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Ancora con la tassa sui Suv?

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, nel corso della presentazione del Suv della Uaz, da lui acquistato il 23 aprile 2010 (ANSA / DANILO SCHIAVELLA)

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, nel corso della presentazione del Suv della Uaz, da lui acquistato il 23 aprile 2010 (ANSA / DANILO SCHIAVELLA)

A volte certi provvedimenti ritornano. E dalla parte che non ti aspetti. Come la tassa sui Suv, riproposta questa volta dal centrodestra nel nuovo testo per l’attuazione del federalismo fiscale, dopo averla duramente criticata cinque anni fa, quando a proporla era il centrosinistra. Colpevole (allora) di voler mettere le mani nelle tasche degli italiani, in special modo quelli che possedevano auto di grossa cilindrata. Continua

Chi ci guadagna col federalismo municipale?


Ieri il ministro Bossi ha esultato, ma solo per metà. Il federalismo municipale, respinto nelle scorse settimane dalla commissione bicamerale, è stato infatti approvato al Senato. Ma non ancora alla Camera, dove il Senatùr teme agguati dai centristi e sarebbe tentato di chiedere all’esecutivo la fiducia sul provvedimento, pena la tenuta della maggioranza. Ma al di là delle beghe di Palazzo, ampiamente riportate suo quotidiani, come saranno le casse dei comuni, quando - e se - il federalismo andrà a regime? Continua

Tremonti: riuscirà oppure no a tagliare le tasse?

Giulio Tremonti

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti (Ansa)

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha assicurato che per mettere in pratica il federalismo fiscale occorreranno meno di dieci anni. Ma intanto starebbe lavorando a una manovra estiva di 5 miliardi per aggiustare ulteriormente i conti pubblici del 2011. Continua

Largo al Veneto. E la Serenissima vuole: Olimpiadi, autonomia e visibilità

Il campanile di San Marco a Venezia (credits: flickr/albertopt)

Il campanile di San Marco a Venezia | (Credits: flickr/albertopt)

La Serenissima è tornata a splendere. Eccome. Il Nord Est, locomotiva d’Italia, si è stancato di essere considerato provincia. Stanco di Roma, ovvio. Ma anche di Milano, che si sente la capitale della “Padania”. Mentre i veneti, che fino agli anni settanta emigravano in massa verso l’America e che negli ultimi trent’anni hanno trasformato la loro regione in una delle aree più ricche d’Europa, sarebbero ancora relegati in un angolo. E senza godere dei privilegi dei trentini e dei friulani, che vivono in regioni a statuto speciale. Ma ora basta: vuole più autonomia (il Veneto) e visibilità (il Triveneto). Tanto che 130 deputati e senatori di Veneto, Trentino – Alto Adige e Friuli – Venezia Giulia hanno chiesto la candidatura di Venezia per le olimpiadi del 2020. Continua

Federalismo: la Camera vota. Il Pd si spacca sull’astensione

Il segretario del Pd Dario Franceschini

Da possibile “cavallo di Troia” del centrodestra, era divenuto il tallone d’Achille delle tre opposizioni, che avevano deciso di votare in modo diverso. Il disegno di legge sul federalismo fiscale aveva registrato tre risposte differenti da Pd (astensione), Italia dei Valori (voto a favore) e Udc (contraria). Ma la scelta di astenersi da parte del segretario Franceschini ha rischiato di far vacillare i già precari equilibri tra i dirigenti democratici.

Nelle ultime ore, erano infatti sensibilmente aumentati i malumori contro la decisione di astenersi sul progetto simbolo della Lega Nord. Eppure, la direzione del partito non aveva perso le speranze di ricompattarsi attorno a una decisione unitaria, senza passare per l’ennesima dimostrazione di debolezza nei confronti di un elettorato che “non avrebbe capito”.
Ecco perchè, fino a qualche ora fa, Dario Franceschini spiegava che sul tavolo potevano esserci solo due possibilità: “O votare ‘no’ sin dall’inizio al Senato e quindi trovarsi un provvedimento rispondente alle vecchie logiche della Lega, cioè l’antimeridionalismo, oppure lavorare per migliorare il testo, come è avvenuto”.
Una spiegazione che però non ha soddisfatto i “ribelli” del Pd: all’assemblea del gruppo parlamentare, in undici hanno votato così contro la proposta di astensione fatta dal capogruppo Antonello Soro. E sono nomi quasi tutti di un certo peso: tra gli altri, spiccano quelli dell’ex ministro agli Affari Regionali Linda Lanzioltta, Pierluigi Mantini (l’onorevole malamente apostrofato da Fassino in Transatlantico qualche mese fa), Furio Colombo, Renzo Lusetti, Giulio Santagata e Sandra Zampa (portavoce di Romano Prodi).
Franceschini ha però ribadito che i deputati dovranno filare dritti e compatti, visto che questo non è un “tema in cui si applica la libertà di coscienza”. La votazione, prevista per questa sera, vedrà dunque l’astensione compatta di tutti i parlamentari, anche perchè molti dei contrari alla linea del partito hanno già fatto sapere che si adegueranno alle scelte del leader del Pd.
Lusetti, ad esempio, dopo aver detto di essersi “espresso contro l’astensione al voto finale sulla riforma del federalismo per questi punti critici: delega troppo ampia conferita al governo in materia; mancanza di un equilibrato riassetto delle competenze tra potere centrale e poteri locali; carenza di una coesione fiscale nazionale che garantisse di affrontare il problema del debito pubblico”, ha precisato di volersi comunque attenere “alla disciplina di gruppo e alle direttive indicate dal mio partito soprattutto in quanto, a differenza della questione del testamento biologico, non mi trovo, in questo caso, davanti a un problema di coscienza”.

Almeno per un attimo, il vecchio sogno del “centralismo democratico” pare dunque essere tornato, in casa del Pd, scongiurando così un ammutinamento che, viste le ultime turbolenze, avrebbe potuto avere conseguenze inattese e imprevedibili.

Federalismo, sì del Senato. Bossi ringrazia: “Con Veltroni un buon lavoro”

Giulio Tremonti e Umberto Bossi

Via libera dell’Aula di Palazzo Madama al ddl sul federalismo fiscale. Il provvedimento ora passa alla Camera. Hanno dato il loro voto favorevole Pdl, Lega ed Mpa, il Pd e l’Idv si sono astenuti. L’Udc di Pier Ferdinando Casini ha votato contro (”Non ci interessa votare un provvedimento che e’ un manifesto della Lega. Noi siamo federalisti, ma non possiamo dare il nostro voto a un provvedimento confuso e pasticciato”).
Presenti in Aula molti membri del governo, a partire dal premier Silvio Berlusconi, secondo il quale grazie alla riforma la pressione fiscale dovrà diminuire, altrimenti: “Verrebbe meno al suo principale obiettivo”, dando agli enti locali “la piena responsabilità delle spese per ogni servizio”, avvicinando così amministratori e cittadini.
Ovviamente al completo la delegazione ministeriale della Lega con in testa il leader (e ministro delle Riforme) Umberto Bossi.
Che di persona ha voluto elogiare il comportamento dell’opposizione: “È stato fatto un lavoro importante con la sinistra. Senza la sinistra eravamo ancora in commissione”, dice il leader del Carroccio, in Transatlantico. Bossi ha poi garantito che “Tremonti mi ha assicurato che i conti li tirerà fuori” mentre sulla decisione dell’Udc di votare contro butta lì una frecciata: “Vorrà fare il partito antifederalista e prendere i voti del sud ma ho i miei dubbi perché la legge non penalizza il sud e anche lì sono stufi di amministratori che non fanno il loro lavoro. Chissà dove finirà…”.
Ritiene positiva l’astensione del Pd anche il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri: “Quella del Pd di astenersi sul voto finale al federalismo fiscale è una scelta positiva, che apprezziamo, e che dimostra che si è lavorato in profondità in commissione su un tema delicato e complesso come il federalismo fiscale”.

La decisione di astenersi in Aula è stata presa dall’assemblea del gruppo del Pd, presieduta dal segretario del partito Walter Veltroni. Un’astensione, spiega al termine Veltroni, per dimostrare il senso di responsabilità del Pd. Non un assegno in bianco però, quello dei Democrats: nel corso del proseguo del iter parlamentare del federalismo l’atteggiamento del Pd potrebbe cambiare: “La maggioranza deve sapere che il banco di prova saranno la copertura finanziaria del provvedimento e l’attuazione del pacchetto Violante di riforme istituzionali”, spiega Veltroni. L’assemblea del gruppo del Senato del Pd, spiega Veltroni al termine della riunione, “ha votato a larghissima maggioranza (sono 9 i voti contrari, tra cui Marco Follini che nel suo intervento ha motivato le sue perplessità sul disegno di delega, ndr) per una decisione giusta. Perchè siamo una forza responsabile che raccoglie la sfida dell’innovazione e abbiamo contribuito a cambiare il testo originario”.
Dal testo originario è stato inoltre momentaneamente accantonato, su richiesta del ministro delle Semplificazione Roberto Calderoli, l’articolo 22, riguardante Roma Capitale. Calderoli ha annunciato che ci sarà un emendamento sull’argomento che verrà affrontato, comunque, più avanti, insieme alla questione delle città metropolitane.
Parlando del chiarimento sulle cifre chiesto dall’opposizione il ministro “taglia leggi” Calderoli aggiunge: “Non c’è bisogno di nessun chiarimento perché non c’è stata mai la volontà di non dare le cifre. Non si possono fare delle stime in un giorno per quello che va dal 1948 ad oggi. Quando queste saranno in nostro possesso le forniremo”. Il federalismo fiscale, spiega ancora il senatore della Lega, “è il tassello di una riforma complessiva che prevede anche la riforma della Costituzione per cui serviranno quattro passaggi parlamentari. Io penso” aggiunge “che nel giro di un anno e mezzo avremo il federalismo fiscale, la riforma della costituzione e la carta delle autonomie”.
Commentando inoltre il metodo che ha accompagnato il federalismo fiscale fino al voto in Aula, il ministro per la Semplificazione legislativa aggiunge: “È l’avvio di un percorso e di un metodo che può essere usato anche per le altre riforme e che fa di questa una legislatura costituente”.

Lo strappo dal Pd divide l’Idv: Di Pietro messo in minoranza

Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori

Non era mai successo e di certo nessuno se l’aspettava: Antonio Di Pietro, padre-padrone e vero dominus dell’Italia dei Valori, è stato messo k.o. dai suoi stessi uomini, proprio nel momento in cui prima Walter Veltroni (”Alleanza finita il giorno dopo le elezioni”) poi Massimo D’Alema (”Alle volte Di Pietro sembra che faccia opposizione più al Pd che al Pdl”) lo avevano avvertito.

Lo psicodramma è andato in scena martedì. Sede: il centro congressi Capranichetta, proprio di fronte a Montecitorio. È lì che l’ex pm ha convocato l’esecutivo del suo partito.
Obiettivo? Un documento che sancisce la definitiva rottura del Pd, in modo da intercettare ulteriormente i voti in libera uscita dal loft democratico. Europee ed amministrative incombono, inutile e deleterio aspettare ancora, avrebbe detto il leader dell’Idv. Un ragionamento che si sarebbe spinto fino all’equiparazione Pd = Pdl e che avrebbe portato molti suoi uomini ad un secco “niet” nei confronti del capo.

Per la prima volta da quando ha fondato il suo partito, Di Pietro si è trovato così in netta minoranza e alla fine si è deciso ad adeguarsi. Una decisione, questa, che comunque non attenua la distanza tra Pd e Idv, insieme in piazza il 25 ottobre, ma divisi per il resto, a cominciare dalle elezioni regionali in Abruzzo. Se si escludono clamorosi e inaspettati colpi di scena, infatti, in corsa per il dopo Del Turco ci saranno almeno due candidati nello schieramento di centrosinistra.

Così, della divisione interna all’(ex) alleanza tra Pd e Idv, i primi ad approfittare potrebbero essere proprio i leghisti. Il tanto agognato federalismo fiscale produrrebbe infatti più di interesse tra gli aficionados dell’ex magistrato rispetto a molti dei capetti democratici.
Per il momento, la Lega e il Pdl stanno a guardare. Anche se già il ministro Calderoli ha fatto numerose aperture proprio all’Idv, che da oggi sembra un partito un po’ più dei dirigenti e un pò meno di Tonino.

Federalismo fiscale al via. Tremonti: “Riforma storica”

berlusconi, Letta e Bossi

Per il ministro Tremonti (Economia) è una “Riforma storica”. Il ministro Bossi (Riforme) si dice “Soddisfatto, perché per il Sud il federalismo viene considerato una sfida e non più un qualcosa che possa danneggiarlo”. Il ministro “taglialeggi” Calderoli loda: “Lo straordinario consenso raccolto ieri in conferenza unificata” con gli enti locali. Parole di esultanza da parte dei membri del governo per annunciare il via libera dal Consiglio dei ministri al ddl sul federalismo fiscale (qui il dossier: presentazione - principi - Art. 119 Costituzione).
Un percorso lungo, difficile, anche nelle ultime 24 ore: il governo ha incassato solo a tarda sera di giovedì 2 il disco verde dell’arcipelago delle autonomie locali. Un sì arrivato grazie alla mediazione del presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, sindaco di Firenze. Che, nella riunione con il premier e i ministri Fitto (Affari regionali) e Calderoli ha ottenuto dal governo le garanzie sulle risorse richieste. Garanzie che arrivano sotto forma di assicurazioni per lo stanziamento di 585 milioni per il 2007 e 700 per il 2008 come integrazione dell’Ici rurale, 260 milioni come integrazione del rimborso sul mancato gettito dell’Ici sulla prima casa. Alle Regioni dovrebbero andare altri 434 milioni come parte del finanziamento per i ticket sanitari.

Un percorso lungo (”Che viene da molto lontano” ha detto Tremonti: “il primo atto sul federalismo fiscale c’è stato durante il primo governo Berlusconi, nel famoso libro bianco”) e non ancora concluso: il provvedimento, approvato in via preliminare già lo scorso 11 settembre, può avviarsi ora a varcare ufficialmente le aule parlamentari. E, come annunciato da Bossi, iniziare il suo cammino dall’Aula del Senato. Anche perché, come tiene a precisare il ministro Tremonti, il ddl delega al Governo sul federalismo fiscale è “una legge ordinaria, non costituzionale. Il governo ha varato anche un decreto legge per il riequilibrio economico di Regioni e enti locali, con uno stanziamento di risorse pari a 1,31 miliardi di euro.
Insomma, il cdm ha dato via libera al “pilastro” della riforma fortemente voluta dalla Lega che assicura autonomia di entrata e di spesa a Comuni, province, città metropolitane e regioni, rispettando, al contempo, i principi di solidarietà e coesione sociale previsti dalla Costituzione. Si tratta infatti di una legge delega di sistema che richiede successivi decreti attuativi che il governo si impegna ad approvare entro 24 mesi.

I punti centrali della riforma sono contenuti nei decreti legislativi: autonomia e responsabilizzazione finanziaria di tutti i livelli di governo; attribuzione di risorse autonome a Regioni ed enti locali secondo i principi di territorialità, sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza; superare il criterio della spesa storica.
“Come prima cosa” ha chiarito Tremonti “dobbiamo creare una banca di dati comuni sui grandi aggregati di finanza pubblica coinvolgendo tutte le sedi tecniche che debbono mettere tali dati al servizio di questo progetto dal ministero delle finanze, alla Corte dei Conti, all’Istat“. “Deve essere una banca con dati aggregati e consolidati” ha aggiunto Tremonti “e i dati devono essere condivisi dal punto di vista politico, senza distinzioni tra i numeri del governo o dell’opposizione, del nord, del centro o del sud. Poi verrà il momento delle scelte politiche”.

Nello specifico, il ddl prevede che ai comuni siano trasferiti parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo. Sparisce così la contestata imposta sugli immobili che aveva fatto parlare di una reintroduzione dell’Ici. “Rispetto ai comuni”, ha risposto Calderoli ai cronisti che gli chiedevao come saranno finanziati i comuni, “il ddl prevede l’attribuzione di parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo”. Circa l’introduzione di norme che anticipano l’attribuzione di tributi propri per Roma Capitale, Calderoli ha detto che “il testo che è stato approvato è quello; il governo è stato autorizzato alla presentazione di un emendamento su ‘Roma Capitale’ che sarà presentato in Parlamento e che anticipa, dal punto di vista ordinamentale e fiscale, quanto previsto anche per le altre province. Ci sarebbe stato un blocco dal punto di vista fiscale per quel che riguarda la Capitale”. Di fatto, Roma si trasforma da un normale comune in un ente territoriale, denominato, ‘Roma Capitale‘ ”con speciale autonomia statutaria, amministrativa e finanziaria, al fine di svolgere le funzioni di Capitale della repubblica Italiana e di sede di rappresentanza diplomatica di Stati esteri”.
Nel ddl non c’è un riferimento a una regione o a più regioni per quanto riguarda l’individuazione dei costi standard e dell’efficienza amministrativa. Un punto ben spiegato da Calderoli nella conferenza stampa: “Non c’è nessun riferimento nel testo rispetto ai costi standard né alla Lombardia, né ad altre regioni. I decreti attuativi definiranno i costi standard ma non ci sarà un riferimento a una regione o a un’altra ma al livello di efficienza e adeguatezza, e efficienza ed adeguatezza non hanno un riferimento geografico”.
Tra i punti qualificanti del provvedimento la correlazione tra prelievo fiscale e benefici; l’istituzione di tributi regionali e locali; la facoltà per le Regioni di far compartecipare gli enti locali al gettito dei tributi; premi ai comportamenti virtuosi ed efficienti; garanzia del mantenimento di un adeguato livello di flessibilità fiscale tendenzialmente uniforme sul territorio nazionale; riduzione della imposizione fiscale statale in misura adeguata alla più ampia autonomia di entrata delle Regioni; territorialità dell’imposta; tendenziale corrispondenza tra autonomia impositiva e di gestione.
Il meccanismo della legge sarà realizzato e verificato da una Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale e da una Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica. Per le Regioni è previsto che “dispongano di tributi e di compartecipazioni erariali in grado di finanziare le spese” delle loro competenze; della potestà di modificare le aliquote dei tributi.
A evitare diseguaglianze sarà il Fondo perequativo a favore delle Regioni con minore capacità fiscale per abitante. Per gli enti locali la legge individua i tributi propri di Comuni e Province e stabilisce che gli introiti deriveranno dalla compartecipazione all’Irpef, da tributi propri e da un fondo perequativo. Le Regioni possono istituire nuovi tributi comunali e provinciali di cui i beneficiari possono aumentare le aliquote.
Gli enti locali, infine, hanno piena autonomia per fissare le tariffe per prestazioni o servizi. Sempre le regioni devono istituire due fondi a favore di comuni e province per concorrere al finanziamento delle funzioni trasferite. Il finanziamento delle città metropolitane avviene anche con tributi specifici e quello di ‘Roma Capitale’ con specifici stanziamenti i quote aggiuntive di tributi erariali.

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