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Firenze
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Serviva solo una telefonata. Quella decisiva, con il premier. E il contatto con Silvio Berlusconi alla fine c’è stato. Esito: positivo (ma non ancora ufficiale). Salvo sorprese dell’ulima ora, il Pdl ha nell’ex portiere di Fiorentina, Milan e nazionale Giovanni Galli, 50 anni, il proprio candidato a sindaco di Firenze.
Il suo nome era circolato molto nelle ultime settimane, e lui, commentatore sportivo per le reti Mediaset, si era subito detto disponibile a “scendere in campo”. Ma qualcuno, all’interno del centrodestra, aveva storto la bocca per la sua inesperienza politica. E qualcun’altro aveva posto resistenza. Poi gli appoggi del coordinatore nazionale di Fi Denis Verdini (convinto della necessità di un candidato “civico” per pescare voti anche nell’elettorato di sinistra deluso dalla maggioranza) e del ministro aennino Altero Matteoli hanno fatto pendere la bilancia in favore di Galli. E alla fine il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo ha contattato, affidandogli il compito di guidare il Pdl nel tentativo - difficile ma non impossibile, pensando alla storica vittoria di Guazzaloca a Bologna del 1999 - di strappare Palazzo Vecchio alla sinistra e al candidato del Pd, Matteo Renzi.
La chiamata del premier è avvenuta giovedì in tarda serata. E, secondo le indiscrezioni, Berlusconi avrebbe chiamato anche i deputati Gabriele Toccafondi e Paolo Amato, che erano altri due nomi circolati come possibili candidati del Pdl, chiedendo loro di fare squadra. “È stata una telefonata tra due persone che si stimano e si rispettano”, ha detto Galli interpellato sul colloquio telefonico avuto con il premier: “non si sa ‘’se ero piu’ entusiasta io o lui”. L’incontro tra i due sarà lunedì o martedì, ma Galli non vuole ancora parlare di programmi: “L’unica cosa che dico è che voglio fare le cose per bene per Firenze: ho un progetto per la città che condividerò e porterò avanti anche con l’aiuto del presidente e del governo”.
Silenzio anche nei confronti del candidato a sindaco avversario Matteo Renzi: “Io” osserva “non devo confrontarmi con nessuno, il mio è un piano diverso da quello solo politico”. “Con Berlusconi” ha proseguito Galli “ho parlato della determinazione che vogliamo mettere tutti per vincere e, durante l’incontro che avrò con lui, sicuramente parleremo di impegni e di programmi”.
Sposato, tre figli, la sua vita personale venne sconvolta nel 2001 quando Niccolò, promessa delle giovanili del Bologna, morì a soli 17 anni in un incidente stradale. Da allora l’ex portiere è impegnato in prima persona nel sociale con la fondazione “Niccolò Galli”, con la quale è presente in molte iniziative di solidarietà a Firenze e non solo.
Tra gli altri candidati sindaco correranno, sostenuti da alcune liste civiche, l’ex ministro Valdo Spini (Insieme per Firenze) e Mario Razzanelli (Firenze c’è), mentre la sinistra radicale è ancora alla ricerca di un nome unitario con cui scendere in campo.
Tornano Guelfi e Ghibellini. A Firenze, certo. Ma anche dentro il Pd. La cittadinanza onoraria a Beppino Englaro divide la città e anche la maggioranza in consiglio comunale. Dopo che il candidato sindaco del Pd (eletto dalle primarie) Matteo Renzi si era espresso contrario alla proposta avanzata dal capogruppo socialista Alessandro Falciani. Proposta che alla fine, dopo lunghe ore di discussione, il consiglio comunale ha approvato con 22 voti favorevoli (tutta la sinistra e buona parte del Pd), 16 contrari (tutta la destra e pochi del Pd) e tre astenuti (tutti Pd).
“Il gruppo aveva già votato una risoluzione di solidarietà a Englaro” ha detto Rosa Di Giorgi, che ha votato contro “e quindi aveva lasciato libertà di scelta. Chi non voleva la cittadinanza era contro l’atto formale, non contro il percorso del padre di Eluana. Quella di Falciani è stata una provocazione”.
Conosciuta la notizia, il padre di Eluana ha detto che l’essere diventato cittadino onorario di Firenze ”non può altro che farmi piacere” e ha ripetuto: ”La società civile ha capito come è stata portata avanti la vicenda di mia figlia, a cui io ho dato voce, dentro la società civile”. ”È stata una decisione sofferta” ha aggiunto Englaro, riferendosi alla spaccatura all’interno del Pd “ma la tematica è estrema e le cose estreme inevitabilmente creano contrasti e divisioni”.
I dilemmi dei democratici erano stati espressi chiaramente dal primo cittadino Leonardo Domenici, che ha detto di essere personalmente favorevole alla delibera e a manifestare solidarietà a Englaro, ma di avere dubbi sulla cittadinanza onoraria concessa “non all’unanimità”. Ma alla fine ha prevalso la linea dei partiti di sinistra. Compatto il centrodestra: “Se Firenze doveva concedere la cittadinanza onoraria a qualcuno sulla vicenda, questa doveva andare alle suore Misericordine che hanno accudito in silenzio e con amore gratuito Eluana”.
Protesta vibrante anche da parte della Curia fiorentina: “Una maggioranza, peraltro sfilacciata, del Consiglio comunale di questa città ha pensato bene di dare un tono di protagonismo a un finale di legislatura perlomeno problematico, approvando la concessione della cittadinanza onoraria di Firenze al signor Giuseppe Englaro, protagonista di una delle vicende più laceranti per la convivenza civile del nostro Paese negli ultimi tempi”, commenta l’arcidiocesi di Firenze. “Opporsi a questa improvvida decisione si legge in una nota - non vuole dire opporsi alla persona del signor Englaro o voler mancare di rispetto alla sua dolorosa vicenda familiare. Ma dopo aver assicurato rispetto e comprensione, si ritiene doveroso affermare con nettezza che l’atto che una parte del Consiglio comunale ha voluto imporre a tutta la citta’ appare pretestuoso, offensivo e distruttivo”.
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“Manca solo la stretta di mano”: a sentire alcuni dei dirigenti locali del Pdl, per la candidatura di Giovanni Galli a sindaco di Firenze, è ormai questione di ore.
L’ex portiere della nazionale (e storica “figurina” di Fiorentina, Milan, Napoli, Torino, Parma e infine Lucchese), infatti, pare che abbia ormai messo d’accordo tutti, a cominciare dal senatore di An Achille Totaro e dal consigliere regionale di Forza Italia Angelo Pollina.
Già, dettaglio non da poco “la benedizione” definitiva dei vertici di via del Plebiscito, ma l’ex calciatore avrebbe dato la sua disponibilità: “Sto studiando molto”. Come riferisce riferisce La Stampa, il premier, “esaminerà al suo rientro in Italia le candidature”, spiega Paolo Bonaiuti, che ha rinunciato a scendere in campo.
Firenze, Giovanni Galli, la conosce piuttosto bene: con la maglia dei viola ha giocato più di duecentocinquanta partite, trascorrendovi quasi dieci anni della sua vita, e contribuendo al secondo posto dei gigliati (dietro la Juventus) nella stagione 1981/1982. Lì, tra l’altro, ha conosciuto la moglie dalla quale ha avuto tre figili, di cui uno, Niccolò, grande promessa del calcio nostrano, è scomparso tragicamente a diciasette anni a causa di un incididente col motorino.
Quel lutto ha però dato a Galli la forza di reagire, portando qualche mese dopo alla costituzione di una fondazione intitolata al figlio.
Ad ore, dovrebbe dunque arrivare la definitiva conferma delle numerose indiscrezioni: a favore dell’ex portiere (che nelle vesti di commentatore appare settimanalmente nella trasmissione sportiva Controcampo di Rete4) giocherebbe la popolarità e la capacità di stare davanti ad una telecamera. Qualità necessarie per sfidare l’altro outsider, Matteo Renzi (Pd), già presidente della provincia fiorentina, e ora scelto dalle primarie del centrosinistra come candidato per la poltrona di primo cittadino del capoluogo toscano.
Dai primi sondaggi di opinione, i trascorsi da calciatore di Galli - su cui qualcuno ha ironizzato: “con un portiere come candidato il capo staff sarà il massaggiatore?” - dai fiorentini non sarebbero affatto considerati penalizzanti. Anzi, l’amarcord dei bei tempi viola gioverebbe all’ex calciatore, sebbene sia nato a Pisa (nel ‘58) e non a Firenze. Dal canto suo, l’assessore cittadino alla sicurezza Graziano Cioni (Pd) ha già avvertito i suoi compagni di partito a non storcere il naso: “Non sottovalutate Galli. Ha ottimi rapporti con la Curia e la sua Fondazione fa assistenza vera”.
E l’ex portierone del Milan di Sacchi ammette: “Se il presidente darà il suo via libera ora si apre un altro capitolo e un’altra storia. Anche se io personalmente son sempre stato in ottimi rapporti anche con Domenici e Cioni, che hanno molto aiutato la Fondazione dedicata a mio figlio”. Proprio la Fondazione e i buoni rapporti con la cittadinanza sarebbero le armi di Galli, che plaude al suo possibile avversario: “Sono stato contento della vittoria di Matteo alle primarie, ha rotto con i riti della sinistra, io l’ho conosciuto e c’è un rapporto di simpatia”.

Trentaquattro anni, laurea in legge, tre figli, volto da bravo ragazzo, parlantina sciolta. Ma soprattutto una ferrea determinazione che ai suoi detrattori pare in raltà una insana ambizione di arrivare. Ecco il profilo del prossimo candidato a sindaco di Firenze. Si chiama Matteo Renzi, è stato il più giovane presidente della provincia (in quella fiorentina è stato eletto alla verdissima età di 29 anni), ha un trascorso da margheritino rutelliano, ed è oggi iscritto al Pd.
Col 40,52% delle preferenze ha battutto gli altri candidati (erano tanti, ben quattro: Lapo Pistelli, Michele Ventura, Daniela Lastri, Eros Cruccolini), incassando, niente meno che i complimenti del segretario democratico Walter Veltroni (che pure non aveva puntato su di lui).
Sembra che da sempre Renzi studi per la politica. Tanto da aver improntato una campagna elettorale sulla sfida e sul cambiamento (uno dei suoi slogan preferiti era “Facce nuove a Palazzo Vecchio). Non è un caso che lui, di siti ne abbia addirittura due: uno, più istituzionale, da “Presidente”, l’altro più frizzante, da candidato. E che proprio stanotte (erano le due) su entrambi scriveva: “Penso che stanotte abbiamo vinto tutti. Insieme. Un pensiero agli altri candidati. E uno a tutti i cittadini che hanno creduto alle primarie. Grazie!”.
Il passato lo racconta come coordinatore del servizio di vendite del quotidiano La Nazione, e prima ancora tra le fila dei boyscout con una parentesi persino in televisione. Correva l’anno 1994 (Renzi aveva iniziato la politica attiva sostenendo i primi comitati a favore di Prodi) e c’era Mike Bongiorno che lo festeggiava come campione della Ruota della Fortuna: “A soli 19 anni già campione”, titola un video su YouTube: 33 milioni di lire vinti in cinque puntate, più il bacio di Paola Barale e l’investitura di Mike Bongiorno (”lui è toscano, conosce bene l’italiano”). Ne ha parlato con bonario compiacimento l’Unità dei giorni scorsi, ricordando come Renzi - ai tempi dotato di occhialoni da secchione, innamorato della propria donna - chiamasse le lettere utilizzando i nomi dei suoi cari e non le città: “Diceva “A di Agnese”, sua moglie”.
Le sue posizioni moderate (”Ma lei è proprio di destra”, ha esclamato Daria Bignardi intervistandolo alle Invasioni barbariche) lo hanno inviso a qualcuno e gli hanno fatto conquistare le simpatie di qualcun altro (si dice di un lungo corteggiamento del coordinatore di Forza Italia Denis Verdini).
Con un certo distacco, e non senza sorpresa, quindi Renzi ha ottenuto la candidatura al primo turno alle primarie del centrosinistra. Anche grazie all’uso ricorrente del web: e infatti qualcuno lo ha già paragonato a Obama. Nei 55 seggi dove ieri hanno votato 37.468 fiorentini (circa 2.000 in più rispetto a quanti votarono per Veltroni), secondo i dati forniti dal sito ufficiale delle primarie, ha raccolto 15.104 voti (pari al 40,52%), contro i 10.031 voti di Lapo Pistelli (che si è fermato al 26,91%, pur avendo il sostegno di Veltroni, dopo aver accompagnato il capo nel pellegrinaggio di quest’estate alla convention di Obama). Ha battuto anche Daniela Lastri che ha portato a casa 5.436 preferenze (14,59%): era ponsorizzata da Livia Turco e “dalle donne, dalle nonne e dalle ragazze”, già assessore all’Istruzione, avrebbe voluto essere”Un sindaco come TE”, ma non ce l’ha fatta; Michele Ventura, deputato, già consigliere regionale ha ottenuto 4.653 (12,48%) nonostante l’appoggio dei big come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani ed Eros Cruccolini, candidato di Sinistra democratica, uomo di Claudio Fava e dei vendoliani andati via da Rifondazione: si è fermato a 2.047 voti (5,49%).
Renzi, nei primi commenti, ha sottolineato come “Non si tratta di una vittoria di parte ma di partito”, anche se pare netta la voglia dei fiorentini di dare un taglio con il passato, bocciando la componente diessina (che ora litiga per le troppe candidature messe in campo) e ringalluzzendo l’area cattolica della Margherita (in un momento delicato per il Pd, ora che si dibatte di testamento biologico e di collocazione europea del partito).
Questioni spinose, urgenti, tutte politiche. Alle quali lo stesso Renzi preferisce ricordare che c’è molto da lavorare: “Da domani tutti al lavoro per un partito più forte e per arrivare sereni e tranquilli all’appuntamento di giugno”. Perché “la gente chiede di dare risposte concrete su singoli temi”. Il resto si vedrà, elezioni comunali permettendo.
Il VIDEO di Renzi a La Ruota della Fortuna da YouTube:

Sembra un paradosso, ma alle prossime elezioni comunali fiorentine le tante agognate primarie potrebbero essere troppo “democratiche”.
Dopo il caso Iervolino-Nicolais a Napoli, l’ultima scossa del terremoto ammininistrativo del paritto democratico porta infatti la targa di Firenze. Dove ormai da settimane il Pd non sembra trovare un accordo sul nome che dovrebbe succedere al sindaco Leonardo Domenici. Si è infatti deciso da tempo che nel capoluogo toscano le primarie non saranno di partito, ma di coalizione.
Il nodo è però un altro. A spartirsi le chanches per la poltrona del sindaco dovrebbero essere in sei: quattro tesserati del partito di Veltroni (Tea Albini, Daniela Lastri, Lapo Pistelli e Matteo Renzi, giovane presidente della provincia), un iscritto all’Italia dei Valori (Sabatino Clementi), un rappresentante della Sinistra Arcobaleno (Eros Cruccolini).
Molti candidati farebbero pensare a una gara incerta, all’americana, modello a cui peraltro Veltroni non ha mai nascosto di occheggiare. E invece no: per il sindaco uscente quattro aspiranti primi cittadini targati Pd sono tanti, troppi. Con un tale numero di competitors, il rischio per il partito sarebbe alto. E spalancherebbe le porte del comune agli altri due candidati. Nelle prossime ore il partito affronterà il nodo. E non sembra affatto scontato che dalle stanze democratiche la rosa dei nomi dei candidati si restringerà di molto.
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Con il voto in Abruzzo verrà sciolto uno dei nodi delle amministrazioni locali, da tempo al centro di forti fibrillazioni, soprattutto nel centrosinistra. Ma il dibattito politico resta ancora incentrato sulla politica locale, dalle primarie nel Pd per le elezioni comunali di Firenze e Bologna, alle tensioni che stanno attraversando in Campania sia la Regione che il comune di Napoli, mentre sullo sfondo restano ancora in piedi la successione di Soru alla regione Sardegna, come anche gli sviluppi della situazione alla Regione Basilicata, con l’intera giunta dimissionaria.
In Toscana, lo scorso fine settimana ha tenuto banco la clamorosa protesta del sindaco di Firenze Leonardo Domenici, che si è incatenato davanti alla sede del “giornale amico” La Repubblica per protestare contro una “cattiva informazione” nell’inchiesta Fondiaria-Sai. E proprio a proposito delle comunali fiorentine, previste per il prossimo anno, il Partito Democratico ha deciso di abbandonare le primarie di partito, per passare alle primarie di coalizione. Una decisione accettata anche dai vertici fiorentini dei partiti della coalizione, con il via libera al doppio turno: si voterà il primo turno il primo febbraio, e il secondo a distanza di una o due settimane. Una decisione che “pone una pietra tombale sulla vocazione maggioritaria del Pd” ha commentato per il Pdl Gaetano Quagliarello.
Resta alto il livello di scontro politico anche in Campania, dove il presidente della regione, Antonio Bassolino, ha detto sì alle novità, ma ribadendo che lui non si sente affatto logoro. Piuttosto si considera uno che sta sul fronte, affronta i problemi, “butta il sangue” ogni giorno, mentre c’é chi giudica e parla. Un Bassolino che così ha replicato al vertice romano del Pd, che ha chiesto per la Campania, discontinuità e innovazione cominciando dalla scelta del candidato per le provinciali, per i quali si applicherà un codice etico, e poi con le primarie per il successore di Bassolino. Per il Comune di Napoli, invece, la strategia romana (mal digerita dal sindaco) sembra quella di un rimpasto con l’inserimento di molti nomi nuovi ma continuando a puntare sulla guida della Iervolino. I vertici del Pdl campano chiedono invece di tornare alle urne la prossima primavera, per votare a Napoli e alla Regione.
Si sta invece votando a Bologna, in queste ore, per le primarie del Pd, per designare il successore di Sergio Cofferati (che preferisce tornare a fare il papà a Genova) . In campo quattro esponenti di lungo corso della politica locale: Flavio Delbono, Virginio Merola, Maurizio Cevenini e Andrea Forlani. Le elezioni sono previste per il prossimo giugno.
Finiranno proprio il giorno di Natale i 30 giorni previsti dallo statuto della Sardegna per “raffreddare” la situazione politica, dopo le dimissioni del presidente Soru. La discussione in Consiglio è fissata per il 22-23 dicembre. Se dopo tale data, Soru non ritirerà le dimissioni, si avvierà la procedura di scioglimento del Consiglio, mentre le elezioni saranno fissate entro il 22 febbraio.
Ancora in alto mare anche la situazione in Basilicata, dopo le dimissioni, il 29 novembre scorso, dell’intera giunta dopo l’abbandono di un assessore del Pd in seguito alla pubblicazione di un’inchiesta giornalistica sul dissesto regionale.
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Dopo un mese di messaggi ostili recapitati a mezzo stampa e per interposta persona, Walter Veltroni e Massimo D’Alema si sono sentiti al telefono e hanno voluto che l’informazione trapelasse.
I due hanno si sono dati appuntamento per un colloquio a quattr’occhi questa mattina, prima della riunione del “caminetto” che affronterà il nodo della collocazione europea. Ma, soprattutto, D’Alema e Veltroni hanno deciso di diffondere una nota congiunta sulla questione morale, per dire a tutti che di fronte ad una vicenda che rischia di colpire duro il partito, anche le storiche rivalità passano in secondo piano.
Non che anche su questo punto siano mancati accenti differenti, nei giorni scorsi, con il segretario ad insistere molto sulla necessità di un “rinnovamento”. Ma di fronte alla portata della vicenda entrambi hanno ritenuto di serrare i ranghi e di farlo sapere a tutti. Tutti e due, raccontano, hanno concordato che non era possibile subire gli affondi della destra che ora si scopre giustizialista dopo aver invocato per anni il garantismo. Certo, il segretario ha insistito, come si legge anche nel comunicato congiunto diffuso, perché il Pd ribadisse l’intenzione continuare il rinnovamento, ma dopo aver chiarito che la questione morale “riguarda anche e soprattutto la destra”.
Nonostante, almeno esternamente, il fronte è comune, i nodi politici restano. Veltroni, assicurano i suoi, in direzione chiederà un voto sulla linea del Lingotto, quella che ha portato il partito fin qui. Il segretario tornerà a sollecitare eventuali perplessità sulla leadership e solo se qualcuno porrà questa questione si riaprirebbe l’ipotesi di una resa dei conti anticipata. Uno scenario che non sembra ormai più all’ordine del giorno. Quel che è certo, come spiegano nello stretto entourage dalemiano, è che il patto non annacquerà il confronto che si attende nella direzione del partito convocata per il 19 dicembre: D’Alema dovrebbe intervenire in direzione, facendo sentire la sua voce su molti temi, ponendo sì questioni politiche, ma senza chiedere la conta sulla leadership.
Intanto va in scena il ritrovo del “camineto” del Pd, iniziato stamane alle 08,30. Sul tavolo anche la collocazione europea in vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo. Attorno, tutti i big del partito, tranne Arturo Parisi che in una lettera alla Stampa spiega i motivi della sua assenza. Secondo il leader degli ulivisti la questione rilevante della collocazione europea va affrontata non in una sede ristretta ma nell’Assemblea nazionale del partito dove andrebbe condotto “un largo confronto sulla nostra idea di Europa”.
Mentre l’incontro era ancora in corso Massimo D’Alema, poco prima delle 10, ha lasciato il suo posto insieme a Giuliano Amato. Nessun giallo: i due hanno un impegno a Napoli con la Fondazione Italianieuropei. E comunque la linea messa a punto da Max e Walter, in un periodo di tensione, serve proprio a compattare tutto il partito anche perché i sondaggi degli ultimi giorni dimostrano che la questione da morale sta assumendo un carattere elettorale: fa perdere voti, simpatia e fiducia al popolo di centrosinistra.
Urge intervenire, quindi. E meglio farlo uniti. A cominciare dalle primarie di Firenze, per le quali la soluzione trovata sembra essere quella di sostituire la gara interna tra i quattro candidati democratici con primarie di coalizione e la scelta “dall’alto” di un candidato del Pd (Vannino Chiti il prescelto), ben più intricata appare la matassa napoletana.
Per quanto riguarda il caso partenopeo, Veltroni ha espresso il suo sostegno a Rosa Russo Iervolino ma non recede dall’idea che sia necessario un rilancio della giunta. E quindi ai vertici locali del partito chiede un “patto di fine consigliatura”, che vuol dire un rimpasto di giunta per ridare smalto all’immagine offuscata dell’amministrazione.
Non meno complessa, e più legata ai vertici del partito che alla periferia, è la soluzione del braccio di ferro, che dura dalla nascita del Pd, sulla collocazione europea del partito.
Argomento affrontato da Veltroni e D’Alema nella telefonata di ieri e nel colloquio di stamattina. I due si sarebbero trovati d’accordo sulla mediazione da proporre ai big del partito: nessun ingresso nel Pse, ma una soluzione che riconosca la specificità dei democratici italiani in un’alleanza con i socialisti europei. Soluzione della quale nei giorni scorsi Veltroni avrebbe parlato anche con Franco Marini, per il quale bisognerebbe lavorare a un gruppo europeo autonomo e poi fare un patto politico con il Pse.
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Discutine sul FORUM: “Gli “stravolgimenti” di D’Alema e Veltroni“
Esortati dal ministero della Funzione pubblica a raccogliere dati sulle consulenze, quelli dell’università di Firenze non hanno saputo resistere. Si vuole stanare chi farebbe uso disinvolto di incarichi interni ed esterni? Bene, qualcuno decide allora di assoldare quattro pazienti indefessi con il seguente incarico: “Inserimento dati per Funzione pubblica”. Vicenda che dà la misura di come ormai anche negli atenei il ricorso alle consulenze sia diventato discutibile prassi. A maggior ragione in un’università che ha accumulato un disavanzo di quasi 46 milioni di euro.
I motivi del dissesto sono la spesa per il personale e una gravosa campagna edilizia. Ma anche gli incarichi esterni non hanno aiutato. A Firenze, secondo il ministero, nel 2006 e nel 2007 sono stati 6.051. Moltissimo si è speso in disegni e planimetrie. Vedi l’ampliamento del polo biomedico a Careggi: tra progetto definitivo, piano di sicurezza, opere strutturali e indagine idrogeologica ci sono voluti 248mila euro. Caruccio anche il disegno dell’edificio delle biotecnologie di agraria: 60.840 euro. E quello di un’indefinita pista ciclabile: 44.331 euro.
Spulciando la lista, alcune perplessità vengono: come vanno classificate le due sculture di bronzo Atto muto, pagate 10 mila euro? Alla voce materiale didattico, forse. Dizione che potrebbe calzare anche per il restauro di “stoffe copte” (5 mila euro), per quello di papiri (altrettanti) o il recupero di “tessuti scolpiti” (3.500 euro). Poche incertezze invece sulle “attività amministrative”: la definizione non lascia scampo. Sono solo 160 nel polo biomedico, vanno da centinaia a decine di migliaia di euro. Eppure, il personale tecnico in quelle facoltà non è esiguo. Stesso discorso vale per l’assistenza e la manutenzione dei computer: in totale l’università ha speso 82 mila euro. Anche qui una postilla va fatta: per il Csiaf, il centro informatico dell’ateneo fiorentino, lavorano 80 dipendenti. Un po’di domande, in definitiva, vengono. I 10.200 euro per redigere i verbali “degli organi collegiali” potevano essere evitati? E i 9.604 spesi per riorganizzare un laboratorio di “cultura, stilismo e moda”?
Qualche dubbio sorge pure sull’insegnamento. Nell’ultimo anno, l’ateneo fiorentino ha pagato 473 conferenzieri: escludendo vacanze e festività, gli studenti si sono potuti godere quasi tre relatori al giorno. Offerta arricchita da un folto programma di seminari: 201 persone sono state pagate per tenere tavole rotonde e simposi. Sono tante? Dipende, se sono brave no. E una cosa va chiarita: spesso si parla di centinaia di euro a incarico. A volte però gli onorari sono più che rispettabili, forse troppo: 2.500 euro sono andati a un oncologo, 2.244 a un medico, 2.027 a un architetto. Curioso anche quanto accade con alcuni docenti esterni: a una professoressa di psicologia vengono corrisposti 25.210 euro. All’anno? Macché, l’incarico comincia il primo marzo e finisce il 15 maggio 2007. Stessa fortuna hanno avuto altri tre professori chiamati da facoltà umanistiche.
E le attività di ricerca? Tutti gli euro spesi per la causa sono benedetti, alcuni temi scelti lasciano però perplessi. “Indagini sul lessico tecnico dei muratori in Molise”: 2.180 euro. Ricerca “sulle cause del colore nelle pietre preziose”: 5 mila euro. Studi sulla mafia russa: quasi 10 mila euro.
Capitolo diverso è quello degli incarichi interni. Il dossier della Funzione pubblica ne riporta 2.060 tra il 2006 e il 2007. Tra questi ci sono molte consulenze tecniche assegnate dall’università ad alcuni suoi docenti: come i 67.600 euro pagati a un professore di progettazione architettonica. Tutto lecito, ci mancherebbe, ma era davvero il caso?
Diminuiscono i ricercatori. Si potrà dire: ognuno usa i soldi che gli passa lo Stato come meglio crede. Giusto, però Firenze ha sforato. Spende per il personale il 99,1 per cento di quanto le viene assegnato. I docenti, secondo il ministero, oggi sono 2.189: un numero cresciuto di poco negli ultimi anni. Magra consolazione: dal 2001 a oggi il costo dei loro stipendi è aumentato del 30 per cento, passando da 144 a 186 milioni. Cosa c’è che non quadra?
L’arcano lo svela Lucia Lazzerini, che a Firenze insegna filologia romanza: “Il numero dei ricercatori è diminuito notevolmente, mentre è cresciuto a dismisura quello di ordinari e associati” sostiene Lazzerini, curatrice del sito Ateneo pulito. “Questo ha significato retribuzioni più alte e porte sbarrate ai giovani. Tanti colleghi invocano soldi per la ricerca, ma sono stati i primi a bruciare queste risorse in nome del loro avanzamento di carriera”. A non far tornare i conti contribuisce anche l’aumento dei professori a contratto: le ultime stime parlano di 1.578 persone. Sommati ai docenti di ruolo si arriverebbe dunque a 3.968 dipendenti. Un numero enorme, anche se si hanno 63 mila studenti. “Magari alcuni incarichi saranno pure necessari” dice Giorgio Federici, che insegna costruzioni idrauliche ed è responsabile del sito Ateneo futuro. “Di sicuro però hanno contribuito a far aumentare la spesa per il personale” aggiunge.
Le cattedre convenzionate. Il numero dei professori si è ingrossato grazie anche alle cattedre cosiddette convenzionate, ormai diffuse in molte facoltà italiane. I soldi in questo caso non li mette inizialmente l’università, ma aziende private o altri enti pubblici. A una società interessa far istituire una cattedra? Basta finanziarla. Con questo sistema a Firenze sono arrivati aiuti, per esempio, dalla Federazione italiana della caccia o da industrie farmaceutiche come Serono e Sigma Tau. Benissimo, si penserà: i professori che crescono gratis sono un bengodi accademico. Non è proprio così: la sponsorizzazione dura solo qualche anno, dopo paga l’ateneo. “Sono cattedre create al motto del ‘tanto non costa niente’” precisa Federici, che due anni fa ha contrastato senza successo la terza rielezione del rettore, Augusto Marinelli. “Le aziende magari hanno interesse a finanziare materie in cui non è necessario avere insegnamenti. Così, dopo qualche anno, si pagano docenti inutili e costosi”.
A volte il meccanismo si inceppa ancora prima. Vedi il caso della società svizzera che doveva finanziare due posti a medicina. I soldi non sono mai arrivati. Nel mentre la Banca d’Italia segnalava l’azienda “per abusiva attività finanziaria”.
È andata male anche con il paesino di Alia, sulle Madonie. Il comune si era impegnato per un dottorato. In cambio aveva commissionato un’autocelebrativa ricerca dal titolo: “Alia: antropologia di una comunità dell’entroterra siciliano”. Denari mai visti, dice l’università, che si è dovuta accollare i costi. Conclusione: a Firenze, calcola Ateneo futuro, ci sono 63 cattedre convenzionate, 44 solo a medicina. Dove, tra quelli di ruolo e gli incaricati, si arriverebbe a 991 docenti: circa 5 per studente. “Ci sono fortissimi squilibri tra gli organici delle facoltà” attacca Maurizio Grassini, professore di econometria a scienze politiche. “Abbiamo usato male l’autonomia: al posto della ricerca è proliferata la politica delle promozioni interne”. Morale: tra una cosa e l’altra, l’università ha totalizzato un deficit ciclopico, con previsioni ancora più funeste. Unico dato sicuro è l’attuale disavanzo: circa 46 milioni di euro. Mentre quest’anno, assicura il rettore Marinelli, non supererà i 20 milioni.
Investimenti nell’edilizia. Di chi è la colpa del dissesto? C’è un personale sempre più costoso, va bene. Ma ha pesato anche l’investimento edilizio di Novoli, che oggi ospita scienze politiche, giurisprudenza ed economia. Costò 160 miliardi di lire: per pagarne la metà vennero accesi mutui piuttosto onerosi, che ancora pesano sui bilanci. A Novoli non si è davvero lesinato, soprattutto per i dipartimenti e gli uffici dei docenti, a cui si accede solo se muniti di apposita tessera magnetica da ritirare in portineria.
“Gli investimenti nell’edilizia erano necessari” sostiene Marinelli. “Così come l’aumento delle spese per il personale: gli avanzamenti di carriera li sollecitava anche il ministero”. Il rettore però ammette: “Forse non abbiamo fatto bene i conti, almeno però non abbiamo mai messo la polvere sotto il tappeto”. Ora l’università sta predisponendo un piano di rientro. “Sono sicuro che chiuderemo il 2009 in pareggio” annuncia Marinelli. “Abbiamo già venduto immobili per circa 90 milioni: beni inutilizzati o non funzionali. Ora andremo avanti”. L’università possiede terreni, case coloniche, palazzi. Sul mercato potrebbero finire una decina di proprietà. In qualche caso si tratta di investimenti tutt’altro che remunerativi. Come nel caso dell’azienda agricola di Montepaldi, dove l’ateneo produce olio e vino di qualità. Ora si sta studiando una compartecipazione pubblica. Ma la procedura deve ancora partire.
Mentre sono già state perfezionate le cessioni di altri pezzi del patrimonio. Il più pregiato è certamente Villa La Quiete: un antico convento abitato per anni dalle suore montalve dove visse Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima discendente della famiglia. La proprietà è stata venduta alla Regione Toscana per 45 milioni di euro: un’insperata sorsata di denaro per i conti dell’università. Solo 3 milioni però sono stati riscossi alla stipula dell’accordo. E il resto? Venti milioni arriveranno a breve, assicura il rettore. Il resto entro il 2009. C’è da sperarlo: l’ultima cosa di cui ha bisogno l’università sono tante comode rate.