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Vivono nel Mezzogiorno, sono famiglie di quattro persone con due figli, nuclei familiari con a capo un lavoratore autonomo e persone al di sotto dei 45 anni. Ecco le principali vittime della povertà secondo la fotografia scattata dall’Istat (qui il testo integrale in .pdf) e relativa al 2008: 1.126.000 famiglie, otto milioni e 78 mila gli individui poveri, di cui due milioni e 893mila (pari al 4,9 per cento dell’intera popolazione) in condizioni di povertà assoluta. Cioè ci sono quasi 5 italiani su 100 che possono essere considerati “i poveri tra i poveri” dal momento che non possono conseguire uno standard di vita minimamente accettabile).
A peggiorare sensibilmente la situazione nel Sud, dove la “povertà assoluta” ha raggiunto il 7,9%, in aumento di 2 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Migliora, invece, la situazione delle famiglie con occupati e ritirati dal lavoro, con i dati in calo dal 3,1% del 2007 al 2% del 2008, dice il rapporto Istat, presentato questa mattina a Roma.
La percentuale di famiglie relativamente povere riferisce l’Istat, è comunque sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni e immutati sono i profili della famiglie povere. Il fenomeno è stabile rispetto al 2007 a causa del peggioramento osservato tra le tipologie familiari che tradizionalmente presentano un’elevata diffusione della povertà e del miglioramento della condizione delle famiglie di anziani.
Per quanto riguarda la povertà assoluta, oltre al Mezzogiorno peggiora anche la condizione delle famiglie composte da quattro membri, che hanno raggiunto una percentuale sopra la media, il 5,2%, i nuclei familiari con un componente in cerca di occupazione (14,5%), quelli con a capo un lavoratore autonomo (passano dall’1,8% al 4,5%), quelli con la persona di riferimento con meno di 45 anni (4,6%) e quelli con a capo una persona con licenza media inferiore, che superano la media attestandosi al 5,2%.
Anche il fenomeno della povertà relativa, la cui soglia, per una famiglia di due componenti, è pari alla spesa media procapite nel paese - 999,67 euro al mese nel 2008 - è rimasto sostanzialmente stabile, pur facendo registrare un aumento nelle famiglie numerose (dal 14,2% al 16,7% per quelle con quattro membri), in quelle con monogenitore (arrivate al 13,9%), in quelle con la persona di riferimento in cerca di occupazione (dal 27,5% al 33,9%) e in quelle con a capo un lavoratore autonomo (dal 7,9% all’11,2%).

Commentando i dati diffusi dall’Istat, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha rilevato come sia “opportuno sviluppare la strada aperta con la Carta Acquisti in favore di famiglie con anziani o minori indigenti. L’esperimento, che ora dovrà essere completato, impiegando le risorse residue, ha avviato un canale di comunicazione tra le istituzioni, i donatori privati e i beneficiari, così come, per la prima volta, ha consentito una prima identificazione dei soggetti bisognosi”.
Visualizza Istat povertà 2008: 8 milioni di italiani, soffre il Sud in una mappa di dimensioni maggiori

Un vero e proprio inferno, quello che dicono di aver vissuto due ragazze di 17 e 18 anni. Per anni sono state abusate sessualmente dal proprio padre, un romano di 40 anni. Dopo tanti anni finalmente le giovani hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto, denunciando le violenze: i carabinieri di Tivoli hanno arrestato l’uomo interrompendo quegli abusi iniziati quando le due ragazze non erano ancora adolescenti.
Quando i militari sono arrivati nella sua abitazione, l’operaio stava preparando la valigia: stava organizzando la fuga. Il 40enne è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto per violenza sessuale che il Gip del Tribunale di Roma ha convalidato, confermando la custodia cautelare in carcere a Rebibbia. Le due ragazze violentate dal padre, sulle quali il riserbo dei militari è assoluto per tutelarne l’identità, sono rimaste con la propria madre nella loro abitazione alla periferia est di Roma.

Quasi mezzo miliardo di euro. È la cifra che spende ogni anno lo Stato nelle aule di giustizia per divorzi e separazioni.
I dati sono dell’istituto di ricerca Eurispes, che ha moltiplicato il numero di cause attualmente definite presso gli uffici giudiziari per queste materie (539.878) e il costo medio annuale che ha per lo Stato ciascun procedimento, ovvero 815 euro: il risultato è appunto quella somma. Che rappresenta per le tasche degli italiani circa il 16,5% del costo totale della giustizia civile pari a 2,6 miliardi di euro.
Ma quale soluzione per far pesare di meno le crisi matrimoniali sulle tasche degli italiani? Secondo l’Eurispes bisognerebbe trasferire ai notai “le competenze in materia di separazione tra coniugi e volontaria giurisdizione allo scopo di alleggerire il carico della giustizia civile, gravata e rallentata da un numero ingestibile di processi, ma anche per ridurre i costi a carico dello Stato determinati da questo tipo di udienze”. I notai, fa notare l’istituto di ricerca, “potrebbero costituirsi come preistanza giudiziaria, per gestire il contenzioso che si sviluppa da separazioni e processi e dalle cause per volontaria giurisdizione”. Infatti, le separazioni con rito consensuale sono in Italia più del doppio di quelle con rito giudiziale. “Ciò induce a pensare che si tratti, nella maggioranza dei casi, di cause prive di elementi di elevata conflittualità, che potrebbero essere discusse e risolte senza ricorrere al tribunale”, spiegano all’Eurispes.
L’unica perplessità riguarda i costi notarili, se saranno più bassi o più alti per i due coniugi rispetto a quelli attuali. Un business di parecchi milioni di euro, visto che ogni anno secondo l’istituto di ricerca le separazioni e i divorzi in Italia coinvolgono circa 400 mila persone, tra coniugi e figli. In dieci anni dal 1996 al 2006 il numero delle separazioni tra gli italiani è cresciuto del 39,7% e dei divorzi del 51,4%.
Nel 2006, per esempio, le separazioni in Italia sono state oltre 80 mila, mentre i divorzi quasi 50 mila. Più contenute le rotture coniugali al Sud, il primato spetta al Nord Ovest, dove nel 2006 si sono verificate 24.885 separazioni e 17.693 divorzi. Fra le regioni, il primato delle crisi spetta alla Lombardia, dove si segnala il più elevato numero di separazioni (14.563) e divorzi (10.243); al secondo posto il Lazio (9.705 separazioni e 5.135 divorzi), al terzo il Piemonte (7.028 e 5.209).

Il nostro è un paese per vecchi ma non sappiamo come occuparci di loro. Fra vent’anni un italiano su tre avrà più di 65 anni ma le famiglie di questi anziani avranno sempre meno tempo e voglia di prendersi cura di un papà non autosufficiente, di una nonna cardiopatica, di una zia affetta da demenza senile. Ma è e sarà un problema che ci riguarderà tutti ed è per questo che, tutti d’accordo, innalziamo il monumento alla badante, la soluzione italica al problema. Dal giro di vite del governo contro l’immigrazione clandestina, la badante (anche se non proprio a posto col permesso di soggiorno) resta un po’ fuori, anzi ci sono ministri (da Mara Carfagna a Maurizio Sacconi) che ne tessono pubblicamente le lodi.
E così todas badantes, verrebbe da dire: da dicembre 2007 a maggio 2008 sono arrivate quasi 800mila domande di regolarizzazione. Ma la metà di queste sono state presentate da extracomunitari. E viene il sospetto: ricongiungimenti familiari o immigrazione col trucco? L’orientamento del governo è quello di vagliare con attenzione le richieste e autorizzare tra i 170mila e i 200mila arrivi, perlopiù badanti.
Là dove il welfare centrale non prevede la gestione del pianeta anziani, là dove l’iniziativa di molti enti locali è minacciata dal crescente esaurimento dei fondi, ecco la donnina (o il donnone) ucraina o romena che per meno di mille euro al mese, pagati peraltro dal privato, risolve gli aspetti pratici e spesso anche affettivi che figli e nipoti non sono in grado di affrontare.
In Italia oggi lavorano come assistenti familiari circa 750 mila persone (quasi tutte donne) iscritte all’Inps. Ma ce ne sarebbero quasi 900 mila irregolari. “La badante rappresenta una grande fonte di risparmio per lo Stato” dice Pietro Soldini, responsabile dell’immigrazione della Cgil. “Quanto costerebbe infatti il ricovero in una struttura convenzionata per lungodegenti? Forse la sanità pubblica spenderebbe in un giorno quello che il privato paga in un mese ed è per questo che una delle prime cose da fare sarebbe rendere detraibile dal 740 lo stipendio della badante”. Carlo Pieri, presidente dell’Adoc, ha calcolato che l’apporto delle badanti, regolari e non, costituisce per lo Stato un risparmio di 45 miliardi di euro all’anno.
Identikit delle badanti. Ma chi sono e da dove vengono questi 2 milioni di angeli del Terzo millennio? La frantumazione del blocco comunista ha favorito l’esodo di donne russe, ucraine, moldave, bulgare e romene verso l’Italia. Il 60,3 per cento delle badanti viene da lì (il 16 per cento dall’Asia, il 14,5 dal Centro e Sud America, il 9,4 dall’Africa, secondo una ricerca commissionata all’Iref dalle Acli). Molte di queste donne hanno anche un curriculum scolastico di tutto rispetto che va dal diploma superiore a una o perfino due lauree. “Hanno una scolarizzazione esemplare, il triplo dei laureati rispetto all’Italia” dice Soldini. Il 38 per cento è tra i 30 e i 40 anni e il 27,7 è tra i 40 e i 50.
Quasi sempre arrivano in Italia con il visto turistico, su indicazione di un’amica, e iniziano a lavorare presso una famiglia. Siccome sono brave ed eccezionali lavoratrici (soprattutto le ucraine), le famiglie iniziano a ritenerle indispensabili e dopo averle tenute un po’ in clandestinità, fanno domanda per regolarizzarle. Se tutto va bene, con il permesso di soggiorno arriva l’aumento di stipendio (sui 700-800 euro al mese) e l’iscrizione all’Inps, quasi sempre con un numero di ore dichiarate inferiori alla realtà. Ma il vero salto che la maggior parte delle badanti sanno garantire è quello del legame con l’assistito. Al di là delle storie piccanti della avvenente ragazza dell’Est che sposa il vecchietto per impossessarsi dei suoi beni, molto spesso la badante rappresenta per l’anziano l’unica vera fonte di compagnia e di affetto. Vecchietti abituati a interminabili pomeriggi davanti alla tv o con lo sguardo fisso oltre la finestra trovano negli stimoli di una voce dedicata un bene prezioso. Per loro è una salvezza e per le famiglie un ottimo sistema per dedicarsi alla vita di tutti i giorni senza troppi rimorsi.
Viva le badanti, dunque. Ma, a fronte di tanta utilità, si fa poco o niente per agevolare loro e i datori di lavoro. “Non esiste un elenco delle badanti, non esiste una categoria riconosciuta. Sono tutte inserite nel mucchio dei cosiddetti ‘collaboratori domestici’” dice Francesco Di Maggio, direttore dei Flussi migratori dell’Inps. “E questo favorisce di fatto una grande evasione. Oltre alla detraibilità dei contributi versati si dovrebbe istituire un albo delle badanti che devono avere cognizioni di psicologia, di infermieristica, di geriatria”. “Abbiamo registrato per le badanti il fenomeno dell’immigrazione pendolare: vengono, stanno un po’ e poi tornano al loro paese con qualche soldo da parte” dice Guglielmo Loy, responsabile della Uil per l’immigrazione. Anche la ricerca Iref-Acli: “Il welfare fatto in casa” evidenzia che 3 badanti su 4 non vogliono rimanere a lungo nel nostro Paese e quindi sono disponibili a lavorare in nero o ad accettare contributi irrisori per una pensione che non verrà mai corrisposta.
A volte però l’angelo si ribella ai soprusi e si rivolge al sindacato. Dice ancora Soldini: “Abbiamo un sacco di vertenze in corso, anche cose delicate, tra famiglie di gente iscritta alla Cgil. Si parla di violenze private e sessuali, documenti trattenuti e stipendi da fame per lavorare 24 ore su 24 senza riposi né ferie”. Per questo i sindacati, le associazioni che fanno capo al mondo cattolico, gli enti locali chiedono al governo misure per incentivare il cittadino a regolarizzare davvero la badante. Prima tra tutte la defiscalizzazione della spesa.
Poi l’istituzione presso i comuni di un albo riconosciuto al quale le badanti si iscrivono dopo un corso di formazione finanziato con la riconversione di istituti un po’ desueti come quello dell’accompagno. Ancora: un elenco di “supplenti” a disposizione degli enti locali per consentire le ferie e i permessi alle lavoratrici regolarmente assunte. “La badante è diventata a tutti gli effetti una colonna del nuovo welfare e come tale va riconosciuta” dice Franco Pittau della Caritas di Roma.
Ci sono realtà che già si muovono autonomamente. A Ferrara, per esempio, c’è l’associazione badanti Nadiya (che in russo significa speranza) che mette in contatto lavoratrici dell’Est europeo con famiglie che hanno bisogno di qualcuno che faccia assistenza agli anziani. Il presidente di Nadiya, che lavora a stretto contatto con lo Sportello immigrati della Cisl, è Roberto Marchetti, ex dirigente dell’Eridania, che ha conosciuto la crisi aziendale fino al licenziamento e la cassa integrazione per due anni. Ora è segretario dell’Istituto diocesano, amministra i beni della chiesa di Ferrara ma nel tempo libero si dedica volontariamente alle assistenti familiari: “Abbiamo in città 5.200 badanti di cui solo 2.800 in regola. Abbiamo istituito una sorta di albo professionale, vagliamo i curricula delle donne e poi le mettiamo in contatto con le famiglie che si rivolgono a noi. Solo per le badanti, in provincia c’è una evasione di 8 milioni di euro l’anno tra Inps e Irpef”.
Esperienza analoga a Sesto San Giovanni dove lo Sportello assistenza familiare (realizzato in partnership con il comune di Brescia, l’Irs Istituto di ricerca sociale di Milano, la Cgil e la Caritas) ha messo in contatto un migliaio di badanti con le famiglie bisognose e ha anche finanziato tre corsi di formazione.
Boom dell’affidamento condiviso per figli di ex coniugi nel 2006. Anno in cui le separazioni sono diminuite (confermando così l’inversione di tendenza del 2005) anche se sono aumentati i divorzi. È il quadro che fa l’Istat delle separazioni e dei divorzi delle famiglie italiane su dati del 2006.
Nel 2006, i coniugi che hanno deciso di separasi sono diminuiti del 2,3% rispetto all’anno precedente; i divorzi invece continuano a crescere, +5,3%. Complessivamente, si sono registrati 80.407 separazioni e 49.534 divorzi. Tuttavia, in dieci anni le separazioni e i divorzi sono aumentati, rispettivamente, del 39,7% e del 51,4%. Ci sono state 5,4 separazioni e 3,3 divorzi ogni mille coppie coniugate; il maggior numero al Nord, 6 separazioni e 4,2 divorzi ogni mille coppie. In otto casi su 10 le separazioni sono consensuali, in 4 su 10 nei divorzi.
Il ricorso all’affidamento condiviso è più che raddoppiato in un anno, scelto in un caso su tre: 38,8% delle separazioni (era stato l’11,6% nel 2005) e nel 28% dei divorzi (15,4%). Nel 2006 è entrata in vigore la legge sull’affidamento condiviso (la numero 54) ma anche prima era una procedura sempre più ricorrente: dal 2,8% nelle separazioni al 2,2% nei divorzi nel 1997 al 15,4% e all’11,6% nel 2005. La custodia esclusiva premia ancora la madre (58,3% delle separazioni e nel 67,1% dei divorzi). L’affidamento condiviso prevale nelle separazioni consensuali, il 42,2%; scende nelle giudiziali, 18,9%.
I figli coinvolti nella crisi coniugale dei genitori sono stati 98.098 nelle separazioni (63.256 minori) e 46.586 nei divorzi (23.940): in 7 coppie su 10 che si separano ci sono dei figli. In oltre la metà delle separazioni ed un terzo dei divorzi c’è almeno un figlio minore. Nella maggior parte delle separazioni (56,8%) la frequenza di visita del genitore non affidatario è fra i due e sei giorni, seguita con distacco dalla visita settimanale (20,3%) e da quella giornaliera (14,5%).
La casa viene assegnata dal giudice alla moglie nel 58% delle separazioni (66,3% se l’affidamento è condiviso), al marito nel 21,1%. In caso di divorzio la ex coppia lascia la casa di famiglia nel 47,9% dei casi. Nel 94,5% dei casi di separazioni con minori è il padre che dà l’assegno di mantenimento; entrambi i genitori nel 4% dei casi, la madre solo nell’1,5%. Nel 2006, l’importo medio mensile è stato di 499,62 euro nelle separazioni e di 441,49 euro nei divorzi. L’assegno varia a secondo del numero dei figli: oscilla in media da 414,38 nelle separazioni con un minore a 753,99 con almeno tre figli. Aumentano le richieste di revisione delle condizioni di separazione e divorzio, +6,8% rispetto al 2005, pari a complessive 11.167. Ne sono state esaurite 10.424.
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Un solo desiderio: tornare nei loro Paesi.
Perché qui sono costrette a vivere lontane da mariti e figli e a prendersi cura di anziani e bambini di altre famiglie, di cui comunque si sentono parte. Ma solo perché ci lavorano.
A fare questa foto delle colf è l’indagine nazionale delle Acli Il Welfare fatto in casa, realizzata dall’Iref. Solo il 25% è intenzionato a restare in Italia, un paese in cui il 24% del totale arriva senza permesso di soggiorno
I ricercatori dell’Iref tra marzo e aprile di quest’anno hanno interrogato un campione rappresentativo di 1000 collaboratrici familiari straniere (66 nazionalità diverse), con un questionario somministrato “faccia a faccia”.
Per capire chi sono e da dove vengono, che famiglie hanno lasciato e che progetti hanno. La ricerca è stata illustrata al ministro della Famiglia Rosy Bindi. Ne è venuto fuori che sei colf su 10 vivono separate dai figli o dal marito. Quattro su 10 mandano in patria almeno la metà di quanto guadagnano (in media 880 euro mensili, lavorando 42 ore a settimana).
Il 24% è in Italia senza documenti di soggiorno. Il 57% lavora del tutto o in parte in nero. Il 61% concorda col datore di lavoro le irregolarità nei versamenti. Il salario medio è di 880 mensili. Più della metà (51%) assiste persone anziane e il 17% si prende cura dei bambini. Si sentono membri di famiglia (60%) ma chi vive nella casa in cui presta servizio (33%) lavora fino a 59 ore settimanali e pensa di andare avanti ancora per poco (70%). Anche se esiste ed è palese la differenza di stipendio tra le collaboratrici regolari e quelle che non lo sono. Le prime godono di maggiori garanzia economiche e guadagnano anche 1.000 euro al mese; le colf irregolari o che si sono in Italia da meno di 2 anni hanno un guadagno medio di 750 euro.
L’età media è 40 anni. Le più giovani vengono dall’Europa dell’Est. Le più istruite dall’ex Russia. Le colf filippine sono sempre di meno: erano il 31% prima del 1997, scendono al 19% nel 2000 e arrivano appena al 10% di ingressi nel 2006.
Al di là dei numeri, va infine notato che la quotidianità tra le mura domestiche ha permesso a molte di loro di crearsi un’idea della situazione: il 51% ritiene che i figli siano viziati dai genitori; il 49% ritiene che gli anziani non siano trattati con particolare attenzione.

Quelli che vanno al Family day marciano compatti verso piazza San Giovanni sui marciapiedi di Via Merulana, in fila con i cappellini colorati, cantando Jerusalem, Jerusalem riedificata.
Quasi sulla piazza riposano poggiati a un semaforo Raffaele e Raffaella, di 60 anni. Lui è chirurgo, lei è un’insegnante di francese in pensione. Sono sposati, hanno quattro figli ed un bel po’ di nipoti. “Siamo qui” dicono “perché il Papa ce lo ha chiesto. Ognuno ha diritto di vivere la propria affettività e questa è già una libertà esistente in Italia nell’ambito della legislazione privata. I costi di sostegno, però, come la pensione di reversibilità, sono una scelta politica e la scelta deve fondarsi su quello che è il bene maggiore per la nazione, ovvero un legame stabile e la procreazione. Questo si ha con il matrimonio”.

Jacopo ha 28 anni, sua moglie Cecilia 32. Sono al Family day con i loro tre bimbi (foto in alto): Emanuele e Maria Sofia nel passeggino e Beniamino che ha sei anni e mezzo. Vengono da Perugia. Nella comunità neocatecumenale hanno trovato una Chiesa viva, che li sostiene: “Non siamo soli, non abbiamo paura del futuro e siamo venuti per dare testimonianza di questa nostra esperienza positiva”.
Gabriella e Gianni hanno 43 anni e tre bambine di 11, 9 e 5 anni. Entrambi impiegati, sono al Family day per “ringraziare il Signore di quel che ci ha dato. Tante coppie sono separate, grazie a Dio noi restiamo insieme. Sostanzialmente siamo qui perché siamo contenti, perché ci sentiamo fortunati”.

Sonia e Giorgio, neocatecumeni, sono artigiani gelatai di 30 e 39 anni. Sono arrivati a Roma da Brescia, per questo non hanno portato con loro il piccolo Samuele, di tre anni, ma lo hanno lasciato coi nonni.
Giorgio ci dice che Cristo è vivo all’interno della famiglia. “Ora la società pensa che la famiglia non c’è più. Cioè voglio dire che è più facile pensare che quando si litiga non c’è più speranza, basta. Invece per noi non è così, perché per grazia di Gesù riceviamo una spirito d’amore. Non siamo venuti per manifestare contro i gay ma siamo per la famiglia naturale, a immagine della sacra famiglia di Nazareth”.
Stefania e Giuseppe, di 33 e 37 anni, sono un’insegnante e un imbianchino. Il piccolo Giovanni è nel passeggino, invece Giulio ha sette anni e non sta fermo un attimo, nonostante il caldo. A Panorama.it dicono che la famiglia è un’istituzione sacra, la cellula fondamentale della società e credono che l’ipotesi di sostenere le coppie di fatto omosessuali o eterosessuali sia in contrapposizione con la sacralità della famiglia naturale.

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Quattro anni in attesa di un figlio. Trascorsi tra corsi di preparazione, esami psicologici e false speranze aspettando una telefonata. È il calvario che spesso devono affrontare gli aspiranti genitori adottivi in Italia. E può anche succedere che, all’improvviso, tutto si blocchi. Perché il Paese scelto ha chiuso o contingentato le adozioni. O perché l’associazione certificata alla quale la coppia si è rivolta ha avuto dei problemi durante l’iter. Come nel caso di Dario Di Lorenzo, palermitano, che scrive a Panorama.it segnalando la sua storia: “Dopo aver ottenuto il decreto internazionale da parte del Tribunale dei minori abbiamo dato il mandato all’associazione Chiara onlus di Roma. Dopo quattro anni di attesa mi viene riferito che la Cai Commissione Adozioni Internazionali, ha revocato il mandato all’associazione lasciandoci al punto di prima. E non sono il solo: ci sono 600 coppie sparse in tutta Italia ad avere subito questa ingiustizia”. La Cai ha revocato il mandato per precedenti problemi insorti con la Federazione Russa e anche perché l’associazione aveva preso in carico un numero di coppie decisamente superiore a quello che poteva gestire (si parla di più di 700), condannandole di fatto ad attese eterne. “Non sono d’accordo” aggiunge Dario Di Lorenzo – “Chiara onlus è stata a torto accusata di accettare troppe coppie anche per soldi; ma io grazie a loro ho già adottato una bimba, Olga, che oggi ha 10 anni. Se non li avessi giudicati più che corretti, non credo che sarei tornato da loro per una seconda adozione”. Molte famiglie si sono riunite in un comitato, Le coppie di Chiara. Paolo Bertoletti, uno dei suoi portavoce, spiega: “Quelle della Cai sono motivazioni sensate, ma non risolvono la nostra situazione. Alcune coppie, quelle per cui l’abbinamento con il bambino era già avvenuto, sono state seguite dalla Commissione stessa, che si sta occupando delle pratiche. Le altre verranno reindirizzate verso associazioni diverse, ma ciò significa finire in coda a tutte le liste e allungare ancora lo stillicidio dell’attesa. Intanto, mentre parliamo, i bambini restano in istituto. Perché, e a dimenticarselo spesso sono anche le coppie in attesa, l’adozione sancisce i diritto del bambino ad avere una famiglia e non viceversa”. Chiara Onlus si è rivolta al Tar del Lazio che proprio in questi giorni ha emesso una sentenza favorevole: cancellata la revoca, l’associazione potrà continuare a operare nel campo delle adozioni internazionali. Ma ciò non risolverà i problemi delle famiglie, secondo il gabinetto del Ministero per le politiche della famiglia, che con il recente decreto oggi sovrintende alla Cai.
“Chiariamo una cosa: la vicenda di Chiara Onlus non si limita al parere negativo della Cai. Precedentemente era già stata revocata l’autorizzazione a procedere da parte della Federazione Russa, a causa adozioni considerate irregolari. Anche alla luce della sentenza del Tar, ricordiamo che l’onlus ha una lista d’attesa praticamente impossibile da smaltire, visto che ogni associazione che opera in Ucraina ha oggi può trattare meno di 30 pratiche all’anno”. Il consiglio istituzionale è di rivolgersi presso altre associazioni. Magari cambiando il Paese di provenienza del figlio adottivo, come spiega Salvatore Bianca, dell’ufficio stampa Cai: “Capiamo perfettamente la frustrazione delle famiglie, che sono i vasi di coccio della situazione, ma evitare di concentrarsi solo sull’Ucraina al momento sarebbe la scelta migliore: molti Paesi hanno liste d’attesa decisamente inferiori. Certo, da parte degli aspiranti genitori c’è anche la preoccupazione per le spese sostenute finora”. Già, le spese: l’intero iter per adottare si aggira tra i 10 e i 15 mila euro. Prezzi che hanno fatto dell’adozione internazionale un vero business, sulla pelle dei genitori e soprattutto dei bambini che aspettano una famiglia.
L’adozione internazionale è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi 20 anni. Nel 1982 infatti, secondo i dati Istat, riguardava meno di 300 minori. Oggi si parla di circa 3.000 ingressi all’anno. Con la legge 476/1998 l’Italia ha aderito alla convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993 sulla tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale. I principi base indicano l’adozione come ultima strada percorribile (si privilegia la possibilità di far crescere il bambino nel suo Paese di origine), sconfiggere le adozioni fai da te e il traffico di minori. Con la nuova legge non si fa più domanda di adozione, ma si dichiara la disponibilità ad accogliere un bambino, presso la cancelleria del Tribunale per i minorenni competente per la loro residenza. Il modello è fornito dalla stessa cancelleria, così come l’elenco dei certificati necessari. Per molti di questi documenti è accettata l’autocertificazione: su Moduli.it si scaricano gratuitamente. Per presentare domanda è necessario essere sposati da almeno tre anni (o dimostrare la convivenza continuativa), non avere in corso alcun procedimento di separazione ed essere idonei a educare, istruire e mantenere i minori che si intendono accogliere. Ma esistono anche requisiti anagrafici: la differenza minima di età fra genitore e figlio è di 18 anni, quella massima è di 45 anni per uno dei coniugi e di 55 per l’altro. Il Tribunale esamina la dichiarazione di disponibilità all’adozione e i certificati ricevuti. Entro 15 giorni (sulla carta: nella realtà a causa del sovraccarico di lavoro degli uffici, i tempi si dilatano) incarica i servizi socio-assistenziali del Centro Adozioni della zona di residenza di effettuare un’indagine psico-sociale sulla coppia e scrivere una relazione per valutare le risorse e le potenzialità della stessa a educare un figlio. Terminata la fase delle indagini la relazione viene inviata al Tribunale. I giudici hanno due mesi per valutare la domanda e decidere se concedere il decreto di idoneità. Chi non è considerato idoneo può presentare ricorso entro 10 giorni presso la Sezione per i minorenni della Corte d’Appello: il 5,3% delle coppie ha ottenuto l’idoneità mediante ricorso. Dopo il decreto di idoneità si sceglie un’associazione autorizzata (l’elenco si trova nell’albo della Cai, anche online) che si occuperà di individuare il bambino da abbinare alla coppia e sbrigare la burocrazia. C’è un anno di tempo per sceglierla: si può dare l’incarico a un solo ente per volta, ma entro l’anno di validità del decreto di idoneità è possibile comunque revocare il mandato all’ente e incaricare un altro. Conviene comunque scegliere enti che trattano con più paesi, per evitare di trovarsi spiazzati in caso un Paese chiudesse improvvisamente le adozioni. Dal momento della scelte dell’ente, inizia un nuovo periodo di attesa da uno fino a quattro anni (e oltre).
Risorse online
Ass.ne Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie
Adozione Minori
Adozione Internazionale
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Al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’unico punto su cui le forze della maggioranza hanno trovato un’intesa sicura a proposito delle prossime scelte in tema di politica economica è l’accantonamento della riforma dei redditi da capitale, cioè la rinuncia, almeno per il momento, ad unificare la tassazione al 20 per cento.
Per il resto rimangono forti le divergenze in particolare tra Ds e Margherita su come utilizzare l’extragettito, cioè quel surplus derivante dallo straordinario incremento delle entrate registrato nel 2006 e che sembra continuare anche nei primi mesi di quest’anno.
La Margherita e il vice premier Francesco Rutelli vorrebbero che buona parte di quei circa 3 miliardi di euro derivanti dal boom delle entrate fosse destinato all’abolizione dell’Ici sulla prima casa, un provvedimento che costerebbe circa 2,8 miliardi di euro e che da solo, quindi, si mangerebbe tutta la dotazione finanziaria disponibile.
I Ds propongono, invece, che la manovra sull’Ici sia di diversa natura e a minor impatto finanziario. In pratica vorrebbero che nel calcolo dell’Ici sulla prima casa alla detrazione fissa di 103 euro fosse aggiunta un’ulteriore detrazione tra i 30 e i 40 euro per ogni figlio a carico. Il costo di questa operazione sarebbe di oltre 1 miliardo, una cifra che lascerebbe libere risorse per un altro intervento che sta parecchio a cuore al partito di Piero Fassino, quello sui cosiddetti incapienti, quei cittadini con un reddito così basso da essere esentati dal pagamento delle tasse e quindi in condizioni di non poter usufruire di facilitazioni attraverso sgravi. Per questa categoria di persone, costituita in larga misura da titolari di pensioni sociali, i Ds vorrebbero che fosse elargito un assegno di 200 euro una tantum prima della fine dell’anno. Secondo calcoli di fonte Ds gli incapienti sarebbero circa 10 milioni.
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