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Finanziaria

Famiglia Cristiana rilancia: “Speriamo non rinasca il fascismo”

Censimento dei nomadi

Mica si tira indietro Famiglia Cristiana. Al polverone sollevato dopo l’ennesimo “numero anti governativo”, alle accuse di “cattocomunismo” lanciate da esponenti del centrodestra, il periodico dei Paolini risponde citando un rapporto dell’organizzazione Esprit, si augura che “non sia vero il sospetto” che in Italia stia rinascendo il fascismo “sotto altre forme”.
In un editoriale firmato da Beppe del Colle, il settimanale cattolico torna a criticare aspramente le misure varate dal governo italiano in tema di sicurezza, soprattutto “la sciocca e inutile trovata di rilevare le impronte digitali ai bambini rom” e ricorda come in Europa sia tornata alla mente, “come un simbolo”, la foto del bimbo ebreo nel ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alle Ss.
Tutto questo a meno di 24 ore dalla prima sassaiola partita da Famiglia Cristiana, che ha definito “gioco con i soldatini, neanche fossimo in Angola” le misure sulla sicurezza prese dalla maggioranza del “presidente spazzino”. “Ora basta”, si legge nell’editoriale sul numero in edicola di questa settimana che replica soprattutto al sottosegretario alla Famiglia Carlo Giovanardi. Giovanardi, scrive Famiglia Cristiana, “non ha nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale. Nessuna autorità religiosa” puntualizza il settimanale “ci ha rimproverato nulla del genere. Siamo stati, siamo e saremo sempre in prima linea su tutti i temi ‘eticamente irrinunciabili’: divorzio, aborto, procreazione assistita, eutanasia, dico, diritti della famiglia; abbiamo condannato l’inserimento dei radicali nelle liste del Pd. E ora basta”. “Non siamo mai cambiati” aggiunge del Colle “nel modo di affrontare le realtà del mondo con spirito di cristiani. Eppure, di tanto in tanto arrivano lettere: siete cattocomunisti. Perché? Perché critichiamo l’attuale Governo, come abbiamo fatto con tutti i Governi, anche democristiani, quando ci sembrava giusto e cristiano farlo”.
Nell’editoriale, Famiglia Cristiana ribadisce tutte le sue critiche alla “sciocca e inutile trovata di rilevare le impronte digitali ai bambini rom, aggiungendo violenza alla loro esistenza già piena di violenze anche da parte dei genitori”. “Se ne sono accorti in tutta Europa, dove resta vivo l’orrore della discriminazione sociale delle minoranze: quella foto del bimbo ebreo nel ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alle Ss è venuta” ricorda Del Colle “alla memoria come un simbolo. Per questo il Parlamento di Strasburgo e il Consiglio europeo hanno protestato. Esprit ha scritto: ‘Gli italiani sono incredibilmente duri contro i romeni e gli zingari’. Sarà ‘incredibile’, ma è vero. Speriamo” conclude Famiglia Cristiana “che non si riveli mai vero il suo sospetto che stia rinascendo da noi sotto altre forme il fascismo”.
E la polemica torna a montare, i toni tornano ad alzarsi. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, che aveva tacciato Famiglia Cristiana di criptocomunismo, ha già annunciato querela al direttore del settimanale Don Antonio Sciortino per le espressioni ingiuriose usate nei suoi confronti. Un attacco che il capogruppo del Pdl definisce una “caduta di stile di una persona travolta da un crollo di vendite, oggi documentato anche dal Sole 24 Ore“. Il quotidiano diretto da Ferruccio De Bortoli, infatti, pubblica oggi un’inchiesta che mette in luce la “crisi in edicola” per il settimanale dei Paolini. Per Gasparri inoltre nel settimanale “c’è una ridicola voglia di protagonismo da parte di chi dirige male un giornale che non rappresenta le gerarchie della Chiesa”.
La replica del direttore Sciortino è che il settimanale non ha come bersaglio preferito il governo Berlusconi, a cui, sostiene il direttore siciliano, “pure abbiamo dato credito, tant’è che ho definito l’illustrazione del premier alle Camere un discorso da statista”. Semplicemente la rivista si schiera, come recita il nome, al fianco delle famiglie (cristiane). Quelle che non arrivano a fine mese, quelle che “vanno nelle mense della Caritas anche alla metà del mese per mangiare”, si legge nell’intervista rilasciata La Stampa. Una crociata dunque non politica ma ideologica. Nel senso cristiano del termine. “Le nostre posizioni sono perfettamente allineate a quelle del cardinale Martino” si è difeso il direttore del settimanale. “Il quale invita a combattere la povertà, non i poveri che rovistano nei cassonetti”.

Fiducia al Senato, la manovra torna alla Camera

Via libera da Palazzo Madama al decreto della manovra economica. Il Senato ha votato la fiducia al Governo che era stata posta sul maxi-emendamento completamente sostitutivo del testo del provvedimento. I voti favorevoli (dal Pdl e dalla Lega) sono stati 170, i contrari 129 (Pd, Udc e Idv); 3 gli astenuti. Ora la manovra passa alla Camera, dove i deputati sono chiamati ad un esame in seconda lettura.
Dai ricorsi dei precari agli alla stretta sugli assegni sociali sugli immigrati fino alla modifica alle norme sulla flessibilità dei bilanci dei ministeri (rivista ora in modo meno accentuato rispetto al testo originario): sono queste alcune delle modifiche di Palazzo Madama al decreto della manovra finanziaria che, con l’approvazione del voto di fiducia, ha ottenuto il sì dell’Aula. Le novità, introdotte dopo il vivace dibattito suscitato nel Paese da alcune norme, si aggiungono alle molte misure che già avevano ottenuto il via libera dalla Camera: tra le quali la Robin tax e la social card, ma anche i tagli a scuola e sicurezza. Il via libera definitivo della Camera dovrebbe arrivare per martedì 5 agosto.

“Crediamo che in questa Finanziaria, in cui si cercheranno di ridurre gli sprechi e i privilegi, ci siano i numeri che ci consentiranno di sopportare e superare bene anche questa grave crisi”, ha commentato il premier Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi.
Il presidente del Consiglio ha aggiunto che la legge finanziaria triennale verrà fatta “con il coinvolgimento dell’intero Parlamento”. Il governo, ha sottolineato il premier, “non vuole agire in splendido isolamento così come riportano alcuni organi di stampa”. Le “basi” per la finanziaria verranno discusse “martedì nell’ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa estiva”.
Berlusconi si è detto convinto che alla ripresa dei lavori, in autunno, il governo e il Paese non si troveranno a fronteggiare una situazione difficile: “Non credo che in autunno si debbano manifestare situazioni difficili. C’è in giro tanta voglia di fare, ho avuto anche rapporti con sindacati molto responsabili. Dobbiamo essere coscienti che c’è una inflazione in aumento per una crisi globale. Ma l’Italia ha tutte le possibilità, se tutti ci impegniamo, agendo con concretezza come hanno fatto questo governo e questa maggioranza, per guardare al futuro con ottimismo”.

Certo, ha ammesso, il governo è “molto preoccupato” per l’aumento generale dei prezzi dovuto alla crisi che attanaglia Usa, Europa e Italia. Tuttavia, ha aggiunto il presidente del Consiglio, “siamo certi che risponderemo”, anche grazie alla Finanziaria, a questa “crisi internazionale”.
Crisi superabile anche per l’Alitalia. “Ci sono i soci, il piano industriale ed i capitali”, ha detto il premier. Ovvero, tutte le condizioni per “un rilancio della nostra compagnia di bandiera”.

Il VIDEO servizio:

Famiglia Cristiana contro Berlusconi: “Ossessionato dai giudici”

Una passione ed un’ossessione. Dopo aver equamente menato colpi a destra e a manca (Walter Veltroni e Pier Ferdinando Casini, i bersagli preferiti), Famiglia Cristiana va all’attacco diretto di Silvio Berlusconi. Tema? La giustizia e il provvedimento “blocca-processi” in discussione alle Camere, nel pacchetto sicurezza. “Il Cavaliere” scrive nell’editoriale il settimanale paolino “ha un’ossessione: i magistrati. E una passione: gli avvocati. Naturalmente i primi sono contro di lui, gli altri li fa eleggere in Parlamento”.
Il pacchetto sicurezza” per Famiglia Cristiana “è inquinato dal ‘complesso dell’imputato’ (definizione di Bossi), e brucia il capitale di fiducia degli italiani (che l’hanno votato a larga maggioranza), assieme all’immagine di grande statista. Ma allontana anche il Colle più alto della politica». Insomma: un comportamento, quello di Berlusconi, che dimostra “un’ossessione personale”.
Ma tanto “fumo” e tante polemiche sui temi della giustizia, sostiene il settimanale dei Paolini, destano sospetti. E fanno pensare all’obiettivo di un “polverone sulla giustizia” che “copra la mancanza di misure a favore delle famiglie, soprattutto le più povere”, nella manovra varata la scorsa settimana e “fatta approvare dal superministro Tremonti in soli 9 minuti e 15 secondi”.
E allora via con la requisitoria “genere Beppe Grillo”, che già in passato aveva fatto accostare il settimanale alle posizioni del comico genovese: “La gente fa i conti, tutti i giorni, con il costo della vita e la difficoltà di fine mese. Il Governo progetta impegni per 35 miliardi di euro in tre anni (oltre metà della legislatura), ma dimentica le famiglie. E senza soldi nessuno farà più figli, di cui invece il Paese ha tanto bisogno. Dov’è finito il ‘piano per la maternità’ che la Roccella ha promesso nell’intervista a Famiglia Cristiana di tre settimane fa? È sparito anche il ‘bonus bebè’. È comparsa, invece, la ‘carta per gli anziani’, notizia scoppiettante, demagogia pura. La carità diventa legge. I soldi della ‘carta’ saranno al massimo 400 euro all’anno (poco più di 30 euro al mese): si cambia così la vita dei poveri? Allora” conclude sarcastico Famiglia Cristiana “valgono molto di più i pacchi della Caritas o della San Vincenzo”.

Immediate le reazioni dal mondo politico. “Famiglia Cristiana è ingenerosa verso il ministro Alfano” commenta il ministro per l’Attuazione del programma Gianfranco Rotondi. “La parola ’segretario personale’ usata nei confronti del Guardasigilli come dispregiativo è prosa arrogante e priva di misericordia cristiana”. Sorpreso Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera e deputato del Pdl vicino a Cl, che “un attacco” del genere se lo sarebbe aspettato da Liberazione o dal Manifesto e che parla di “contenuti palesemente pretestuosi” e critiche “pregiudiziali e infondate” rivolte ad Alfano. “È sbagliato non considerare” prosegue “come sembra fare Famiglia Cristiana, i richiami autorevoli venuti dal presidente della Repubblica Napolitano e dal Santo Padre, tesi a ristabilire un clima costruttivo e a mettere da parte una concezione di parte della politica intesa come scontro”.
In difesa del settimanale invece scende in campo Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc. “L’intervento di Famiglia Cristiana sulla Finanziaria” commenta “riprende le critiche che abbiamo esposto già al momento della presentazione delle prime misure economiche del governo”.

Inosmma, dopo Veltroni, Casini, Cuffaro e Berlusconi all’appello del settimanale non manca proprio nessuno. Resta solo da capire quanto la sua posizione sia rappresentativa dell’elettorato cattolico italiano.

Taglio ai tagli: la Camera aumenta la paga. Per pareggiare con il Senato

Il presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti, nell'Aula di Montecitorio
Le polemiche seguite alla pubblicazione delle statistiche europee che assegnano ai nostri politici la maglia nera degli stipendi del continente (il doppio dei colleghi tedeschi)? Acqua passata. Le denunce degli onorevoli privilegi contenute ne La Casta di G.A. Stella e Sergio Rizzo o ne Il costo della democrazia di Cesare Salvi e Massimo Villone, due senatori di sinistra che di mestiere fanno i professori di diritto? Carta straccia.
A Montecitorio il 2008 potrebbe cominciare con un bell’aumento di stipendio: quei duecento euro lordi al mese che la Camera aveva sospeso e che erano stati una delle principali decisioni vantate dall’attuale presidente Fausto Bertinotti, per contenere i costi della politica. La giustificazione che circola è che si tratta di una misura per adeguare le buste paga dei deputati a quella dei colleghi senatori (che percepiscono un’indennità di 5.613 euro circa). A Palazzo Madama, infatti, non hanno mai rinunciato all’incremento dell’indennità dovuto all’automatico adeguamento della busta paga dei parlamentari a quella dei presidenti della Corte di Cassazione.
Certo, l’ultima decisione spetta proprio a Bertinotti. Ma alcuni deputati - tra le proteste dei colleghi dell’Italia dei Valori e di An - stanno pensando di restituire a tutti i 630 inquilini della Camera i soldi cui avevano rinunciato nel 2007 e che i colleghi senatori continuano invece a ricevere. A rimetterci, naturalmente, saranno le casse dello Stato, visto che Montecitorio vedrà volatilizzarsi oltre un milione e mezzo di euro. A ingarbugliare ancora di più le cose, ci si è messo poi il blocco delle stesse indennità parlamentari disposto dalla Finanziaria per i prossimi cinque anni. Moratoria, dicono a Montecitorio, che avrebbe di fatto cristallizzato una situazione di disparità tra le due Camere, causando un dislivello negli stipendi (e nelle future pensioni) di deputati e senatori.
Una bella patata bollente che il compagno presidente Bertinotti si ritroverà sul tavolo al ritorno dal suo viaggio in Sud America. Per ora l’argomento, dice il Questore anziano di Montecitorio, Gabriele Albonetti “non è all’ordine del giorno né del collegio dei Questori né dell’ufficio di presidenza. Certo, il tema va affrontato, ma dopo gennaio”. Anche perché la questione, continua Albonetti, “riveste anche una natura costituzionale. La Costituzione infatti prevede l’indennità parlamentare, ma non in misura diversa tra parlamentari delle due Camere”. Come se ne esce?
Tre le soluzioni: linea dura, lasciando intatta la differenza tra Camera e Senato (subendo però i ricorsi dei deputati che sulla base della legge sarebbero inevitabilmente accolti); aumento in busta paga a fine gennaio (limitando i possibili ricorsi al solo periodo 2007); restituzione degli arretrati ai deputati anche per il 2007 (facendo indignare l’opinione pubblica). Oppure, azzarda Albonetti poco convinto: “Si potrebbe chiedere al Senato di tornare sui propri passi…”.
la buvette della Camera dei deputati

Questione di fiducia: Napolitano fa tremare Prodi più delle bizze di Dini

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Nella maggioranza sapevano che il presidente era arrabbiato, ma non che avrebbe lanciato una vera a propria bomba. Erano tutti al Quirinale questa mattina. L’intera classe politica italiana riunita per il tradizionale scambio di auguri con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che non ha perso l’occasione per richiamare duramente il governo contro l’uso della fiducia nella finanziaria, e contro gli errori sul decreto sicurezza: “Abbiamo avuto nei giorni scorsi esempi clamorosi delle distorsioni che un esame concitato, da posizioni contrapposte, di leggi delicate può provocare. Anche quest’anno l’approvazione della legge Finanziaria è stata in ultima istanza affidata a congegni di abnorme accorpamento - con conseguenti voti di fiducia - di norme accresciutesi senza misura nel corso del dibattito parlamentare. Un sistema che deve essere cambiato superando la difficoltà di intese efficaci sulle procedure e sui tempi in Parlamento, il persistente ed ingiustificabile ritardo nell’affrontare una riforma razionalizzatrice delle normative vigenti in materia di contabilità e di bilancio dello Stato nel suo insieme”. Dopo queste durissime parole pronunciate nella Sala degli arazzi del Quirinale non pochi sono stati i tremiti tra i politici (erano presenti tutti): da chi, nell’opposizione gongolava, a chi, nella maggioranza, tremava. La botta è stata così grande che il premier Romano Prodi, prima del cocktail con il presidente (che è stato l’occasione per ampi conciliaboli tra politici e che ha visto un dialogo fitto e appartato tra Napolitano e Walter Veltroni per alcuni minuti), circondato dai cronisti, ha subito replicato mettendo le mani avanti: “Il presidente ha ragione ma se non cambiamo procedure, regolamenti e modo di lavorare nel Parlamento, è difficile evitare questo aspetto. Ci sono vincoli regolamentari che spingono verso una finanziaria di troppo ampia portata”.
Nei corridoi del Quirinale questa mattina veniva più volte sottolineato che il presidente non tollererà più errori come quello sul decreto sicurezza. E che la fiducia va razionalizzata, magari cambiando proprio la legge che regola il suo utilizzo (in effetti Prodi ha già fatto un record: l’ha chiesta 30 volte in diciannove mesi di governo, contro i 29 voti di fiducia in tre anni e 10 mesi del Berlusconi bis della scorsa legislatura). Chissà che non ritorni in auge quel progetto di riforma della legge finanziaria che giace ormai da mesi - non per colpa sua, ma per i veti incrociati di tutti - sulla scrivania del presidente della commissione Bilancio del Senato, Enrico Morando (tra l’altro persona molto vicina a Napolitano).
Sulle dure parole di Napolitano è netto il commento che il presidente dei deputati di Alleanza Nazionale, Ignazio La Russa, rilascia al volo Panorama.it: “Napolitano ha fatto bene”.
Alla luce delle parole del presidente della Repubblica e con Lamberto Dini che fa le bizze questi tre giorni conclusivi della finanziaria al Senato fanno tremare il governo? No. Il numero due dell’Udeur, il capogruppo al Senato, Stefano Cusumano spiega: “Non credo assolutamente che ci saranno ripercussioni sul voto al Senato. La maggioranza è coesa e ce la farà. È a gennaio che dobbiamo ripartire. Da lì si vedrà”.

Ancora una settimana Speciale per Prodi. Con poco da festeggiare

La legge Finanziaria tornerà in aula al Senato mercoledì 19, per quello che dovrebbe essere il via libera definitivo. È quasi certo che si ricorrerà alla fiducia. Subito dopo palazzo Madama dovrà votare nuovamente il protocollo sul welfare, dopo che la Camera ha imposto alcune modifiche sulla copertura. Come al solito si tratterà di appuntamenti ad alto rischio per Romano Prodi, visto il margine risicato tra i senatori. E visto che al momento del primo via libera gli esponenti di Rifondazione e dell’estrema sinistra votarono sì turandosi il naso.

Ma, ancora una volta, il premier ce la dovrebbe fare. Nonostante la Finanziaria, nel suo transito a Montecitorio, abbia per esempio perso quasi cento milioni destinati all’università per finanziare, tra le altre cose, il contratto dei camionisti. E soprattutto, nonostante la crescente insofferenza per Prodi di Rifondazione e di Fausto Bertinotti in persona. Comunque, fine d’anno con brivido per il governo, che inizia la settimana con la pessima figura sul caso di Roberto Speciale, l’ex comandante della Guardia di Finanza (che dopo il reintegro del Tar ha scelto di dimettersi dall’incarico di comandante della Guardia di Finanza, spiazzando il governo), la prosegue con la decisione sulla vendita dell’Alitalia, e verosimilmente la concluderà promettendo agli alleati di sinistra e di centro le verifiche previste a gennaio.

Anche perché in contemporanea prosegue il braccio di ferro sulla legge elettorale e si avvicina (metà gennaio) la decisione della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum elettorali. C’è chi scommette che per il Professore il panettone sarà comunque indigesto. Chi invece punta sulle sue proverbiali capacità di galleggiamento: le divisioni nel centrosinistra, e ancora di più quelle nel centrodestra, giocano in fondo a suo favore. Il messaggio di Capodanno del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà una volta tanto un’occasione non rituale: il Quirinale non è per nulla soddisfatto della situazione, vorrebbe uno sforzo da parte di Prodi per assicurare intese bipartisan, che invece il diretto interessato osteggia.

Ma ciò che davvero preoccupa il governo, e ne mette a repentaglio la durata, sono le previsioni economiche per il 2008, tutte improntate al pessimismo. La crescita del Pil è stata ridimensionata ben al di sotto del 2 per cento, i tesoretti fiscali di quest’anno diverranno un ricordo, insomma non ci saranno torte da spartire. Ed il malumore sociale per la perdita di potere d’acquisto potrebbe risultare determinante. Una situazione, prevedono molti, simile a quella tedesca di un paio d’anni fa; difficile, anzi impossibile da gestire con governi rissosi e maggioranze ridotte all’osso. La Germania ne sta uscendo grazie ad un’alleanza tra democrtistiani e socialdemocratici, ed alla tenacia di Angela Merkel. Formule che al momento appaiono improbabili per l’Italia.

Il VIDEO servizio:

Camera senza tetto: cancellate le promesse anti Casta sugli stipendi

L'Aula di Montecitorio
A quelli della Casta il tetto non piace. Non che desiderino vivere a cielo aperto, solo non gli va che qualcuno (che siano i cittadini indignati o i senatori avveduti) metta il naso e un limite sui loro stipendi. Insomma: alla Camera è stato tagliato il taglio che il Senato aveva approvato sugli emolumenti dei manager pubblici. A scriverlo, sulla prima del Corriere della Sera, sono stati oggi gli autori del best seller scandalo (per il contenuto, sia chiaro) del 2007: Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella. Che raccontano come sia successo che il “tetto agli stipendi d’oro sia stato soppresso. D’ora in avanti i grand commis pubblici potranno guadagnare anche di più. Alla faccia di tutte le promesse intorno al bisogno di sobrietà”.
La norma passata a Palazzo Madama (art. 144 della Finanziaria 2008), sull’onda dell’indignazione popolare (dopo le rivelazioni contenute nel libro dei due giornalisti del Corsera e in quello dei due senatori Massimo Villone e Cesare Salvi, autori del I costi della democrazia) e con un certo malessere di alcuni esponenti della stessa maggioranza, prevedeva che tutti gli stipendi pagati con soldi pubblici non potessero superare lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione, vale a dire 274 mila euro all’anno.
Poi, da lì, è stata una serie infinita di correzioni e riscritture. Prima sono stati esclusi dal tetto tutti i contatti di natura privatistica già in corso. Correzione più che giusta: nessuna norma può essere retroattiva, sarebbe incostituzionale. Poi un’ulteriore modifica. Per i manager con contatto di diritto pubblico lo stipendio verrà ridotto gradualmente: 25% l’anno in modo che nel giro di quattro anni si arrivi al famoso tetto. L’ennesima deroga? Dal tetto restano escluse le Authority, gli Organi costituzionali, i contratti d’opera (per capirci, quelli dei presentatori Rai o dei superospiti di Sanremo), le società quotate e le attività di natura professionale. Ancora una: solo venticinque altissimi dirigenti pubblici in tutto il Paese e per un periodo limitato potevano guadagnare più di 275 mila euro l’anno. Tutti gli altri, sotto.
Sotto fino a quando, con la Finanziaria in discussione a Montecitorio, non sono cominciati i tagli veri e propri alla norma. Per esempio: per la Banca d’Italia, le Autorità indipendenti e le amministrazioni dello Stato si dovrà applicare il tetto alle retribuzioni, ma doppio rispetto a quello del primo presidente della Corte di Cassazione. Quindi, il limite massimo sarà di 548 mila euro. A volerlo è stata la Rosa nel Pugno, con un emendamento del capogruppo Roberto Villetti. E la Commissione Bilancio della Camera lo ha approvato. Commissione che, per bocca del presidente Lino Duilio, si è così giustificata: “Nessuno stravolgimento, nessun arretramento” sul tetto agli stipendi dei manager pubblici. Al contrario, la Commissione ha “solo perfezionato il testo del Senato per consentirgli di reggere nel tempo e di regolare efficacemente la molteplicità delle situazioni reali”. Molteplicità… qui pare che a moltiplicarsi sono, nonostante le promesse, gli euro che i boiardi dello Stato continueranno a portarsi a casa, come dice il senatore Villone: “Si introducono meccanismi che consentono emolumenti che viaggiano addirittura verso il milione di euro all’anno. C’è da vergognarsi”.

E se lo dice un senatore…

Non solo Dini: quelli che a Palazzo entrano con un vestito e poi lo cambiano


Prima pubblicamente durante la conferenza stampa insieme con Lamberto Dini, Roberto Manzione, Natale D’Amico e Giuseppe Scalera: “Si apre oggi un’offerta pubblica di sottoscrizione”. Poi in privato parlando con Panorama.it: “Io e Dini siamo due vecchie volpi, due esperti del palazzo, ma ci sono tanti altri che se non vedono che rompiamo e facciamo qualcosa di davvero organizzato non ci seguono. Adesso vedrete come correranno da noi. Si creerà un effetto valanga: arriveranno da 1 a 10 senatori. Sono certo”. Firmato Willer Bordon, detto Tex.

Insomma, appare chiaro che nel lasciare ufficialmente il gruppo del Pd, Dini, Bordon e i loro senatori abbiamo anche aperto un banchetto in cui sono pronti ad accogliere altri senatori. Anche Dini, solitamente molto freddo, è stato piuttosto esplicito: “Apriamo un processo e offriamo un percorso unitario a quanti pensano sia venuto il momento di prendere una comune iniziativa politica, con l’obiettivo di superare un quadro politico che non appare in grado di produrre risposte efficaci e attui politiche necessarie per invertire la tendenza al declino economico e civile del Paese”. E, ospite di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, ha ribadito: “Il governo è appeso ad un filo. Non so quanto potrà durare. Vedremo quello che succederà da qui alla fine dell’anno”.
Il tutto nel giorno in cui proprio lo stesso Dini ha trovato l’accordo con Romano Prodi sul welfare. E allora se cedi sull’economia, tratti e tiri la corda sul quadro del teatrino della politica. E il teatrino è quello che vuole che presto i due organizzeranno un gruppo autonomo: per farlo a palazzo Madama sono necessari dieci senatori. Negli ovattati corridoi senatoriali sono in molti pronti a scommettere che entro Natale li avranno trovati. E non è un caso che nell’incontro dell’altro giorno tra Walter Veltroni e Gianfranco Fini uno dei punti trovati nell’intesa sia stato proprio quello di modificare i regolamenti parlamentari per vietare che si possano formare gruppi diversi da quelli che sono andati alle urne.
E nel centrodestra? Beh, anche nella ex Cdl sono alle viste possibili cambi di casacca che potrebbero sconvolgere la geografia dei gruppi parlamentari. Ormai digerito il salto di Marco Follini (da vicepremier nel governo Berlusconi a responsabile della comunicazione del Pd di Veltroni) e dopo la svolta del predellino di Silvio Berlusconi, il nuovo partito sta prendendo forma e sono in arrivo dall’Udc Carlo Giovanardi e altri “amici” a lui vicini. Quindi un posto di rilievo nel nuovo Pdl sarà previsto per il giovane Daniele Capezzone, si parla del ruolo di portavoce.

E come il Pd ha perso per scissione Sinistra Democratica, anche la nuova formazione del Cav rischia di poter non vedere aderire Maria Burani Procaccini (importante perché senatrice), Angelo Sanza e Ferdinando Adornato.
Il tutto al netto dell’ancora fantomatica Cosa Bianca sognata da Bruno Tabacci con Savino Pezzotta e Luca Cordero di Montezemolo. Che ancora non è partita, ma di cui tutti parlano nei palazzi della politica.

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