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Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy sono d’accordo su tutto: sul nucleare, sulle infrastrutture, sulla politica europea (che va cambiata), sulla politica internazionale e perfino sulla vittoria di Ugo Cappellacci in Sardegna. Ma resta una grande e indissolubile frattura… culinaria. Tanto che Sarkozy durante la conferenza stampa con “l’amico Silviò” ha esclamato: “Il vero problema in Italia è che vi sedete a tavola dopo le 14.30”.
A parte la tavola, che da sempre divide il nostro Paese dai cugini transalpini, dunque la sintonia è pressochè totale tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy sugli argomenti affrontati oggi dal vertice bilaterale italo-francese a Villa Madama. Durante i colloqui Sarko ha fatto i complimenti al Cavaliere: “E’ una fortuna che tu sia in politica da 15 anni. Ed è un bene che tu sia amico di Putin, perché non so cosa vi siate detti, ma avete frenato l’escalation della crisi tra Georgia e Russia”. Prima di mangiare insieme, nella splendia Villa Madama, i due hanno svolto una conferenza stampa con l’atomo come aperitivo: “Dobbiamo svegliarci – ha detto Berlusconi – e costruire le centrali nucleari anche noi. E grazie al know how degli amici francesi risparmieremo anni e soldi”.
Insieme – e la cosa non potrà che fare rumore - i due leader europei hanno anche concordato sulla critica alle regole di funzionamento della Ue. “Le regole della Ue sono da cambiare perché, ha sottolineato il premier italiano in privato, sono del secolo scorso e inadatte ad affrontare la crisi economica”.
Parlando della crisi Berlusconi ha ribadito che le banche italiane non necessitano di alcuna nazionalizzazione “visto che sono solide”, ma nel mondo ci sono paesi “dove l’ipotesi della nazionalizzazione delle banche ha delle ragioni, delle frecce al proprio arco, dove le banche non fanno il loro dovere ovvero quello di non finanziare le imprese”.
Sarkozy ha anche proposto al premier “la creazione di battaglioni navali italo-francesi da tenere di stanza nel Mediterraneo”. E dopo l’ennesimo complimento sulla bravura di Berlusconi: “E poi i media dicono che non sei un professionista… Hai pure vinto le elezioni in Sardegna!”, il Cavaliere ricambia: “Caro Sarko, la guida del tuo semestre europeo è stata determinata e intelligente”.
Ma a quel punto si fanno le 14.30. La conferenza stampa finisce e il povero Nicolas, per di più senza Carla Bruni, deve scappare per andare al Quirinale all’incontro con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. A digiuno…
Il VIDEO servizio:
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Di Antonio Calitri
Né repressione dura e carcere contro gli imbrattatori di muri e monumenti né sostanziale impunità. Oggi c’è una terza via: writer col patentino, registrati e autorizzati dal Comune a colorare una parte dei muri cittadini. È la strada che ha deciso di seguire il Comune di Potenza per cercare di ridurre i danni senza calcare troppo la mano. E l’esperimento, previsto da un regolamento comunale di nove articoli, sembra funzionare.
“A Potenza, come in tanti comuni montani” spiega l’architetto Giancarlo Grano, responsabile dell’unità di qualità urbana del capoluogo della Basilicata e ideatore del progetto, “i muri abbondano, in particolare i muri di contenimento grigi in cemento armato. Abbiamo calcolato che in città ce ne sono per una lunghezza di circa 10 chilometri. Piuttosto che lasciarli tristi e grigi preferiamo che siano colorati. E anziché puntare sulla repressione preferiamo puntare sull’educazione”. Non si tratta di libertà di graffito, ma di regolamentazione. Chi vuole disegnare o scrivere uno slogan su un muro pubblico con la bomboletta spray deve seguire una trafila precisa. Anzitutto la richiesta del patentino, che vale tre anni e prevede la foto dell’”artista” e la sottoscrizione di un impegno a osservare le regole di decoro pubblico. L’assenso per i minorenni deve essere anche controfirmato dai genitori.
Poi, quando si ha voglia di disegnare qualcosa, si fa una richiesta al Comune presentando il bozzetto ideato, l’idea di massima del graffito, e indicando anche la parte di muro dove lo si vuole realizzare. “Non si tratta di un controllo né di un esame” continua l’architetto Grano “di solito autorizziamo tutti e non entriamo nel merito, a meno che non ci siano messaggi o disegni offensivi, pubblicitari o politici. Per il resto, piena libertà di espressione”. Con questa trovata in poco tempo a Potenza il registro dei writer ha raggiunto 120 iscritti, con un’età che va da 10 a 25 anni. Graffitari che a volte vengono ingaggiati dallo stesso Comune quando vuole che un nuovo muro o una parte di periferia venga colorata. In questo caso invita gli iscritti a farsi avanti e a presentare idee per abbellire la zona. E magari ci scappa qualche premio per i disegni più originali.
Con questa trovata, gli atti di del centro storico, dei muri privati e di monumenti si sono ridotti di molto, stimano in Comune, anche se non sono spariti.
Ma anche per i muri destinati ai writer sono previste sanzioni salate. Chi è sprovvisto di patentino rischia una multa di 103 euro. Una bella cifra per un ragazzo, ma nulla in confronto al rischio di essere sorpreso a imbrattare il centro storico: qui la multa può raggiungere 2.800 euro. E mentre Potenza si arricchisce di nuovi colori, il patentino è diventato anche un nuovo status symbol tra i giovanissimi della città.
Il governo contro i graffitari: “Reato penale per chi imbratta i muri”. Siete d’accordo?
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Firme false all’Assemblea regionale siciliana, deputati fantasma che incassano gettoni senza presenziare le riunioni. È questo ciò che emerge da un’indagine voluta dal presidente dell’Assemblea isolana, Gianfranco Miccichè, che ha deciso di dire basta alla proliferazione di firme false da parte degli onorevoli siciliani. Una legge regionale del 2000 prevede infatti l’obbligo di firma (e di presenza) per ottenere il gettone da 125 euro previsto per la partecipazione di ogni singolo deputato.
Fatta la norma, trovato l’inganno: i deputati, che non ne volevano sapere di restare troppo tempo in aula, si sono improvvisati abili falsificatori di firme per contraffare il registro presenze, come dei novelli studenti universitari fuori corso.
L’apice è stato raggiunto nella seduta del 5 dicembre 2006. Si votava una norma in favore del personale degli enti fieristici: i rappresentanti regionali in aula erano 47, il registro delle presenze superava quota settanta (per la cronaca, i deputati dell’Ars sicula sono 90). E la lista avrebbe potuto essere ancora più lunga, se non fosse che un decreto firmato il 29 novembre 2006 prevede che la presenza di capigruppo, assessori e membri del consiglio di presidenza non sia conteggiata nel quorum, e quindi non sia riscontrabile statisticamente.
Per evitare l’assenteismo, Miccichè ha detto (tramite comunicato stampa e un intervento sul suo blog) di voler cambiare metodo: da ora in avanti le presenze “dovranno essere attestate dalla partecipazione ad almeno due terzi delle votazioni elettroniche”. Resta da capire cosa faranno i deputati: se non convinceranno la presidenza, l’amarcord universitario, con tanto di firme false, rischierebbe persino di infrangersi. E con esso, anche una lauta parte del proprio stipendio.
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Chi ha paura del referendum? L’aggressione al chiosco (qui l’elenco) di Mario Segni a margine del concertone romano del primo maggio in piazza San Giovanni (insulti, spintoni, 200 schede firmate distrutte, grida “fuori da qui, non è il tuo posto” da parte - pare - di militanti di Rifondazione comunista) segue di poche ore le dimissioni del giudice costituzionale Romano Vaccarella.
Ed il modo molto interventista con cui esponenti istituzionali e del governo non irrilevanti, in testa il presidente della Camera Fausto Bertinotti e il ministro della Giustizia Clemente Mastella, si occupano e parlano della vicenda.
Riepiloghiamo in sintesi. Il 24 aprile ha preso il via la raccolta firme del referendum di riforma delle legge elettorale. Alcuni partiti, soprattutto nel centrosinistra, sono decisamente contrari perché le modifiche farebbero perdere gran parte del loro potere. Tra ottobre e gennaio la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sulla legittimità dei quesiti, ed è su questo punto che sono intervenuti vari esponenti dell’Unione. Il sottosegretario alle Riforme istituzionali - cioè il vice di Vannino Chiti, che sta cercando una soluzione parlamentare - Paolo Naccarato che si definisce “indipendente cossighiano” prevede che la Consulta darà lo stop al referendum “perché sensibile alla politica”. Il ministro verde Alfonso Pecoraro Scanio afferma che la Corte “baluardo della democrazia” giudicherà i quesiti incostituzionali. Mastella si sbilancia per il no “da tifoso”. Altri commenti dello stesso tenore, sia pure più sfumati, vengono attribuiti a Bertinotti.
Vaccarella, nominato in quota centrodestra, si dimette denunciando le pressioni; poi precisa che il suo gesto “non è legato alle opinioni di chicchessia”. A questo punto, anziché calmare le acque e scongiurare un conflitto istituzionale, Romano Prodi attacca Vaccarella definendo “incomprensibili” le dimissioni. Antonio Di Pietro gli dà del simulatore: “E’ come quegli attaccanti che si buttano per terra per farsi assegnare il rigore”.
Tra ingerenze, critiche e contrattacchi interessati o strumentali, una cosa è chiara: molti hanno paura del referendum. I partiti piccoli perché, appunto, toglie loro potere. E quelli maggiori perché preferiscono trattare la cosa ai tavoli della politica. Oltre al comitato referendario, l’unica difesa convinta è finora giunta dall’ex segretario radicale Daniele Capezzone: per l’appunto un cane sciolto.