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Vanessa Guccio. Alle spalle, i genitori Pietro e Tina
Un tavolo rotondo di legno al centro del soggiorno di una casa popolare di Quarto Oggiaro, periferia di Milano. Comincia qui, una sera di aprile del 2005, la storia di Pietro Guccio, a cui la giustizia ha portato via tre figli. Continua
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Giochi erotici a 13, 15 e 17 anni, in cambio dell’ultimo modello di iPod (o iPhone o scarpe, vestiti, borse griffate). Succede sempre più spesso nelle scuole milanesi, senza distinzione tra i prestigiosi licei del centro e gli istituti della periferia, tra le scuole pubbliche e quelle private. Ci sono le liste di baby-escort che circolano via internet o sui cellulari dei ragazzi, il ragazzino ne contatta una via sms e le dà appuntamento in un angolo appartato della scuola. Rigorosamente al di fuori dell’intervallo quando l’attenzione di docenti e personale scolastico è più alta.
Questo è l’allarme lanciato dal Comune di Milano, ripreso dal Corriere Milano e da La Stampa, che raccontano di episodi sconcertanti che rivelano le dinamiche della compravendita del corpo, in età adolescenziale. “Stiamo lavorando per creare le condizioni affinché l’uso di internet e di altri dispositivi tecnologici sia più controllato e contro un generale decadimento dei valori”, dice l’assessore Landi di Chiavenna. “Ma lottiamo anche contro l’aumento di malattie a trasmissione sessuale, come mononucleosi ed epatite B”.
Ma l’importante è: “Non far finta di niente, dimenticare la cosa come se riguardasse sempre e solo gli altri”, ammonisce Luca Bernardo, primario della struttura di Pediatria e dell’area adolescenza al Fatebenefratelli, il primo esempio in Italia di osservatorio pubblico sul mondo giovanile. La prima segnalazione si è avuta nel 2008, ma è nel corso di quest’anno che il fenomeno ha assunto una rilevanza preoccupante con 12 segnalazioni giunte dagli adolescenti in cura presso la struttura milanese. “Quasi mai un adolescente viene da noi per denunciare questi episodi” chiarisce il professor Bernardo, “noi abbiamo avuto notizie di questi episodi attraverso alcuni adolescenti che volevano uscire da storie di bullismo e alcol. È molto difficile che a quell’età parlino di sessualità”.
Ecco perché secondo l’assessore Landi i casi segnalati sarebbero solo la punta di un iceberg del fenomeno. Così come, segnala la dottoressa Giuliana Proietti su Donna Moderna.com: “Non vi è ragione di credere che ciò che accade a Milano non accada anche in altre città del nostro Paese: nelle grandi metropoli, così come nei piccoli centri”.
Fenomeno tanto inquietante quanto trasversale: dai casermoni anonimi della periferia ai palazzi dei quartieri “bene”, gli adolescenti - almeno a scuola - finiscono tutti negli stessi bagni, a vendere e comprare piacere senza alcuna inibizione: “Lo fanno per noia, per apparire, per voler essere sempre più oggetto del desiderio” spiega il medico del Fatebenefratelli: “di sicuro non sono storie di degrado. E nessuna scuola può chiamarsi fuori”. Le prestazioni orali vanno per la maggiore e si concedono a orari predefiniti, già dalla fase preliminare: quella della “contrattazione”. Il fenomeno è sotterraneo e difficile da fare emergere.
Finora, dalle testimonianze raccolte tra gli adolescenti, non si sono scoperti episodi di sesso in cambio di denaro, mentre è prassi “ricambiare” la prestazione con oggetti di valore come può essere un lettore mp3. “Si tratta” racconta ancora il professor Bernardo “di uno scambio di atti sessuali tra ragazzi in cambio di oggetti di pregio che una volta sono l’iPod un’altra un capo di abbigliamento firmato. Per ora non ci sono segnali di giri di denaro: stanno molto attenti a non entrare nell’illegalità”.
Il problema è che in alcuni casi i genitori preferiscono chiudere un occhio, fiduciosi che una volta superata l’adolescenza il problema svanisca. “Noi abbiamo parlato con i genitori” spiega ancora il medico “alcune famiglie avevano avvertito qualcosa, ma molte altre non volevano crederci. Noi ci sentiamo solo di dire che quando si hanno delle avvisaglie è fondamentale parlare con i ragazzi e non soprassedere”.
Per dare una mano alle famiglie, all’inizio del nuovo anno scolastico scenderà in campo anche il Comune, con una lettera aperta spedita ai genitori, opuscoli informativi, campagne pubblicitarie sui giornali e specialisti mobilitati nelle farmacie comunali.

E ora il presidente del Consiglio smentisce le ricostruzioni della stampa sul caso Noemi. Per stoppare gossip e malelingue: “Io non ho mai più detto niente di niente. Ho risposto da subito alla sola domanda se avessi mai avuto rapporti piccanti. E ho risposto: assolutamente no. Ci ho messo anche il carico del giuramento sui miei figli. Non ho mai più detto assolutamente niente. E invece guardate che cosa tocca leggere su certi giornali…”.
Il premier Silvio Berlusconi, davanti alle telecamere ammesse a palazzo Chigi alla firma di un protocollo per l’Abruzzo, commenta sorridente l’incalzare della stampa sulla “vicenda Noemi”. “C’è qualcuno che ha domande da farmi?” è la domanda retorica usata dal premier per introdurre la sua dichiarazione. Il Cavaliere ha tra l’altro chiarito che nel caso in cui fosse accaduta una cosa del genere (i rapporti con le minorenni) si sarebbe dimesso “immediatamente”.
Ma il segretario del Pd Franceschini non molla: “Vorrei dire che mi dispiace davvero se i figli del presidente del Consiglio si sono sentiti offesi: loro non c’entrano, non ho mai parlato dei figli di Berlusconi anche perché è lontano mille miglia dalla mia idea, quella di coinvolgerli nello scontro politico”. Il giorno dopo si spiega così il segretario del Pd, Dario Franceschini. “Non ho parlato dei suoi figli” aggiunge “ma dei nostri figli e dei valori che un uomo pubblico trasmette con comportamenti e parole. Non mi piace che ce lo dica la stampa estera: vorrei che noi italiani risvegliassimo da soli la nostra coscienza civile. Questa battaglia è una battaglia giusta che continueremo a fare nonostante tutti i polveroni sollevati per fermarci”.

In una campagna elettorale che sarà ricordata perché pubblico e privato si mescolano nello scontro politico, entrano ora anche i figli del presidente del Consiglio, sia Pier Silvio e Marina, avuti dal primo matrimonio, sia l’ultimogenito Luigi, nato dalla relazione con Veronica Lario. “Fareste educare i vostri figli da Berlusconi?”, è la provocazione lanciata ad Albenga dal segretario del Pd Dario Franceschini che scatena la reazione indignata di tre dei figli del capo del governo che, con orgoglio, difendono il padre e l’educazione ricevuta. Rabbia che porta il leader Pd alle scuse e alla precisazione di non aver espresso giudizi sulla “famiglia” ma sull’”uomo pubblico”.
A dieci giorni dal voto, Franceschini non commenta le critiche al premier dei giornali stranieri, dopo aver deciso di tener fuori dal Parlamento il caso Noemi. Ma nelle piazze il leader Pd picchia duro: “Fareste educare i vostri figli a un uomo come Silvio Berlusconi? E’ un uomo di successo, ricco e potente, ma un uomo che guida un Paese deve saper trasmettere valori forti e chiari”, è l’uscita del segretario democratico che, spiegheranno prima della bufera nel suo entourage, non è dal sen fuggita. Troppo per i figli di Berlusconi, in genere poco inclini a prendere posizioni pubbliche sull’attività politica del premier. Ma pronti a difendere Berlusconi come padre e l’educazione ricevuta.
“Ma come si permette?”, si inalbera il primogenito Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente di Mediaset, per il quale “i valori di Berlusconi sono i miei: amore per il lavoro, generosità, tenacia e quel rispetto per gli altri che Franceschini dimostra di non conoscere”. Una reazione che porta subito il leader del Pd a precisare: “Non ho mai espresso, né mai lo farò, alcun giudizio su Pier Silvio e la sua famiglia. Ho parlato di valori che un uomo pubblico deve trasmettere al paese”.
Una rettifica con tanto di scuse personali che non frena la rabbia della secondogenita Marina e, contemporaneamente, del figlio più piccolo Luigi. La presidente di Fininvest chiede a Franceschini di “vergognarsi”: “Chi gli dà il diritto di giudicare Berlusconi come padre? Con le sue parole offende anche me come figlia. Una figlia profondamente orgogliosa del padre”. Orgoglioso “dell’educazione e dei valori trasmessi dalla famiglia” anche Luigi Berlusconi che si chiede “come la politica si permetta di giudicare Berlusconi come padre” aggiungendo che “i due piani non dovrebbero mai essere sovrapposti”.
All’indignazione dei figli del presidente del Consiglio si associa la levata di scudi del centrodestra, accompagnata dalla richiesta di “scuse” al premier. Attacchi che Massimo D’Alema si incarica di respingere, esprimendo “solidarietà e apprezzamento” al leader del Pd: “La destra reagisce così per rispondere ad una campagna elettorale nella quale, in modo assai efficace, Franceschini ha ridato slancio all’azione del Pd”.
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di Antonella Piperno
Quando la sua bambina di 8 anni, dopo una notte passata con due compagne di classe, è tornata a casa sbandierando la sua padronanza sui misteri della vita, la madre, una quarantenne romana, stava quasi per svenire. “Mamma, adesso so che i bambini possono nascere in tre modi” ha comunicato trionfante, dettagliando: metodo tradizionale fantasiosamente affiancato anche dal rapporto orale e da quello anale.
Se nella scuola di Roma nord lo scandaletto si è esaurito con la caccia, fallita, alla piccola traviatrice (le bambine, con un sapiente scaricabarile, hanno sviato le indagini genitoriali), a Novara si è reinsediata in classe solo dopo le vacanze di Pasqua la maestra della scuola elementare Bollini rea di avere risposto nei dettagli, a fine marzo, alle curiosità degli allievi su rapporti orali, masturbazione, frustini, manette e piercing sui genitali. Con conseguente indignazione dei genitori, che ne avevano chiesto l’allontanamento. Nei giorni successivi la maestra era rimasta a casa con un certificato medico e, anche se il dirigente scolastico Vincenzo Guarino dice a Panorama di non aver ricevuto dal rientro postpasquale “alcuna segnalazione e lamentela”, il suo futuro è in bilico, affidato ai risultati dell’indagine dell’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte.
Bambini precocemente maliziosi? Eccezioni da liquidare con un “mio figlio è diverso, pensa solo al pallone, o alla danza”? Andate a chiederlo a Linus, che nel suo programma radiofonico Deejay chiama Italia scherza spesso sulle tempeste ormonali del primogenito Filippo, 13 anni. “Qualche giorno fa gli ho dato uno scappellotto” racconta a Panorama “perché aveva fatto una battuta piuttosto spinta sul sesso orale”. E quando gli ha chiesto: “Ma che ne sai tu di queste cose?”, Filippo, pure spazientito, gli ha risposto: “Ma papà, di cosa credi che parliamo a scuola?”.
Il punto è proprio questo. Che i ragazzini, bombardati da sesso in tv e su internet, parlano e chiedono parecchio. Tra loro però, chiacchierando a scuola, a casa, durante gli sport. O chattando. O scrivendo a giornalini per teenager, come Top girl o Ragazza moderna, ai quali, racconta il caporedattore Evelina Mastrolorenzi, confessano le loro ignoranti paure: “Mi sono accarezzata e mi è uscito un po’ di sangue, mica mi sarò tolta un’ovaia…”.
Dall’ultimo rapporto annuale su “Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani” della Società italiana di pediatria emerge che per le informazioni sul sesso il 60,8 per cento si rivolge agli amici, il 33,1 alla madre, il 27,8 ai cugini, il 9,1 agli insegnanti e solo il 19,1 per cento al padre, quasi a pari merito con forum e chat internettiane (16,2). “Una domanda sul sesso rivolta a un genitore o a un insegnante oggi deve considerarsi un miracolo, il mondo di riferimento dei preadolescenti è solo quello dei coetanei” sostiene la psicoterapeuta Maria Rita Parsi, fondatrice del Movimento bambino, aggiungendo che quelle dei ragazzini “sono sempre più curiosità da adulti”. Non sarebbero più interessati ai perché del sesso, ma a come si fa: “Come durare, come praticare il coito orale, la masturbazione”. Il collega Giorgio Bressa parla di generazione telefonino: “Sono figli della tecnologia, puntano soprattutto al fare, a manipolare il sesso con la stessa scioltezza con cui utilizzano i cellulari”.
Non sono interessati a sapere cos’è il sesso, ma come si usa: “Genitori ed educatori devono fare attenzione. Perché il ragazzino che sa già tutto anche se può apparire più maturo spesso non lo è. Anzi, può essere anche più fragile. Sta soltanto imitando gli adulti, senza il necessario substrato educativo”.
Il grande indiziato dell’evoluzione delle curiosità preadolescenziali, del passaggio dal “come nascono i bambini?” al “come si fa a masturbarsi?” sarebbe proprio internet. Nel 2000 aveva a casa un computer soltanto il 37 per cento dei ragazzini intervistati dalla Spi, ora la percentuale è del 95 per cento. E oltre che per Youtube e Messenger quasi il 40 per cento lo utilizza per “parlare di sesso”. Meglio vigilare, come fa Irene Pivetti con i suoi figli Ludovica e Federico di 10 e 9 anni: “Oltre a tenere sempre il telecomando in mano per cambiare canale davanti a scene poco adatte ai bambini” racconta “io o mio marito cerchiamo sempre di non lasciarli soli davanti al computer”. A sentire gli specialisti, sia i genitori sia la scuola dovrebbero comportarsi come Pivetti che quando Ludovica, già a 4 anni, le ha chiesto “Ho capito come escono i bambini, ma com’è che entrano nella pancia della mamma?”, le ha risposto con tranquillità, senza imbarazzi. Difficile che ciò avvenga a scuola. Caduti nel nulla tutti i progetti di legge per introdurre l’ora di educazione sessuale, la materia, che nel 1979 era un semplice “obiettivo” dell’ora di scienze, dal 2003 è stata trasformata in “educazione all’affettività”, da spalmare trasversalmente nel programma, senza ore dedicate. E i tentativi di singole maestre di andare più a fondo, senza un programma organico, spesso si rivelano maldestri, com’è successo a Novara.
A casa non va meglio: da un giro sul forum Mammeonline emerge che i genitori non sanno più che pesci prendere. Come quella che si firma con lo pseudonimo Gul: “Ho appena guardato le visite di mio figlio 13enne sul pc, è andato su un sito dal nome “storie porno”, pieno di porcate. Penso e mi auguro che cercasse soltanto info sulla masturbazione. Faccio finta di niente? Gli chiedo spiegazioni? Lo scorso anno gli ho regalato un libro sulla sessualità, l’ha parcheggiato nel cassetto”. Ecco, ci sono i libri, anche se come racconta la deputata del Pdl Alessandra Mussolini, tre figli di 13, 11 e 6 anni, è inutile imporli: “Sono state le due più grandi Caterina e Clarissa, un giorno, a prendere in mano un libro dei miei studi di medicina che parlava del parto”.
Roberta Giommi, direttrice dell’Istituto internazionale di sessuologia di Firenze, consiglia comunque, anche ai genitori i cui tentativi di parlare di sesso vengono boicottati con il solito “so già tutto”, di lasciare un libro nella stanza dei figli. Di manuali dedicati ai preadolescenti le librerie ne propongono tanti: accanto a quelli della stessa Giommi (Io sono una bambina, Io sono un bambino della De Agostini e al mondadoriano Programma di educazione sessuale che con Marcello Perrotta aggiorna ogni anno) adesso va per la maggiore, con 15 mila copie vendute, Cosa succede nella pubertà (Giunti editore), ricco di vignette: l’ha scritto Mariela Castro Espín, presidente della società cubana di studi multidisciplinari sulla sessualità.
Insieme ai ragazzini, avverte Giommi, dovrebbero però crescere gli adulti: “Sono convinti che i loro bambini abbiano le ali degli angeli, ma non è così”. Racconta che nei corsi di educazione alla sessualità che il suo istituto svolge nelle scuole elementari e medie (8 ore all’anno, concertate con asl, dirigenti scolastici e associazioni genitori) vengono fuori domande che sorprendono perfino lei: da “cos’è il Kamasutra?” a “se bevi un bicchiere di sperma cosa ti succede?”, fino a “ma è normale fare sesso con gli animali?”.
Le curiosità più imbarazzanti (che Giommi ha raccolto nel dossier “Domande tese”) vengono dai bambini delle elementari, che si divertono parecchio con le parolacce e con l’imbarazzo che causano negli adulti. “Il nostro primo obiettivo è trasformare la terminologia trasgressiva”. Loro dicono “trombare”, Giommi e colleghi spiegano che “fare l’amore” è preferibile.

La tabella tratta dal rapporto annuale della Società italiana di pediatria, mostra come amici, cugini e madri siano gli interlocutori privilegiati di ragazzini in cerca di risposte.
Un commercialista di 43 anni ha ucciso a colpi di pistola la moglie, i tre figli maschi di 3, 6 e 9 anni, e poi si è suicidato. La tragedia, scoperta stamane, è avvenuta ieri sera in una casa di San Felice Extra, alle porte di Verona. L’uomo, Alessandro Mariacci, era un commercialista, la moglie, Maria Riccarda Carrara Bottagisio, un avvocato.
I cinque corpi sono stati trovati dalla donna delle pulizie: la donna ed il bambino più piccolo erano riversi sul pavimento della taverna della casa, nella camera matrimoniale c’erano i cadaveri di altri due bambini e sul letto il corpo dell’uomo, che si è ucciso con un colpo di pistola alla tempia. Accanto al cadavere c’erano due pistole semiautomatiche, una delle quali con il cane alzato. Per la polizia, che sta conducendo le indagini, non è escluso che l’omicida-suicida le abbia usate entrambe.
La famiglia viveva in una porzione di una casa colonica, ristrutturata, con una corte privata. Un bella abitazione, perfettamente ordinata. Nella casa non è stato trovato finora alcun biglietto che possa aiutare a comprendere le ragioni della strage. Secondo le prime ipotesi della polizia, la tragedia potrebbe essere avvenuta tra le 22.30 e le 23 di ieri. Alcuni vicini avrebbero detto di aver sentito intorno a quell’ora dei colpi secchi, ma non di averci fatto particolarmente caso. Le vittime erano tutte vestite con abiti da casa: i tre bambini in pigiama, la donna indossava una tuta da ginnastica.
“Era una famiglia per bene”, ha detto il parroco di San Felice, don Federico, “è un dramma inspiegabile. È un momento in cui trovare le parole è difficile. È un tempo in cui dobbiamo chiedere aiuto al Signore per le nostre speranze”, ha continuato il parroco dopo aver benedetto le cinque salme. Il sacerdote, che questa mattina è stato tra i primi ad arrivare sul luogo dell’omicidio-suicidio, ha raccontato di come erano “solari e giocosi i tre bambini”. Don Federico ha aggiunto che Mariacci e la moglie apparivano come “persone serene” e che frequentavano la chiesa con continuità. Nessun commento dal pm che coordina le indagini, Pietro Pascucci, il quale si è limitato a riferire che l’attenzione degli investigatori “è rivolta a più aspetti”.
“La tragedia di Verona deve sollecitare l’attenzione del ministro dell’Interno sull’esigenza di dare una svolta concreta sulla politica delle armi fino ad oggi praticata”. Lo afferma il segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp) Enzo Marco Letizia sottolineando che “la priorità è rivedere normative e circolari che hanno consentito il proliferare delle persone in possesso di armi sul territorio”.
Allo stesso tempo, inoltre, bisogna intervenire sulla “sostanziale inefficacia delle visite mediche” cui devono essere sottoposti periodicamente i possessori di armi, “svolte”, dice Letizia, “secondo i criteri dell’autocertificazione e della mancanza di qualsiasi effettiva assunzione di responsabilità. Basta dunque con le chiacchiere”, conclude, “serve una presa di coscienza della necessità di un cambiamento radicale tornando a considerare la circolazione e la detenzione delle armi con la serietà che la materia richiede”.
La Questura di Verona ha confermato che la strage di San Felice Extra è un caso di omicidio-suicidio. Secondo la ricostruzione fornita dagli investigatori, Alessandro Mariacci, il presunto autore della strage, ha avuto la freddezza di prendere una delle due pistole semiautomatiche di grosso calibro che deteneva regolarmente ed ha proceduto nel suo piano criminale. Tutte le sue vittime presentavano un colpo alla fronte, la moglie anche uno ad un braccio. La donna è stata colpita mentre stava guardando la televisione insieme al figlio più piccolo, Jacopo, 3 anni. Gli altri due figli, Filippo (9) e Nicolò (6) sono stati uccisi nel sonno, nella loro cameretta. L’omicida si è poi recato nella camera matrimoniale, puntandosi la pistola contro la tempia e togliendosi la vita.
Una famiglia modello e apparentemente senza problemi, perlomeno economici: questa la descrizione che amici e parenti hanno dato della famiglia Mariacci. Marito e moglie, in base alle prime testimonianze raccolte dalla polizia, non avrebbero mai dato esteriormente segnali di crisi nel loro rapporto.
Gli agenti della squadra mobile hanno ascoltato la donna di servizio, una signora dell’Est Europa che aveva lasciato l’abitazione dei Mariacci verso le 18.30 di ieri, quando - avrebbe detto - nulla faceva presagire la tragedia. La donna ha scoperto i cinque corpi verso le 8 del mattino, entrando in casa per iniziare il lavoro. Gli investigatori sperano di ottenere elementi utili alle indagini dall’esame autoptico sul corpo del professionista: al medico legale il magistrato chiederà di verificare anche l’eventuale presenza di sostanze stupefacenti.
Mariacci era uno stimato tributarista, lavorava in uno studio associato a Verona, occupandosi in particolare di diritto fallimentare. La famiglia di Mariacci sarebbe molto nota nel capoluogo scaligero. La moglie era stata un avvocato civilista, ma da tempo non esercitava la professione legale perché la famiglia la teneva occupava a tempo pieno. Marito e moglie non lavoravano comunque insieme.
Un collega di Alessandro Mariacci lo descrive come un uomo “di grande equilibrio, solare. Nessuno”, aggiunge il collega, che vuole mantenere l’anonimato, “si sarebbe mai potuto immaginare, conoscendolo, una cosa del genere”. Il collega formula un’ipotesi: che “qualcosa possa aver sconvolto Mariacci e che per questo lui abbia ‘temuto’ per la sua famiglia”.
Secondo gli investigatori, il professionista non avrebbe avuto problemi evidenti di salute, nè fisici nè psichici. Sembra esclusa, per ora, l’ipotesi passionale. Dai colleghi del commercialista gli investigatori stanno cercando di capire se le ragioni della strage possano essere riconducibile ad un eventuale dissesto finanziario.
Il piccolo Jacopo, 3 anni, stava giocando con dei soldatini, quando è stato raggiunto dal colpo di pistola del padre. Il bambino era in taverna, dietro al divano sul quale stava seduta la mamma, che invece stava guardando la tv. Aveva indosso il suo pigiamino, pronto per andare a letto. Questo uno dei primi particolari emersi dalla ricostruzione della tragedia.
“Una tragedia, inspiegabile, sono molto scosso”. Queste le parole del questore di Verona, Vincenzo Stingone, all’uscita della casa di San Felice Extra. “Davanti all’immagine di tre bambini uccisi in quel modo”, ha aggiunto, “sfido chiunque a restare impassibile. Sono cose che ti distruggono umanamente. C’è solo una parola che si può usare: tragedia, ammesso che renda l’idea di quanto è successo; non si può che parlare di follia. Ora dobbiamo lasciare agli agenti e alla scientifica il tempo di lavorare e poi vedremo di capire meglio quello che è accaduto”. Il questore ha confermato che al momento non è stato trovato nulla, uno scritto, o altri tipi di messaggi magari al computer, lasciati dall’uomo, Alessandro Mariacci, per spiegare i motivi del raptus omicida.
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di Terry Marocco e Antonella Piperno
I tradizionalisti del Palazzo l’hanno spolpato vivo. Ma c’è anche chi, nella scelta intimista di Sergio Cofferati, che non correrà per il secondo mandato per seguire suo figlio, ha intravisto l’inizio di una nuova, illuminata, era genitorial-politica. Ha ragione il sindaco di Bologna intenerito “dal primo passo del mio Edoardo?”. Oppure hanno visto giusto quei politici che sono stati più uomini pubblici che stanziali padri di famiglia?
Per capire quanto sia possibile costruire un rapporto genitore-figlio anche a distanza Panorama ha fatto parlare i diretti interessati: quelli rimasti da bambini nelle loro città mentre i padri (o le madri) inseguivano il loro sogno politico a Roma.
Ilaria Cirino Pomicino, 37 anni, secondogenita di Paolo Cirino Pomicino.
Adesso che è una regista e vive a Roma, nella stessa città del padre, lo vede non più di due volte al mese. Molto meno rispetto a quando lei abitava a Napoli e “‘o ministro” passava gran parte della settimana nella capitale. “Paradossalmente è diventato meno padre quando non è più stato il grande animale politico della Prima repubblica”. Quando Cirino Pomicino è diventato deputato Ilaria aveva 5 anni. Le pesava soprattutto la tristezza della madre, che soffriva per la lontananza del marito. Pomicino però faceva di tutto per compensare le sua assenze. “Da bambina gli dicevo sempre: la vita è in bianco e nero dal lunedì al giovedì, a colori dal venerdì alla domenica” ricorda “ci portava al Luna Park, al cinema a vedere Piccole donne (lui piangeva, io neanche una lacrima)”. E poi c’erano i giochi, “anche un po’ feroci”: tutti sotto le coperte immaginando di essere circondati dal fuoco, chi cadeva giù dal letto moriva bruciato, “ed essendo la più piccola ero sempre io quella che finiva per terra”. E quelli più teneri, per combattere la nostalgia: “Immaginavo di raggiungerlo a Roma attraverso il filo del telefono”. A 10 anni Ilaria ha cominciato a seguirlo ai comizi, ai convegni. “E anche, purtroppo, a Parigi per i controlli al cuore, avevo 8 anni quando ha avuto il primo infarto”. Poi è subentrata la ribellione adolescenziale, con la decisione (mai più cambiata), di votare Rifondazione comunista.
Bobo Craxi, 44 anni, secondogenito di Bettino Craxi.
L’assenza è una malattia, dice Bobo Craxi, figlio dell’ex premier: “Mio padre fu uno dei pochi, allora, a non voler trasferire la famiglia a Roma. Con mia madre e mia sorella restammo a Milano”. Ricorda: “Mi è venuto a prendere a scuola solo quattro volte. La prima fu all’asilo: dall’emozione mi venne la febbre”. Per anni si è sentito come orfano. “I momenti vissuti insieme erano rari e preziosi. Amavo le sue stravaganze, come quando andavamo al supermercato o prendevamo l’autobus. Per stare insieme lo seguivo la domenica ai comizi”. E poi durante la famigerata missione in Cina: “Una scusa per stare con noi”. Craxi fu un padre “affettuoso, invasivo quando c’era. Ma spesso, quando c’era, non c’era. La testa era altrove. La politica per lui era un’attività totalizzante”. I compleanni? “C’era per forza, il mio è il 6 di agosto…”. Il rapporto lo ha recuperato da grande: “Durante l’esilio, ci siamo riavvicinati”. Oggi ha due figli, di 15 e 10 anni e teme la nemesi: “Vado a prenderli a scuola, gioco a pallone. Solo diventando padre ho capito cosa non ho avuto. Mi è mancato anche il suo controllo, su quello che facevo, su chi frequentavo. Da ragazzino lo pretendi e una telefonata non riempie la vita”. Bobo Craxi confessa che è cresciuto solo quando lui non c’è più stato. “Eppure quando vado a prendere mio figlio a calcio e i suoi compagni gridano ‘È arrivato il padre di Craxi’, ancora provo un grande turbamento”.
Riccardo Bossi, 29 anni primogenito del leader della Lega Umberto Bossi.
Nella vita ci si abitua a tante cose, filosofeggia il maggiore dei figli del Senatùr. “Mio padre fa politica da 25 anni, da quando ero piccolo. Mi sono abituato a crescere senza di lui. Mi è mancato e lo sa”. Lo chiama “mio papà”, lo giustifica e difende, anche se parla di un rapporto a volte difficile. “Sgrida Berlusconi, perché non dovrebbe sgridare me”, dice riferendosi alla querelle sulla sua partecipazione all’Isola dei famosi. Un rapporto complicato oltre che dalla distanza, anche dalla separazione dei genitori. “Mi ricordo di noi due soli, a dormire nello stesso letto. E lui che mi raccontava la storia di un topo di Varese che rubava la marmellata, veniva preso e finiva miseramente”. Etica padana e gite in montagna, a Livigno. “Non era Alberto Tomba, ma ci teneva ad andare a sciare insieme. Ascoltavamo sempre Antonello Venditti, lui lo adorava”. Al figlio ha insegnato che “non conta quello che fai, ma come lo fai”. Quando poteva c’è stato: “Sempre in ritardo, ma arrivava”. Solo una volta è mancato a un appuntamento importante: “Al battesimo di mia figlia Lavinia, la sua unica nipote non è venuto. E questo mi ha lasciato l’amaro in bocca. Non ho capito perché e mi sono promesso di non commettere mai l’errore di far mancare l’affetto a mia figlia”.
Federico Brandolo, 27 anni, figlio di Maria Teresa Armosino, membro del direttivo di Forza Italia.
Scherza dicendo di essere ormai arrivato al 12° anno d’attività politica, Federico Brandolo, impiegato, figlio unico della parlamentare in politica dal 1996. “Essere figlio di un politico è un lavoro: devi imparare a essere autonomo, a non rompere con cose futili, a gestirti da solo”. Cresciuto dai nonni tra Torino e le colline astigiane: “Mia madre partiva il lunedì mattina, se riusciva tornava il giovedì sera. Mi regalò un cellulare per starmi più vicina, ma io mi vergognavo. Allora ero l’unico ad averlo e lo tenevo sempre spento”. La domenica si trovano insieme in cucina: “È il nostro momento, lei appassionata di cucina fa dolci buonissimi. Io l’aiuto”. Parla della sua famiglia come “di una squadra, che ha funzionato bene, che non gli ha fatto mancare niente”. Anche se momenti di tristezza ci sono stati: “Quando tornava dai suoi viaggi demotivata, delusa. Allora mi sembrava che questa lontananza fosse inutile”.
Elio Mastella, 30 anni, primogenito dell’ex ministro della Giustizia Clemente.
Per decidere se trasferirsi a Roma con il padre o restare a Benevento “abbiamo fatto un meeting tutti insieme”, racconta il figlio maggiore dell’ex-Guardasigilli, ingegnere “e abbiamo deciso di restare qui, dove avevamo fatto le scuole, dove c’erano i nostri amici”. Il padre lo vedeva nei fine settimana, tra comizi e incontri con il suo collegio. “Ma nelle cose importanti era presente, almeno al telefono. Per il resto ha fatto mia madre”. Come il giorno della laurea: “Venne, malgrado stesse facendo lo sciopero della fame”. Comprensivo (”occupai la scuola e mi lasciò fare”), mai autoritario. “Il nostro rapporto è maturato con il tempo, oggi posso dirmi un ragazzo fortunato”.
Geronimo La Russa, 28 anni, avvocato, primogenito del ministro della Difesa Ignazio La Russa.
“Quando mio padre è stato eletto in Parlamento avevo 12 anni, ma non ho sofferto. I miei erano separati, ero già abituato a non vivere con lui”. Il ministro della Difesa ancora oggi telefona al suo “Gero” tutte le sere: il figlio gli ha dedicato una suoneria personalizzata, l’Ignazio Jouer targato Fiorello. “Quando ho bisogno di lui mio padre c’è sempre, seppure non fisicamente, anche più di altri genitori che vivono con i figli” chiarisce “E quando ci tengo ad averlo accanto a me, basta sapersi organizzare. Non posso avvertirlo all’ultimo minuto”. Il ministro della Difesa c’era all’operazione al setto nasale deviato, alla laurea in Giurisprudenza. Per tenersi vicino il suo Gero, La Russa l’ha portato anche, bambino, perfino al congresso di Fiuggi. Si ritagliano da sempre, anche una vacanza alle Eolie: “Anni fa ci andavamo in macchina: quel viaggio interminabile con lui mi rendeva felice, cantavamo a squarciagola Battisti e Dalla”.
Alessandra e Elena Angiolini, 24 e 27 anni figlie dell’ex deputata dei comunisti italiani (e ministro) Katia Bellillo.
È stata nominata ministro degli Affari regionali quando Alessandra ed Elena avevano 17 e 14 anni. Disposta a rinunciare all’incarico se le figlie avessero messo il veto (”approvammo, ma rifiutammo anche di trasferirci a Roma con lei”) Bellillo che, separata dal marito non poteva lasciarle sole a Casa del diavolo, vicino a Perugia, assunse una coppia di domestici romeni e più tardi una coppia di peruviani. Madre e figlie, dicono, sono riuscite a sentirsi vicine: “L’abbiamo sempre chiamata decine di volte al giorno, anche in consiglio dei ministri, per chiederle magari dov’era la tal maglietta”. Le ragazze hanno sempre aspettato senza ansie il weekend, quando cenavano tutte insieme nel rustico e si raccontavano la loro settimana. E nei momenti in cui avevano bisogno di lei fisicamente Bellillo c’era. Elena, laureata in Relazioni internazionali non le rimprovera niente. Alessandra, studentessa di Giurisprudenza, invece, fa notare che se la mamma l’avesse accompagnata, forse non avrebbe smesso danza classica. E ora riflette: “Allora mi sentivo un’adulta, ma oggi mi rendo conto che forse avrei avuto bisogno della mamma”.
Giuseppe Lunardi, 27 anni, terzogenito di Pietro Lunardi, deputato Pdl.
Ingegnere civile come l’ex ministro, Lunardi jr. più che soffrire perché suo padre era a Roma, è rimasto spiazzato dalla sua scelta politica: “Mi sentii lasciato solo professionalmente. Avevo 20 anni, mi ero iscritto a Ingegneria per seguire le sue orme e lui cambiava strada”. Invece pare che il padre sia riuscito a stargli vicino, incoraggiandolo davanti allo scoglio dell’esame di Meccanica razionale (”ci ho messo due anni”) tornando tutti i weekend a Milano e portando il figlio con sé alle varie manifestazioni, alle premiazioni del Gran Premio, al Salone di Genova, “Tra scorte e cerimoniale ci è mancata un po’di intimità. Ma è una condizione che augurerei a tutti. E poi i miei sono rimasti insieme, mentre molti miei amici sono figli di separati”.
Alberto Giovanardi, 23 anni terzogenito di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Non ha mai saltato un pranzo di famiglia domenicale a Serramazzoni, nella casa dei nonni. E Carlo Giovanardi, racconta suo figlio Alberto, studente di Giurisprudenza, non ha mai smesso neanche di giocare con lui: “Ancora oggi è quello che si diverte di più a giocare a gavettoni. E l’ultima secchiata d’acqua deve essere sempre la sua”. Alberto aveva 7 anni quando suo padre ha cominciato a fare il pendolare: “All’inizio non capivo bene cosa facesse a Roma. Però facevo il tifo per lui, avevo riempito le pareti della camera da letto dei miei con i volantini elettorali ‘vota Giovanardi’. Telefonate serali a parte, è stato l’ex ministro ad avvicinare il figlio al calcio (gioca in seconda categoria) ad aiutarlo nell’esame di diritto costituzionale, a portarlo al cinema a vedere i film della Disney. Oggi punta a tenerlo lontano dal Palazzo: “Mi dice che ‘la politica è un hobby, prima bisogna trovarsi un lavoro’”.
Giovanni Bassanini, 43 anni, primogenito dell’ex ministro Franco Bassanini.
Di politica non ha voluto sentir parlare. A 18 anni ha lasciato Roma e si è trasferito a Courmayeur per diventare guida alpina. “I ricordi più belli con lui sono legati proprio alle lunghe passeggiate in montagna, mi ha insegnato ad amarla, mi ci portava ogni estate”. Per il resto, però, regnava la conflittualità (”avevamo entrambi un carattere prepotente”). A differenza di altri colleghi pendolari, Bassanini decise di trasferire, da Milano a Roma, tutta la famiglia (la prima; ora è sposato con la collega Linda Lanzillotta): “Era mia madre, che lavorava in un istituto di ricerche sociali, a fare avanti e indietro in treno. Noi stavamo con una tata, papà lo vedevamo poco, lavorava troppo”. Bassanini rientrava alle otto meno un quarto ma per i figli non era una festa: “Voleva vedere il tg ma a quell’ora c’era ancora Goldrake, e allora nascondevamo il telecomando”.
Già nel 2006 la Cassazione aveva lanciato un appello ai parlamentari affinché con una legge consentissero l’adozione del cognome materno. Ora però la Cassazione va un po’ più in là, dando un’altra “picconata” all’impianto giuridico che impedisce alle mamme di dare il proprio cognome ai figli, sempre nel caso in cui i genitori abbiano scelto in questo senso. Ad avviso della Suprema corte in seguito all’approvazione, il 13 dicembre 2007, del Trattato di Lisbona (che ha modificato il trattato sull’Unione europea e quello istitutivo della Cee) anche l’Italia, come tutti i 27 stati membri, ha il dovere di uniformarsi ai principi fondamentali della Carta dei diritti Ue tra i quali il divieto “di ogni discriminazione fondata sul sesso”.
In pratica, mentre nel 2006 gli ermellini si erano limitati ad un appello al Parlamento affinché con una legge consentissero l’adozione del cognome materno, adesso i magistrati di piazza Cavour dicono di essere pronti - proprio in forza della novità costituita dal Trattato di Lisbona - a rimuovere, disapplicandole, o avviando gli atti alla Consulta, le norme italiane in contrasto con i principi del Trattato.
Questo nuovo “affondo” della Cassazione a sostegno del cognome materno in sostituzione del “patronimico” - che la Suprema Corte definisce “retaggio di una concezione patriarcale della famiglia non più in sintonia con l’evoluzione della società e le fonti di diritto soprannazionali” - nasce dal ricorso di una coppia milanese che da anni conduce la battaglia per dare ai propri figli il cognome materno. Si tratta dei coniugi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo che per la seconda volta si sono appellati alla Suprema corte per dare ai loro figli, dopo il no pronunciato dalla Corte d’appello di Milano, il cognome materno.
Con la sentenza 23934 della I Sezione civile di Piazza Cavour, i supremi giudici rilevano che ormai da quasi trent’anni (la prima proposta di legge a favore del cognome materno è del 30 ottobre 1979) il Parlamento, pur avendo affrontato il tema, “non è ancora pervenuto a soluzioni concrete”.
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