Leggi tutte le notizie su:
Felice-Casson
- Tags: Alberto-Maritati, Alfonso-Papa, Alfredo-Mantovano, Andrea-Fornasiero, Anna-Finocchiaro, campagna-elettorale-2008, Donatella-Ferranti, Felice-Casson, Filippo-Saltamartini, Francesco-Nitto-Palma, Gerardo-DAmbrosio, Giacomo-Caliendo, Gianfranco-Amendola, Gianfranco-Paglia, Gianrico-Carofiglio, Lanfranco-Tenaglia, Luigi-De-Sena, Maria-Elena-Stasi, Mauro-Del-Vecchio, Oronzo-Cosi, Raffaele-Lauro, Roberto-Centaro, Roberto-Speciale, Silvia-Della-Monica, Silvio-Mazzaroli
-
Magistrati, militari, prefetti: alle prossime elezioni politiche i professionisti della sicurezza scendono in campo. Una pattuglia - collocata trasversalmente in vari partiti, da destra a sinistra - che si prepara a battersi per un seggio ad aprile dopo aver riposto in armadio la toga o la divisa.
MILITARI - Nutrita la pattuglia di militari in lista. Il nome più noto è senz’altro quello del generale Roberto Speciale, ex comandate della Guardia di finanza, candidato in Umbria al Senato per il Pdl. Protagonista di un clamoroso scontro con il Governo Prodi, il generale - se verrà eletto - non rischierà di incrociare a Palazzo Madama il suo ‘nemico’, il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, che non si è ricandidato. Altro nome di spicco, questa volta nelle fila del Pd, è quello del generale Mauro Del Vecchio, che ha risposto alla chiamata di Walter Veltroni dimettendosi dall’incarico di capo del Coi, il Comando operativo di vertice interforze. Il generale - che correrà nel Lazio per un seggio al Senato - ha ricoperto diversi incarichi al vertice delle missioni italiane all’estero, dai Balcani all’Afghanistan. E c’è un generale in corsa anche per l’Udc di Pier Ferdinando Casini: è Andrea Fornasiero, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, ora in pensione. A completare la quaterna di generali c’è Silvio Mazzaroli, ex comandante della Kfor nei Balcani. Correrà in Friuli Venezia Giulia per un posto al Senato con l’Italia dei Valori. Scendendo di grado, si trova poi il capitano Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare, candidato alla Camera in Campania per il Pdl. Paglia è costretto dal 1993 sulla sedia a rotelle, dopo essere stato ferito a Mogadiscio nell’agguato al check point ‘Pasta’ in cui morirono tre soldati italiani.
MAGISTRATI - Sono cinque i magistrati che si candidano per la prima volta per un seggio in Parlamento e che, nei giorni scorsi, hanno ottenuto l’aspettativa dal Csm. Per il Pdl corrono Giacomo Caliendo, consigliere di Cassazione ed esponente della Corrente Unicost e Alfonso Papa, direttore generale della Giustizia Civile del ministero. Il Pd punta su Donatella Ferranti, segretario generale del Csm; Gianrico Carofiglio, pm a Bari e scrittore di libri gialli; Silvia Della Monica, ex pm a Perugia, capo Dipartimento dei diritti e delle pari opportunità del ministero guidato da Barbara Pollastrini. La Sinistra Arcobaleno mette in campo Gianfranco Amendola, ex pretore d’assalto, già parlamentare dei Verdi. Non hanno invece dovuto presentare alcuna richiesta al Csm magistrati che sono già parlamentari e che tornano a candidarsi: per il Partito Democratico è il caso di Anna Finocchiaro, Lanfranco Tenaglia, Gerardo D’Ambrosio, Felice Casson, Alberto Maritati; per il Popolo della Libertà , di Francesco Nitto Palma, Alfredo Mantovano e Roberto Centaro.
PREFETTI - Di alto livello anche la componente prefettizia che corre alle politiche. Qui, il più celebre è Achille Serra, che si è’ dimesso dall’incarico di Alto commissario per il contrasto alla corruzione per candidarsi in Toscana al Senato sotto le insegne del Pd. Sempre per il Pd corre poi l’ex vicecapo della polizia, prefetto Luigi De Sena, candidato in Calabria. Il Pdl ha invece in lista il prefetto Raffaele Lauro, che si è dimesso da commissario straordinario Antiracket ed Antiusura. Nel partito di Berlusconi e Fini anche Maria Elena Stasi, che ha ricoperto l’incarico di prefetto a Campobasso e a Caserta, in corsa in Campania. In lista poi anche due esponenti dei sindacati di polizia: Filippo Saltamartini, segretario del Sap, con il Pdl; Oronzo Cosi, segretario generale del Siulp, con l’Udc.

Ironia della sorte o strano giro di coincidenze?
L’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere sui Mastella, nata - come ha spiegato il procuratore Maffei - dalla registrazione di conversazioni telefoniche sugli appalti nella Provincia di Caserta, è venuta alla ribalta delle cronache proprio nel giorno in cui il Guardasigilli aveva intenzione, nella sua relazione sullo stato della giustizia, di fare il punto anche sulle intercettazioni e sulle norme che dovrebbero regolamentarle. E invece.
Consegnato ai segretari della Camera il discorso ufficiale (in cui è scritto tra l’altro che c’è stato un “incremento dei bersagli intercettati di 11 mila unità ”), il leader dell’Udeur ha esposto la sua “lettera” di dimissioni da ministro. Senza rinunciare a un passaggio, ben più duro di quello messo nero su bianco nella relazione, su “intercettazioni a volte manipolate, a volte estrapolate ad arte assai spesso divulgate senza alcun riguardo per la riservatezza dei cittadini”.
In realtà , la battaglia dell’(ex) ministro Mastella sulle intercettazioni non è di oggi. Tanto meno risale ai giorni di dicembre, resi roventi delle pubblicazioni delle telefonate tra Berlusconi-Saccà , quando chiese con forza, tra gli applausi dell’opposizione e la prudenza di Palazzo Chigi, “un decreto, visto che ormai siamo all’emergenza civile“.
Per la precisione, Mastella avrebbe voluto un decreto legge (quindi un provvedimento del governo che entrasse subito in vigore) che avrebbe permesso di saltare il lungo iter del disegno legge che lo stesso ministro presentò al Parlamento il 20 settembre 2006. Erano i giorni dei casi Tavaroli-Telecom e delle scalate bancarie con il loro corredo di trascrizioni telefoniche e tabulati di furbetti, politici e vip di varia natura finiti sui giornali. Da allora sono passati 15 mesi durante i quali, grazie alle innumerevoli conversazioni di volta in volta pubblicate (in qualche caso anche prima che fossero discusse nelle aule giudiziarie) l’argomento è sempre stato d’attualità .
A Montecitorio l’iter del ddl è durato sette mesi, suggellati da un insolito ma significativo voto unanime (447 sì e 7 astenuti) sul divieto di pubblicazione, anche parziale, degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pubblico ministero o delle investigazioni difensive. Anche nel caso in cui tali atti non fossero più coperti dal segreto, almeno fino alla conclusione delle indagini preliminari.
Ma l’urgenza dei deputati non è stata la stessa dei colleghi del Senato (oberati, a dire il vero, dalle continue richieste di fiducia dell’esecutivo). Di fatto, il disegno di legge arranca a Palazzo Madama dall’aprile dell’anno scorso. Appesantito dalla sentenza della Consulta di novembre (illegittima la immediata distruzione di documentazioni di conversazioni che coinvolgano un deputato) e dalla mancanza di una posizione ufficiale da parte del governo.
Non hanno avuto fretta neanche il relatore del ddl, Felice Casson (Pd ed ex magistrato) e il presidente della commissione Giustizia Cesare Salvi: l’esame del disegno di legge è quasi concluso, dicevano prima della pausa natalizia. E soprattutto, ribadivano, “non c’è nessuna urgenza per trasformarlo in decreto”. “Dopo quello che ha combinato con il cosiddetto decreto sicurezza poi” aggiungeva ironicamente Salvi “sconsiglierei vivamente il governo di imbarcarsi in nuove avventure decretizie…”.
Ancora ieri, 15 gennaio, rispondendo alle preoccupazioni dei giornalisti sulla restrizioni della libertà di stampa, contenute nel testo partorito dalla Camera con un’ampia convergenza bipartisan, lo stesso presidente Salvi assicurava che “sarà modificato in commissione Giustizia al Senato in senso meno restrittivo”, ricordando che “finora è stato esaminato un terzo del provvedimento: la commissione può concludere i lavori in un paio di settimane”.
Troppo tardi? Parrebbe di sì. Perché l’ennesima bufera giudiziaria su un esponente politico di primo piano come Mastella, rischia di rendere ancora una volta la materia incandescente al punto che l’Aula parlamentare non riuscirà a maneggiarla senza bruciare alleanze, programmi di governo e dichiarazioni di principio.
E pensare che Mastella, alla vigilia di Natale, chiedeva: si faccia il decreto sulle intercettazioni”prima che il clima imbarbarisca sempre di più”…
LEGGI ANCHE: I Mastella e le lotte intestine nel centrosinistra campano - Le notti insonni di Clemente, dall’indulto a De Magistris - Il dossier sul caso Mastella e l’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere
DOCUMENTI: Gli atti dell’inchiesta pubblicati dal quotidiano online Casertace.it
- Tags: Angelo-Canale, Anno-Zero, Clementina-Forleo, csm, Felice-Casson, Francesco-Bretone, Francesco-Saverio-Borrelli, Giuseppe-Scelsi, Guido-Papalia, Luciano-Violante, luigi-de-magistris, magistrati-in-tv, Piero-Alberto-Capotosti, Piero-Grasso, Salvatore-Boemi, Simonetta-Matone, toghe
-

Il magistrato è un uomo (o una donna) in carne e ossa che può esprimere le proprie opinioni in pubblico come fa un qualunque cittadino? Oppure è un funzionario dello Stato che deve rimanere chiuso nella torre d’avorio del proprio ruolo istituzionale, votato alla solitudine e al silenzio? Dopo le puntate di Anno Zero in cui Clementina Forleo e Luigi De Magistris hanno denunciato intimidazioni e ostacoli al proprio lavoro, nei corridoi dei tribunali non si parla d’altro che delle toghe in tv.
Tra i magistrati c’è chi prende le difese dei colleghi milanese e calabrese, chi richiama al basso profilo e chi arriva a ipotizzare che le dichiarazioni a mezzo stampa siano finalizzate alla ricerca del consenso per una futura discesa in campo politico. Di certo la questione non si risolve nella lettera delle norme da seguire in questi casi. “Norme che sono carenti”, spiega Salvatore Boemi, numero uno dell’Antimafia a Reggio Calabria. “Mancano disposizioni precise, ad esempio, sulle comunicazioni dei giudici, mentre per quanto riguarda i pm l’unico autorizzato a rilasciare dichiarazioni è il loro procuratore capo. In generale credo sia buona regola non parlare mai delle inchieste in corso o appena concluse, perché si possono generare fraintendimenti e polemiche che danneggiano la magistratura stessa. Il privato di un magistrato non esiste, esiste solo la sua dimensione pubblica che rende inopportuno chiamare in causa altri poteri dello Stato”.
È d’accordo Giuseppe Scelsi, procuratore della Divisione antimafia di Bari che si è occupato di affari illeciti tra la Puglia e i Balcani: “Se avessi problemi personali nello svolgimento del mio lavoro, riferirei agli organismi preposti alla nostra tutela, in primo luogo il Csm”. “Mi sono chiesto cosa possa portare un magistrato a fare certe esternazioni in televisione”, dice Francesco Bretone, sostituto procuratore a Trani che in passato ha guidato le indagini sull’omicidio della piccola Graziella Mansi ad Andria. “Può capitare di sentirsi isolati, di non sapere più a chi rivolgersi e di sfruttare lo spazio mediatico a disposizione. Ma a conti fatti credo che la sovraesposizione individuale per la nostra categoria sia controproducente”.
Quando ha avuto dei problemi legati a un’inchiesta su alcuni esponenti della Lega, il procuratore capo di Verona Guido Papalia si è sentito tutelato dalle istituzioni. “Mi sono sempre rivolto agli organismi competenti, non ho mai scelto la via pubblica e finora mi è andata bene. Anche se non voglio criticare i colleghi che fanno scelte diverse”. Simonetta Matone, sostituto procuratore del Tribunale dei minori di Roma, frequenta i salotti televisivi. “Ho una regola: non mi sottraggo ai microfoni, ma non parlo mai dei casi che riguardino me o il mio ufficio”, risponde mentre si prepara alla registrazione della nuova puntata si Porta a Porta su Cogne. “Mi occupo solo di vicende che non ho trattato direttamente. In ogni caso mi limito a spiegare atti già noti, a fine divulgativo, e riduco al minimo i commenti”.
Angelo Canale, viceprocuratore generale della Corte dei Conti del Lazio, che ha all’attivo le indagini sullo scandalo della missione Arcobaleno, lamenta invece la scarsa attenzione dell’opinione pubblica nei confronti del suo ufficio. “Abbiamo il problema contrario alla sovraesposizione”, afferma, “a volte sui procedimenti che riguardano lo sperpero di denaro pubblico, e che quindi hanno importanti ripercussioni sulla vita dei cittadini, regna il totale silenzio mediatico”.
Nei giorni successivi alle dichiarazioni di De Magistris e della Forleo altri magistrati o ex magistrati hanno espresso la propria opinione. Su La Stampa Francesco Saverio Borrelli ha detto di aver apprezzato la collega milanese: “Mi è sembrata non solo determinata, anche coraggiosa. È giusto che i cittadini ci vedano come siamo in carne e ossa”. Mentre Piero Alberto Capotosti, ex vicepresidente della Corte costituzionale, sul Messaggero ha ammonito: “La solitudine è la condizione esistenziale del giudice, altrimenti diventa di parte. I giudici dovrebbero agire in silenzio”. Felice Casson, oggi senatore Ds, all’Unità ha dichiarato: “Difendo, per chiunque sia accusato, la facoltà di ricorrere a qualsiasi strumento di difesa, purché siano rispettate le regole. Ma non si possono tenere discorsi politici dal palco della magistratura”.
Luciano Violante, intervistato in 1/2 ora da Lucia Annunziata, ha definito “pericolosa” la ricerca del consenso dell’opinione pubblica da parte di un magistrato, nonostante le difficoltà . Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso infine, “i magistrati che vanno in tv possono tranquillamente parlare di politica giudiziaria e legislativa. A parte questi temi non ne vedo però la necessità ”.
Partecipa al nostro FORUM