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Flavio-Tosi

Verona, pugno duro e 500 euro di multa per chi va a prostitute

Una prostituta in strada

Conto salatissimo per i clienti delle prostitute veronesi: chi venisse sorpreso appartato per strada per fare sesso a pagamento rischia infatti una multa di 500 euro. La pena pecuniaria massima consentita dalle nuove norme del decreto sicurezza che danno più potere ai sindaci. E quello di Verona, il leghista Flavio Tosi, non si è lasciato sfuggire l’occasione:”In questo caso” spiega “abbiamo deciso di applicare la sanzione massima di 500 euro per la violazione dell’ordinanza antiprostituzione: un deterrente ben più forte dei 36 euro per intralcio alla circolazione previsti dal codice della strada al quale finora i sindaci erano tenuti a richiamare le proprie ordinanze”.

Nel mirino la prostituzione di strada, quindi. Per una volta non solo dal lato dell’offerta, ma anche e soprattutto della domanda. “Chi contratta prestazioni sessuali alimenta un racket criminale che riduce in schiavitù le donne” dice l’ordinanza, che si propone di colpire soprattutto “il degrado e il disturbo causato ai cittadini”. Ma non ci sono solo clienti e “belle di notte” tra gli obiettivi del sindaco veronese. Anche chi beve alcolici per strada fuori dai locali (multe a partire da 100 euro), chi compie “atti contrari al pubblico decoro” (gettare rifiuti solidi al di fuori dei contenitori, bivaccare o sistemare giacigli, passeggiare a torso nudo) che rischiano fino a 50 euro di sanzione.

Non poteva mancare la multa anti accattonaggio, già stabilita in altri comuni, contro cui si era espressa la Chiesa dalle colonne di Avvenire.

Nomadi, per la Cassazione è legittimo discriminarli se sono ladri

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Non considerare reato le iniziative politiche che hanno come obiettivo i comportamenti illegali di appartenenti alle minoranze etniche e non le etnie di per sé: è l’indicazione della Cassazione che accoglie il ricorso del sindaco di Verona, Flavio Tosi, entrato al ‘Palazzaccio’ con una condanna a due mesi di reclusione per “propaganda di idee discriminatorie” e uscito con l’annullamento del verdetto per nuovo esame.
In particolare, la Suprema Corte osserva che quando si tratta di “temi caldi come quello della sicurezza dei cittadini” bisogna fare attenzione a non accusare i politici di commettere incitamento all’odio razziale quando intendono prendere iniziative discriminatorie non in nome della diversità razziale ma a fronte dei “comportamenti criminali” di soggetti di determinati gruppi.

Tosi, insieme ad altri quattro leghisti (Matteo Bragantini, Lucio Coletto, Enrico Corsi e Maurizio Filippi) era stato rinviato a giudizio dal pubblico ministero veronese Guido Papalia per essere stato promotore di una petizione nella quale si chiedeva “lo sgombero immediato di tutti i campi nomadi abusivi e provvisori e che l’amministrazione non realizzi nessun nuovo insediamento nel territorio comunale”. La raccolta di firme era stata pubblicizzata da manifesti con su scritto “no ai campi nomadi, firma anche tu per mandare via gli zingari”.

A carico di Tosi, all’epoca (2001) capogruppo regionale della Lega, e a riprova della volontà discriminatoria erano state considerate anche le parole da lui pronunciate: “Gli zingari” aveva detto “dovevano essere mandati via perché dove arrivavano c’erano furti”. Ma “la discriminazione” avverte la Suprema Corte “si deve fondare sulla qualità del soggetto (nero, zingaro, ebreo ecc) e non sui comportamenti. La discriminazione per l’altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l’altrui criminosità. In definitiva un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso”.

“Prendere le impronte digitali ai minori dei campi rom per evitare fenomeni come l’accattonaggio”. Siete d’accordo con il piano del ministro Maroni?

Aggressione di Verona, lo scontro diventa politico

Il segretario del Pd Walter Veltroni parla di una “brutale aggressione di tipo neofascista che non può e non deve essere sottovalutata”; il sindaco di Verona Flavio Tosi puntualizza che la sua città non è, “fascista, né è neofascista la stragrande maggioranza dei veronesi”. La polemica politica, e nella società civile, sull’aggressione a Nicola Tommasoli da parte di giovani estremisti di destra ripropone il delicato problema della sicurezza ma, stavolta, senza prendere di mira i temi dell’immigrazione.
Ad essere messa sotto la lente d’ingrandimento, in questo caso, non è la gestione degli extracomunitari, non è la politica degli ingressi nel nostro paese, non è il comportamento di alcuni stranieri, ma sono degli “atti di bullismo” di giovani connazionali che hanno massacrato di botte un coetaneo “reo” di aver negato loro una sigaretta.
Tant’è che il Vescovo della città scaligera, monsignor Giuseppe Zenti, concentra il suo ragionamento sulla “superficialità e la banalizzazione della vita in certi giovani”. Da qui la domanda se “una sigaretta” valga più dell’ esistenza di un essere umano. Monsignor Zenti è convinto che Verona non abbia una vocazione alla violenza. Ma esorta gli educatori a sedersi attorno ad un tavolo per spiegare ai ragazzi che “la vita vale più di ogni altra cosa”.
Lo stesso sindaco prende di mira la debolezza del sistema giudiziario, non per colpa dei singoli magistrati, rimarcando come ci potrebbe essere un ruolo educativo semplicemente punendo il bullismo giovanile, in certi casi anche con pochi giorni di carcere.
Contro la matrice neofascista dell’aggressione a Tommasoli puntano il dito anche il ministro (uscente) Paolo Ferrero e il consigliere veneto del Pdci, Nicola Atalmi. Il responsabile del dicastero della solidarietà sociale si spinge oltre nell’analisi chiedendo alle forze politiche e gli amministratori del nordest,”che hanno lanciato campagne securitarie e discriminatorie nei confronti degli immigrati e dei diversi, di ragionare sugli effetti della loro propaganda e della loro azione”. Quindi l’appello: “Prima che sia troppo tardi sarebbe bene che le destre populiste aprissero una riflessione sui frutti della loro propaganda”.

Il neosindaco leghista di Verona, Tosi: el leon non magnarà el teròn

Flavio Tosi,  neosindaco leghista di Verona
“Sono nato a Verona, dove abito tuttora, il 18 giugno 1969″ così si racconta Flavio Tosi sul suo sito. “La politica è la mia passione da sempre: iscritto alla Lega nord-Liga veneta sin dall’inizio del 1991, nel 1994 sono stato eletto consigliere comunale a Verona: da allora e fino a oggi sono sempre stato capogruppo per il mio partito. Dal 1997 al 2003 ho ricoperto il ruolo di segretario provinciale della Lega nord-Liga veneta: questo incarico mi ha reso particolarmente orgoglioso, perché ho potuto esprimermi all’interno del partito in cui sono nato e che mi ha dato tanto. Nell’aprile del 2000 sono stato eletto consigliere regionale, e rieletto alle ultime votazioni del 2005, con il record assoluto di preferenze tra tutti i candidati, cosa che mi ha riempito di orgoglio e di affetto verso chi mi ha sostenuto. Da due anni sono assessore regionale alla Sanità”

Adesso che è diventato sindaco girerà ancora col leone al guinzaglio dicendo “El leon magna el teròn”?
Intanto non era un leone ma un tigrotto. Lo avevamo portato alla conferenza stampa in comune per promuovere il Circo padano che girava per le città del Nord. E poi non ho mai detto che mangiava il terrone. Piuttosto ho rischiato che mangiasse me.
Ha vinto con un plebiscito, più del 60 per cento dei voti. Siete forti voi o inesistenti gli altri?
Forti noi. La sinistra sta sulla luna, non affronta i problemi. Parla in politichese: si sono totalmente imborghesiti e cianciano nei salotti. Ma lo sanno o no che gli operai hanno votato per noi della Lega?
Pensare che Forza Italia e Udc non la volevano. Il governatore Giancarlo Galan ha dato ai suoi dei “coglioni”.
Forza Italia ha delle divisioni interne fortissime, il partito a Verona è retto da un direttorio, dunque nessuno decide mai niente. Meglio per me: se loro avessero espresso un candidato forte, forse a quest’ora non sarei il nuovo sindaco.
Scusi, ma lei si considera un leghista di lotta o di governo?
Tutti e due. In Veneto di governo, visto che per due anni ho fatto l’assessore regionale alla Sanità. Ma con Roma sono in lotta perenne, sia quando governiamo noi e tanto più adesso che governano loro. Roma è sempre e comunque un problema.
Per capirci, tendenza Maroni o tendenza Borghezio?
Vado d’accordo e ho uno splendido rapporto con entrambi. E poi sono tutti e due avvocati.
Per un amministratore leghista in Veneto il mito resta sempre Giancarlo Gentilini, il sindaco sceriffo?
Certo, oggi Treviso grazie a Gentilini è diventata una bomboniera pulita, ordinata, e con un grande senso civico. Un modello da seguire
Perciò anche lei toglierà le panchine per non far sdraiare gli extracomunitari?
No, ma la sicurezza e la pulizia sono priorità, e alcune misure immediate si possono prendere. Poi dobbiamo decidere cosa fare di alcuni grandi spazi dismessi. E farò sgomberare il centro sociale: l’ho detto in campagna elettorale e manterrò la parola.
Mi tolga una curiosità: chi è l’esponente del centrosinistra che ha detto a Roberto Maroni che lei è un nazista?
Paolo Ferrero, il ministro di Rifondazione. Gli ha detto: ma lo sai che a Verona avete eletto un sindaco nazista? Cosa vuole, questi hanno perso il contatto con la realtà. Non a caso in città moltissimi elettori di centrosinistra hanno votato la mia lista civica, che per la verità ha rubato un bel po’ di voti anche a Forza Italia.
Federalista o secessionista autonomista?
Io sono uno pragmatico. L’obiettivo è ovviamente quello dell’autonomia fiscale. Poi, vista l’aria che tira a Roma, la via per arrivarci purtroppo si traduce soltanto in qualche timida riforma federalista.
L’Unione si è fermata al 33 per cento, dopo aver governato Verona gli ultimi cinque anni. Dove hanno sbagliato?
Sono stati cinque anni chiusi nel palazzo, convinti di avere sempre ragione su tutto. Noi invece stiamo in mezzo alla gente, ci siamo dati come metodo l’obbligo di rispondere a tutte le richieste. E si governa fuori, non dentro il palazzo.

All’arena di Verona le prove generali del Polo unito

(Credits: el mostrito, flickr)
Verona ombelico della politica italiana? Senza nulla togliere a questa bella città veneta (250.000 abitanti, la più ricca della regione), sembra impossibile. Ma è così.
Per due motivi. Primo: è uno dei capoluoghi interessati dalle prossime amministrative, ed è tra quelli in cui il centrodestra punta a strappare al centrosinistra la poltrona di sindaco. Anzi, essendo Genova fuori tiro, è la più importante delle città dove il blitz è possibile. Secondo motivo: a Verona si misurano le grandi manovre della Cdl, dopo lo strappo dell’Udc sul voto per l’Afghanistan.
Insomma, a seconda di come andrà a finire si capiranno molte cose: da quante residue possibilità hanno Silvio Berlusconi e alleati dare a Romano Prodi la famosa spallata, fino alle probabilità che Pier Ferdinando Casini torni all’ovile oppure molli del tutto gli ormeggi dalla Cdl puntando ad un nuovo centro. Da tempo l’Udc ha candidato per la poltrona a sindaco Alfredo Meocci, ex direttore generale della Rai. Amico personale di Casini, ma voluto a viale Mazzini anche da Berlusconi. Meocci a Verona non è popolarissimo, nonostante abbia un lontano trascorso di portiere del Chievo, una lista “beautiful” pronto a sostenerlo (primo ingresso, la cantante Ivana Spagna) ed una dichiarata acuta nostalgia per le rive dell’Adige. La Lega però ha schierato un proprio uomo, Flavio Tosi, assessore regionale alla Sanità con 28 mila preferenze, tifoso del Verona. Un personaggio politicamente molto forte.
L’Unione ripropone il sindaco uscente Paolo Zanotto. Un sondaggio Swg del 12 febbraio ha misurato la popolarità di quattro possibili candidati di centrodestra: Meocci, Tosi, Pieralfonso Fratta Pasini e Massimo Ferro: gli ultimi due di Forza Italia. Tra tutti gli elettori, destra e sinistra, Tosi è conosciuto dall’81%, Meocci dal 69. Gli altri due seguono con percentuali minori. In caso di confronto con Zanotto, Tosi vincerebbe al primo turno 49 a 42; Meocci perderebbe 44 a 46. Certo, c’è sempre il secondo turno: così se la Cdl non trovasse l’accordo e si presentassero in tre, Zanotto otterrebbe il 42%, Meocci il 27 e Tosi il 26. Ma questo a condizione che con l’ex dg della Rai si schierassero Udc, Forza Italia e An. Il partito di Gianfranco Fini, invece, sta convergendo sul candidato leghista.
E Berlusconi? È incerto. Meocci è considerato anche un suo uomo. E c’è l’esigenza di recuperare l’Udc. Ma le ragioni della Lega sono altrettanto forti: se il centrodestra si presenterà diviso, Umberto Bossi minaccia il boicottaggio al secondo turno.
E l’umore politico generale in città com’è? L’Ispo (Istituto di Studi sulla Pubblica Opinione) di Milano, diretto dal Professor Renato Mannheimer, a febbraio aveva misurato una netta propensione per il centrodestra: 41% a 33. Ancora più ampio il margine, sempre a febbraio, per la Swg: 54 a 42,5. Ora però secondo lo stesso Ispo, con il centrodestra frantumato, la situazione si sarebbe capovoltà a vantaggio dell’Unione. Insomma: una città bianca che la Cdl potrebbe regalare agli avversari: è già capitato in passato, proprio da queste parti.

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