
di Stefano Cingolani
Accanto alle piste della Marcialonga, il vecchio Valentino Felicetti, il figlio Riccardo e i nipoti impastano semola kamut. Dal cuore della Val di Fiemme spaghetti, fusilli e rigatoni hanno raggiunto persino le cucine della Casa Bianca, quando il presidente era quel ghiottone di Bill Clinton. Un fatturato di oltre 15 milioni, tutto fuori dal cartello della pasta che raggruppa i grandi produttori multati dall’Antitrust. Ha l’orgoglio di chi fa da sé anche Marisa Zeni che insieme al marito gestisce la Eurostandard, vende manicotti per acquedotti e gasdotti in mezzo mondo e ha aperto un impianto in Malaysia. Per non parlare di Luciano Dallago (Dalmec) e Giovanni Coletti (Tama), che dal regno delle mele in Val di Non spediscono alle maggiori multinazionali, manipolatori industriali il primo, filtri e depuratori l’altro. Continua


di Paola Sacchi
La capigliatura non è più scarmigliata come una volta. Dicono che ogni mese un barbiere di fiducia di un’antica bottega del centro di Milano gliela vada a curare in via Bellerio, sede della Lega. E gli abiti e i cardigan con i quali si presenta nel Transatlantico di Montecitorio sono nella loro sobrietà più eleganti del look di tanti altri suoi colleghi ministri e deputati. Ma lui, il «Patriarca» Umberto Bossi, l’uomo che da più di vent’anni guida la Lega nord da lui stesso fondata, l’uomo che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, rispetta come un vero capopopolo, il leader che assicura la stabilità del governo perché unico e leale alleato di Silvio Berlusconi, è sempre lo stesso che 17 anni fa fece entrare la canottiera nel look della politica: Continua
- biker
- Martedì 15 Febbraio 2011

«Non si va ad elezioni». A qualche ora dal pareggio in Bicameralina sul fisco municipale, Umberto Bossi ha emesso la sentenza più attesa: il futuro della legislatura è salvo. Come se fosse l’allenatore di una squadra di calcio che in trasferta evita la sconfitta e porta a casa un punto, il numero uno del Carroccio preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno. Sì, ma per quanto? Oggi, comunque, la pensa così e Silvio Berlusconi, almeno per questa notte, può dormire tranquillo. «Il patto con la Lega è saldo - ha detto il premier al termine del vertice di maggioranza convocato a Palazzo Grazioli - Il governo va avanti». Continua

Umberto Bossi con Giulio Tremonti
Bossi, all’uscita dal vertice di Palazzo Grazioli, dice poco, ma dice quello che più conta: «Non penso ci sarà un ritorno immediato alle urne, vediamo. Il governo guarderà tutte le votazioni avvenute». Poi mostra il pugno ai cronisti, prima di salire in auto, come a dire: «Andiamo avanti». Il pareggio in Bicamerale (15 a 15) sul federalismo municipale non porta dunque con sé, nonostante le minacce della viglia, l’uscita immediata della Lega dalla maggioranza. L’intenzione, pare, è quella di andare alla conta in Aula, come se la parziale bocciatura del provvedimento non ci fosse stata. La legge, dice ancora Bossi, non lo esclude. Continua


di Luca Antonini *
È davvero avvilente, se non sconcertante, constatare la fortissima campagna di disinformazione che si è aperta, soprattutto negli ultimi giorni, sul federalismo fiscale. Cito, a esempio ed emblema di questa mistificazione, l’articolo di Gianluigi Bizioli, «Il federalismo fiscale è ben al di là da venire», pubblicato sul Riformista del 21 gennaio, che ha anche ottenuto una certa risonanza mediatica. Eppure Bizioli è della Fondazione Achille Grandi per il bene comune. Ora, proprio il bene comune implicherebbe perlomeno una minima attenzione a non propinare versioni completamente falsate delle cose. Continua

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa di fine anno il 23 dicembre 2010 a Roma (Ansa/ Ettore Ferrari)
La Consulta boccerà il legittimo impedimento? L’esecutivo terrà , riuscendo a portare avanti le riforme promesse, o si andrà alle elezioni anticipate? Berlusconi nominerà il suo successore e chi sarà , invece, il leader dell’opposizione? Queste alcune delle domande cruciali della politica italiana nel 2011. Continua


L'ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari
Massimo Cacciari, filosofo, professore di Estetica, più volte sindaco di Venezia, deputato col Pci, sostenitore di Prodi, vicino alla Margherita e ora al Pd, è persona che ama andare controcorrente. Soprattutto se la corrente è quella degli amici (o ex compagni). Continua

Lega Nord di nome e di fatto. Il Carroccio non è andato in ferie quest’anno e le camice verdi, invece di “fare una pennica lunga almeno venti giorni”, come prescriveva ai parlamentari il filosofo Lucio Colletti (che aggiungeva, però, “così non rompono le p…”), si sono date da fare anche a Ferragosto.
Eccome. Le “sparate” della Lega hanno fatto infuriare - e continuano a farlo - alleati e oppositori, ormai frastornati dal muro di fuoco padano. Bandiere e inno regionali, dialetto a scuola e nella Costituzione e, soprattutto, il ritorno delle gabbie salariali. Questi alcuni dei tormentoni dell’estate, ma gli uomini del Carroccio passano subito anche ai fatti.
Soprattutto nei piccoli comuni governati dai “sindaci sceriffi”. Come il sindaco leghista di Varallo, piccolo paese del Vercellese, Gianluca Buonanno che ha vietato con un’ordinanza il “burkini”, il costume da bagno per le donne musulmane che lascia scoperti solo i piedi, le mani e il viso. O come a Capriate, paesino del Bergamasco, dove la giunta leghista ha vietato l’apertura di kebabbari e simili nel centro storico, come ha fatto alcuni mesi fa Lucca.
Non è finita. Fra due anni si festeggeranno i 150 anni dell’unità d’Italia. E già iniziano le polemiche.
L’appello di Napolitano. Il governo risponde
Il presidente Napolitano non ha dubbi: i tempi per la preparazione delle celebrazioni dei 150 dell’Unità d’Italia sono stretti. Mancano due anni e il governo deve rimboccarsi le maniche. E il Pdl risponde, soprattutto gli ex di An, come il ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “Fa bene il presidente della Repubblica a stimolare il governo, perché non c’è più tempo da perdere. Dico a Bondi: sono a disposizione, dò la mia piena disponibilità , sia personale sia come Forze Armate”. Si aggiunge un altro ex An, il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli: “Il presidente Napolitano è giustamente sensibile e attento, come lo siamo noi nel governo, alle questioni legate a questa celebrazione”. Ma per la celebrazione ci vogliono i soldi. Come reperirli, ci ha pensato il ministro Scajola: dai fondi regionali Fas. Intanto, da palazzo Chigi ricordano che già prima della pausa estiva si era affrontata la questione e a proposito era stato dato mandato allo stesso premier ed al ministro Bondi di elaborare un piano alternativo.
Le spallate della Lega
Ma se Pdl e Napolitano pensano all’Unità d’Italia, le spallate contro la manifestazione vengono proprio dagli alleati leghisti. Ha iniziato il fuoco il Senatùr, durante le vacanze ferragostane, dalla sua “residenza estiva” a Ponte di Legno, in Val Camonica. “L’inno di Mameli non lo conosce nessuno, meglio Va’ Pensiero“. Poi tutti gli altri, contro gli sprechi per una manifestazione che, dicono i leghisti, non serve. “Sì a un’opera simbolica, no a mille marchette”, avverte il ministro Roberto Calderoli. “Sarebbe come festeggiare la disunità d’Italia, con il vecchio modo di far politica che ha distrutto il paese”.
Sulla stessa linea il capogruppo alla Camera, Roberto Cota. “In un momento come questo vanno evitate le celebrazioni enfatiche e le spese inutili. Altre sono le priorità e le esigenze della gente”. Più conciso l’eurodeputato Mario Borghezio: “La mia ricetta è proprio quella di non spendere una lira“.
Dialetto per tutti
Intanto, il Carroccio insiste sui dialetti che dovrebbero essere riconosciuti nella Costituzione. Ancora Calderoli. “Vogliamo che l’italiano venga inserito come lingua ufficiale nella Costituzione, cosa che non è mai stata fatta, e tutelato dai troppi termini inglesi e dal dialetto romanesco che lo stanno snaturando. Allo stesso tempo bisogna farsi carico di quelli che vengono inopportunamente chiamati dialetti. Non ci vedo nulla di eversivo nel ricordare che la lingua italiana è stata creata artificialmente”.
Per rendere tutto più “normale”, si dovrebbero fare, ha proposto Luca Zaia, anche delle fiction in dialetto: “Capri in napoletano, Il Commissario Montalbano in siciliano, Gente di Mare in calabrese, Nebbie e Delitti in emiliano, Cuori rubati in piemontese, Un caso di coscienza in friulano. La Lega esorta la Rai a mandare in onda le fiction di grande ascolto in dialetto con i sottotitoli, oppure per chi ha la televisione in digitale, di aggiungere al canale audio anche la versione dialettale”, ha detto il ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, a Klauscondicio. “Potrebbe essere davvero un bel servizio” aggiunge il ministro “la fiction deve essere un canale anche attraverso il quale viene promossa la cultura regionale“.
All’insegna della lingua locale (da sempre il cavallo di battaglia leghista) anche la polemica, divampata a luglio in commissione cultura, sulla necessità d’introdurre nelle selezioni per i docenti una valutazione sulla conoscenza della cultura regionale. E al rientro dalle vacanze (altrui: come detto i leghisti d’agosto sono sul campo) gli onorevoli si troveranno sui banchi il titolo della proposta di legge (datata 18/12/2008) di Pierguido Vanalli, deputato e sindaco di Pontida: “Introduzione dell’articolo 107-bis del codice civile per la celebrazione di matrimoni in lingua locale“.
E a Napoli sbeffeggiano Bossi
Ma chi di dialetto ferisce, di dialettto perisce… E mentre in Padania il Carroccio spara contro l’Unità d’Italia e difende i dialetti, al Sud si trova il modo di scherzare sul pensiero di Umberto Bossi. Come ha fatto Il Mattino, prestigioso quotidiano partenopeo, che ha tradotto dispacci Ansa con le dichiarazioni del Senatùr sull’Inno di Mameli e il Va’ Pensiero. “Quanno cantammo l’inno nuosto, O Ca Penziero, tutte quante ‘o cantano pecché ‘e pparole ‘e ssanno tutte quante, no comme a chillo italiano ca nun ‘o sape nisciuno. Si tutto nu popolo, meliune e meliune ‘e perzune, sanno ‘o Va Penziero e ‘o cantano cu piacere, vò ricere ca int’o core d’a gente sta cagnanno tutte cose, anze tutt’è cagnato già “. E sotto le pendici del Vesuvio Roma ladrona diventa Roma mariuola. “Chille ra parte ‘e coppa, ‘e ll’alta Italia, so vinte, trenta meliune ‘e perzune, simmo brava gente (…) Nun vaco a fa o penziunato e nun levo mano si nun aggio luvato ‘a gente nosta ‘ a sott’ a Roma mariuola”.