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Family-Day

Chiesa e scandali, Papa Ratzinger toglie il velo e chiede tolleranza zero

Papa Ratzinger nel suo studio
La questione morale è la nuova emergenza della Chiesa italiana.
A tre mesi dal successo del Family day la Chiesa finisce sul banco degli imputati. Sotto accusa parroci, religiosi e persino due vescovi. La Chiesa “non ha paura della verità” e “i vescovi hanno tutti gli elementi per dimostrare l’infondatezza delle accuse” contrattacca il segretario della Cei, Giuseppe Betori. Ma Papa Ratzinger chiede il massimo rigore e non fa sconti.
Il primo decreto emesso dalla Congregazione per la dottrina della fede, il 27 maggio 2005 (un mese dopo l’elezione di Benedetto XVI), è stata la condanna di padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del cuore immacolato di Maria, per abusi sessuali, abusi nella confessione e nella direzione spirituale. La causa era ferma da anni di fronte all’ex Sant’Uffizio. Il Papa ha voluto inviare un messaggio chiaro ai vertici della Chiesa italiana: tolleranza zero, non c’è più spazio per coperture e reticenze.
Da quel momento si è voltato pagina, come testimoniano le drammatiche cronache dei mesi successivi: da padre Fedele Bisceglie di Cosenza a don Lelio Cantini di Firenze.
Abusi sessuali e malversazioni finanziarie sono i principali reati contestati a sacerdoti. In realtà si tratta di una piccolissima percentuale sul totale degli oltre 50 mila preti italiani. Ma sono casi che riempiono le cronache giudiziarie con un’inedita frequenza.
Il 7 marzo 2007 cambia la guida della Chiesa italiana. Angelo Bagnasco prende il posto del cardinale Camillo Ruini. E poche settimane dopo le cronache giudiziarie danno ampio risalto alle inchieste che chiamano in causa due fedelissimi di Ruini: l’arcivescovo di Siena, Antonio Buoncristiani, e il vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago. Il primo era stato inviato a suo tempo dal cardinale a commissariare Famiglia cristiana, ritenuta poco organica con la Cei. Il secondo è il braccio destro dell’ex segretario generale della Cei, il cardinale Ennio Antonelli.
Enfant prodige della Chiesa italiana, Maniago è stato ordinato vescovo a soli 44 anni, su indicazione del cardinale Ruini. Ora è finito sotto accusa per festini a luci rosse e malversazioni nella gestione dei beni della diocesi. Gli innocentisti gridano al complotto. I colpevolisti annunciano una “mani pulite” della Chiesa italiana. Le indagini della magistratura sono ancora in corso e le accuse restano tutte da provare.
La Chiesa italiana è divisa: c’è chi agita lo spettro degli scandali di pedofilia come negli Stati Uniti e c’è chi accusa la stampa di aver ordito una campagna denigratoria.
Massimo Camisasca
, fondatore della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo, una delle congregazioni religiose più attive e ricche di vocazioni tra quelle sorte negli ultimi trent’anni, invita a considerare entrambi gli aspetti: “Al primo posto dobbiamo mettere l’urgente necessità di una riforma della Chiesa. Al secondo posto c’è l’indubbio attacco sferrato alla Chiesa da parte di quei poteri che puntano a ridurla a una forza solo spirituale, priva di incidenza nella storia”.
Camisasca cita la denuncia fatta da Ratzinger poche settimane prima di essere eletto Papa: “Nelle meditazioni per la via Crucis del Venerdì santo 2005 il futuro Benedetto XVI ha lamentato la sporcizia che vi è nella Chiesa. La veste e il volto così sporchi della Chiesa ci sgomentano, ha scritto Ratzinger. Parole molto forti che danno idea di quanto sia chiara nella mente del Papa l’urgenza di una riforma della Chiesa. Benedetto XVI ha voluto dare un altro segnale molto forte in questa direzione: presto sarà beatificato Antonio Rosmini che denunciò le cinque piaghe della Chiesa e venne messo all’indice”.
La riforma della Chiesa per Camisasca deve partire dall’alto: “Si sente l’urgenza di porre mano a una riforma delle procedure con le quali vengono designati i vescovi. La Chiesa ha urgente bisogno di pastori: vescovi che siano capaci di prendersi cura dei propri sacerdoti, che li aiutino a discernere la propria vocazione e che seguano attentamente i seminari dove vengono formati i futuri preti”.
Una nuova tensione morale, insomma, “che coinvolga tutta la comunità cristiana senza occultare o minimizzare le mancanze e le difficoltà che oggi si presentano. Una Chiesa reticente sui propri peccati offre maggiori argomenti ai propri accusatori”.
D’altro canto il sacerdote invita a non sottovalutare “l’evidente attacco mediatico sferrato contro la Chiesa in generale e quella italiana in particolare”.
La principale ragione sta, a suo avviso, nelle posizioni assunte da Papa Benedetto XVI. Anche in questo senso si può fare un paragone con quanto accaduto negli Stati Uniti: la Chiesa americana è stata duramente attaccata sulla pedofilia per impedirle di alzare la voce contro il conflitto in Iraq voluto dall’amministrazione Bush.
“Oggi le parole di Ratzinger, che ripropone la forza dell’avvenimento cristiano contro la dittatura del relativismo, danno molto fastidio. Così come il continuo richiamo del Papa ai valori non negoziabili: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà di educazione. Giovanni Paolo II proponeva con forza il medesimo messaggio ma la stampa e l’opinione pubblica sembravano concentrarsi più sul suo carisma mediatico che sulle sue parole esigenti. Con Ratzinger, invece, la reazione della cultura laica e dei mass media non si è fatta attendere”.
Il vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago, braccio destro dell'ex segretario generale della Cei, il cardinale Ennio Antonelli
Analoga convinzione esprime lo storico Giovanni Miccoli, autore di un recente saggio che mette a confronto il pontificato degli ultimi due papi (In difesa della fede. La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Rizzoli): “Il messaggio di Benedetto XVI si caratterizza per una decisa contrapposizione ad alcuni aspetti essenziali della civiltà odierna. In primo luogo la tradizione illuministica. A essa Ratzinger riconosce il merito di alcune acquisizioni importanti come il rispetto dei diritti dell’uomo. Ma gravissimo torto dell’illuminismo per Ratzinger è quello di aver misconosciuto le radici cristiane, escludendo Dio dalla coscienza pubblica e imponendo il relativismo etico”.
Secondo Benedetto XVI, spiega Miccoli, “l’uomo contemporaneo è minacciato da una cultura che fa della libertà la misura di tutto, aprendo la strada a conflitti devastanti, come nel caso dell’aborto o dell’eutanasia”.
A questo, osserva lo storico, si aggiunge “un’enfatizzazione del ruolo del magistero che richiede obbedienza da parte dei fedeli senza possibilità di essere messo in discussione”, come su temi quali il celibato ecclesiastico e l’omosessualità. La Chiesa di Ratzinger insomma non accetta compromessi con il mondo contemporaneo. E non fa sconti a chi non rispetta le regole.

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Gaylib: Quelli del centrodestra facciano coming out

Immagini dal Gay Pride del 2006
Enrico Oliari ha 37 anni, fa l’infermiere ed è il presidente di Gaylib, l’associazione degli omosessuali di centrodestra con circa 430 iscritti. “Ma i nostri sono militanti veri, siamo un’associazione che si occupa solo di politica, non raccogliamo tesserati in discoteche, saune e club come fanno le associazioni di sinistra”.
Sabato a Roma al Gay pride quanti politici di centrodestra scenderanno in piazza con voi?
Credo nessuno, se non i soliti riformatori liberali di Marco Taradash.
E gli altri?
Scoprirsi purtroppo per loro è ancora troppo rischioso. Anche se io consiglio ai miei amici politici di fare coming out.
Sta dicendo che conosce politici di centrodestra omosessuali?
Personalmente almeno 6 o 7, qualcuno con famiglia di copertura.
Anche cattolici?
Se intende dell’Udc, nessuno. Appartengono tutti a Forza Italia e Alleanza Nazionale. Ma so che ce ne sono in tutti i partiti.
Fidanzati?
Ora sto con un ragazzo che fa l’arredatore. Abbiamo appena comprato casa a Trento. Ma in passato ho avuto compagni che fanno i parlamentari sia in An che in Forza Italia.
Nomi?
Nooooooo!
Almeno un piccolo identikit…
Persone di mezza età, ma non mi tirerà fuori altre informazioni. Sono amici e devono rimanere tali.
Almeno sa se hanno partecipato al Family day?
Qualcuno di loro c’era…
Ma perché il centrodestra è così omofobo?
Colpa della Chiesa cattolica che, per contrastare i Dico, si è messa a fare politica in modo aggressivo.
Mi scusi, ma allora perché non state a sinistra?
Beh, Fassino ultimamente ha scelto un atteggiamento pilatesco, molto simile a quello dei suoi colleghi del centrodestra. E poi in tutta Europa gli omosessuali che hanno idee liberali non sono costretti a stare con la sinistra. Pensi che in Francia l’associazione Gaylib è organica e molto ascoltata all’interno del partito di Nicolas Sarkozy.
Nel suo libro L’omo delinquente, scandali e delitti gay dall’unità a Giolitti lei racconta un’Italia molto diversa da quella attuale.
Nel 1889, il nostro è stato il primo paese europeo a depenalizzare l’omosessualità e, all’epoca, a combatterla erano i socialisti: cercavano di contrastare il turismo sessuale dei “gentiluomini” delle classi agiate europee che scendevano a cercare avventure nel nostro paese, allora poverissimo. Un po’ come succede oggi in Thailandia.
E la Chiesa?
In quegli anni fu coinvolta in diversi scandali. Uno dei più gravi riguardò un collegio religioso di Varazze, in Liguria, dove alcuni preti vennero accusati di avere rapporti avuto sessuali con gli studenti. Ci fu quasi una rivolta popolare e, si dice, che alcuni sacerdoti iniziarono a girare armati.
Lei scrive nel suo libro che quella era una scuola con allievi importanti.
Tra gli studenti della quarta liceo c’era il compianto Presidente Sandro Pertini.
Ma che differenza c’è tra le vostre proposte e quelle dei gay di centrosinistra?
Noi non vogliamo i Dico per tutti. Per gli eterosessuali esiste già un istituto che tutela con dei diritti le loro convivenze: il matrimonio. Noi vogliamo che vengano riconosciute le unioni degli omosessuali. E vogliamo poter continuare a dirci liberali.

Vorrei Zapatero al nostro Gay pride

Immagini dal Gay Pride del 2006
Molisana, 40 anni, trapiantata da anni a Roma (dove vive con la sua compagna). Un impiego in banca e un ruolo da presidente nel Circolo Mario Mieli. Lei è Rossana Praitano, uno dei tre portavoce nazionali del Gay Pride. Ha poco tempo per rispondere perché “impegnatissima nell’organizzare la manifestazione di domani. Sono alle prese con tubi, luci, musica.”
Ma come: vi si accusa di essere una lobby potente e invece tocca al presidente del Mieli fare bassa manovalanza?
La risposta è già nella domanda. Io sono una semplice volontaria dell’Associazione Mieli. Che va avanti proprio grazie alla forza (anche economica) di tanti altri volontari. Quindi, dov’è tutta quella ricchezza di cui ci accusano?! Se fossimo ricchi, crede che io mi chiuderei in un ufficio per otto ore? Se poi l’obiezione è che ci sono gay tra i dirigenti d’azienda o tra i politici, rispondo che ce ne sono anche tra gli operai, gli studenti, le casalinghe…
Perché un eterosessuale dovrebbe partecipare al Pride di domani?
Per mille buone ragioni che si chiamano diritti. Domani si sfilerà per Roma, si festeggerà l’orgoglio Lgbt, certo. Ma soprattutto si chiederanno diritti per chi ancora non li ha. Una richiesta che anche un eterosessuale dovrebbe sostenere, se ha a cuore la crescita civile e democratica del Paese.
Ammetta: vi sentite un po’ gli anti Family Day?
Sì e no. Sì perché della manifestazione dello scorso 12 maggio non abbiamo condiviso i contenuti: la rigida e assoluta difesa di un solo ed esclusivo tipo di famiglia, il modello cattolico, stile Mulino Bianco. E no perché appunto, noi siamo per la famiglia. Anzi, per la pluralità delle famiglie, per i diversi tipi di unione, ai quali vanno garantiti diritti e rispetto.
Il Cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, dice: “I gay sono una minoranza che vuole imporre suoi valori”.
(Ridendo) La Chiesa ribalta sempre i concetti. Siamo una minoranza di 10 milioni in Italia. E come tale chiediamo tutela giuridica. Chiedere difesa non è imporre la cultura, no?!
Cosa risponde a quelli che “saranno a Roma col cuore”, ma non sfileranno fisicamente?
Se il riferimento è al presidente Fausto Bertinotti, capiamo. Ha un ruolo istituzionale: normale che non scenda in piazza. Diverso il discorso su Fassino e la Pollastrini. Sul segretario Ds, vorrei sbagliarmi ma credo che pesino le tribolazioni del Pd. I Ds ci sono sempre stati al Pride. Anche quest’anno ci sarà una loro rappresentanza. Ma aderire stavolta è stato un parto molto travagliato e ciò che mi preoccupa è che dietro quel parto ci siano scelte di convenienza politica. Stesso discorso per Barbara Pollastrini. Con noi, tutti i partiti del centrosinistra hanno preso degli impegni. Noto però che solo alcuni li stanno mantenendo, quelli che sfileranno con noi domani: Prc, Pdci, Verdi. Altri si sono dimenticati le promesse fatte e con loro verrà la resa dei conti.
Tre nomi che vorrebbe vedere in sfilata.
Gliene dico quattro. Fassino, appunto, perché significherebbe molto politicamente. Anche in vista del futuro Partito Democratico. Poi: il ministro Pollastrini, il premier spagnolo Zapatero - uno che sta dimostrando come si guida un Paese in crescita senza tralasciare ai diritti delle minoranze - e Barbara Streisand, come icona mondiale dello spettacolo e della cultura, impegnata per il cambiamento della società civile.
Ci dica che sabato non sarà la solita “carnevalata”
Non è mai stata una carnevalata. Una festa, piuttosto. E alle feste c’è chi va incravattato, chi coi seni al vento. Il problema sono i trans, le drag, i travestiti che aprono le parate dei Pride? Vorrei ricordare che nel ‘70 le femministe strappavano in piazza, per protesta, i loro reggiseni. E grazie alla loro rivoluzione ora le donne possono vantare diritti che prima manco si sognavano. Noi siamo gli allegri e festosi eredi di quella rivoluzione positiva, di quei reggiseni strappati.
Nel senso che in sfilata ve li dimenticate?
Anche.
Slogan della festa?
“Parità-Dignità-Laicità”: un po’ alla maniera della Rivoluzione francese. E poi tanta musica, dalla Carrà a Madonna. Anche se l’inno ufficiale è tratto dal cd di Daniele Silvestri: Gino e l’Alfetta.

Gay Pride 2007: i numeri, i carri, la festa e la protesta

Domani Roma vivrà il Gay Pride 2007.
Ad aprire il corteo sarà il carro del Coordinamento Roma Pride. Un autobus inglese a 2 piani completamente rivestito con le parole d’ordine del Pride: “Parità-Dignità-Laicità” - un po’ alla maniera della Rivoluzione francese - sul quale La Karl Du Pigné, speaker ufficiale della manifestazione, indosserà un vestito medioevale a testimoniare lo stato dei diritti del movimento Lgbt (Lesbian-Gay-Bisexual-Transgender), che nella capitale si ripropone in un contesto nazionale dopo il Pride di Torino del 2006 e, soprattutto, dopo il Word Pride del Giubileo-2000 proprio a Roma.
Attesi, dunque, decine di migliaia di partecipanti: “C’è stata una fortissima mobilitazione e abbiamo una grande fiducia” nella riuscita dell’evento, spiega Aurelio Mancuso, uno dei tre portavoce del Roma Pride, “l’obiettivo è arrivare a 200 mila. Se saremo di più sarà una grande vittoria, anche perchè non abbiamo i mezzi anche economici di partiti, sindacati o della gerarchia cattolica”. Nella parata sfileranno anche 40 carri (quelli di Arcigay, il carro degli Orsi con una piscina, il trenino delle Famiglie Arcobaleno, i tre carri del mondo lesbico e i carri dei locali commerciali, i carri della CGIL, di Amnesty International, dell’Unione degli Studenti e dei Partiti della Sinistra) con musica, colori e palloncini.
Il corteo partirà da Piazzale Ostiense alle 16 e terminerà in piazza San Giovanni. Passerà per Piazza di Porta San Paolo, viale della Piramide Cestia, viale Aventino, via di San Gregorio, via Celio Vibenna, piazza del Colosseo, via Labicana, viale Manzoni, via Emanuele Filiberto sino a giungere a piazza di Porta San Giovanni. “L’arrivo a Piazza San Giovanni è dovuto al fatto che questa piazza, tradizionale luogo di ritrovo delle grandi manifestazioni popolari (ultimo il Family Day cattolico, ndr) e punto di arrivo delle marce legati ai diritti e alla pace ed è l’unica in grado di contenere le centinaia di migliaia di persone che attendiamo per l’evento”, sottolinea Rossana Praitano, altra portavoce del Pride. A San Giovanni, poi, prenderanno la parola sul palco alcuni rappresentanti del movimento Lgbt, delle associazioni gay e quattro parlamentari omosessuali: “Non salirà nessuno politico, ci sarà spazio solo per il movimento e per la sua gente”, precisa ancora Mancuso.
La kermesse dovrebbe terminare per le 20, subito dopo (dalle 22 all’alba) la festa di chiusura Euphoria al Villaggio Italia.

Gay e centrosinistra, orgoglio e precipizio

Unite sui Dico, separate in casa sul Gay Pride
Patrocinio o non patrocinio, questo il problema.
Se sia cioè più utile al governo non solo aderire al Gay Pride 2007, sotto lo slogan “Parità, dignità, laicità”, che sabato 16 transiterà per Roma, (da piazzale Ostiense a Piazza San Giovanni), ma farlo con tanto di timbro della Presidenza del Consiglio.
In questo nuovo dilemma rischiano di precipitare il centrosinistra e l’esecutivo di Romano Prodi. Caso sollevato, in realtà, dalla Cdl ma esploso soprattutto quando i teodem della Margherita, Emanuela Baio, Paola Binetti e Luigi Bobba, hanno letto sia il documento che la piattaforma politica della manifestazione: “Le manifestazioni clericali contro qualsiasi tipo di riconoscimento delle relazioni extra matrimoniali sono il segno tangibile di una volontà prevaricatrice e anti democratica da parte di istituzioni che, violando persino il Concordato, si vogliono sostituire alle istituzioni repubblicane democraticamente elette.”

Senza troppi giri di parole, un durissimo j’accuse contro il Vaticano e Papa Benedetto XVI.
E di fronte a queste posizioni, la risposta dei teodem è stata immediata: “Chiediamo alla Presidenza del Consiglio, al Sindaco di Roma e alla Presidenza della Regione Lazio un ripensamento circa le decisione di accordare il patrocinio al gay pride”. Sullo sfondo, inoltre, il mancato patrocinio al Family day del 12 maggio.

Il ministro diessino Barbara Pollastrini, “madre” dei Dico con Rosy Bindi, spiega che il patrocinio lo ha concesso il suo dipartimento che fa capo a Palazzo Chigi, non la Presidenza, ed è stato riconosciuto a questa come a tante altre iniziative: “Il patrocinio del ministero delle Pari opportunità non è al corteo e non è alla piattaforma”. Però lei non ha ancora deciso se esserci o meno: “Concorderò con Prodi la presenza del governo”.

Di fatto accanto a lesbiche e gay, transessuali e transgender sarà un pullulare di ministri: Emma Bonino (Radicali, Ministro per il Commercio Internazionale e per le Politiche Europee) Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio), Fabio Mussi (Sd, Ministro dell’Università e della Ricerca) e Paolo Ferrero (Prc, Ministro della Solidarietà Sociale), oltre ai segretari Franco Giordano di Rifondazione, Oliviero Diliberto del Pdci e Enrico Boselli dello Sdi.

Contro di loro ha polemizzato la responsabile della Famiglia, Rosy Bindi. “Riconosco la libertà di manifestare e di aderire. Ma non da parte dei ministri, dato che c’è una netta differenza tra il documento politico del Gay pride e le posizioni del governo su matrimoni e adozioni”. Stessa scelta per il segretario Piero Fassino, che ci sarà solo “col cuore”, facendo insorgere la componente omosessuale dei Ds, Gay left.

Dunque l’aria che tira è questa: oltre agli striscioni (annunciati) contro Romano Prodi e il suo governo, accusato di latitare sui diritti; oltre ai carri e alle maschere contro il Papa e il Vaticano; oltre ai bambini in sfilata insieme ai due padri o alle due madri; alle lacrime in ricordo di Matteo, il sedicenne suicida di Torino… sarà un Pride dai toni accesi: la prima grande manifestazione politica dopo il Family day, anzi: “La nostra risposta al Family day“, come la definisce Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell’Arcigay.
Tanto poi tocca al premier Prodi pronunciarsi e mediare.

Una giornata contro l’omofobia: il mondo si mobilita il 17 maggio

Manifestanti in strada  per la giornata mondiale contro l'omofobia (Idaho International day against homophobia) che si celebra dal 2003
Il 17 maggio 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità cancellava l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. E ora il 17 maggio si celebra in tutto il mondo la giornata mondiale contro l’omofobia. L’omofobia è la paura o l’avversione nei confronti delle persone omosessuali e la loro discriminazione. L’Unione europea, nella risoluzione del 26 aprile 2007 in cui stabilisce di onorare ogni anno la giornata del 17 maggio, condanna “le dichiarazioni discriminatorie formulate dai dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, poiché queste alimentano l’odio e la violenza” e “reitera il suo invito a tutti gli Stati membri di proporre delle disposizioni che mettano fine alle discriminazioni che si trovano ad affrontare coppie dello stesso sesso”.
Panorama.it ne ha parlato Imma Battaglia, presidente dell’organizzazione Dì gay project.

Che valore ha in Italia la giornata contro l’omofobia?
L’Unione europea accusa la Chiesa di imporre una religione di Stato omofoba, e la politica italiana di seguirla. In un momento come questo, il 17 maggio assume un significato strategico: si sta, purtroppo, arrivando a uno scontro culturale basato su una grande campagna omofobica. Mi sento di dire che questo conflitto non giova a nessuno e mi chiedo dove sta andando il nostro Paese. Il motto che proporrei per la giornata contro l’omofobia sarebbe “17 maggio: giornata dell’accoglienza”.
Una delle obiezioni che vengono fatte ai Dico è di natura economica. Ad esempio si dice che non si può assegnare la pensione di reversibilità a un certo tipo di legami.
Gli omosessuali, anche se vivono in coppia, pagano tasse da single. Siamo i maggiori contribuenti, non abbiamo nessuna possibilità di sgravi fiscali. Noi agli altri le pensioni le paghiamo. Ma perché non dovremmo essere corrisposti? Perché non ci si viene incontro di fronte ad esigenze che sono comuni a tutti?
Lei, insieme ai manager omosessuali italiani, ha fatto pubblicare in questi giorni un messaggio pubblicitario: “Anche gay è famiglia” in cui parla di diritti umani. Quali diritti degli omosessuali non sono rispettati in Italia?
La pagina che abbiamo fatto significa: c’è una parte consistente (il 10%) ed economicamente rilevante del Paese a cui non viene riconosciuto il ruolo sociale ed economico. Basti pensare all’importanza del turismo gay. Parliamo di diritti? In Europa siamo i soli, insieme a Irlanda, Grecia e Polonia, a non punire le discriminazioni. Se un omosessuale viene offeso o discriminato (succede tutti i giorni) non può fare nulla, non ci sono norme cui si può appellare. Siamo la comunità con il maggior numero di tentativi di suicidio e il caso di Matteo, il ragazzo di Torino che si è ucciso in seguito a ciò che subiva a causa del suo orientamento sessuale, è stato citato anche dalla risoluzione del Parlamento europeo del 26 aprile. Io sinceramente non credo che nessun cittadino italiano tragga vantaggio da questa situazione.
Quali soluzioni legislative è più urgente adottare?
Innanzitutto è necessaria una legge contro le discriminazioni. E poi una formazione culturale: in Italia non c’è nessun programma di formazione per i formatori, e invece i pregiudizi vanno combattuti proprio a partire dalla scuola. Le unioni civili sono diventate ormai una questione ideologica. Non smetteremo di batterci, ma il buon senso ci dice che serve tempo.

Tra Family Day e Family Gay: se alla sinistra fa male la piazza

la folla del Family Day
Le piazze: croce e delizia della sinistra italiana. Soprattutto ora che sta al governo.
Il 12 maggio in Piazza San Giovanni una marea di persone (un milione, un milione e mezzo, oppure “solo” 700.000, poco importa) ha seppellito di fatto i Dico e di ogni altra norma che legalizzi le unioni civili, etero ed omosessuali. Il Family Day ha decretato che l’Unione non ha i numeri per far passare la legge Bindi-Pollastrini, nata male e destinata finire peggio.
Dalla stessa piazza, ma il mese dopo, il centrosinistra tenterà di pareggiare: a Roma il 16 giugno si svolgerà il Gay Pride, che tra le altre cose, chiederà le nozze per i gay. Mentre Cdl insorge (”Paragonare il Family Day al Family Gay è insensato. L’equiparazione tra coppie etero e omosessuali non passerà mai”, dice Lorenzo Cesa dell’Udc) il Partito democratico si divide tra la Margherita critica (”Possibile che non si possa manifestare senza contrapporsi polemicamente alla Chiesa?”, si chiede il diellino Castagnetti. “Il Gay Pride in antitesi al Family Day mi sembra un evidente boomerang”) e la Quercia favorevole, al pari della sinistra più laica: “Ci saremo, come ogni anno”, promette Piero Fassino, “e dire che lo facciamo per rifarci una verginità è una lettura subalterna e sciocca”.
Il fatto è che la giornata dell’orgoglio gay era stata inizialmente fissato per il 9 giugno. Poi la visita in quel weekend di George Bush lo ha fatto slittare di una settimana.
Già, Bush. Ci si mette anche lui: “Il 9 giugno manifesteremo a Roma con Arci, Fiom, Sinistra Democratica e altre realtà di movimento contro l’arrivo in Italia del presidente Usa e per la pace. Il Pdci ci sarà sicuramente e anche la Sinistra Democratica di Mussi”. Ad annunciare la protesta (”corteo o sit-in, dobbiamo ancora deciderlo”) è Michele De Palma, membro della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista: “Certamente sarà una giornata di mobilitazione”.
Nessun problema sul fatto che un partito di maggioranza scenda in piazza contro la visita di un capo di Stato che incontrerà il presidente del Consiglio? “Perché dovrebbe imbarazzarsi Romano Prodi? Non sarà un corteo contro Prodi, ma contro le politiche dell’amministrazione statunitense. Se qualcuno vuole polemizzare perché Rifondazione sarà in piazza” dice ancora De Palma “è liberissimo di farlo”.
Come a dire: è la democrazia, bellezza. E la democrazia passa per la piazza: un luogo politico su cui la sinistra sta perdendo il controllo e la sua anima, di lotta e di governo.

12 maggio: vince il Family Day, perde l’Unione. I Dico affossati

Roma, Piazza San Giovanni, Clemente Masella con la sua famiglia.<br /> [i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]
Che siano stati un milione, un milione e mezzo, oppure “solo” 700.000, poco importa. Il Family Day di piazza San Giovanni è stato un successo al di sopra di ogni attesa, così come fu il 2 dicembre 2006 il Tax Day voluto dalla Cdl, con l’eccezione allora di Pier Ferdinando Casini. Questo dato produce almeno tre conseguenze.
Primo: nell’immediato la più che probabile sepoltura dei Dico e di ogni altra legge che legalizzi le unioni di fatto, etero ed omosessuali. Ci si potrà a lungo lamentare dell’ingerenza della Chiesa negli affari interni italiani, ma il motivo è un altro: l’Unione non ha la maggioranza per fare approvare i Dico, una legge nata male e destinata finire peggio. Quindi, prima di accusare, magari con qualche ragione, il potere cattolico, il centrosinistra ed il governo dovrebbero guardare al proprio interno.
Secondo: il successo del Family Day e la sproporzione con la giornata del Coraggio Laico hanno colto in contropiede i maggiorenti dell’Unione - i Ds soprattutto, clamorosamente assenti su tutto il fronte - ed hanno costretto ad una precipitosa operazione di accodamento quelli della Cdl . È il caso tipico nel quale la base, organizzata o meno - tutte le adunate di piazza sono organizzate - ha prevalso sugli stati maggiori.
Terzo. Esiste ormai una opinione pubblica moderata pronta a mobilitarsi. Dalla famiglia alle tasse. Le piazze non sono più il territorio riservato della sinistra e dei sindacati: è un dato certificato da molti sondaggi e istituti, ultimo l’Ispo (Istituto di Studi sulla Pubblica Opinione) di Renato Mannheimer. Romano Prodi deve tenerne conto; alzare lo sguardo dagli infiniti organigrammi dell’erigendo Partito democratico non guasterebbe.
Lo stesso discorso si può ovviamente fare per Silvio Berlusconi e il centrodestra. Con la differenza, però, che loro stanno all’opposizione.

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