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federalismo

Mozione che vai e Partito Democratico che trovi. Le primarie per la conquista della segreteria nazionale del maggior partito di centrosinistra italiano sono entrate ormai nel vivo, tra guerre a colpi di sondaggi e pochissimo fair play.
Tre i candidati in campo: l’ex ministro Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino. I pezzi da novanta del Pd hanno affilato i coltelli. Ma le vere primarie, dicono i commentatori più esperti, si giocano nelle segreterie delle regioni e sulla capacità di incrementare il numero di schede degli iscritti che poi andranno a votare (almeno curiosi gli aumenti esponenziali di iscritti nelle ultime settimane in Calabria e Campania).
E accanto alla conquista dei voti (e delle poltrone che contano), c’è, o almeno ci dovrebbe essere, la battaglia delle idee. Insomma, perché votare l’uno piuttosto che l’altro?
Panorama.it è andato a spulciare i testi delle tre mozioni (Bersani qui - Franceschini qui - Marino qui), su alcuni dei temi più caldi della politica nazionale. Scoprendo che dietro a tutti e tre si cela uno spettro, quello della politica del “ma anche” di Veltroni che ha portato il Pd sul baratro, e che l’unico a parlare di operai è un ex democristiano.
Il Pd e la vocazione maggioritaria
Ammesso che qualcuno, che non sia un dirigente del Pd, capisca cosa significhi vocazione maggioritaria (più o meno, conservare l’impostazione di Veltroni di un unico partito di centrosinistra, nell’ottica di un sistema bipolare, contrapposto al Pdl) ecco le tre posizioni.
Bersani
“Da soli si può fare poco” recita il titolo della sezione dedicata al Pd nel testo della mozione. Per Bersani & C. “La vocazione maggioritaria non significa rifiutare le alleanze, ma, al contrario, renderle possibili, perché costruite nella chiarezza, sulla base di vincoli programmatici“. Detto altrimenti, sì all’incuicio con i nemici - amici dell’Idv, con i centristi dell’Udc e con quello che rimane (se ancora esiste) della sinistra radicale.
Franceschini
“Dobbiamo dire con chiarezza che non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico“. No quindi all’antiberlusconismo come unico collante del centrosinistra. “Difenderemo i principi del bipolarismo e dell’alternanza tanto faticosamente conquistati”. E in ultimo una stoccata a Bersani & C. “Non torneremo indietro, ad un centro-sinistra col trattino. Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del Pd e non avere capito che quello schema non esiste più da tempo nel nostro popolo”.
Marino
Posizione terzista da parte del medico: partito maggioritario, ma anche (!) aperto alle alleanze. “Un partito che abbia un forte respiro maggioritario, che costruisca le proprie alleanze a partire dal proprio profilo e da quello che vuole per il Paese, non in base alla convenienza elettorale o al mero esercizio politicista di cui abbiamo avuto fin troppi esempi in questi anni”. Un giusto mix tra Franceschini e Bersani.
Nord e Sud: il federalismo
Bersani
Le soluzioni proposte dalla Lega piacciono a i bersaniani, che aggiungono l’aggettivo “solidale”. “Il federalismo responsabile e solidale è la rotta da seguire per avvicinare le istituzioni ai cittadini. Le sfide per l’immediato futuro si chiamano attuazione del federalismo fiscale, razionalizzazione e riforma delle autonomie locali, trasformazione del Senato in Camera delle Regioni e delle Autonomie“.
Franceschini
Anche dai franceschiniani arriva il “sì” alla riforma federalista dello Stato. “Noi non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l’azione di governo e il ruolo del parlamento, cominciando dal passaggio ad una sola camera legislativa, con un senato federale ed un conseguente dimezzamento dei parlamentari eletti“.
Marino
Federalismo più soft da parte del medico e aperto alle istanze meridionaliste. “Riprendere e portare a termine il processo di decentramento, per motivi di efficienza economica e di trasparenza politica: maggiore capacità di rappresentanza degli interessi locali, maggiore responsabilizzazione dei politici locali, maggiore possibilità di scelta per gli operatori, maggiore crescita economica (…) Distribuire equamente le risorse tra Sud e Nord. Investire nelle infrastrutture per il Mezzogiorno”.
Immigrati
Bersani
Integrare quelli già presenti, ma regolare i flussi in base all’occupazione. “La stragrande maggioranza degli stranieri è in regola, vive in Italia da anni, spesso svolge un lavoro che noi non vogliamo più fare. A queste persone vanno riconosciuti i diritti civili e politici (…) Sull’immigrazione, abbiamo bisogno di regole chiare che dicano come si fa ad entrare in Italia e a stare in regola, come si incontrano domanda e offerta di lavoro, come si può avere in tempi certi il permesso di soggiorno. I flussi di ingresso devono corrispondere al fabbisogno occupazionale e rendere sostenibile l’inclusione dei nuovi cittadini”.
Franceschini
Il binomio, un po’ stridente, fermezza e accoglienza, caratterizza anche la soluzione di Franceschini & C. “Le risposte sono credibili se sanno coniugare fermezza nel contrasto all’illegalità, da chiunque provenga, con politiche di integrazione sociale e di accoglienza. Nel caso degli immigrati il rispetto della legge va imposto senza discriminazioni ma senza pietismi (…) Cominciando con il contrasto degli ingressi clandestini. Con un dimensionamento più realistico dei flussi. E rafforzando gli accordi bilaterali con i paesi di più forte immigrazione, e con un’azione congiunta dell’intera Unione europea”.
Marino
Integrare chi c’è già e chiudere le porte ai clandestini. “Cittadinanza ai ragazzi stranieri nati in Italia, agli immigrati di seconda generazione, in applicazione del jus soli, per favorire il senso di appartenenza alla loro nuova patria. Combattere e scoraggiare la clandestinità: accordi di riammissione con i paesi d’origine, sistema premiale per chi collabora a farsi identificare, sanzioni credibili e certe, lotta a scafisti e trafficanti, contrasto al caporalato (…) Destinare i Centri d’identificazione e di espulsione esclusivamente agli immigrati non identificati o che resistono all’identificazione, in attesa delle procedure utili ai fini dell’espulsione e per un periodo massimo di 35 giorni“.
Imprese o operai?
Bersani
Il termine “operaio” non viene mai citata nel testo della mozione (un caso?), mentre compare più volte quello di lavoratore e quello di imprese. Al di là della nota di colore, la soluzione Bersani tende alla riforma del welfare con l’introduzione del salario minimo e la ripresa delle liberalizzazioni. “Riformare il welfare vuol dire superare il dualismo del mercato del lavoro aprendo dei processi univoci di inserimento e di stabilità del lavoro; sostenere le famiglie e i loro redditi; introdurre un reddito minimo di inserimento (…) Ma l’obiettivo principale della riforma del welfare consiste nell’innalzare la qualità dei servizi”.
Franceschini
Chi l’avrebbe mai detto che l’ultimo a parlare degli operai fosse un ex democristiano? Il termine compare due volte. Quanto basta. Ma le soluzioni appaiono tutt’altro che di sinistra. “Vogliamo correggere un assetto produttivo e distributivo che ha svalutato in particolare il lavoro operaio e manuale. Per questo serve una politica che da una parte riprenda la lotta all’evasione e all’elusione, dall’altra alleggerisca la pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni (…) Ma la tendenza alla disuguaglianza va invertita con proposte attive: pensiamo allo sviluppo della rete, della banda larga, come all’investimento infrastrutturale più importante di questo decennio. Come vettore di crescita e di riduzione delle disuguaglianze territoriali”.
Marino
Anche al medico il termine “operaio” non piace più di tanto. Però si parla tanto di lavoro e di flessibilità. “Flessibilità bilanciata, quindi, è il nostro valore per regolare il mercato del lavoro: contratti a tempo indeterminato che consentano un rapporto continuativo e tendenzialmente stabile con il datore di lavoro“.

MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd
Per venti mesi il centrosinistra non ha fatto altro che imitare Berlusconi. E ora deve finirla.
Parola dei “salvatori” del Pd. O meglio, di coloro che si annunciano come tali. E, ovviamente, la “soluzione” per far rinascere il partito, dopo l’uscita di Walter Veltroni e la reggenza soft di Dario Franceschini, non è facile. Anzi. Per ora i “salvatori” si sono limitati a creare un nuovo cartello per le primarie, quello dei “non allineati”. E hanno scelto un nome. Che è già un programma: “Salviamo il Pd”, appunto. Hanno preparato, infine, una bozza - come anticipato da Il Messaggero - che sarà discussa alla prima uscita pubblica del gruppo, il 10 settembre al circolo XXV aprile di Firenze, la città in mano al giovane sindaco Matteo Renzi, che ha ereditato la città da Leonardo Dominici. È il gruppo dei non allineati. Stando ai nomi più noti, Anna Finocchiaro (capogruppo dei democratici al Senato, che ancora non si è sbilanciata), Vannino Chiti, Antonello Cabras, Fabrizio Morri e Silvio Sircana, l’ex portavoce di Romano Prodi, è difficile dire da che parte si schiereranno.
Alcuni dei firmatari, però, stanno con Pier Luigi Bersani - Nicola Zingaretti e Andrea Orlando, per esempio - ma nel documento si parla di vocazione maggioritaria, che sa tanto di Franceschini. E l’outing di Finocchiaro & C. a settembre potrebbe avere un effetto opposto: creare altra confusione in un partito già assai diviso.
Altro che parlare chiaro…
La bozza del documento è lunga e di non facile comprensione, tanto per ribadire la vicinanza della dirigenza del Pd ai ceti popolari, che specialmente al Nord sembrano preferire i toni della Lega, ruvidi quanto espliciti. Qualche esempio: “Nessuna enfasi maggioritaria né una qualche tentazione proporzionalista possono cancellare la durezza e la corposità dei problemi con cui abbiamo a che fare per costruire la vocazione maggioritaria”. Tradotto: né con Franceschini (enfasi maggioritaria) né con Bersani (tentazione proporzionalista), costruire un Pd solido è cosa assai difficile. E ancora. “Se si guarda al contenitore invece che ai contenuti la vocazione maggioritaria si cancella a vantaggio della ricerca di quella o di talaltra variante del sistema istituzionale ed elettorale che più determini una rendita di posizione del Pd però del tutta presunta”. Tradotto: bisogna guardare anche a contenuti comuni, altrimenti si pensa solo al partito (e alle poltrone) e a un sistema in grado di farlo sopravvivere.
Un partito che scimmiotta il Cavaliere
Il Pd, scrivono i “salvatori”, in questi primi venti mesi è stato un mix di partito immagine (rinnovamento senza politica) e riformismo debole. Meglio: “Un mix che si traduce da un lato nell’imitazione di Berlusconi e dall’altro in un riformismo incapace di passare dal Lingotto alle aule parlamentari e alla società”. Per questo bisogna guardare avanti. “Lo stesso processo di costruzione di una leadership autorevole deve fare i conti con quei condizionamenti interni. Non è in discussione la qualità delle persone in campo, ma senza una soluzione di continuità che faccia implodere e disperda le appartenenze originali sulla base di un vero confronto politico, il nuovo non può nascere”. Insomma, se si continua così, né Bersani nè Franceschini ce la faranno a risollevare il centrosinistra.
E nella confusione rispunta il “ma anche”
Ma alla fine, quali soluzioni propongono i salvatori del Pd? I temi trattati sono molti, dal federalismo alla leadership di partito, fino allo stato sociale. E a tratti, rispunta la politica veltroniana del “ma anche”. Come sulle pensioni: “Pensiamo alla loro riforma: si può ragionare in termini di pensionamento flessibile, ma nessun sistema previdenziale può evitare di avere un’età pensionabile di riferimento che è opportuno che sia periodicamente modificata”. I “salvatori”, poi si ispirano a posizioni leghiste, per conquistare il Nord. “La riforma dello stato si deve intrecciare con la svolta federalista: attuazione della riforma del titolo V a partire dalla formazione del Senato federale, cancellazione del bicameralismo perfetto, dimezzamento del numero dei parlamentari“. E il Pd? “Deve restare un partito degli iscritti e degli elettori”, ma anche “aprirsi alle forze disperse, disilluse, stanche, rifugiate nei facili richiami populisti dell’intero arco del centrosinistra”. Con buona pace del nemico - amico Di Pietro. E di Veltroni.

Ronde, reato di clandestinità e federalismo fiscale. Sono le battaglie vinte dalla Lega Nord in questo primo anno del quarto governo Berlusconi di centrodestra: un bottino niente male. Ma che sembra non bastare a Umberto Bossi e ai suoi.
Il Carroccio è, davvero, un vulcano di idee. E siccome di secessione ormai non si parla (quasi) più, ogni sforzo leghista è puntato a “condire” il federalismo con leggi e decreti vari. Per renderlo più calato nelle realtà territoriali, insomma.
Idee, quelle della Lega, che spesso spiazzano gli stessi alleati della maggioranza (e irritano l’opposizione, quasi stordita da tanto) in Parlamento. Ma che, di sicuro, fanno parlare, sui giornali e nelle piazze. Come si suol dire: tengono banco, aumentando la popolarità dei leader del Carroccio, anche quando l’agenda della politica dovrebbe prevedere il dibattito di altri temi. Come le ultime proposte di legge che sono diventate il tormentone dell’estate: bandiere regionali, dialetti in classe e gabbie salariali. “Un colpo di sole estivo”, ha commentato Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell’Idv.
Eppure, le uscite “strampalate” della Lega, in passato, hanno colto nel segno. Consolidando e aumentando, come è successo alle europee e amministrative di giugno, i consensi nell’elettorato del Nord.
I tormentoni dell’estate
Bandiere regionali
“Ciascuna regione ha come simboli la bandiera e l’inno”. Il capogruppo della Lega al Senato, Federico Bricolo, propone di cambiare l’articolo 12 della Costituzione che parla del tricolore: anche i simboli regionali meritano rango costituzionale.
Dialetto in classe ed esami regionali
Due proposte di legge, una della deputata Paola Goisis e l’altra di Bricolo, chiedono che lo studio della storia, della tradizione e anche del dialetto di ciascuna regione, entri a far parte dei programmi scolastici. A fine luglio, la proposta della leghista Goisis ha spaccato la maggioranza in commissione Cultura alla Camera: introdurre nelle selezioni per i docenti una valutazione sulla conoscenza della cultura regionale.
Gabbie salariali
I salari del Nord sono troppo bassi rispetto al costo della vita, che al Sud è decisamente più basso. E alla festa dei lavoratori, il primo maggio, il Senatùr lancia l’ennesima provocazione: adeguare i salari al costo della vita nelle diverse aree del Paese. In piena estate il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, rilancia il tema; poi mette a punto la proposta: contrattazione territoriale. E dal Premier arriva un primo “sì”, ancora non ufficiale.
I colpi messi a segno dal Carroccio.
Reato di clandestinità
L’immigrazione clandestina è reato. Una battaglia combattuta e vinta dal ministro dell’Interno Roberto Maroni. Lo straniero illegalmente in Italia non rischia la reclusione ma un’ammenda da 5 mila a 10 mila euro e l’espulsione. La permanenza nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione, degli immigrati clandestini, è prolungata dagli attuali 60 giorni a 180 giorni. Reclusione fino a tre anni per chi, a titolo oneroso, dà alloggio o cede anche in locazione un immobile a uno straniero privo del permesso di soggiorno al momento della stipula o del rinnovo del contratto di affitto.
Ronde
Nate come “ronde padane”, auto-organizzate dai militanti per pattugliare il territorio e proteggerlo dai criminali, le ronde sono diventate affare nazionale da alcuni mesi, ossia da quando il Carroccio le ha volute all’interno del pacchetto sicurezza. Dall’8 agosto sono effettive le associazioni di cittadini che, non in formazione di non più di tre persone, potranno pattugliare il territorio. Saranno iscritte in elenchi e dovranno essere formate prioritariamente da ex agenti.
Federalismo fiscale
È il primo passo verso una forma di federalismo più compiuta, attraverso la trasformazione del Senato in Assemblea delle Regioni, il cosiddetto Senato federale. Approvato in via definitiva dal Senato lo scorso 29 aprile (con 154 voti favorevoli, 6 contrari e 87 astenuti), collegato alla manovra finanziaria e recante delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, il federalismo fiscale è entrato in vigore il 21 maggio. Sarà attuato entro sette anni. I principi fondamentali sono due: il coordinamento dei centri di spesa con i centri di prelievo (Regioni, Province e Comuni), che comporterà una maggiore responsabilità da parte degli enti nel gestire le risorse; la sostituzione della spesa storica, basata sulla continuità dei livelli di spesa raggiunti l’anno precedente, con la spesa standard.
I municipi dovrebbero esporre accanto al tricolore e alla bandiera della Ue, anche quella della regione. I siciliani oltre l’inno di Mameli, dovrebbero conoscere Madreterra, l’inno ufficiale della Sicilia voluto dall’ex governatore Cuffaro, mentre i marchigiani quello commissionato ad Allevi ed eseguito a Loreto. Non è fantasia, ma l’ultima proposta della Lega Nord: cambiare l’articolo 12 della Costituzione, quello che riconosce il simbolo della Repubblica nel tricolore, ed estenderlo anche alle bandiere regionali, che già esistono.Un’idea che piace anche a Raffaele Lombardo, leader del Mpa e attuale governatore della Sicilia. La provocazione del Carroccio arriva prima della pausa di Ferragosto, dopo le polemiche, a destra e a sinistra, sul partito del Sud e sulle gabbie salariali, in un’Italia già spaccata a livello economico e sociale (secondo i dati della Cgia di Mestre, i salari al Nord sono più ricchi del 30%). E in mezzo alle molte spinte centrifughe, tra cui le voglie di annessione all’Austria in Alto Adige, la Lega introduce una nuova campagna per il federalismo.
La proposta della Lega
A lanciare il sasso, con una proposta di legge Costituzionale di modifica all’articolo 12 della Costituzione, è stato il capogruppo al Senato della Lega, Federico Bricolo. “L’articolo 12, comma 1 della Costituzione riconosce quale simbolo della Repubblica italiana il tricolore. Nei principi fondamentali della Costituzione non è, viceversa, incluso alcun riconoscimento ufficiale dei simboli identitari che contraddistinguono le Regioni. Tale lacuna si rende, ad oggi, inammissibile, alla luce della sostanziale valorizzazione del ruolo politico ed istituzionale delle Regioni realizzata dalle più recenti riforme costituzionali”. Per queste ragioni le camice verdi spiegano che ”in tale fase storica di ripensamento dell’assetto territoriale dello Stato in ambito interno ed a livello sovranazionale, è più che mai necessario recuperare i simboli identitari che contraddistinguono ciascuna realtà regionale”.
In questa prospettiva di intervento, la proposta di legge costituzionale in esame “intende inserire un secondo comma all’art. 12 della Costituzione, finalizzato a riconoscere il rilievo costituzionale dei simboli identitari di ciascuna Regione, individuati nella bandiera e nell’inno”.
Ma i vessilli padani sono diversi…
Basta fare un controllo sul sito istituzionale della Lega Nord. Tra i simboli, compaiono le bandiere delle nazioni che formano la Padania, ossia tutte quelle delle regioni del Nord, comprese le tre centrali Toscana, Umbria e Marche. Ebbene, se confrontiamo le bandiere della Lega con quelle attualmente in uso dalle regioni si salvano solo il Piemonte e il Veneto.
Sì, perché per esempio la Lombardia, regione natia del Senatùr, per la Lega è rappresentata da una croce rossa su sfondo bianco, mentre la bandiera regionale è verde con un quadrifoglio bianco al centro. La Toscana, per esempio, ha scelto come bandiera regionale il cavallo alato del Comitato toscano di liberazione nazionale, mentre i leghisti la bandiera del Granduca. E ancora. L’Emilia per la Lega ha una sua bandiera, la Romagna un’altra. Come il Trentino e il Sud Tirolo, due “popoli” e due bandiere.
I nostalgici del tricolore.
“Un pesce d’aprile fuori stagione”, lo ha definito Daniele Capezzone, portavoce nazionale del Pdl. Eppure c’è chi ha preso la proposta della Lega sul serio. E la pioggia di critiche arriva da destra e sinistra. ”Il Tricolore costituisce un intangibile valore dell’unità del Paese, sulla proposta della Lega deciderà il Parlamento”, afferma il presidente del Senato, Renato Schifani (Pdl). “Nessun attacco alla Costituzione da parte della Lega, semplicemente una proposta agostana a cui si può rispondere con ‘viva il Tricolore’”, aggiunge il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi (Dcpa).
“Ieri si sono inventati le gabbie salariali, oggi le hanno smentite. Adesso, tanto per perdere tempo, i senatori della Lega hanno tirato fuori le bandiere regionali da affiancare al tricolore. Io mi chiedo se hanno tempo da perdere” critica da sinistra Dario Franceschini (Pd). “Finché si parlava di federalismo, cioè della capacità di gestire le proprie risorse, abbiamo accettato la sfida, ma ora la Lega sta proprio esagerando”, rincalza il presidente dei senatori dell’Italia dei valori, Felice Belisario.
Sdrammatizza, infine, il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: “Immagino già il clamore che i fessi della sinistra staranno mettendo in piedi, ma inviterei tutti a usare il buon senso e a sdrammatizzare. Io in questo momento mi trovo in Sicilia e da anni, nella spiaggia che frequento, sventola la bandiera della Trinacria. E’ forse un problema? Per me no. Non mi turba affatto e non credo che leda la dignità del Tricolore”.

“Troppe parole intorno al federalismo. Anzi, solo parole che non servono a nulla”.
Ne è convinto Claudio Burlando (Pd), presidente della Regione Liguria. Un “uomo del fare”, dice di se stesso. Ex ministro dei Trasporti durante il primo governo Prodi, dal 1996 al 1998, Burlando si ricandiderà alle regionali del 2010. Per il congresso nazionale del Pd si è espresso a favore della mozione Bersani.
Un passato nel Pci e poi nei Ds, ora è presidente di una regione al centro di grandi manovre per il “risiko democratico” di ottobre: il “franceschiniano” Sergio Cofferati, già primo cittadino di Bologna e ora eurodeputato, si candiderà a guidare il Pd nella regione (un doppio incarico impegnativo per chi aveva detto di voler scendere dalla poltrona sindaco per stare vicino alla famiglia); sempre dalla Liguria ha iniziato la sua scalata democratica lo shoman Beppe Grillo, al quale il Pd ha precluso iscrizione e primarie; mentre il sindaco del capoluogo Marta Vincenzi ha scelto di sostenere l’amico Ignazio Marino.
Di tutto ciò, il governatore pare curarsi poco. A capo di una regione che confina con la costa azzurra francese, i suoi punti di riferimento sono altri, lontani. In Germania. “Sono un tedescofilo”, ammette compiaciuto, non nascondendo una simpatia per l’ex cancelliere cristiano democratico Helmut Kohl. E una soluzione federale alla tedesca pare non dispiacergli affatto.
Presidente, si parla del partito del Sud e il governatore campano Bassolino (suo collega per ruolo e per tessera Pd) pensa a un movimento politico culturale che vada oltre i partiti. Ma che fine ha fatto il partito del Nord del Pd, quello che lo scorso inverno ha posto la questione settentrionale anche nel centrosinistra?
A me la dizione partito del Nord non è mai piaciuta e ho sempre preferito un grande partito nazionale, particolarmente attento ai territori.
Ma alcuni mesi fa ha dichiarato che la “rivincita del Pd deve partire proprio dal Nord”.
Quando dissi che bisognava partire dalle regioni del Nord è perché in quella parte del paese il Pd ha maggiori difficoltà a trovare consensi ed è, infatti, l’area in mano a Pdl e Lega.
Forse il federalismo, in questi ultimi mesi, è diventato un tabù nel centrosinistra…
“Non è un tabù. Solo che, personalmente, sono stufo di sentirlo nominare solo a parole. Io sono una persona che preferisce i fatti. Si parla di federalismo, ma in giro ne vedo poco”.
Il suo collega Bassolino ha parlato, in un’intervista al Corriere, di punte di razzismo anti - Sud.
“Questo paese non è riuscito ad affrontare sul serio la questione meridionale e bisognerà farlo sul serio, come ha fatto la Germania di Kohl, che vent’anni fa ha preso di petto la questione della Ddr. E la Germania ha fatto meglio di noi in soli due decenni”.
Allora ha ragione il ministro Calderoli a parlare di un Sud ancora assistenzialista?
“Capisco le esigenze delle regioni che producono di più, ma c’è una bella differenza tra chiudere i rubinetti al Sud, come vorrebbe al Lega, e infischiarsene se una regione produce poco o niente, perché tanto i soldi arrivano lo stesso, come accade oggi. Bisogna responsabilizzare le regioni a controllare le spese: non è possibile che in Liguria contiamo 1200 dipendenti per un milione e seicento mila abitanti e la Sicilia invece 21 mila su cinque milioni”.
Dario Franceschini si è detto aperto a un partito nazionale ma anche federale: è forse lui il candidato più vicino al partito del Nord del Pd?
“Lo sanno tutti come la penso (Burlando si è schierato con la mozione Bersani, ndr) e non credo ci siano candidati alla segreteria nazionale più o meno nordisti”.
Alle europee e amministrative di giugno hanno vinto il Pdl e la Lega, soprattutto nelle regioni settentrionali. La sua collega Mercedes Bresso ha detto che in Piemonte può fare la sua parte, ma “per il resto del Nord no, perché non conosco il segreto della pozione. Il Pd deve trovare un mago per farla”. È davvero così disastrosa la situazione del centrosinistra nel Nord Italia?
“Non sono così pessimista. È un luogo comune che il Pd non possa essere forte nelle regioni ricche del Nord, perché si tratta di una questione dei gruppi dirigenti. Prendiamo due regioni limitrofe e ricche come il Veneto, tradizionalmente di centrodestra, e l’Emilia, tradizionalmente rossa. La ricetta non può essere la stessa: in Emilia bisogna mantenere il radicamento storico, in Veneto bisogna conquistarlo. In Liguria, per esempio, la sinistra ha radici storiche, legate agli operai delle industrie di Genova e Savona, che siamo riusciti a mantenere grazie a un buon operato della classe dirigente”.
Lei guida una regione del Nord Ovest. Dall’altra parte, nel Nord Est, con un piede nella MittleEuropa, dove la Lega è fortissima. C’è la possibilità, se le cose dovessero continuare così, di una secessione della locomotiva dal resto d’Italia o della creazione di una sorta di Baviera all’italiana?
“Ma in Baviera non si vive mica male. Lo so perché sono un germanofilo e conosco bene quel Land. Comunque, non credo che ci sia il pericolo di una secessione del Nord Est dall’Italia. Il problema, semmai, è contemperare le aspirazioni di un popolo facendo in modo che non diventi puro egoismo. Questa è la situazione nel Triveneto, come nella Lombardia. Anzi mi chiedo sempre se la Lombardia faccia parte del Nord Est o del Nord Ovest, considerando la storia del Lombardo Veneto e le affinità politiche tra le due regioni”.
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“La questione meridionale sarà una spina nel fianco della politica italiana”. Gianfranco Viesti, assessore tecnico alla regione Puglia della giunta di Nichi Vendola con delega al Sud, non ha dubbi. Nato a Bari 51 anni fa e formatosi alla Bocconi di Milano, Viesti è professore associato di Politiche economiche all’Università di Bari, collaboratore della voce.info. Quest’anno ha pubblicato il libro Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è (Laterza). La sua convinzione? Un paese che vuole crescere non può abbandonare le aree più svantaggiate. Una preoccupazione di molti politici di spicco del Mezzogiorno. Come il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo (leader autonomista dell’Mpa), che ha proposto la nascita di un Partito del Sud alle amministrative del 2010. Un’idea, quella di Lombardo, che trova un consenso bipartisan, da Marcello Dell’Utri e Gianfranco Micciché, nel Pdl, fino ad Antonio Bassolino (governatore della Campania) e Agazio Loiero (presidente della Calabria), nel Pd.
Assessore, di leghe del Sud ne sono sorte a bizzeffe (ultima in ordine di tempo: “Io Sud”, micro partito della senatrice Adriana Poli Bortone che da qualche settimana ha lasciato il gruppo di An per approdare nel misto e collocarsi in semi opposizione al governo e ha debuttato alle recenti elezioni amministrative). Mai nessuna, però, è riuscita ad arrivare a Roma, fatta eccezione del Movimento per l’autonomia di Lombardo, se si può annoverare in tali movimenti. Non è forse destinato al fallimento un progetto del genere?
Invertirei l’ordine del ragionamento: prima occorre individuare i problemi e poi gli strumenti adatti per risolverli. L’Italia è un paese che funziona male, un paese che non cresce, con un basso tasso di occupazione, una rete welfare che tutela solo i maschi capifamiglia. Affrontare questi problemi è indispensabile e farlo vuol dire, soprattutto, affrontare il Sud, che ha gli stessi problemi delle altre regioni italiane, ma con un’intensità maggiore.
Qual è, allora, la differenza maggiore tra il Nord e il Sud del Paese?
La differenza più evidente è che nel Mezzogiorno si hanno peggiori servizi per i cittadini a fronte di un’alta pressione fiscale.
Ma il Sud è veramente dimenticato?
Parliamo di atti concreti: il Governo ha finanziato interventi strutturali in tutto il Paese togliendo 20 miliardi dai fondi che erano destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. La vivacità di questa discussione sul Partito del Sud nasce, secondo me, come reazione a questa linea politica del Governo che ha penalizzato un’area in maniera netta. Ma questo non vuol dire che bisogna proporre una politica speculare: oggi si toglie al Sud per dare al Nord, ma è sbagliato anche il contrario.
Le regioni meridionali si sono rette grazie a sostanziosi finanziamenti da Roma. Su cosa potranno contare, se entrerà in vigore il federalismo fiscale chiesto dalla Lega?
Dipende da come sarà scritta la legge sul federalismo nei dettagli. Per come è scritta ora può essere tutto e il suo contrario, ossia può portare a un aspetto positivo del federalismo, più equo e con una maggiore responsabilizzazione dei cittadini delle varie regioni, ma anche a una versione bottegaia del federalismo, attenta più alla distribuzione delle risorse che all’efficienza del sistema. La Lega è il partito della spesa pubblica per i propri territori. Questa linea è sbagliata: una contrapposizione politica basata univocamente sulla contrapposizione tra territori. Ma i grandi paesi, come l’Italia, non crescono se non condividono obiettivi comuni che si raggiungono anche attraverso lo sviluppo di tutte le proprie aree.
Quindi anche lei è contro una maggiore autonomia fiscale delle regioni?
L’autonomia fiscale è già elevata. Accentuarla porterebbe a una maggiore responsabilizzazione sugli utilizzi delle risorse nel Sud, ma c’è anche il rischio di far sorgere forti contrapposizioni all’interno dell’Italia.
Insomma, una Baviera al Nord e una Bulgaria al Sud…
C’è questo rischio. Per questo la proposta del Partito del Sud, da parte di esponenti di spicco del Pdl, mi sembra una reazione di tipo sindacale all’azione del Governo. E anche io come italiano, per esempio, trovo indegno per i cittadini del Centro Nord che la maggior parte della spesa per il terremoto in Abruzzo gravi in gran parte sui cittadini del Sud.
Il partito del Sud piace anche a Bassolino e Loiero. C’è una fronda meridionalista anche nel Pd?
Entrambi gli schieramenti non possono non affrontare i problemi del Sud. Nel Pdl la situazione è più seria perché è il partito di Governo e trovo che la sua azione sia sinceramente antimeridionale. Ma anche nel Pd il problema del Mezzogiorno è stato trascurato per troppo tempo e non potrà essere mai una grande partito nazionale, se non affronterà queste tematiche.
Partito del Sud trasversale, quindi. Un’ulteriore spina nel fianco del Pd?
È il tema stesso e non il partito a essere una spina nel fianco della politica italiana. Il Pd non ha ancora una linea comune su come risolvere i problemi del Sud e fino ad oggi non ho visto sforzi in questa direzione.
Il problema degli investimenti: il Sud è la parte d’Italia che attira meno capitali. Infrastrutture carenti, una burocrazia bizantina e la mafia che strangola gli appalti e chiede il pizzo. Si potrà uscire da questo tunnel?
È il grande tema del Sud e sono ottimista: creare tutte quelle condizioni e le infrastrutture per rendere le imprese competitive e attirare i capitali. Questo non si risolve in due anni, ci vogliono almeno due legislature. E per farlo bisogna anche puntare sulla ricerca, sulla scuola, sul welfare.
Quale potrà essere la ricetta per il rilancio del Mezzogiorno, mantenendo lo schema degli attuali partiti?
Non è essenziale creare dal nulla un nuovo partito per rilanciare il Sud. Serve piuttosto tornare a fare una politica che abbia al centro le istanze meridionaliste e pensare al futuro dell’Italia intera, a come sarà fra vent’anni. Lo si faceva negli anni cinquanta e sessanta, mentre oggi si fa una politica a breve termine.
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Nel giorno in cui la Lega si preoccupa per le intenzioni di Berlusconi sul referendum per la legge elettorale, Bossi e i compagni del Carroccio incassano il sì del Senato al disegno di legge delega sul federalismo fiscale. Con l’appoggio del Pdl e dell’Italia dei valori, l’astensione del Pd e i voti dell’Udc contrari.
Ai quali si è aggiunto l’ex segretario del partito di Pierferdinando Casini, Marco Follini, ora senatore del Pd. Anche per questo il leader della Lega oggi non ha commentato l’uscita di ieri del premier. Troppo alta la posta in palio per la Lega, che insegue questo voto da mesi (la battaglia a dire il vero dura da anni ed è la vera ragione sociale della Lega dai tempi in cui il Senatur Umberto Bossi parlava di secessione) e voleva l’approvazione con il sostegno dell’opposizione.
I numeri: 154 voti a favore, 87 astensioni e soli 6 voti contrari (i tre senatori dell’Udc, e tre del Pd, Marco Follini, Claudio Molinari e Franco Bruno) al disegno di legge delega sul federalismo fiscale, la “cornice” che dà autonomia di entrata e di spesa alle autonomie locali.
Nel voto finale, il Pd conferma l’astensione della Camera. Il testo, dice la capogruppo del partito di Franceschini al Senato, Anna Finocchiaro, è migliorato rispetto all’ipotesi iniziale, al ‘modello lombardò, proprio grazie al contributo dell’ opposizione, ma “restano dei nodi irrisolti”. L’Italia dei Valori, invece sceglie di votare sì. “Votiamo a favore di questa legge” dice il capogruppo del partito di Di Pietro, Felice Belisario “non per fare un favore a una parte politica che tanto tiene a questa riforma, ma perchè riteniamo che questo Paese meriti l’innovazione e l’Idv accetta questa sfida”.
La Lega esulta e, pur sottolineando l’importanza del dialogo, che ha portato all’approvazione del ddl dopo 6 mesi di dibattito in Parlamento, rivendica anche quella che è una propria battaglia. “La della Lega” scandisce tra gli applausi il capogruppo Federico Bricolo “l’abbiamo iniziata da soli, con la stampa e i partiti della Prima Repubblica contro. L’abbiamo portata avanti fuori dai palazzi e col popolo. è stata una battaglia dal basso e per questo ringraziamo i tanti militanti che da anni con le scritte, i manifesti, i gazebo, hanno continuato a portarla avanti”. Sono gli stessi toni usati dal ministro dell’Interno Roberto Maroni (”Un giorno storico”), e dal capogruppo alla Camera, Roberto Cota: “Non si torna più indietro, è la fine del centralismo”.

Tutti i ministri della Lega sono in Aula al momento del sì finale e i senatori sventolano i fazzolettoni verdi con il simbolo del Carroccio. Poi Umberto Bossi si chiude con i suoi per festeggiare. Ci sono il figlio Renzo e la moglie Manuela; alla festa federalista fa capolino anche il ministro dell’ Economia Giulio Tremonti. Non può mancare il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, colui che ha seguito passo passo tutto il ddl e che si appresta a mettere mano anche alla Carta delle Autonomie e alle riforme costituzionali, che completeranno il quadro. è felice tanto da suggerire di giocare al lotto la cinquina dei numeri dell’entrata il vigore della legge delega.
Per il resto, torna a ribadire, e suona un pò come una risposta alle ultime prese di posizione di Silvio Berlusconi, che “il dialogo è la via maestra” che ha portato, esattamente a un anno dall’insediamento della XVI legislatura, ad approvare un riforma di vasta portata, la prima del governo Berlusconi ter. “Un buon compleanno”, commenta il presidente del Senato Renato Schifani. “A un anno esatto dall’insediamento del Senato” dice la seconda carica dello Stato “il clima di collaborazione o almeno di legittimazione reciproca comincia a dare i suoi frutti”.
Al centro del federalismo, c’è l’obiettivo di garantire piena autonomia di entrata e di spesa agli enti locali in modo da sostituire, con gradualità, il criterio della spesa storica con quello dei costi standard per tutti i servizi fondamentali del paese.
Sarà quindi un fisco “su misura” nel rispetto dei principi di capacità contributiva e progressività che sono scritti nella carta costituzionale. Resta fermo il principio di non aumentare la pressione fiscale e al suo fianco quello stabilito con la clausola di salvaguardia: la riforma non può causare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Che cosa cambia per le Regioni? Le funzioni fondamentali erogate (l’assistenza, la sanità e le spese amministrative che riguardano il comparto dell’istruzione) sono assicurate: attraverso il gettito tributario valutato ad aliquota e base imponibile uniformi; addizionale regionale Irpef; compartecipazione all’Iva; quote di fondo perequativo; Irap ma soltanto in via transitoria in vista di un superamento di questa imposta.
Tra i punti più importanti anche l’istituzione di nove città metropolitane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, per le quali si punta a cancellare le corrispondenti province. Norme ad hoc per Roma capitale: un nuovo ente che sostituirà il Comune. Il consiglio comunale diventa assemblea capitolina e si occuperà di valorizzare beni storici, artistici, ambientali e fluviali oltre che di edilizia pubblica e privata.
Sarà una commissione Bicamerale, composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento ad esprimere un parere sui decreti attuativi. Il governo è tenuto ad emanare al massimo in due anni i decreti attuativi il primo dei quali dovrà riguardare l’armonizzazione dei sistemi di calcolo dei bilanci pubblici.
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Passa il federalismo leghista e passa anche il tempo di “Roma ladrona”.
Finiti gli slogan contro la Capitale, le beghe sull’efficienza, i manifesti sulla città che divora le uova d’oro della “gallina lombarda”: con il sì di Palazzo Madama al ddl fortemente voluto dal Carroccio, al comune romano vengono date più funzioni in materie cardine per la gestione amministrativa, più risorse per lo sviluppo della capitale e il trasferimento di beni dello Stato.
Dopo circa 25 anni, grazie al piano di Bossi &C., Roma diventa città-Capitale, cambia la sua veste e si trasforma in ente territoriale: più autonoma, con più poteri e soldi, con uno status a misura della sua nuova dimensione amministrativa e delle competenze attribuitegli.
Cambia anche il consiglio comunale: si chiamerà Assemblea capitolina ed entro sei mesi i suoi membri, ovvero gli attuali consiglieri comunali, vareranno un nuovo statuto.
Soddisfatto Gianni Alemanno, il sindaco di Roma (che festeggia ora il suo primo anno di amministrazione) che vede realizzarsi un progetto durato anni e accarezzato dai suoi predecessori. “Lo status speciale per Roma Capitale è un sogno che la nostra città inseguiva dagli anni ‘80″ commenta “ci permetterà di prendere decisioni più rapide e efficaci non solo per tutelare Roma Capitale d’Italia ma anche per rilanciare il suo ruolo internazionale”. Il sindaco sottolinea anche il dato politico di “condivisione della norma”, plaudendo all’atteggiamento del Pd che si è astenuto.
Il presidente della Regione Piero Marrazzo (Pd) e quello della Provincia Nicola Zingaretti (Pd) però considerano quella di oggi una prima, importante tappa di un cammino da intraprendere. Marrazzo ora attende “i decreti attuativi, sui quali resta indispensabile la concertazione con l’Ente legislativo regionale”. Per Zingaretti, invece, si dovrà dare il via “all’iter per la costruzione della citta metropolitana”.
L’ok alla legge comunque pone fine ad un percorso tortuoso per conferire alla Capitale un ruolo consono alle mille sfide e ai tanti impegni amministrativi e organizzativi del Campidoglio: tra i poteri concessi infatti compaiono quelli relativi a temi cardine per la città come i beni culturali, lo sviluppo economico legato al turismo, la pianificazione territoriale con particolare riferimento alle questioni della casa e poi i servizi, la mobilità e i trasporti.
Le norme descrivono il nuovo ente territoriale, “i cui confini sono quelli attuali del comune di Roma” e giustificano le nuove funzioni perchè dirette “a garantire il migliore assetto delle funzioni che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli organi costituzionali nonchè delle rappresentanze diplomatiche di Stati Esteri”. Nell’elenco dei poteri compaiono “la valorizzazione dei beni artistici, ambientali e fluviali e per lo sviluppo economico e sociale con riferimento al settore produttivo e turistico”. Inoltre, Roma Capitale avrà poteri anche in materia di “sviluppo urbano e pianificazione territoriale, edilizia pubblica e privata, organizzazione e funzionamento dei servizi urbani con particolare riferimento al trasporto pubblico e alla mobilita”‘. Altra funzione prevista riguarda la protezione civile.
Previsto anche il trasferimento, a titolo gratuito, a Roma Capitale di beni appartenenti al patrimonio dello stato e risorse “commisurate alle nuove funzioni”. La legge stabilisce anche che i comuni della provincia non inclusi nell’area metropolitana potranno decidere se farne parte o meno.