Leggi tutte le notizie su:


Fausto-Bertinotti

Contrordine compagni, questa sinistra non va più bene

Fausto Bertinotti: Fini e Vendola per me pari sono

Fausto Bertinotti, l’ex segretario di Rifondazione Comunista e padre nobile di Sel, è tornato a picconare. Il Pd e Sel, ovviamente. Come fa, del resto, dalla sonora sconfitta del 2008, quando la sinistra radicale scomparve dal Parlamento. Continua

Fausto Bertinotti: Fini e Vendola per me pari sono


Fausto Bertinotti: Fini e Vendola per me pari sono

di Ritanna Armeni

Fausto Bertinotti guarda Montecitorio dalle finestre del quarto piano di Palazzo Theodoli, dove hanno sede gli uffici dell’ex presidente della Camera. Una distanza che consente di guardare e osservare, ma niente di più. Del resto l’ex presidente non vuole essere coinvolto negli scontri della politica. Non voleva neppure fare l’intervista che segue. Per convincerlo ho dovuto far ricorso alla nostra antica e comune militanza. Continua

Tutti sul tetto: inizia la campagna elettorale


Fabio Granata, deputato Fli sul tetto della Facoltà di Architettura di Roma Tre il 25 novembre 2010, per solidalizzare con i ricercatori precari che protestano contro il ddl Gelmini (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Fabio Granata, deputato Fli sul tetto della Facoltà di Architettura di Roma Tre il 25 novembre 2010, per solidalizzare con i ricercatori precari che protestano contro il ddl Gelmini (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Non so se ve ne siete accorti, ma la campagna elettorale è iniziata. Certo ancora c’è un governo in carica che sta cercando di portare avanti gli ormai noti cinque punti programmatici e il voto di fiducia all’esecutivo è in calendario il 14 dicembre; l’aria che tira però a Montecitorio e Palazzo Madama è sul serio un’altra in questi giorni. Continua

A uccidere la Costituzione non è stato il Cav. Parola di Bertinotti


Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera ed ex leader di Rifondazione comunista (Ansa)

Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera ed ex leader di Rifondazione comunista (Ansa)

Fausto Bertinotti era scomparso. Nel senso che i giornali non si occupavano più di lui. Uscito dalle scene. Dopo il fallimento della Sinistra arcobaleno, il partito che nel 2008 riunì tutti i movimenti della sinistra radicale per farli sprofondare sotto il 4 per cento, si è dedicato alle conferenze e al giornalismo. Continua

Bnl-Unipol, Consorte chiama Bersani, D’Alema e mezzo Pd. Come testimoni

L'ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)

L’ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)

Tutto lo stato maggiore del centrosinistra, una spruzzata di centrodestra, i vertici della Banca d’Italia, delle Generali, funzionari delle maggiori banche d’affari nazionali sfileranno al palazzo di Giustizia. O almeno è quello che ha chiesto Giovanni Consorte, ex amministratore delegato dell’Unipol, al tribunale di Milano che il primo febbraio inizierà a celebrare il processo di primo grado contro lo stesso Consorte e Ivano Sacchetti per la vicenda della mancata scalata della compagnia assicurativa bolognese alla Bnl. Continua

Parla Bertinotti: Quanti operai regalati al Cav

Fausto Bertinotti in mezzo agli operai

di Stefano Brusadelli
“Oggi l’operaio è solo. Non sente più né la sinistra né il sindacato come la sua famiglia, all’interno della quale trovare identità e protezione. In questa nuova solitudine, che poi è diventata la stessa di tutti i cittadini italiani, l’operaio vota secondo la propria utilità. E nell’Italia di oggi, ahimè, capita che voti a destra”.
Fausto Bertinotti è nato in una casa di ringhiera alla periferia di Milano, verso Sesto San Giovanni. Il mondo degli operai è stato il suo liquido amniotico. Mitiche figure di operai come Emilio Pugno, Tino Pace, Pierino Caroli sono stati i suoi maestri. Dentro le fabbriche, da sindacalista, ha speso gran parte della sua vita. Vedere ora certificato da un sondaggio dell’Ipsos che tra gli operai le intenzioni di voto a favore del Pdl doppiano quelle per il Pd è un cruccio che si somma al dolore provocato dal naufragio della sua scommessa di sinistra anticapitalista. La spiegazione che di questo dato clamoroso l’ex presidente della Camera e leader di Rifondazione fornisce a Panorama è un viaggio negli ultimi 15 anni di vita italiana; e anche una disamina spietata degli errori compiuti dalla sinistra e dal sindacato.
Sorpreso di quel 43 per cento di operai che sarebbero pronti a votare per Silvio Berlusconi?
C’erano già i segni premonitori. Nel 1994 vidi un’inchiesta della Fiom di Brescia. Veniva fuori che moltissimi iscritti votavano per la Lega.
Segnale sottovalutato, allora.
Era l’avviso che un ciclo si andava chiudendo, e il primo segnale che stava iniziando la devastazione della sinistra. Perché bisogna sempre tenere presente che il voto degli operai a sinistra non è un dogma.
Affermazione forte, fatta da un leader della sinistra. Sembra un’autoassoluzione.
Ma è una realtà. Negli Usa il voto operaio è tradizionalmente diviso fra repubblicani e conservatori. E non dimentichiamoci il voto delle banlieue francesi che nel 2002 portò Jean-Marie Le Pen al ballottaggio contro Jacques Chirac, eliminando il candidato della sinistra, Lionel Jospin.
In Italia però è stato diverso…
In Italia abbiamo avuto il “trentennio glorioso”. E abbiano scambiato per un dato immodificabile quello che invece era solo un ciclo.
Trentennio glorioso?
Dal dopoguerra alla fine degli anni Novanta si sono verificate in Italia alcune condizioni straordinarie. Anzitutto, il primato dell’antifascismo non esaltava solo la Resistenza. Ponendo la Costituzione al centro di tutto, automaticamente metteva al centro del dibattito politico il tema del lavoro, che è scolpito nel primo comma dell’articolo 1. E di conseguenza assicurava centralità ai partiti di massa e ai sindacati. Poi funzionava una straordinaria rete organizzativa (dai circoli operai alle sezioni, alle parrocchie) che al momento del voto aveva il suo peso. E infine, c’erano l’Urss e il vecchio Pci.
Proprio lei è nostalgico dell’Urss e del Pci?
L’esistenza dell’Urss, a prescindere dal giudizio per me negativo su quel regime, teneva in piedi la sfida planetaria tra capitale e lavoro. E quanto al Pci, il suo scioglimento non ha portato alla nascita di una forza che facesse del lavoro, già sul piano lessicale, la sua ragione d’essere. Dalla crisi del Pci infatti non è nato un partito laburista o socialdemocratico, ma il Pd. Cioè un contenitore indistinto, tenuto insieme solo da una vaga idea di modernità.
Mettiamoci anche il sindacato.
Ci arrivo, certo. Il sindacato italiano era stato un esempio in tutta Europa: confederale, unitario, democratico, capace di straordinarie conquiste come lo Statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, aumenti salariali per tutti.
Il sindacato di oggi ne è l’ombra?
Si è rotta l’unità sindacale, la concertazione ha significato il ridimensionamento del salario e della politica di redistribuzione, e anche la democrazia in fabbrica è finita: si veda l’accordo sulla nuova contrattazione, approvato senza una consultazione nei luoghi di lavoro.
Morale?
Morale: gli operai che sentivano di avere una doppia protezione dal sistema politico e dal sindacato, e che in cambio indirizzavano il voto verso la sinistra, adesso si sentono soli. E seguono la loro pancia, il vento. Subiscono, al pari di tutti, l’offensiva conservatrice che è in atto in tutto l’Occidente.
Sbagliando?
Secondo me sì, ma votano secondo un’utilità presunta che va rispettata. Senza più fiducia nel sindacato e nel partito, nella desertificazione della democrazia, scelgono come interlocutore chi governa, l’unico che a loro parere conti qualcosa.
Non è in fondo una rappresentazione esatta?
Credo che nel voto a Berlusconi ci sia qualcosa di diverso, io ci vedo una venatura populista. Il populismo è figlio della crisi della sinistra. Al conflitto fra destra e sinistra sostituisce un altro conflitto, tra “alto” e “basso”, dove l’alto sono le élite. È un gioco nel quale la destra italiana è maestra: basti pensare a Berlusconi, a Umberto Bossi, ad Antonio Di Pietro.
Vogliamo parlare anche della condizione delle periferie, dove la percezione di insicurezza è diventata acutissima?
Sì, questa è una seria difficoltà per la sinistra, che non può inseguire la destra sulla linea dell’inasprimento delle pene. Ma alle ronde esiste una risposta di segno opposto: è la ricostruzione, anzitutto nelle periferie, di una rete di presidi democratici che sono l’unico antidoto preventivo al disadattamento e alla violenza. Perché la sinistra non lo fa, invece di limitarsi a denunciare gli eccessi del governo?
E se tra i motivi dello spostamento del voto operaio verso il Pdl ci fosse anche la delusione per i governi di Romano Prodi?
Non c’è dubbio: i governi Prodi sono stati fallimentari. La sinistra, non solo in Italia, si era proposta come più capace della destra di sanare i guasti della globalizzazione. Questa promessa è stata tradita: non c’è stata redistribuzione della ricchezza, né delle posizioni sociali. Così la globalizzazione ha aumentato le diseguaglianze e ha prodotto la crisi.
Quanto ha pesato la televisione nel successo di Berlusconi tra gli operai?
Altro capitolo dolente. Mentre la tv commerciale imponeva anche in Rai modelli come il Grande fratello e i concorsi con premi in denaro dove il messaggio è “la mia vittoria coincide con la tua sconfitta”, ossia quanto di più devastante possa esistere per l’idea solidarista, i dirigenti della sinistra pensavano soprattutto a cronometrare i tempi concessi a loro nei vari telegiornali per confrontarli con quelli degli altri. Convinti che la vera questione fosse questa.
I media, effettivamente, hanno dimenticato la questione operaia.
Degli operai, sui media, si parla solo se accadono incidenti mortali sui luoghi di lavoro o se ci sono scontri all’interno del sindacato, come è successo con Gianni Rinaldini a Torino. Ma non nota come dallo stesso lessico del Pd sia ormai sparita una parola come padrone, una parola fondamentale per la cultura operaia?
Alla sinistra, e al centrosinistra, concede davvero poco…
Quell’inchiesta della Fiom di Brescia ha segnato l’inizio di un quindicennio devastante per la sinistra italiana. Dall’avere due sinistre non ne abbiamo più nemmeno una. Intorno all’idea di sinistra ormai non si costruisce più un popolo, un’identità, un senso comune.
Esito inevitabile?
No. È successo che con il miraggio di rappresentare tutti la sinistra ha finito con il non rappresentare veramente più nessuno. L’epilogo è il grottesco appello al voto utile del Pd contro le liste alla sua sinistra. Se si arriva a chiedere un voto solo per la sua presunta utilità rispetto a un altro, come si trattasse della pubblicità comparativa di una merce, è la fine della sinistra. Non ci stupiamo poi se a questo punto gli operai di voto ne scelgono un altro, che gli sembra ancora più utile.

Le libertà di Fini e la sindrome di Montecitorio: a cosa mira il leader di An?

il saluto di Gianfranco Fini

Nel centrodestra, ma anche a sinistra, cominciano a sprecarsi le battute: “Il Pd cerca un leader? Ma c’è Fini!”. In astratto il paradosso contiene una logica: un capo ormai solo, ma con forte esperienza, per un partito che ha ancora una base ma non più capi. E la linea politica? Beh, il Gianfranco Fini delle ultime settimane calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione, antirazzista fino al punto di mettere in guardia, nel giorno in cui il governo vara il decreto sicurezza, contro “l’odiosa omologazione tra criminali e immigrati”. Il tutto senza la classica distinzione tra clandestini e non.

Ma Gianfranco Fini difficilmente seguirà le orme del suo ex camerata ed amico Romano Misserville, iscrittosi al Msi a 15 anni e poi divenuto per breve tempo sottosegretario del governo D’Alema. Misserville, in un audace tentativo di sintesi politica paragonò D’Alema a Benito Mussolini; nonostante questo dovette dimettersi. A tutto c’è un limite, resta tuttavia il problema. A cosa mira Fini? Perché si agita così, e perché prende sempre più frequentemente e vistosamente le distanze dalla sua coalizione, da quel Pdl nel quale ha rivendicato e ottenuto il ruolo di “cofondatore”? Bisogna intanto partire dalla sindrome di Montecitorio della quale sono stati in varie misure vittime gli ultimi presidenti della Camera. Andando a ritroso, Fausto Bertinotti, Pier Ferdinando Casini, Luciano Violante e perfino la non memorabile Irene Pivetti: tutti dalla permanenza sul quella illustre poltrona hanno avuto più guai che benefici. La Pivetti scomparsa dalla politica; Violante uscito dai giochi di partito e frustrato nelle ambizioni istituzionali (ultima, l’ennesima mancata elezione a giudice costituzionale); Casini fuori dal centrodestra e dal potere; Bertinotti che ha assistito inerme al disintegrarsi di Rifondazione. Ed ora Fini, appunto.

Isolato nel Pdl e sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi; ai ferri corti con la Lega; e per di più con buona parte di An che ormai lo rinnega. Possono essere questi i motivi dell’eterorodossia di Fini, del suo prendersi libertà che ad altri, nella maggioranza, non sono minimamente concesse. Oppure queste sono invece le cause dell’inquietudine e della solitudine del presidente della Camera. Se la sindrome di Montecitorio esiste, lui ne soffre in maniera acuta. Casini, in fondo, un partito ce l’ha ancora, e adesso rischia perfino di tornare in qualche modo strategico dopo le disgrazie del Pd. Bertinotti fa il padre nobile, e comunque è già il là con gli anni. Ma Fini, che è “appena” 56 enne, un ragazzo per i nostri standard, ed ha un look ancora più giovanile, rischia davvero. Dopo l’autoesclusione di Casini (però, mai dire mai), e con i problemi personali di Umberto Bossi, era in fondo destinato a prendere l’eredità di Berlusconi. Eredità sempre sub sudice, peraltro. Bastava comunque avere la pazienza di attendere. Ma Gianfranco è sempre più insofferente. Ed oggi, dopo il black out del Pd, l’unico vero controcanto al governo (sicuramente quello che dà più fastidio al Cavaliere) lo fa lui. Coraggio? Rischio calcolato? Errore grave? Le interpretazioni si sprecano. Si va, appunto, dal trauma per aver perso An, la sua creatura, e con essa le antiche radici di destra, all’ambizione di soffiare, tra qualche anno, il Quirinale a Berlusconi.

Ma forse bisogna davvero risalire alla sindrome di Montecitorio. Fateci caso: ha mietuto vittime da quando c’è la seconda Repubblica. Cioè da quando le coalizioni si sono organizzate intorno ad un potere leaderistico. Il che significa che chi non è dentro i partiti o le coalizioni, è tagliato fuori dai giochi. Prima, non era così. La presidenza della Camera costituiva anzi un ottimo trampolino per il Quirinale. Giorgio Napolitano, Oscar Luigi Scalfaro, Sandro Pertini, e prima ancora Leone, Gronchi, sono tutti passati da lì. Ma era il periodo dello strapotere dei partiti, e sedere sulla poltrona più alta di Montecitorio permetteva di assistere alle grandi manovre parlamentari senza sporcarsi le mani, ed anzi guadagnandosi molti favori.
Oggi, tutto il contrario. Il profilo bipartisan in una politica molto partisan non rende. Se lo può permettere il capo dello Stato. Un po’ meno il presidente del Senato. Figuriamoci quello della Camera. Ancora di più se è “cofondatore” del partito di maggioranza, ed ha un capo di nome Berlusconi. Per questo Fini rischia sul serio di mettersi nei guai. Anche quando ha ragione. O, peggio per un politico, di sbagliare i calcoli. Era per esempio in ottimi rapporti con Veltroni; secondo Berlusconi, questo feeling avrebbe dovuto metterlo al servizio del centrodestra, nei periodi di mancanza di dialogo con l’opposizione e con il Quirinale. Come è noto ha dovuto pensarci Gianni Letta. Fini, ancora una volta, ha giocato in solitario. E per giunta Veltroni si è dimesso.

Vendola e lo strappo annunciato: “Lascio Prc, casa snaturata”

Nichi Vendola

Sabato prossimo “chiuderemo una stagione politica e faremo i conti con la crisi travolgente della politica”. E ancora: “Rifondazione Comunista è una casa snaturata e per questo mi dedicherò a ricostruire una sinistra curiosa del mondo che cambia”. Parola del governatore pugliese Nichi Vendola, che poche ore fa ha annunciato di lasciare Rifondazione Comunista.
Lo strappo, di cui si parlava ormai da settimane, alla fine si è attuato. Per il momento, l’abbandono dal partito è individuale: “
Io parlo per me” ha detto Vendola, “non voglio una leva militare, non chiedo un reclutamento. Ognuno deve fare i conti con la propria coscienza”. Ma è impensabile che le dimissioni del presidente della regione pugliese non si trascinino dietro via almeno una parte della dirigenza del partito.

Teatro del nuovo psicodramma della sinistra radicale sarà l’assemblea di Rifondazione che si svolgerà a Chianciano durante il fine settimana. Una decisione, quella di Vendola, nata dalle recenti vicende congressuali del partito, svoltosi proprio a Chianciano nel luglio scorso, che aveva portato alla segreteria Paolo Ferrero.
L’ex ministro della Solidarietà Sociale dell’ultimo governo Prodi aveva sconfitto ai punti proprio Nichi Vendola, forte dell’appoggio dell’area bertinottiana. Il governatore pugliese si era presentato al congresso con una maggioranza relativa, ma non era bastato: tutto il resto del partito si era infatti coalizzato contro la sua elezione, appoggiando proprio la mozione di Ferrero e determinando un risultato (51% contro 49%) che non aveva affatto lasciato presagire armonia in casa comunista.

E proprio subito dopo l’elezione, erano sorti i primi dissidi: Ferrero aveva immediatamente lasciato intendere che il progetto della Sinistra Arcobaleno, che era costato ai rifondaroli l’esclusione dal parlamento, andava considerato morto e sepolto. Opinione opposta a quella dell’area vendoliana, che invece sperava ancora in una riunficazione della sinistra radicale e in un “dialogo costruttivo” con il Pd di Veltroni.
Una crisi, questa, proseguita con le vicende interne al quotidiano di riferimento, Liberazione. Dopo una lunghissimo braccio di ferro, il direttore del gironale Piero Sansonetti era stato sostituito dal sindacalista Dino Greco, per otto anni a capo della Camera del lavoro di Brescia.

La frattura non ha evidentemente aiutato la coesistenza delle due anime del partito. Ed infatti proprio ieri, Vendola, aggiungeva: “bisogna fare politica per passione e anche per divertimento. Vivere in un luogo come separati in casa, gli uni in contrasto con gli altri, mi pare un non senso. Quando quella non è più casa tua è importante prenderne atto e mettersi a cercare una casa nuova”.
Quasi certa, a questo punto, la costituzione di un nuovo partito che tenti una federazione con verdi, socialisti e sinistra democratica. Dopo la scissione di undici anni fa (che diede vita al Pdci di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto), Rifondazione si trova di fronte a un nuovo bivio che potrebbe costarle caro. Anche perchè le elezioni europee sono ormai dietro l’angolo: a giugno si capirà quanto abbiano effettivamente pesato le ultime scelte dei dirigenti comunisti.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
MobileFeed rss
FacebookTwitter

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • le uscite al cinema
  • Viaggio nell'antico Egitto
  • Applicazioni Mondadori
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!