proprio tutto, sostengono che Padoa-Schioppa è un impolitico, che ragiona come farebbe abitualmente nel salotto di Eugenio Scalfari o di Jean-Claude Trichet, il presidente della Bce (quest’ultimo più che per le tasse si diverte ad aumentare i tassi, così salgono i mutui: anche questo è bellissimo). Errore. Padoa-Schioppa è politicissimo, è una volpe, solo che lavora per l’altra parte: per Berlusconi, insomma. Altro che Brambilla, altro che MVB: vuoi mettere TPS?
Il VIDEO servizio: