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Ospite dell’Associazione Stampa Estera a Roma, Gianfranco Fini ha fatto marcia indietro su una sua frase dei primi anni ‘90 quando disse che “Mussolini era stato il più grande statista del Novecento”.
“È evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni. Altrimenti sarei schizofrenico”. Insomma, per il presidente della Camera, questo suo cambio di idea non può che andare di pari passo con il suo percorso storico “di cui voi stessi” ha detto rivolgendosi ai cronisti esteri “avete parlato. Quindi è ovvio che oggi non la penso più così”.
Ma Fini ha anche parlato di Berlusconi e dell’annosa domanda che gli viene posta spesso sulla leadership: “Siamo in una Repubblica, non in una monarchia. In una monarchia il re sceglie l’erede, mentre in una democrazia c’è dibattito. E quindi quando sarà il momento si dibatterà e il partito sceglierà. Oggi il leader è Berlusconi”. Discorso chiuso? No.
Anzi, per la terza carica dello Stato “gli esami, come diceva Eduardo De Filippo, non finiscono mai”. E ancora su Berlusconi. Fini ha sostenuto che se il Pdl oggi è più forte del Pd è proprio grazie ad una leaderhisp “forte come quella del Cavaliere”. E di fronte alle domande sbigottite della stampa estera che gli chiedeva ragione del successo “e dell’eterna durata di Berlusconi”, l’inquilino di Montecitorio non ha fatto una piega: “E’ la democrazia”, ci mancava aggiungesse ‘bellezza…’.
Nell’incontro con la Stampa Estera la terza carica dello Stato ha anche parlato del nascituro Pdl spiegando che “Dovrà saper costruire l’Italia del futuro, guardando non alle logiche del secolo scorso”. E sull’immigrazione ha ribadito le sue tesi: “Bisogna rispettare i diritti umani delle persone, clandestini o regolari che siano”. Quindi parlando della crisi e del rischio che gli immigrati possano perdere i lavoro è stato problematico: “La crisi pone rischi molto seri anche ai cittadini che si sono integrati qui nel nostro Paese. E credo che se qualcuno perdesse il lavoro non si potra’ rispondere solo con ‘hai perso lavoro e ora vai via’”.
Sulla bioetica Fini ha invitato i partiti, e quindi anche il Pdl, a non essere “una chiesa laica: un partito plurale deve avere ben chiari gli ambiti della politica e sulle questioni eticamente sensibili un partito non può dire ‘si fa cosi’ o sei fuori’”.
Fini ha poi chiesto al Brasile di estradare Cesare Battisti “perché non è un perseguitato politico”. E ritenuto importanti due fatti accaduti proprio a Montecitorio ieri: “l’approvazione del federalismo fiscale è stato un avvenimento, un atto importante anche per il modo, visto che non c’è stato uno scontro frontale tra le parti politiche” e a proposito di riforme (condivise): l’atto con cui ieri il governo ha dato parere favorevole all’ordine del giorno Franceschini, che chiedeva di rimettere in agenda quelle riforme che erano state approvate a larga maggioranza nella bozza Violante, è stato stato un atto di enorme rilievo. Ed è questo” ha concluso Fini “il modo di cominciare a costruire l’Italia di domani”.
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Sarà un partito principe o un partito del principe? Sarà democratico e carismatico o carismatico e basta? Sarà l’apoteosi del potere di Silvio Berlusconi o permetterà l’affermarsi di altri leader? Non è obbligatorio scomodare Antonio Gramsci, ma c’è da scommettere che molti si ricorderanno del più grande pensatore politico del Novecento italiano dopo aver letto lo statuto del Popolo della libertà, che Panorama anticipa. Alla vigilia del congresso fondativo, previsto alla nuova Fiera di Roma tra il 27 e il 29 marzo, le 20 pagine, i 43 articoli e le norme transitorie sono ancora in discussione, ma l’impianto complessivo del Pdl è già chiaro.
Il presidente
Il passaggio chiave dello statuto è l’articolo 14: “Il presidente del Popolo della libertà è eletto ogni tre anni dall’assemblea congressuale, con apposita votazione, anche per alzata di mano”. E tutto sarà saldamente in mano sua: “Ha la rappresentanza del partito, ne dirige l’ordinato funzionamento e la definizione delle linee politiche e programmatiche (…). Convoca e presiede l’ufficio di presidenza, la direzione e il consiglio nazionale. Ne stabilisce l’ordine del giorno”. E soprattutto “procede alle nomine degli organi del partito e assume le definitive decisioni”.
È il cesarismo di cui ha parlato qualcuno? Non ci sono dubbi che il presidente abbia grandi poteri. E non poteva essere altrimenti. La storia di Forza Italia e la sua genesi, lo “sdoganamento” e la successiva evoluzione di Alleanza nazionale, il percorso politico del Cavaliere e la creazione di una classe dirigente che da lui ha ricevuto investitura e impronta conducono inevitabilmente alla costruzione di un partito carismatico.
Il carisma è la materia prima di Berlusconi, l’ingrediente fondamentale del suo successo politico, la lezione che ha segnato l’evoluzione dei partiti a lui avversi che sono stati costretti a reinventarsi sulla sua scia e a cercare anch’essi (come Walter Veltroni ha imparato a sue spese) leader carismatici. Attendersi dal Pdl la prosecuzione della tradizione politica del Novecento sarebbe un controsenso. È la certificazione di una rottura già avvenuta nel 1994.
Gli organi
Quelli principali sono sette, elencati nell’articolo 10: “L’assemblea congressuale, l’ufficio di presidenza, il comitato di coordinamento, la direzione, il consiglio nazionale, l’assemblea dei parlamentari e la conferenza dei coordinatori regionali”. Sono tutti organi di eletti o nominati, la struttura portante del Pdl. Tra questi il coordinamento è il link diretto con il leader. Secondo l’articolo 15 sarà composto da tre membri (due provenienti da Forza Italia e uno da An) su proposta del presidente. L’organo collegiale più importante sarà l’ufficio di presidenza composto dal presidente, dai tre coordinatori, dai capigruppo e vicecapigruppo di Camera, Senato e Parlamento europeo e da altri 20 membri eletti dal congresso su proposta del presidente.
Tutti faranno parte di diritto della direzione nazionale (articolo 16) composta da 120 membri eletti dal congresso, “eventualmente anche con lista prevalentemente bloccata”. È questo il nocciolo duro del Pdl, il motore del partito che “concorre alla definizione delle linee politiche programmatiche”.
Il territorio
Un partito di solo vertice nazionale? In Forza Italia e An si sono posti il problema del collegamento con il territorio e la soluzione è stata trovata con la creazione di un consiglio nazionale (articolo 17) che, oltre ai parlamentari nazionali ed europei, ai componenti del governo, accoglie i coordinatori regionali e provinciali e di città capoluogo, assessori e consiglieri regionali, sindaci dei comuni capoluogo, presidenti di provincia e di regione, capigruppo e vicecapigruppo dei consigli comunali e provinciali delle aree metropolitane e capoluogo di regione. Un esercito complicato da gestire, tanto che “di norma si riunirà una volta l’anno”.
La struttura piramidale del Pdl si completa con la nomina dei coordinatori regionali e dei loro vice. Ancora una volta, sarà il presidente (entro tre giorni dalla sua elezione) a sceglierli. Quest’architettura consentirà al leader di controllare il partito sul territorio, a cascata fino alle province, ai comuni e alle aree metropolitane. Su quest’ultimo punto c’è un’innovazione. L’articolo 19 ter dello statuto prevede 16 aree metropolitane che godono di una rappresentanza speciale e di un coordinamento specifico: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Palermo, Bari, Venezia, Bologna, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina, Sassari e Trieste.
I giovani e il partito internet
Per iscriversi al Pdl basta aver compiuto 14 anni. È chiara la scelta di coinvolgere i giovani nella politica. Altro elemento interessante che tiene conto dell’evoluzione degli stili di consumo giovanili (e non) è la codificazione all’articolo 9 dell’importanza politica di internet: “Il Popolo della libertà nella sua organizzazione nazionale e territoriale si avvale di siti web ufficiali, dove pubblicare le deliberazioni, registrare le adesioni e gestire consultazioni, anche periodiche, su temi di rilievo”.
Problema: cosa ne sarà dei movimenti giovanili dei due partiti? Azione giovani in passato non ha nascosto la sua ferma volontà di restare elemento distinto e autonomo dal partito. La soluzione è agli articoli 33, 34 e 35 della bozza di statuto, dove si prevede l’affiliazione di “circoli territoriali o tematici, anche telematici”, cioè di “libere associazioni di cittadini che si propongono di sviluppare iniziative culturali, sociali e politiche volte alla diffusione delle idee del Pdl”. I circoli sono vicini al partito ma non sono il partito e non rappresenteranno uno strumento per lanciare una scalata nel partito.
Le donne
Il lessico è importante, è la forma che diventa sostanza. Qualcuno direbbe che siamo di fronte al rituale del politicamente corretto, tuttavia non passa inosservato l’articolo 1: “Il Popolo della libertà è un movimento di donne e uomini”. Negli articoli successivi il riferimento a “cittadine e cittadini” è una costante dello statuto. Dalla sinistra si mutua il linguaggio della differenza di genere, ma non lo si declina in quote d’accesso alle cariche elettive e di partito.
L’avversione per la politica delle “quote panda” nel centrodestra è nota, ma è anche vero che la questione dell’alternanza tra uomini e donne in lista è stata già fonte di discussione. Le liste per le elezioni europee saranno il primo banco di prova.

Il terreno comune
Il lavoro sullo statuto è ancora in corso, il risultato finale sarà un compromesso tra la forza carismatica di un leader come Berlusconi e la rivoluzione conservatrice guidata da Gianfranco Fini. Il terreno comune c’è, è quello della “destra nuova” descritta da Alessandro Campi e Angelo Mellone in un volume edito dalla Marsilio: “Né statalista né liberista, né conservatrice né populista, ma pragmatica, postideologica e modernizzatrice”. È il terreno comune in cui s’incontrano Forza Italia e An. Vedremo fin dall’applicazione dello statuto se saranno capaci di coltivarlo.

A come Almirante - Fu lui a scegliere Fini come suo erede, ma è il grande assente nel pantheon disegnato da Allenza Nazionale per il Congresso che stabilirà la confluenza nel Pdl. Il fondatore del Movimento sociale italiano non è infatti citato nella mozione che sarà sottoposta al voto. “C’è piena considerazione del suo ruolo, non si tratta di una scelta politica” ha assicurato il reggente Ignazio La Russa. In nome di Almirante, però, promette battaglia un altro reduce della Rsi, Mirko Tremaglia, che presenterà una mozione che ne celebra la ‘grandezza’. Durante l’Assise saranno comunque distribuiti due Cd che ricordano il fondatore del Msi.
B come Benito - Ovvero la svolta di Fini sul fascismo. Nel 1994 in un’intervsita l’attuale presidente della Camera definiva Mussolini come “il più grande statista del secolo”. Otto anni dopo la marcia indietro: “Oggi non lo direi più”. Un iter ideologico che passa attraverso la presa di distanza nei confronti delle leggi raziali e che si completa nel 2008 quando, ospite dei giovani del partito, Fini sostiene che la destra deve riconoscersi nei valori dell’antifascismo.
C come Caffettiera - È l’episodio che nel luglio 2005 spinge Gianfranco Fini ad azzerare le tre correnti che facevano capo ai colonnelli di An: Destra Protagonista (La Russa e Gasparri), Destra Sociale (Storace e Alemanno) e Nuova Allenza (Matteoli e Urso). Sul quotidiano ‘Il Tempo’ vengono riportati gli stralci di una conversazione tra Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli avvenuta nel bar “La Caffettiera” in cui si dice che Fini è “malato” e “gli tremano le mani” per problemi personali.
D come Donne - Quelle che ci sono e quelle che sono andate via. A rappresentare An al governo ci sono il ministro della Gioventù Giorgia Meloni che è anche presidente di Azione giovani. Tra le donne in prima linea anche Viviana Beccalossi e la responsabile del dipartimento Pari Opportunità, Barbara Saltamartini. A voltare le spalle al partito nel 2003, dopo le dichiarazioni di Fini in Israele, è stata invece Alessandra Mussolini che ha fondato Azione Sociale. Daniela Santanché ha abbandonato An nel 2007 dopo un dissenso con Gianfranco Fini: candidata premier con La Destra di Storace nel 2008, quest’anno ha fondato il Movimento per l’Italia. Ultima uscita in ordine di tempo è Adriana Poli Bortone che ha creato il movimento ‘Io Sud’.
E come Elefantino - Nel 1999 An stringe un patto con Mario Segni, in nome del referendum anti-proporzionale. L’alleanza si presenta alle elezioni europee sotto il simbolo dell’elefantino, ma sarà un fallimento: appena il 10,3%. Qualche mese dopo Gianfranco Fini ammetterà: “Abbiamo commesso un grave errore”.
F come Fiuggi - È la cittadina dove si sancì l’addio al Movimento Sociale e la nascita ufficiale di Alleanza nazionale. Era il gennaio del 1995: tra il 25 e il 29 si svolge prima l’ultimo Congresso del partito fondato da Giorgio Almirante, poi quello fondativo di An di cui Fini viene eletto presidente. Viene stabilita la condanna di ogni forma di totalitarismo.
G come Governo - La prima volta di Alleanza nazionale al governo è datata 1994. È l’anno della discesa in campo di Berlusconi e della formazione del suo primo esecutivo: il partito di Fini è rappresentato da cinque ministri tra cui Pinuccio Tatarella che è anche vice premier. Ma il governo ha vita breve e cade il 17 gennaio del 1995. Nel 2001, dopo la cosiddetta “traversata nel deserto”, Silvio Berlusconi torna a palazzo Chigi: questa volta nella squadra c’è lo stesso Gianfranco Fini come vice premier e, dal 2004, come ministro degli Esteri.
H come Hilton - È l’Hotel di Roma da cui comincia, ufficialmente, il precorso di allontanamento di Francesco Storace da An. Nel 2003, dopo il viaggio in Israle in cui Fini prende le distanze dal fascismo e dalle leggi razziali, Storace convoca i suoi simpatizzanti: non parla di scissione ma chiede la convocazione di un congresso straordinario. Lo strappo si consumerà però nel 2007 con la nascita de La Destra.
I come Immigrati - Come legge Bossi-Fini, ma anche come concessione del diritto di voto. Nel 2002 il leader di An e quello della Lega firmano la nuova legge sull’immigrazione che sostituisce la Turco-Napolitano. Risale invece al 7 ottobre 2003 la “svolta” di Fini sul voto. “I tempi sono maturi” dice l’allora vice premier “per discutere di diritto di voto, almeno amministrativo, per le persone immigrate”. Parole che creano subbuglio nella stessa An e tensioni fortissime con la Lega.
K come Kaziri - È il popolo inventato di sana pianta da Azione Giovani per fare uno scherzo a Gianfranco Fini, allora ministro degli Esteri. Era il 2005: di fronte al fantomatico dramma di un ragazzo che gli chiedeva di impegnarsi per la causa dei kaziri, Fini rispondeva: “Sì certo, conosco la situazione…”.
L come Lega - Un rapporto da sempre conflittuale quello tra An e il Carroccio. Dopo la caduta del primo governo Berlusconi, dovuta allo strappo leghista, Fini disse: “Non prenderò mai più un caffè con Bossi”. Ma nel gennaio 2001 il leader leghista viene invitato a Napoli dove si svolge la conferenza programmatica di An: ricomincia un avvicinamento che nella primavera porterà la Casa delle libertà e la Lega a vincere le elezioni. Nasce il secondo governo Berlusconi che dura cinque anni.
M come Metastasi - Così Gianfranco Fini ha definito le correnti interne ad An. Era il luglio 2005, durante l’assemblea programmatica all’hotel Ergife di Roma.
N come Nasce… il partito degli italiani - Questo lo slogan scelto da An per il Congresso che sancirà la confluenza nel Popolo delle libertà.
O come Olocausto - Un altro strappo di Fini. Nel novembre del 2003 in Israele, dopo la visita al museo dell’Olocausto, il leader di Allenaza nazionale definisce ‘infami le leggi razziali’ e parla del fascismo come “parte del male assoluto”.
P come Pinuccio - Tatarella, ossia il ministro dell’Armonia. L’8 febbraio, a dieci anni dalla morte, Gianfranco Fini lo ha definito un uomo del “bipolarismo compiuto”, antesignano del Pdl perché il suo disegno era la “nascita della casa comune dei moderati”.
Q come Quindici percento - Per la precisione 15,7%. È il massimo risultato elettorale mai ottenuto da Alleanza nazionale. Il record fu toccato durante le elezioni politiche del 1996, che furono tuttavia vinte dal centrosinistra guidato da Romano Prodi.
R come Referendum - Sono vari quelli che hanno segnato la storia di Alleanza nazionale. Nel ‘99 Gianfranco Fini sigla un patto con Mariotto Segni e appoggia la consultazione popolare per eliminare l’ultima quota di proporzionale rimasta nella legge elettorale allora in vigore. Il referendum però non raggiunge il quorum. Un altro referendum, quello sulla procreazione assistita, è invece l’occasione per un nuovo strappo del leader. È il giugno 2005 e Fini, mentre il partito si schiera per l’astensione, annuncia che voterà tre sì e un no solo sulla eterologa. Posizione che spacca An. Nel 2006 ancora un referendum elettorale: Alleanza nazionale partecipa alla raccolta delle firme della consultazione promossa da Giovanni Guzzetta per modificare il “porcellum”. Recentemente sia Ignazio La Russa che Italo Bocchino hanno annunciato la loro intenzione di votare a favore.
S come Silvio - Ovviamente Berlusconi. Un rapporto di “odi et amo” quello tra il Cavaliere e Gianfranco Fini. Tutto comincia nel 1993: il leader di An si candida al Comune di Roma e si ritrova al ballottaggio con Francesco Rutelli, Berlusconi dichiara che se vivesse nella Capitale voterebbe per lui. L’anno successivo, con la discesa in campo, Fini e il Cavaliere stringono un accordo per le candidature al Centro-Sud: è la nascita del Polo del buon governo. Le elezioni vengono vinte e An ‘piazza’ cinque ministri nell’esecutivo. Nel 1997, anno della Bicamerale, nuove scintille tra i due leader, ma nel 2001 si torna al voto. La Casa delle Libertà (Forza Italia, An e Udc) alleata con la Lega vince le elezioni. An torna nell’esecutivo e questa volta c’è anche Fini. Il governo dura 5 anni ma le fibrillazioni non mancano. Si parla addirittura di sub-governo Fini-Follini. Le successive elezioni del 2006, con la vittoria di Romano Prodi, segnano un nuovo periodo di tensioni. Nel dicembre 2006 An, Lega e Forza Italia chiamano i loro elettori a manifestare a piazza san Giovanni ma nell’autunno 2007, Berlusconi ‘benedice’ la nascita de La Destra di Francesco Storace, scelta che è un vero e proprio schiaffo all’alleato. Il 18 novembre il Cavaliere annuncia dal predellino della sua auto a Milano la nascita del Pdl che a caldo Fini commenta con sarcasmo: ‘Siamo alle comiche finali’. L’8 febbraio 2008, però, i due leader si ritrovano a palazzo Grazioli e siglano l’accordo che segna l’avvio del percorso che il 27 marzo porterà alla nascita del Pdl. Il centrodestra vince le elezioni, Berlusconi torna a palazzo Chigi e Gianfranco Fini viene eletto presidente della Camera. Ma ancora le tensioni non mancano, sia sul rapporto tra Governo e Parlamento che per la nascita del nuovo partito. Nelle ultime settimane, tuttavia, i due leader hanno preso l’abitudine di vedersi a pranzo con cadenza settimanale.
T come Tricolore - Come espressione dell’unità nazionale. Insieme all’Inno d’Italia fa parte dei simboli storici della Destra.
U come Unione Europea - L’ingresso nel Ppe è da tempo, per l’attuale presidente della Camera, il naturale approdo per la Destra italiana. La presa di distanza dal passato fascista non aveva tuttavia finora spalancato per An le porta dei Popolari di Bruxelles. Ingresso che però dovrebbe arrivare con la confluenza nel Pdl. E sempre sotto il segno dell’Europa dovrebbe essere il ruolo che Gianfranco Fini avrà all’interno del nuovo partito.
V come Via della Scrofa - Così si chiama la strada di Roma in cui ha sede Alleanza nazionale. Sede che resterà aperta fino al 2011 anche se da subito ce ne sarà una (ancora da trovare) del Pdl.
Z come Zero Tolleranza - Ossia, il modello di amministrazione politica solitamente associata all’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani. Parole chiave spesso “sposate” dai dirigenti di Alleanza nazionale per indicare la linea del partito sui temi della droga e della sicurezza.
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Battute parlamentari: “La voluminosa biografia di von Verdini racconta che un giorno il centrodestra italiano passò dal Parteienstaat teorizzato da Hans Kelsen al Gazebostaat…”. Evocato al cospetto dei gonfi arancini di riso della buvette di Montecitorio, il von Verdini (per la storia contemporanea di nome fa Denis), ultimo coordinatore dell’età di mezzo di Forza Italia, prossimo triumviro con Sandro Bondi (sì, a volte ritornano) e Ignazio La Russa dell’età del partito unico, il Popolo della libertà che il 27 marzo prossimo alla Nuova Fiera di Roma celebra il congresso fondativo. Sarà un venerdì, giorno dedicato a San Ruperto, predicatore itinerante dell’Ottavo secolo, a tenere a battesimo il Pdl. Due i padrini: Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, tanti gli invitati a un evento che però è più interessante nella preparazione piuttosto che nella celebrazione. Partiamo comunque da quest’ultima, visto che Panorama è in grado di anticipare la scaletta della due giorni congressuale. Possono cambiare ancora i nomi di alcuni personaggi, ma la sceneggiatura del film è scritta. Chi immagina un’assemblea che sia occasione per un confronto tra correnti, visioni del mondo differenti o più modestamente visioni del partito, può chiudere il taccuino. La ferraglia del partito novecentesco, superstrutturato, è archiviata. Il partito secondo Berlusconi è la fucina di due prodotti: nuova classe dirigente ed esperienza di governo. Fine dell’ideologia, spazio al pragmatismo.
Il programma. I lavori si apriranno alle 17 con i saluti dei rappresentanti del Partito popolare europeo (Hans-Gert Pöttering e Wilfried Martens), ai quali seguiranno gli interventi di cinque giovani rappresentanti di circoli, fondazioni culturali, associazioni del mondo del lavoro e della scuola. I giovani, insieme al governo, rappresentano il leitmotiv dell’assemblea. Berlusconi già a Palazzo Chigi ha rinnovato la sua squadra nell’anagrafe e nella sostanza, nell’immagine del Pdl che verrà proiettata durante il congresso questo aspetto sarà accentuato. Il presidente del Consiglio prenderà la parola alle 18.30 per ripercorrere le tappe dell’avventura politica del centrodestra: “Dal 1994 a oggi: la storia del Popolo della libertà”. Il primo giorno si chiude così, con la prima performance del Cavaliere. Punto e a capo.
Si riparte sabato, dopo aver consumato cappuccino e cornetto è il turno di quattro parlamentari trentenni (per Forza Italia saranno Simone Baldelli e Beatrice Lorenzin) ai quali poi seguirà il primo blocco dei big: Franco Frattini, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Gaetano Quagliariello, Stefania Prestigiacomo, Giorgia Meloni, Claudio Scajola, Italo Bocchino, Altero Matteoli. Sono ministri e capigruppo, non esponenti del vecchio apparato di Forza Italia e An.
E Gianfranco Fini, socio fondatore, alleato-concorrente del Cav? Il Fini day sarà proprio sabato e forse dal suo intervento verranno gli spunti più stimolanti rispetto alla futura dialettica interna del Pdl. Qualcuno si attende scintille, ma è difficile che il presidente della Camera (destinato a essere l’ambasciatore del Pdl dentro la famiglia dei Popolari europei) voglia esibirsi in un discorso ad alto voltaggio. Ci sarà qualche scarica, ma non il cortocircuito.
Pomeriggio “a specchio”: altri quattro giovani e seconda tranche di big: Giulio Tremonti, Fabrizio Cicchitto, Mariastella Gelmini, Gianni Alemanno, Mara Carfagna, Angelino Alfano, Maurizio Gasparri, Raffaele Fitto, Elio Vito e Andrea Ronchi. Ancora ministri e capigruppo con l’eccezione della figura istituzionale del sindaco di Roma, uno degli astri della futura galassia postberlusconiana e postfiniana. La seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Renato Schifani, parlerà subito dopo; quindi si aprirà una serie di interventi ancora da definire.
Il terzo giorno nella Genesi “nelle acque inferiori viene separata la terra e viene generato il regno vegetale”, nella storia del Pdl invece sarà domenica e dopo aver votato l’ufficio di presidenza e i coordinatori, cioè lo stato maggiore del partito, ci sarà l’intervento di chiusura del congresso di Berlusconi dal titolo: “Il nuovo partito e il futuro”. Bottiglia che s’infrange sulla chiglia, varo del partito-transatlantico, apoteosi finale.
A tutto questo si arriva attraverso un percorso lungo, difficile, a tratti tormentato, che in queste ore giunge al rush finale. Forza Italia e An hanno storie profondamente diverse: partito pragmatico con le sue radici nella rivoluzione reaganiana il primo, figlio della drammatica storia del Novecento, post-fascista, poi approdato alla destra europea il secondo. È lo scontro-incontro di culture diverse e sistemi di potere ormai consolidati. Una fusione tutt’altro che fredda (i lettori pensino all’esperimento malriuscito del Partito democratico); piuttosto, rovente. La ripartizione della rappresentanza tra Forza Italia e An sarà quella racchiusa nella formula 70-30. Così agli azzurri andranno due coordinatori (Bondi e Verdini) e uno al partito di Fini (La Russa). Forza Italia avrà 14 coordinatori regionali e sei ne spetteranno ad An (due regioni grandi, due medie e due piccole). Con un occhio all’incrocio fra poteri, perché dove c’è una forte presenza istituzionale ci sarà un bilanciamento. Per esempio a Roma, dove An esprime il sindaco, il coordinamento dovrebbe essere di Forza Italia.
In ogni caso al Nord An avrà un suo proconsole, probabilmente nel Veneto, superando così un gap che costringerebbe la classe politica proveniente da An a riversarsi nel Centro-Sud.
Il diavolo si annida nei dettagli e in queste ore si curano proprio questi: la direzione del partito, inizialmente di 20 elementi compresi i ministri, sarà allargata a 50-60 persone per evitare lo schiacciamento sul governo. Da questo organismo poi uscirà un comitato esecutivo, l’ufficio di collegamento tra il leader e la macchina del partito.
L’esperimento del Pdl è un caso unico. Un partito carismatico strutturato su vari livelli: eletti, iscritti e, come aveva spiegato Mario Valducci su Panorama il 21 gennaio scorso, “partito dei registrati che non sono interessati a impegnarsi nella vita politica, ma vogliono dire la loro”. I primi nelle istituzioni, i secondi nel partito, i terzi nella società civile che di volta in volta si mobilita ai gazebo per scegliere i suoi rappresentanti. Funzionerà? La risposta arriverà con il tempo, di certo per la politica italiana è qualcosa di nuovo, di moderno. Vedremo, e non solo per il Pdl, se sarà il futuro.
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Se da un lato continua ad alimentare dubbi e polemiche l’emendamento della Lega al decreto sicurezza che dà ai medici la possibilità di denunciare gli immigrati clandestini.
Dall’altro continua a smarcarsi dalla maggioranza il presidente della Camera Gianfranco Fini. All’indomani dell’annuncio congiunto di numerose sigle sindacali di medici, pronte a ricorrere alla Corte Ue contro l’emendamento, è in numero uno di Montecitorio a esprimere perplessità a riguardo. “Non mi convince la norma, che forse non ho capito bene, che obbliga il medico a denunciare i clandestini” ha detto il presidente della Camera durante Porta a porta. “Il medico ha il dovere di curare le persone e non di guardare se sono clandestine o meno. Per questo ci sono polizia e carabinieri” ha aggiunto Fini, paventando “il rischio di patologie contagiose che si diffondono” se un clandestino che ne è affetto arriva in Italia e non può presentarsi a un pronto soccorso. “Non si può dar vita a delle norme che ledano il diritto della persona, al di là del colore della pelle e della razza” afferma Fini “perché questo è immorale e ingiusto. Altra cosa è il doveroso impegno delle istituzioni contro l’immigrazione clandestina”.
Un intervento a tutto campo quello di Fini, in abiti istituzionali davani alle telecamere di Vespa. Parla con linguaggio proprio da presidente della Camera ma non per questo rinuncia a mettere in fila tutto ciò che lo “separa” da Silvio Berlusconi, premier e leader del Pdl, per l’oggi. Domani chissà. Tanto per sgombrare subito il campo dagli equivoci, Fini definisce “ridicola” la proposta di eleggere il Cavaliere presidente del Pdl a scrutinio segreto. “Non c’è un altro che si candida contro di lui”, spiega. Escluso, però, il voto per acclamazione: “Berlusconi non ha bisogno di investiture e lui è il primo a saperlo”.
“Stucchevole” è invece per il leader di An il dibattito sul suo ruolo futuro nel Pdl. “Io devo fare il presidente della Camera e questo basta e avanza. Se fossi stato preoccupato del mio ruolo mi sarei tenuta stretta An. Voglio fare ancora, ma non personalmente. Voglio fare il Pdl, perchè è un grande progetto per l’Italia dei prossimi 20, 30 anni”. Questa è la sfida, sprona An Fini, invitando la destra a “lasciare la copertina di Linus di un partito identitario” per costruire una grande forza politica in grado di affrontare le sfide globali.
Quanto alle divisioni con Berlusconi, sulle quali Bruno Vespa, Paolo Mieli e Ferruccio De Bortoli insistono da studio, Fini non nega: “Non è un mistero che con Berlusconi ci siano sensibilità diverse. Così come diversi sono i ruoli. Ciò non autorizza a parlare di scontro. Ma è noto che ogni volta che Berlusconi dice che il Parlamento è lento, la mia risposta arriva in tempo reale. Io faccio il presidente della Camera, lui fa il presidente del Consiglio”. Questo è il punto sul quale Fini batte: reciproco rispetto istituzionale. E da presidenzialista d’antan, il presidente della Camera può permettersi di ricordare in diversi passaggi a Berlusconi che la centralità del Parlamento non si tocca. Il premier “giustamente” vuole che la maggioranza governi in tempi celeri. Benissimo dunque la riforma dei regolamenti parlamentari, ma Fini ha l’ambizione di farla nella cornice di più ampie riforme. “Per mettere il Parlamento in condizione di controllare” sottolinea “ed esercitare una grande funzione di indirizzo”. Perciò, “i regolamenti parlamentari sono solo l’ultimo anello della catena” delle riforme da fare. E meglio sarebbe ripartire dalla bozza Violante, che aveva fatto registrare un accordo largo: rivedere il bicameralismo perfetto e ridurre il numero dei parlamentari.
Riforme e non solo, dice Fini parlando da leader. Il presidente della Camera conferma la bontà del voto con le impronte e avverte che chi sgarra sarà sanzionato, invita ad un patto generazionale a fronte di un’età più alta nel pubblico impiego per la pensione delle donne, sprona governo ed opposizione ad ascoltarsi reciprocamente, evitando un dialogo tra sordi vista la gravità della crisi. Qualcuno lo etichetterà ancora per questo leader di sinistra? “Non ci trovo nulla di male. Il presidente della Camera esprime le proprie opinioni, non è un ornamento”, chiosa il leader di An prima di ricordare commosso il grande padre della destra italiana Giorgio Almirante: “Nel mio primo giorno alla Camera, 26 anni fa, mi disse: ‘Qui imparerai cos’è la democrazia parlamentare’”.

A circa due settimane dalla nascita del Pdl e a poco più di una settimana dall’assise che “scioglieranno” An e Fi, torna il sereno tra il premier Silvio Berlusconi ed il presidente della Camera Gianfranco Fini.
A sancire la tregua, una colazione di lavoro a Montecitorio, che nel tormentato rapporto tra il Cavaliere ed il suo ex vicepremier va ad inscriversi sotto il capitolo “i pranzi della realpolitik”. Con concreta pragmaticità, Berlusconi e Fini mettono di fatto il silenziatore all’ultima di una lunga serie di divergenze: l’idea del Cavaliere che in parlamento sia il capogruppo a far votare per tutto il gruppo, che ancora oggi fa insorgere le opposizioni. E a Fini Berlusconi affida il compito di trovare l’accordo con le opposizioni per una celere modifica dei regolamenti parlamentari.
Il presidente della Camera aveva già detto ieri in modo ruvido di ritenere impraticabile la proposta dl voto del solo capogruppo. Oggi ribadisce che “fin quando la Costituzione è quella vigente, nessuno è delegato a votare per i parlamentari”. Nel pranzo si passa perciò senza meno a “convenire” sulla opportuna riduzione del numero dei parlamentari, sulla necessità di riforme per accelerare l’iter di approvazione delle leggi e soprattutto sulla modifica dei regolamenti (che tanto Fini quanto Berlusconi auspicano da tempo).
Non è difficile trovarsi d’accordo sul fatto che il funzionamento complessivo del sistema parlamentare possa essere migliorato. Seduti a tavola con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e con il “reggente” di An Ignazio La Russa, i due leader affrontano intanto un’altra delle spinose questioni degli ultimi giorni. Continua infatti l’ostruzionismo sotterraneo della stessa maggioranza al nuovo sistema di voto con le impronte digitali voluto da Fini.
E mentre lo stesso presidente della Camera ironizza sul fatto che soltanto alla sua destra in aula “si fa palesemente finta che il sistema non funzioni”, il Cavaliere offre un ramoscello d’ulivo, chiedendo uno sveltimento dell’iter di approvazione delle leggi ed una modifica dei regolamenti, a fronte del sì ad un sistema di voto che comporterà rallentamenti. Trasparenza sì, chiede Berlusconi, ma anche efficienza e rapidità.
Gran parte del tempo, nella colazione di lavoro che a detta dei partecipanti si svolge in un clima cordiale, viene dedicata a questioni relative al Pdl, che nascerà nel congresso fondativo alla Fiera di Roma dal 27 al 29 marzo. Si rinvia il nodo della scelta dei coordinatori regionali (le quote, dicono i ben informati le quote sono 14 per FI e 6 a An), mentre si conferma l’idea di affidare il partito ad un ‘triumviratò di coordinatori, con pari dignità. Berlusconi conferma che aprirà e chiuderà con un suo discorso le assise, mentre Fini e Schifani parleranno nella giornata di sabato.
Tornato alla ribalta politica, Clemente Mastella corre di nuovo per le elezioni. Quelle europee, per andare Strasburgo, dopo aver rinunciato a quelle nazionali dell’aprile 2008. Dopo la bufera giudiziaria che l’ha coinvolto. Dopo aver abbandonato l’incarico di ministro della Giustizia. Dopo aver passato mesi a studiare le carte, a fare “l’investigatore privato” e a tessere la sua tela, inevitabilmente, politica.
L’ultimo nodo, quello decisivo, il segretario dell’Udeur l’ha stretto con il Pdl: verrà candidato alle europee nelle liste del centrodestra . Ma, guai ai “farabutti e ipocriti sul piano morale” che sostettarranno che con questo accordo Silvio Berlusconi abbia pagato il “debito” contratto con il leader del Campanile per aver fatto cadere, un anno fa, il governo Prodi . Il riferimento è all’Idv: ”Dini” attacca il partito di Di Pietro con Felice Belisario “lo candidarono subito. Mastella era indagato e non poterono mantenere la promessa alle politiche, ora con la candidatura alle europee l’accordo per le prossime amministrative è chiuso.
Quindi non sbarca al centro, questa volta, il politico di Ceppaloni, con l’Udc di Casini. Né va da solo: il rischio di cozzare contro la barra del 4% sarebbe troppo alto. E allora, ecco l’accordo con la maggioranza di Berlusconi. Vero, solo qualche giorno fa, Mastella diceva: “Non c’è alcun accordo con il Pdl”. In effetti l’ultima parola non era ancora stata pronunciata ma l’intesa era nell’aria. Ora però la notizia è ufficiale: il segretario dell’Udeur ha spuntato la candidatura dopo un accordo più ampio (non legato solo al suo nome) siglato tra i coordinatori regionali della Campania di Forza Italia, Alleanza Nazionale e Udeur. La candidatura dell’ex Guardasigilli prevede un’intesa strategica in vista delle prossime elezioni amministrative: “I segretari regionali di FI-Pdl Nicola Cosentino, di An-Pdl Mario Landolfi e dell’Udeur Antonio Fantini, al termine di un incontro che si è svolto giovedì scorso a Roma, hanno raggiunto un’intesa ritenuta strategica e che parte dalle prossime elezioni comunali e provinciali che si terranno a giugno, per proseguire poi”, si legge nel comunicato, “in un cammino fatto di programmi e scelte condivise, con l’obiettivo di imprimere, nel solco di una rinnovata cultura bipolare, una svolta vera alle imminenti consultazioni elettorali.
E adesso: “Spero in una campagna elettorale senza veleni e cattiverie, senza cose come quelle successe contro di me nel recente passato dalle parti di Catanzaro”, si augura ora del leader Udeur, che si definisce “più motivato che mai. Mi auguro non ci siano più atti proditori, nemmeno di tipo giudiziario”, auspica l’ex guardasigilli che - rispondendo all’Ansa - sottolinea: “Mi batterò per le cose per le quali mi sono sempre battuto”. Come la giustizia? “Certo, sulle intercettazioni continuo a pensare che ripartire dal mio ddl sarebbe la cosa migliore per tutti”.
Nel giorno dell’ufficializzazione dell’addio al Pd, Mastella non intende rivolgere nessun messaggio politico ai suoi ex partner del centrosinistra: “Non ho nulla da dire, a Veltroni o ad altri. Ringrazio invece il gruppo dirigente del Pdl: potevano avere molti motivi per dire no all’intesa, invece ho riscontrato piena sintonia sia dai livelli nazionali che da quelli locali”. “Riparto” conclude Mastella “con umiltà e determinazione, dopo un periodo di umiliazioni e amarezze di ogni tipo. Riparto con la coscienza dell’uomo libero, con la serenità di chi riprende a vedere un po’ di luce”.
Una settimana fa, archiviata la protesta dei piccoli partiti contro lo sbarramento del 4% alle europee, Mastella aveva detto: “Vado nella casa di chi mi ospita. Una casa che mi consenta di poter esprimere liberamente le mie opinioni”. Non aveva dato per scontato l’accordo con il Pdl ma, per certi versi, aveva fatto sapere che non gli sarebbe dispiaciuto: “Nel Pdl sono presenti quelle forze che si richiamano ai valori e all’esperienza politica della Dc”. E infatti, a giocare un ruolo importante per la firma dell’accordo pare sia stata anche l’appartenenza allo stesso gruppo parlamentare europeo (uno scoglio che il Pd deve invece ancora superare): “La stessa collocazione all’interno del Partito popolare europeo” si legge nella nota “comporta la candidatura del segretario nazionale dell’Udeur alle prossime elezioni europee, nelle liste del Pdl. Oggi” concludono i segretari regionali “si apre una rinnovata stagione politica, foriera di importanti novità, che ricadranno positivamente sui cittadini della Campania”.

“Un colloquio amichevole, molto utile, nel quale sono state poste le basi per far decollare il Pdl. Saranno ora le prossime settimane a dire se le cose decise si realizzeranno”. Fa questa sintesi il presidente della Camera Gianfranco Fini, stando a fonti della presidenza di Montecitorio, della colazione di oltre due ore, con il premier Silvio Berlusconi.
Durante l’incontro, i due leader avrebbero “concordato” di tracciare una road map da qui al 27 marzo, data confermata per il congresso costitutivo del Pdl. A breve si dovrà fare una bozza di statuto da sottoporre ad una comune discussione, indicando in esso le regole di funzionamento di un partito moderno, democratico, che garantisca democrazia al suo interno. Berlusconi e Fini avrebbero anche concordato di sentirsi più spesso rispetto all’ultimo periodo.
Quanto al futuro politico di Fini, fanno sapere ambienti della presidenza, “non se ne è parlato perché prima di tutto viene il futuro del partito”. Il presidente della Camera, nella prima parte della colazione dedicata ai rapporti tra Parlamento e governo, ha invitato ancora il premier a non abusare della decretazione d’urgenza, ribadendo la centralità delle Camere nel processo legislativo ed auspicando di riavviare il percorso per la riforma della seconda parte della Costituzione, anche con l’auspicabile coinvolgimento dell’opposizione.
Durante il faccia a faccia, al quale ha preso parte il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, si è discusso di riforma della giustizia e dei sei punti indicati di recente da Fini, con l’auspicio del presidente della Camera di coinvolgere nel merito l’opposizione. Affrontato anche lo scenario economico, le ricadute sociali della crisi ed il tema del crescente rischio di squilibrio tra nord e sud. Quanto al percorso costitutivo del Pdl, sempre secondo la presidenza di Montecitorio, Fini avrebbe sostenuto la necessità di indicare nello statuto organismi, regole di funzionamento, modalità della scelta dei candidati.