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Fausto-Bertinotti

Le libertà di Fini e la sindrome di Montecitorio: a cosa mira il leader di An?

il saluto di Gianfranco Fini

Nel centrodestra, ma anche a sinistra, cominciano a sprecarsi le battute: “Il Pd cerca un leader? Ma c’è Fini!”. In astratto il paradosso contiene una logica: un capo ormai solo, ma con forte esperienza, per un partito che ha ancora una base ma non più capi. E la linea politica? Beh, il Gianfranco Fini delle ultime settimane calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione, antirazzista fino al punto di mettere in guardia, nel giorno in cui il governo vara il decreto sicurezza, contro “l’odiosa omologazione tra criminali e immigrati”. Il tutto senza la classica distinzione tra clandestini e non.

Ma Gianfranco Fini difficilmente seguirà le orme del suo ex camerata ed amico Romano Misserville, iscrittosi al Msi a 15 anni e poi divenuto per breve tempo sottosegretario del governo D’Alema. Misserville, in un audace tentativo di sintesi politica paragonò D’Alema a Benito Mussolini; nonostante questo dovette dimettersi. A tutto c’è un limite, resta tuttavia il problema. A cosa mira Fini? Perché si agita così, e perché prende sempre più frequentemente e vistosamente le distanze dalla sua coalizione, da quel Pdl nel quale ha rivendicato e ottenuto il ruolo di “cofondatore”? Bisogna intanto partire dalla sindrome di Montecitorio della quale sono stati in varie misure vittime gli ultimi presidenti della Camera. Andando a ritroso, Fausto Bertinotti, Pier Ferdinando Casini, Luciano Violante e perfino la non memorabile Irene Pivetti: tutti dalla permanenza sul quella illustre poltrona hanno avuto più guai che benefici. La Pivetti scomparsa dalla politica; Violante uscito dai giochi di partito e frustrato nelle ambizioni istituzionali (ultima, l’ennesima mancata elezione a giudice costituzionale); Casini fuori dal centrodestra e dal potere; Bertinotti che ha assistito inerme al disintegrarsi di Rifondazione. Ed ora Fini, appunto.

Isolato nel Pdl e sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi; ai ferri corti con la Lega; e per di più con buona parte di An che ormai lo rinnega. Possono essere questi i motivi dell’eterorodossia di Fini, del suo prendersi libertà che ad altri, nella maggioranza, non sono minimamente concesse. Oppure queste sono invece le cause dell’inquietudine e della solitudine del presidente della Camera. Se la sindrome di Montecitorio esiste, lui ne soffre in maniera acuta. Casini, in fondo, un partito ce l’ha ancora, e adesso rischia perfino di tornare in qualche modo strategico dopo le disgrazie del Pd. Bertinotti fa il padre nobile, e comunque è già il là con gli anni. Ma Fini, che è “appena” 56 enne, un ragazzo per i nostri standard, ed ha un look ancora più giovanile, rischia davvero. Dopo l’autoesclusione di Casini (però, mai dire mai), e con i problemi personali di Umberto Bossi, era in fondo destinato a prendere l’eredità di Berlusconi. Eredità sempre sub sudice, peraltro. Bastava comunque avere la pazienza di attendere. Ma Gianfranco è sempre più insofferente. Ed oggi, dopo il black out del Pd, l’unico vero controcanto al governo (sicuramente quello che dà più fastidio al Cavaliere) lo fa lui. Coraggio? Rischio calcolato? Errore grave? Le interpretazioni si sprecano. Si va, appunto, dal trauma per aver perso An, la sua creatura, e con essa le antiche radici di destra, all’ambizione di soffiare, tra qualche anno, il Quirinale a Berlusconi.

Ma forse bisogna davvero risalire alla sindrome di Montecitorio. Fateci caso: ha mietuto vittime da quando c’è la seconda Repubblica. Cioè da quando le coalizioni si sono organizzate intorno ad un potere leaderistico. Il che significa che chi non è dentro i partiti o le coalizioni, è tagliato fuori dai giochi. Prima, non era così. La presidenza della Camera costituiva anzi un ottimo trampolino per il Quirinale. Giorgio Napolitano, Oscar Luigi Scalfaro, Sandro Pertini, e prima ancora Leone, Gronchi, sono tutti passati da lì. Ma era il periodo dello strapotere dei partiti, e sedere sulla poltrona più alta di Montecitorio permetteva di assistere alle grandi manovre parlamentari senza sporcarsi le mani, ed anzi guadagnandosi molti favori.
Oggi, tutto il contrario. Il profilo bipartisan in una politica molto partisan non rende. Se lo può permettere il capo dello Stato. Un po’ meno il presidente del Senato. Figuriamoci quello della Camera. Ancora di più se è “cofondatore” del partito di maggioranza, ed ha un capo di nome Berlusconi. Per questo Fini rischia sul serio di mettersi nei guai. Anche quando ha ragione. O, peggio per un politico, di sbagliare i calcoli. Era per esempio in ottimi rapporti con Veltroni; secondo Berlusconi, questo feeling avrebbe dovuto metterlo al servizio del centrodestra, nei periodi di mancanza di dialogo con l’opposizione e con il Quirinale. Come è noto ha dovuto pensarci Gianni Letta. Fini, ancora una volta, ha giocato in solitario. E per giunta Veltroni si è dimesso.

Vendola e lo strappo annunciato: “Lascio Prc, casa snaturata”

Nichi Vendola

Sabato prossimo “chiuderemo una stagione politica e faremo i conti con la crisi travolgente della politica”. E ancora: “Rifondazione Comunista è una casa snaturata e per questo mi dedicherò a ricostruire una sinistra curiosa del mondo che cambia”. Parola del governatore pugliese Nichi Vendola, che poche ore fa ha annunciato di lasciare Rifondazione Comunista.
Lo strappo, di cui si parlava ormai da settimane, alla fine si è attuato. Per il momento, l’abbandono dal partito è individuale: “
Io parlo per me” ha detto Vendola, “non voglio una leva militare, non chiedo un reclutamento. Ognuno deve fare i conti con la propria coscienza”. Ma è impensabile che le dimissioni del presidente della regione pugliese non si trascinino dietro via almeno una parte della dirigenza del partito.

Teatro del nuovo psicodramma della sinistra radicale sarà l’assemblea di Rifondazione che si svolgerà a Chianciano durante il fine settimana. Una decisione, quella di Vendola, nata dalle recenti vicende congressuali del partito, svoltosi proprio a Chianciano nel luglio scorso, che aveva portato alla segreteria Paolo Ferrero.
L’ex ministro della Solidarietà Sociale dell’ultimo governo Prodi aveva sconfitto ai punti proprio Nichi Vendola, forte dell’appoggio dell’area bertinottiana. Il governatore pugliese si era presentato al congresso con una maggioranza relativa, ma non era bastato: tutto il resto del partito si era infatti coalizzato contro la sua elezione, appoggiando proprio la mozione di Ferrero e determinando un risultato (51% contro 49%) che non aveva affatto lasciato presagire armonia in casa comunista.

E proprio subito dopo l’elezione, erano sorti i primi dissidi: Ferrero aveva immediatamente lasciato intendere che il progetto della Sinistra Arcobaleno, che era costato ai rifondaroli l’esclusione dal parlamento, andava considerato morto e sepolto. Opinione opposta a quella dell’area vendoliana, che invece sperava ancora in una riunficazione della sinistra radicale e in un “dialogo costruttivo” con il Pd di Veltroni.
Una crisi, questa, proseguita con le vicende interne al quotidiano di riferimento, Liberazione. Dopo una lunghissimo braccio di ferro, il direttore del gironale Piero Sansonetti era stato sostituito dal sindacalista Dino Greco, per otto anni a capo della Camera del lavoro di Brescia.

La frattura non ha evidentemente aiutato la coesistenza delle due anime del partito. Ed infatti proprio ieri, Vendola, aggiungeva: “bisogna fare politica per passione e anche per divertimento. Vivere in un luogo come separati in casa, gli uni in contrasto con gli altri, mi pare un non senso. Quando quella non è più casa tua è importante prenderne atto e mettersi a cercare una casa nuova”.
Quasi certa, a questo punto, la costituzione di un nuovo partito che tenti una federazione con verdi, socialisti e sinistra democratica. Dopo la scissione di undici anni fa (che diede vita al Pdci di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto), Rifondazione si trova di fronte a un nuovo bivio che potrebbe costarle caro. Anche perchè le elezioni europee sono ormai dietro l’angolo: a giugno si capirà quanto abbiano effettivamente pesato le ultime scelte dei dirigenti comunisti.

Lotta continua in Prc sul futuro di Liberazione. E Vendola pensa di andarsene

Il presidente della regione Puglia Nichi Vendola

Non c’era proprio bisogno di mettere sul tavolo un altro motivo per ampliare la sempre più grave frattura tra i sostenitori del segretario Paolo Ferrero e quelli di Nichi Vendola, dentro Rifondazione. E che motivo: l’ultimo asset di Prc, il quotidiano Liberazione, diretto da Piero Sansonetti, messo in vendita.
Dopo l’ennesima lite sulla questione del quotidiano del partito, gli ex bertinottiani ora vendoliani, guidati dal governatore della Puglia se ne vanno dalla riunione e la maggioranza approva da sola un documento che potrebbe portare al rilancio, ma anche - sospettano i vendoliani - al fallimento e alla vendita del quotidiano del Prc.
La direzione, con all’ordine del giorno proprio il tema del giornale, che vive un periodo di rosso profondo, era stata convocata dopo che il comitato politico nazionale dello scorso weekend aveva in sostanza “sfiduciato” il direttore e chiesto un piano di ristrutturazione editoriale per portare il bilancio in pareggio nel 2009. Piano che poi è stato rigettato dalla direzione.
Non solo: sempre in direzione il segretario Ferrero ha avanzato l’ipotesi di una vendita del giornale spiegando che un editore “in queste settimane ha avanzato al sottoscritto l’intenzione di fare un’offerta per acquistare Liberazione, segnalando la propria disponibilità a mantenere gli attuali livelli occupazionali, a rilanciare la testata e mantenerlo giornale del Partito della Rifondazione comunista”.
Ferrero, attaccano però i vendoliani, non ha voluto rivelare l’identità di questo eventuale acquirente (”Tranquilli, non è Berlusconi”, avrebbe detto il segretario cercando, invano, di smorzare i toni) e chiedendo carta bianca per valutare la sua proposta, senza alcuna garanzia. Di qui l’abbandono della direzione e la denuncia da parte dell’area di “Rifondazione per la sinistra” di un atteggiamento “lesivo dei più ovvi criteri di trasparenza e persino legalità”. Non solo, i vendoliani denunciano la “scelta gravissima” che rivelerebbe la volontà di sfiduciare Sansonetti e far fallire il giornale. Tutta demagogia, è la risposta della segreteria (”Noi vogliamo il rilancio di Liberazione” e il nome dell’editore non è stato fatto in quella sede “per questione di riservatezza”, assicura Ferrero), che va avanti e fa approvare un documento che da mandato al segretario di valutare l’offerta avanzata. Documento che per i vendoliani è, puntualmente, nullo. La questione verrà nuovamente esaminata in direzione dopo che la segreteria avrà approfondito i termini di una eventuale offerta per la vendita del quotidiano. Certo è che, al di là del merito, il tema rischia di accelerare e rendere senza ritorno il percorso verso la scissione, già più volte ventilata dal gruppo guidato da Nichi Vendola.
Anche se un altro dei Betinotti boys, Gennaro Migliore replica: “Non siamo noi a volere la scissione, sono loro che ci vogliono cacciare…”.
Insomma, è “lotta continua”. Intanto oggi Liberazione non esce per sciopero e decide un pacchetto di altri quattro giorni di protesta se non ci sarà chiarezza su tutto, sulla bocciatura del piano industriale presentato, sull’offerta di acquisto, sul futuro della testata.

I compagni in crisi e la rianimazione comunista

Ferrero e Vendola, e due anime del Prc

Di Carlo Puca

La sinistra è malata grave. Il tempo dirà se le cure saranno vane, ma tutto, proprio tutto l’ex Arcobaleno vive giorni di grandi fibrillazioni. Giorni di riorganizzazione. Prendiamo il Prc. Cianotico all’esterno, ipertrofico all’interno, il partito di bertinottiana memoria è un malato da terapia intensiva. Più che rifondazione sembra la rianimazione comunista. Il problema è che i medici sono tanti, ognuno con la sua personalissima ricetta. A partire dai primari: il segretario Paolo Ferrero e il governatore pugliese Nichi Vendola. Ma per la teoria dei due galli nel pollaio, uno dei due è destinato a soccombere, prima o poi. Per fortuna loro e di ciò che resta della sinistra il prima sta prendendo il sopravvento sul poi. I presunti assi stanno per essere calati: Ferrero dissimula interesse, ma è tentato dalla costituente comunista con il Pdci di Oliviero Diliberto; Vendola ha già pronto un nuovo partito (nome ipotetico: Rifondazione della sinistra), da costituire con la Sd di Fabio Mussi e Claudio Fava, una parte del Pdci e, forse, i Verdi di Grazia Francescato. A conferma dell’eterna storia della sinistra italiana, fatta di illusioni ma soprattutto di fusioni e scissioni. Poche fusioni e tante scissioni.

E così i nemici di un tempo finiscono per diventare amici, e viceversa. Martedì 23 settembre, a Gubbio, Diliberto ha incontrato Ferrero sul palco della festa di Essere comunisti, la corrente di Claudio Grassi che ha permesso al segretario di battere Vendola all’ultimo congresso. Grassi è stato chiaro: “I motivi della scissione tra Rifondazione e Pdci non ci sono più. Oggi non ha alcun senso avere due partiti comunisti in Italia. Finiamola con questa storia dei fratelli separati”. Diliberto? Eccolo: “Noi siamo pronti da ieri. Vogliamo fare non dico un grande partito comunista, ma almeno uno piccolo”. Viva la sincerità. Quanto a Ferrero, da un lato frena, dall’altro è consapevole che una nuova legge elettorale per le europee con lo sbarramento al 5 per cento costringerebbe i simili a stare con i simili. Intanto dice che il suo primo obiettivo “è ricostruire il movimento operaio, non solo Rifondazione”. Un modo, insomma, per prendere tempo.
In effetti quello del Prc è un percorso lento, più che faticoso. Il congresso di Chianciano è finito il 27 luglio, il partito si è costituito formalmente soltanto lunedì 22 settembre. Ci sono voluti quasi 2 mesi per comporre il quadro di “aree di lavoro” e “dipartimenti” nazionali, dopo estenuanti trattative che hanno condotto a risultati surreali. Per esempio, il celebre compagno Guido Cappelloni, ex tesoriere ultrasettantenne, uno per intenderci che con Armando Cossutta fece più di un viaggio nella ex Unione Sovietica a caccia di finanziamenti, guida adesso il settore Lavoro non salariato, altrimenti detto Ceto medio. Come Cappelloni sia arrivato a interessarsi di liberi professionisti rimane un giallo. Anzi, un mistero molto rosso. Per di più, causa divergenze, a Rifondazione mancano ancora i responsabili per il Mezzogiorno e la lotta alla mafia. Il che, per un partito che punta sul radicamento sociale, è perlomeno sorprendente. Tutto questo mentre le aree di lavoro sono diventate otto, i dipartimenti 51. Un’enormità organizzativa, per accontentare tutti e nessuno. Il Pci storico, con il 30 per cento dei voti, di dipartimenti ne aveva meno della metà. Rifondazione, al momento, vale meno del 2,5 per cento. Appunto: un partito anemico e ipertrofico allo stesso tempo.

Nel frattempo, com’è noto, la corrente vendolian-bertinottiana va per conto suo: organizza manifestazioni e feste di corrente, ha un’altra linea politica, non è entrata in segreteria. In sintesi, si considera il “nuovo” rispetto a un segretario “vecchio”. E però non esita a cadere in antichi vizi. Lunedì 22, alla direzione nazionale, i bertinottiani si sono attardati a discutere per ore, contro i ferreriani, sul “campismo”. Fa nulla che l’italiano medio, e anche colto, non sappia cosa sia “la necessità di fare sempre e comunque una scelta di campo” (la definizione è di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione). Nel caso della direzione del Prc, la battaglia politica era sulle responsabilità di russi e/o americani sulla crisi georgiana. La classe operaia, stremata, ringrazia sentitamente per il dibattito. Insomma, l’unica vera novità vendoliana all’orizzonte sembra l’accelerata imposta da Fabio Mussi, privatamente e pubblicamente, sul progetto di fusione con la Sinistra democratica e Unire la sinistra, la corrente del Pdci che fa capo a Katia Bellillo. Molto interessata è una parte consistente dei Verdi, quella guidata da Paolo Cento, mentre la leader Francescato è più attendista. Questa riedizione vendoliana dell’Arcobaleno risulterebbe più compatta rispetto a quella, fallimentare, delle politiche 2008. Soprattutto, sarebbe a vocazione governativa. Al punto che pure il segretario del Partito socialista, Riccardo Nencini, dopo un primo contatto non si è mostrato ostile. Considerando poi i rapporti di Vendola con Walter Veltroni e (soprattutto) Massimo D’Alema, il rassemblement diventerebbe di fatto la gamba sinistra del Partito democratico, compatibile persino con l’Udc. Un compromesso storico bonsai.

Prima, però, ci saranno dei test. Anche importanti. Il primo è previsto per le elezioni regionali in Abruzzo del 30 novembre. In attesa di capire quale sarà il candidato governatore di riferimento, alcuni accordi sono già stati chiusi. E riflettono le strategie nazionali. La lista Sd-Verdi è cosa fatta, con i socialisti in trattativa attraverso il mediatore nazionale Lello Di Gioia; quella Prc-Pdci sta per chiudersi. E i vendoliani? Le voci di popolo, che in Abruzzo sono, dicono, la voce di Dio, raccontano di un disimpegno mascherato utile per dare una mano alla lista rosso-verde. Dovessero andare bene le elezioni, la scissione da Ferrero sarebbe questione di settimane. Anche se il sogno, nemmeno tanto segreto, rimane quello di destituire il segretario con un colpo di mano. La linea politica non cambierebbe di una virgola, ma con in mano la cassa di Rifondazione sarebbe tutto più facile. Pure a sinistra i soldi, talvolta, curano i malati.

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Rifondazione: la vittoria di Ferrero scuote la sinistra e crea gelo col Pd

 Paolo Ferrero

“Auguri di buon lavoro al segretario Ferrero, ma ritengo che abbia vinto chi ha avuto le posizioni più estreme, più lontane da una cultura riformista. È un dato di fatto: ci sono differenze molto profonde tra l’attuale gruppo dirigente di Rifondazione comunista e i riformisti”. Il fair play non manca a Walter Veltroni. E neanche la sincerità nel manifestare tutta la sua amarezza.
Dentro Rifondazione si apre l’era Ferrero, ma il giorno dopo la svolta di Chianciano emergono interrogativi sui rapporti futuri tra sinistra riformista e sinistra rifondarola.
In realtà, la vittoria di Ferrero è una buona notizia per l’ex sindaco. Dimostra in sostanza che la scelta del leader del Pd di separazione consensuale con Rifondazione è stata azzeccata. E che la strada intrapresa da Massimo D’Alema, che si era speso per Vendola, di ricostituire un’intesa con il Prc, si è rivelata sbagliata.

Ora però si aprono diverse incognite. Cosa succederà nelle Giunte locali? E sorprattutto in vista delle Europee del 2009? “Valuteremo caso per caso” continua a ripetere il neosegretario Ferrero, che bolla come una sciocchezza l’idea che la sua vittoria voglia dire, innanzi tutto, l’uscita di consiglieri e amministratori “rossi” dalle giunte in cui Prc sta al governo con il Pd e gli altri partiti dell’ex Unione. Faccenda non semplice. Visto che riguarda 3.500 consiglieri ed amministratori locali in tutto il paese con una presenza radicata in tutte le venti regioni italiane. Rifondazione governa in 13 regioni su 20, praticamente tutte quelle amministrate dal centrosinistra tranne Toscana, Basilicata e Calabria. Ha un governatore, sia pure “sconfitto”, Nichi Vendola, 13 assessori e 51 consiglieri. A livello provinciale il partito conta un presidente a Ascoli Piceno, 70 assessori e 160 consiglieri (compresi quelli di Milano dove Filippo Penati non è mai stato risparmiato dalle critiche aspre dello stesso Ferrero: “noto dalemiano oltre che uno dei volti peggiori della linea legge&ordine che oggi va di gran moda”, lo aveva definito). Nei comuni capoluogo Rifondazione conta su 150 consiglieri comunali e circa 40 assessori.
Insomma un esercito di amministratori che, qualora continuasse ad aumentare “la distanza” di cui parla Veltroni si troverebbero all’opposizione. E il rischio potrebbe essere proprio questo. Lo ribadisce anche Antonello Soro: a Chianciano ha vinto “la sinistra a vocazione minoritaria che rinuncia a governare le sfide del nostro tempo e si limita a coltivare una nicchia autoreferenziale”. Stessa opinione espressa dal senatore “dalemiano” Latorre: ora “è più difficile coabitare nelle giunte locali”. Anche perché dentro Rifondazione, i trotzkisti di Claudio Bellotti, con Ferrero in maggioranza, al congresso hanno chiesto proprio una presa di distanza uscendo dalle giunte.
Meglio per il Pd puntare ad accordi con i vendoliani, sia pure sconfitti. Meglio, cioè, che il Pd provi ad allargare le proprie mire verso i Verdi, la Sinistra democratica e i Socialisti. Quei partiti che speravano in una vittoria di Vendola e nel suo progetto di formare un nuovo partito della Sinistra radicale, una nuova Sinistra Arcobaleno capace di superare la sogli di sbarramento elettorale (tra il 3 e il 5 per cento). Festeggiano infatti i Verdi che intravedono una possibile alleanza futura con i bertinottiani sconfitti al congresso di Chianciano. “Massimo rispetto per le decisioni del congresso e auguri a Ferrero”, ma “ora Vendola ha le mani libere per costruire il futuro di una sinistra fuori dagli schemi e all’altezza delle sfide del prossimo millennio, cosa che se fosse diventato segretario con una maggioranza risicata, non gli sarebbe stata permessa”, spiega il neoportavoce del “Sole che ride” Grazia Francescato.
Ma oltre gli spazi a sinistra potrebbe anche esserci un tentativo al centro, per tentare di unire forze e prospettive con l’Udc di Casini, come vorrebbero i rutelliani e i teodem di Luigi Bobba? “Noi pensiamo a noi stessi. Le alleanze non si faranno con il giochino delle sigle, ma si valuteranno sui contenuti di innovazione riformista”, ha detto il segretario del Pd. “In questo momento dobbiamo pensare a consolidare la fisionomia di un’opposizione riformista, anche attraverso la grande manifestazione del 25 ottobre, dobbiamo coltivare la nostra identità”. E dopo il 25 ottobre? Si vedrà.
Sempre che nei prossimi tre mesi non succeda qualcosa di irreparabile nelle giunte dove Prc e Pd governano insieme. O qualcosa di irreparabile non accada dentro Rifondazione…

Rifondazione a pezzi. Ferrero segretario di un partito dimezzato

Paolo Ferrero

Paolo Ferrero è il nuovo segretario e Nichi Vendola è il leader della minoranza.
Sempre che a sinistra ci sia ancora un partito e i cocci provocati da questo congresso-rissa si possano rimettere insieme. E pensare che il titolo dell’assise era “Ricominciamo”

Ci proverà il neo segretario Paolo Ferrero, valdese, ex operaio, ex sindacalista, ex ministro della Solidarietà sociale del governo Prodi. Compito difficile, complicato: lo scenario che alla vigilia del VII congresso di Prc era dato da tutti gli osservatori come quello impossibile, si è invece avverato. Sulle note di Bella Ciao, l’Internazionale e Bandiera Rossa cantate dai delegati, il VII congresso si è concluso come in pochi si aspettavano alla vigilia. A guidare un partito ai minimi storici dopo la batosta elettorale e la scomparsa dalle Aule parlamentari non sarà il governatore della Puglia, il favorito, addirittura il candidato unico fino a qualche giorno fa, “benedetto” anche da Fausto Bertinotti; ma l’ex alleato di maggioranza che ha saputo trovare un’intesa con tutte le correnti del partito riuscendo ad ottenere 142 voti di maggioranza. Fallito ogni tentativo di trovare un accordo, Rifondazione è andata alla conta (cioè al “chi sta con chi”, praticamente una spaccatura), prima per la votazione dei due documenti politici, quello che raccoglieva le minoranze intorno all’ex ministro e il documento presentato dai Vendoliani e poi nella scelta del segretario.
È successo tutto in una notte: archiviata ogni ipotesi di accordo verso quella pace interna invocata dal padre nobile (e commosso) Fausto Bertinotti (qui il VIDEO dell’intervento), è andato in scena uno scontro a muso duro. Con la mozione due, quella vendoliana, forte del 47%, diventata di colpo minoranza per la coalizzazione attorno alla numero uno, quella di Ferrero (aveva il 40%), delle altre tre. Le più piccole, affarini visibili soltanto al microscopio, roba da fecondazione assistita considerato il loro peso in un partito che di per sé, oggi, varrà sì e no l’1%. Il risultato ufficiale arriva poco prima delle 16: Ferrero è segretario con 342 voti su 646: “La nostra scelta non è il rifugiarsi in un fortino, vogliamo ripartire dai problemi reali della società e magari con meno apparizioni in tv”, ha detto l’ex ministro, a caldo.

Per la prima volta ci saranno i trotzkisti di Claudio Bellotti mentre farà ritorno Claudio Grassi, leader della corrente di Essere Comunisti che negli anni passati ha ricoperto l’incarico di tesoriere. Insieme a loro ci saranno poi i rappresentanti dell’Ernesto, la minoranza di Fosco Giannini. La “rabbia” dei “vendoliani” era difficile da nascondere, anzi, il ragionamento che si faceva a caldo era che l’accordo tra Ferrero e le altre mozioni era chiuso da mesi. Sepolta l’ipotesi di una costituente di sinistra con il cambio di casacca della maggioranza interna, la nuova Rifondazione di Ferrero ripartirà “dal basso” costruendo “un’opposizione sociale al governo Berlusconi”.
Nessuna ipotesi di superamento del partito o scioglimento in altri soggetti della sinistra, anzi, ripartire il prima possibile con il rilancio del partito che dovrà presentarsi alle Europee con il suo simbolo. Ma soprattutto “autonomia” dal Partito Democratico. Il neo segretario poi tende la mano alla minoranza guidata da Vendola ribadendo l’intenzione di procedere ad “una gestione unitaria del partito” e facendo intendere di considerare anche i “vendoliani” parte della segreteria.
Gli sconfitti però non sembrano pensarla allo stesso modo: “Continuo la battaglia nel partito”, dice Vendola. “Questo congresso è la fine della storia di Rifondazione fino a qui, una regressione per il partito ma non un colpo mortale”, attacca il governatore pugliese, da oggi alla guida della minoranza del partito che con il 47,7% e l’appoggio dell’ex gruppo dirigente: Gennaro Migliore, Franco Giordano, Fausto Bertinotti. A ferirlo di più, in questi tre giorni di congresso segnato da accuse, applausi e fischi, sono stati - al di là della sconfitta - come ha confidato ai suoi compagni di mozione, le accuse personali al suo “leaderismo poetico” e le allusioni velate alle pratiche di clientelismo dovute alle origini pugliesi. E a chi lo ha accusato di aver gonfiato le tessere per vincere, risponde sfidando “i compagni del nord di venire al sud a vedere come si combatte l’illegalità, come si sfida la mafia a viso aperto”. Il governatore pugliese non riconosce più il partito che ha contribuito a creare sempre in ruoli di dirigenza. “A vincere il congresso è una coalizione - sottolinea - che ha un accordo su una base politica”.
A settembre, a quanto si apprende, ci sarà l’assemblea nazionale della corrente “vendoliana”, si parla già di iniziative con le altre forze della sinistra radicale per ricostruire l’unità a sinistra e Vendola ha oggi annunciato una manifestazione di piazza: “Noi non intendiamo abbandonare la battaglia, siamo in campo, non arretreremo di un millimetro”. I compagni, che oggi sembrano sempre più ex, sono avvertiti.

Il VIDEO servizio:

Torna Fausto, l’ex Subcomandante. Ora da soldato semplice farà il direttore

Fausto Bertinotti

È tornato: ma non più da Subcomandante Fausto. Da soldato semplice: “Quello che ho da dire al congresso di Rifondazione Comunista, lo dirò sabato mattina a Chianciano da delegato di base della Federazione di Cosenza…”.
Lo ha spiegato l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, durante una conferenza stampa di presentazione del numero estivo della rivista Alternative per il Socialismo, in cui appare un suo articolo dal chiaro titolo “Le ragioni di una sconfitta”. Torna, ma non per un ruolo di leadership politica: “Non esistono uomini per tutte le stagioni” ripete più volte il leader “e io ora voglio dedicarmi alla ricerca e all’approfondimento”.

Anche se venisse applaudito e acclamato dal popolo della sinistra, gli chiedono i cronisti? Bertinotti è netto: “Per me, si tratterebbe soltanto di una grande manifestazione di affetto dei compagni della sinistra verso cui avrei una grandissima riconoscenza”. Ma ribadisce di voler fare altro: “Non mi sento più in sintonia con la fase politica attuale: ho fatto degli errori in campagna elettorale e guardando da fuori me ne rendo conto, se fossi ancora dentro non avrei la lucidità per poterli analizzare e capirli”. Come? Da direttore della rivista che d’ora in poi diventerà un centro studi (lo affiancheranno Rina Gagliardi e Aldo Garzia). “Il mio” assicura Bertinotti “non è un vezzo: ho ambizioni politiche, ma non partitiche. Sono soltanto diversamente ambizioso. Voglio dare così il mio contributo alla costruzione di una sinistra anticapitalistica, che non può ripartire solo dall’Italia, la sinistra va ripensata in termini europei”.

L’ex candidato premier della sinistra, che alle elezioni politiche ha subito una batosta durissima, aggiunge: “Durante il governo Prodi avremmo anche potuto limitare i danni, ma se un anno fa lo avessi fatto cadere non credo che ci saremmo salvati. Avremmo solo potuto limitare i danni”. Una riduzione del danno che comunque forse avrebbe permesso alla sinistra di entrare in Parlamento. E su cui Bertinotti fa mea culpa: “Non abbiamo detto la verità al popolo della sinistra. Dicevamo di voler costruire una nuova sinistra (l’Arcobaleno), ma era facile per la gente vedere che non era così: che ognuno coltivava il proprio orticello”.
E chissà che nelle parole rivolte all’analisi del passato del soldato semplice Fausto non ci sia un guardare anche alle dinamiche della sinistra che in questi giorni sta svolgendo, divisa, i propri congressi.

Europei: la febbre del calcio contagia i politici

Roberto Donadoni
Ore 18, fuga da Montecitorio. Come la maggior parte degli italiani – che verso quell’ora scappano dagli uffici, prendono l’auto o la metro per arrivare a casa o dagli amici per non perdere l’esordio della Nazionale azzurra contro gli olandesi - anche i rappresentanti del popolo che siedono in Parlamento si preparano ad abbandonare i palazzi della politica, già di per sé non pienissimi al lunedì (la riforma promessa da Gianfranco Fini che allungherà la settimana di lavoro dal lunedì al venerdì dovrebbe arrivare infatti dopo la pausa estiva). La febbre, che comprensibilmente sta impossessandosi degli appassionati di calcio, non può non coinvolgere anche i parlamentari. È cosa nota che, in occasione di grandi eventi calcistici, la gran parte dei senatori e deputati si industriano per non perdere i match più significativi. In occasione degli ultimi mondiali, ogni gruppo parlamentare organizzò un maxischermo nei propri locali, per consentire ai “fuorisede” di seguire le partite in compagnia. A Montecitorio furono anche installati degli schermi nel cortile interno, per i tifosi fumatori. Ma non è infrequente che, anche per le partite di Champions league, i tifosi delle squadre di club impegnate facciano presente ai funzionari (soprattutto in tempo di Finanziaria) gli orari dei match della propria squadra del cuore, per evitare la seduta notturna in concomitanza.
E così nessuna riunione programmata per il tardo pomeriggio. Qualsiasi appuntamento è stato accuratamente spostato dalle segreterie al massimo per le 15. L’Udc ha chiuso in mattinata il suo Consiglio Nazionale.
A gridare “Forza Italia” da casa sua ad Arcore il premier, Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Milan tra l’altro ha dovuto fronteggiare il derby rossonero tra i due ct, che sono stati due suoi pupilli: Marco Van Basten allena gli orange e Roberto Donadoni è il tecnico azzurro. Ma la maglia azzurra non può confondersi con l’appartenenza al club e questa mattina Berlusconi ha telefonato al ct azzurro, Donadoni, per fargli “l’in bocca al lupo” in vista della partita di stasera con l’Olanda.
Il segretario del Pd, Walter Veltroni, che è stato oggi a Berlino per un convegno con la Spd, prenderà un aereo nel pomeriggio e dovrebbe riuscire ad essere davanti alla tv per vedere la partita a Roma.
Due sole mosche bianche. Di cui una, rossa: Fausto Bertinotti. Che alle 18 torna sulla scena pubblica per la presentazione del nuovo libro di Piero Bevilacqua dal titolo “Miseria dello sviluppo”. Una presentazione che dovrà durare poco. Molto poco.
Quindi il capogruppo al Senato dell’Italia dei Valori, Felice Belisario: “Il lavoro parlamentare - dice - viene prima di tutto. Oggi e venerdì nessun problema perché la partita non si sovrappone con il lavoro, ma se l’Italia, arrivando alla seconda fase, giocherà alle 18, ce la vedremo in differita, se giocherà alle nove, l’unico rischio sarebbe in caso di ostruzionismo parlamentare”.

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