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Dopo il Cavaliere? Solo il Cavaliere.
Non c’è spazio per nessun altro: “Berlusconi è lì, è il leader del Pdl, non c’è nessuna guerra e nessuna successione”. Anche perché il premier in fatto di appeal sta andando a gonfie vele: “ha fatto ciò che aveva promesso”, e il gradimento dell’opinione pubblica è “al 63,8% mentre quello del governo è poco sotto il 60%”.
Lo dice Paolo Bonaiuti, in un’intervista a Il Tempo. Il sottosegretario alla presidenza e portavoce di Silvio Berlusconi frena anche sull’apertura che Gianfranco Rotondi ha rivolto all’Udc di Casini: “Porte aperte a tutti” dice “ma mi sembra un gelatone di Ferragosto che si squaglia al sole. Il dibattito” conclude “sarà finito tra qualche giorno”.
Le questioni economiche e le riforme “sono entrambi temi sui quali sarebbe più che logico dialogare. Noi avevamo creduto che il Pd sarebbe stato quello che Veltroni aveva disegnato al Lingotto di Torino, ci eravamo illusi che fosse quello delle promesse elettorali”, afferma Bonaiuti. E invece, continua Bonaiuti: “Veltroni si è messo a rincorrere Di Pietro sulla strada del giustizialismo che si è conclusa con il grande scivolone di piazza Navona”.
Il portavoce del premier spiega che i temi economici saranno nell’agenda del governo alla ripresa dell’attività, a settembre: annuncia che l’esecutivo “combatterà l’inflazione” e sottolinea che “il sostegno ai redditi fissi, quello dei dipendenti, dei pensionati, soprattutto delle fasce più deboli sarà l’obiettivo fisso del governo nei prossimi mesi”. Ma su queste questioni, continua, servirebbe “un diverso atteggiamento dell’opposizione”.
“Di fronte a una crisi mondiale” dice “oppositori come Bersani sparano a zero sulla manovra del governo che per tre anni non metterà le mani nelle tasche dei cittadini e si limiterà a tagliare spese inutili, sprechi e privilegi. E il leader della Cgil Epifani lancia addirittura la mobilitazione. Possono protestare, è un loro diritto. Ma dall’opposizione mi aspetterei un altro atteggiamento”, ovvero che “si dialogasse, si discutesse e magari si cercassero insieme le soluzioni giuste per il paese”.
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“Non c’è nessuna sfida o contrasto con la Lega”. E ancora: “La riforma federalista è anche un nostro progetto”. Insomma, sia il federalismo sia la riforma della giustizia saranno presentati contestualmente a settembre: “simil stabunt…“, rassicura Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza stampa a margine di un convegno organizzato dalla fondazione Medidea. Per il premier ci sarà una procedura parallela, e cioè, “in una Camera si discuterà il progetto del federalismo fiscale, nell’altra contestualmente la riforma della giustizia”.
Messaggio chiaro per assicurare alla Lega che non ci saranno “strappi” su queste materie e l’alleanza resterà salda. Messaggio chiaro anche per chi, mettendo il dito sulle priorità dei lavori del governo, presagiva una rottura tra Carroccio e Pdl: “Ho parlato ieri sera con Bossi” spiega il premier “non c’è alcun contrasto”. “La Lega ha nei primi punti del suo programma il federalismo che è un progetto anche nostro. Il federalismo fiscale non è un biglietto che paghiamo alla Lega per la tenuta della nostra coalizione perché siamo anche noi convinti” della necessità che il federalismo sia realizzato. “Abbiamo tuttavia, noi come governo e in particolare come Pdl, la riforma della giustizia come progetto prioritario e quindi l’accordo con la Lega è che simul stabunt e che quindi le porteremo avanti insieme”.
“Metteremo in campo uno studio approfondito” ha concluso “per quanto riguarda la riforma della giustizia che presenteremo a settembre e lavoreremo da qui a settembre per preparare un progetto che possa essere sottoposto all’esame e alla votazione del parlamento”. Dove non figurerebbe però l’immunità parlamentare. “Non l’ho mai citata”, garantisce il presidente del Consiglio, convinto che sia giusto “non fare oggi ciò che non hai fatto ieri”.
Poi tocca altri temi, il premier. A cominciare da quello del suo rapporto con al magistratura. “Io ho fiducia nella magistratura” ma vengo spesso “attaccato e aggredito” da certi giudici, ribadisce. “Sono stato processato 17 volte ed assolto per 17 volte”. Aggiunge il presidente del Consiglio: “Non sono io ad attaccare, non c’è una guerra aperta e continuativa. Ho una grande fiducia nei magistrati. L’ho detto più volte. Ma sono spesso aggredito”. Poi precisa il significato delle sue parole sul caso Del Turco per le quali era stato subito attaccato dall’opposizione: “Non ho mai usato la parola teorema per esprimere un giudizio su quanto avvenuto in Abruzzo”, ma “ho semplicemente parlato dei teoremi accusatori” nei miei confronti da parte di alcuni magistrati che poi si sono dimostrati inesistenti.
E dopo aver spiegato perché il governo ha messo la fiducia sulla manovra (”evitate le manovre delle lobby”), Berlusconi parla dell’emergenza petrolio che riguarda l’Italia e l’Occidente. “Il prezzo del greggio è aumentato a livelli assolutamente insostenibili: questa è l’emergenza odierna da risolvere…”. Il caro-petrolio penalizza industria, commercio, famiglie (con un aggravio di mille euro all’anno, calcola) e il premier spiega che agirà come “ufficiale di collegamento” tra i paesi Opec produttori del greggio e l’Occidente perché “serve un immediato incontro tra i paesi produttori e quelli consumatori”.
“Cosa fare di fronte a questo aumento del prezzo?, si chiede. “C’è grande incertezza. Anche perché ho riscontrato una certa carenza di leadership a livello europeo. Soprattutto con la dipartita di leader come Putin, Blair, Chirac, Aznar, Scheroeder. Tutte queste alte personalità non hanno trovato sostituzioni pregnanti”.
Per Alitalia la “soluzione è possibile e vicina”, e sono “personalmente convinto che in tempi abbastanza brevi presenteremo una nuova compagnia con un piano industriale che le consentirà di tornare in attivo”, ha detto Silvio Berlusconi sottolineando che il governo “dovrà dire di no ad alcuni imprenditori, perché in troppi si sono presentati per partecipare al rilancio di Alitalia”.
Il VIDEO servizio:
È finito il dialogo. Il dialogo, che addirittura il Santo Padre aveva lodato, è finito lunedì 16 giugno. Ed è finito sulla giustizia. Il leader del Pd, Walter Veltroni, ieri aveva minacciato che se il governo non avesse cambiato rotta su quelle che l’opposizione considera le “leggi ad personam”, la stagione di confronto con il Cavaliere sarebbe terminata. E in serata è arrivata, a sorpresa, la stoccata da parte del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Che ha reso pubblica una lettera inviata al presidente del Senato Renato Schifani. Una lettera durissima, che rompe gli indugi e replica alle critiche dell’opposizione sul pacchetto sicurezza e alla cosiddetta norma stoppa processi su cui nella giornata di ieri era stato annunciato l’emendamento Berseli/Vizzini dove veniva fissato il limite di 10 anni di pena detentiva e la data del 31/6/2002 come discriminante per la sospensione dei processi in corso. E quindi tutti i processi relativi ai casi in oggetto “vengono sospesi per un anno”, salvo che “non sia l’imputato a chiedere al presidente del tribunale che il suo processo non venga sospeso”.
Berlusconi nel testo diffuso da palazzo Chigi spiega che è “indispensabile introdurre anche nel nostro Paese quella norma di civiltà giuridica e di equilibrato assetto dei poteri che tutela le alte cariche dello Stato e degli organi costituzionali, sospendendo i processi e la relativa prescrizione per la loro durata in carica. Questa norma è già stata riconosciuta come condivisibile in termini di principio anche dalla nostra Corte Costituzionale”.
E ancora. Berlusconi ha anche lanciato un nuovo anatema contro la magistratura ‘di estrema sinistra’ rea di aver ‘inventato molti fantasiosi processi’ contro di lui. Come quello milanese ancora in corso, per il quale il premier fa sapere che ricuserà il presidente del Tribunale di Milano Elisabetta Gandus. Non solo. Berlusconi annuncia che porterà gli emendamenti presentati dai relatori al decreto sicurezza in Consiglio dei ministri, perchè tutto il governo li approvi compatto.
Insomma Berlusconi ha riaperto la guerra contro le toghe rosse e contro chi lo rimprovera di promuovere leggi ad personam. “Vogliono la mia fine, ma io non lo permetterò” è stata la parola d’ordine con la quale il presidente del Consiglio è tornato in trincea. Da qui la decisione di presentare un emendamento al decreto sicurezza che consente di bloccare i processi meno gravi per un anno. Primo atto per arrivare al vero obiettivo: una legge che ricalchi il cosiddetto lodo Schifani che “congela” i procedimenti per le alte cariche dello Stato per tutto il periodo del loro mandato.
“Secondo l’opposizione” continua la lettera di Berlusconi al presidente del Senato “l’emendamento presentato dai due relatori, che è un provvedimento di legge a favore di tutta la collettività, non dovrebbe essere approvato solo perchè si applicherebbe anche ad un processo nel quale sono ingiustamente e incredibilmente coinvolto”. E ciò, non ha dubbi Berlusconi, “non ha eguali nel mondo occidentale”.
Parla chiaro il capo del governo e dice di essere stato “aggredito” da infiniti processi “che mi hanno gravato di enormi costi umani ed economici” e che la norma “di civiltà giuridica e di equilibrato assetto dei poteri che tutela le alte cariche dello Stato” deve essere portata avanti e difesa ad ogni costo.
Ovviamente si scatena la reazione dell’opposizione. In prima fila Antonio Di Pietro. “Berlusconi è allergico alla giustizia” accusa l’ex magistrato che parla di “ennesima furbata”. Critico pure il leader Udc, Pier Ferdinando Casini che si augura il ritiro da parte del governo di tutte le norme incriminate. In queste condizioni, difficile sostenere che il dialogo non sia finito…

Quanto durerà? E a che cosa mira? Il dialogo - è presto per parlare di idillio - tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni cela, secondo alcuni, l’obiettivo del premier di salire un giorno al Quirinale, e nell’immediato di garantirsi un’opposizione di comodo.
Forse c’è anche questo, ma è una lettura parziale e riduttiva. L’elezione al Colle, come sanno gli esperti, è la più insidiosa che ci sia, non può essere preparata in anticipo, figuriamoci di anni. Quanto “all’opposizione di sua maestà”, impossibile in politica pianificare a tavolino i comportamenti di partiti così complessi com’è adesso il Pd.
Dunque le risposte vanno cercate altrove. In termini più immediati e concreti, il pranzo di domani tra Berlusconi e Veltroni, e gli incontri successivi a cadenza regolare che sono stati annunciati, mirano, per il governo, a garantirsi un margine di manovra e di velocità nell’approvazione di alcune leggi, a cominciare dalla Finanziaria 2009. Proporre all’opposizione un contingentamento dei tempi in cambio di garanzie precise (la presidenza delle commissioni di controllo, l’informazione in anticipo sui contenuti dei provvedimenti più importanti, il recepimento senza pregiudiziale di alcuni emendamenti, oltre che la fine dell’estenuante guerra sulla Rai) dovrebbe dare al governo la stabilità di cui ha bisogno in tempi non facili, soprattutto per l’economia mondiale. Dovrebbe, inoltre, offrire un supporto in più nei confronti dell’Unione europea, che sta diventando il vero osso duro per tutti i governi d’Europa.
I benefici per il Pd sarebbero altrettanto ovvi. Sul piano pratico, prima ancora che politico, i suoi esponenti ed il suo leader verrebbero coinvolti nel processo decisionale. Una cosa che facilita senz’altro la traversata nel deserto successiva a tutte le sconfitte. Anzi, forse farebbe addirittura scomparire il deserto stesso.
Sul terreno politico le cose stanno in termini più vaghi ma non meno interessanti. La vittoria di Berlusconi e la sconfitta di Veltroni, entrambe al di là delle aspettative, hanno un punto in comune: il desiderio di bipartitismo degli elettori. Lo dimostrano non solo la scomparsa dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, ma anche il ruolo marginale a cui è relegato l’Udc, e l’opposizione mediaticamente vivace, ma numericamente (per ora) sterile, che ha deciso di fare l’Idv di Antonio Di Pietro.
Il bipartitismo di fatto, che qualcuno con un eccesso di entusiasmo ha già ribattezzato Terza Repubblica, stabilizza sia la leadership del capo del governo, il cui ruolo di capo anche della maggioranza non può più essere messo in discussione; ma anche la leadership del segretario del Pd. Veltroni ha scricchiolato a lungo, tanto più dopo la débâcle di Roma. Nel suo partito si riorganizza la vecchia fronda di Massimo D’Alema.
Essere riconosciuto come sponda e interlocutore unico dal governo, addirittura prevedere per lui e per il suo governo ombra una sorta di istituzionalizzazione all’inglese, gli garantisce che, almeno dall’esterno, non solo non gli verranno manovre e trabocchetti, ma anzi aiuti e riconoscimenti.
Tutto ciò ha poco a che fare con l’inciucio o con il consociativismo denunciato da Antonio Di Pietro (che logicamente fa il proprio lavoro). Anche se non c’è da entusiasmarsi più di tanto. Il clima è più civile, e da un rispetto reciproco tra governo e opposizione, e dal rafforzamento di entrambi, abbiamo tutti da guadagnare. Ma senza una vera riforma delle regole istituzionali resteremo solo alle buone intenzioni. Soltanto quando verranno modificati i regolamenti parlamentari per evitare, per esempio, il proliferare di gruppi e gruppuscoli nel corso della legislatura (basta garantire il finanziamento pubblico solo alle sigle che si sono presentate alle elezioni), se verrà introdotta una soglia di sbarramento anche per le elezioni europee, se infine si definirà uno status giuridico per l’opposizione e per i suoi eventuali ministri ombra, si potrà davvero parlare di Terza Repubblica.
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![[i]19 Novembre 2007[/i] - Conferenza stampa di Silvio Berlusconi per presentare la sua nuova formazione politica.<br /> [i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-novembre/berlu-fatte/normal_berlu11.jpg)
E dopo la conquista, con margine amplissimo, della fiducia degli italiani il 13 aprile, dopo la vittoria di Gianni Alemanno sul “modello romano” di Walter Veltroni e Francesco Rutelli del 27, inizia la settimana decisiva per la formazione del nuovo governo. Silvio Berlusconi ha trascorso a Milano l’ennesima giornata di lavoro alle prese con una laboriosa definizione della lista dei ministri. E la ferma presa di posizione di Alleanza Nazionale sull’incarico alla guida del Welfare: dicastero che anche oggi il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha rivendicato con forza per il suo partito.
Il Cavaliere va avanti con cautela, non commenta la partita in corso per la definizione dell’Esecutivo. E, alle insistenze dei cronisti che lo intercettano allo Stadio di San Siro al termine del derby Milan-Inter, risponde con una battuta: “Non mischiamo il sacro con il profano”, replica sorridendo, dopo aver risposto ad un fuoco di fila di domande sulla vittoria dei rossoneri. Entro mercoledì il premier in pectore potrebbe ricevere l’incarico dal Capo dello Stato e, al più tardi, sabato 10 maggio, dovrebbe giurare insieme ai suoi ministri nel Salone delle Feste del Quirinale. Anche se sulla composizione della squadra, rimane ancora qualche incognita: se non tutto, molto ruota intorno alla figura del titolare del ministero del Welfare: ormai, dopo aver sancito l’accordo con la Lega Nord, si tratta di una partita tutta interna al Pdl, tra Forza Italia e Via della Scrofa.
Un nodo ancora aperto che potrebbe portare, nel caso dovesse proseguire la situazione di stallo, ad uno spacchettamento che interesserebbe il Lavoro, la solidarietà sociale e la salute. Per il ministero di Via Arenula (quello della Giustizia) restano alte le quotazioni di Angelino Alfano (coordinatore di Forza Italia per la Sicilia) e quelle di Elio Vito, mentre perdono terreno quelle di Marcello Pera: il nome dell’ex presidente del Senato, però, non è definitivamente uscito di scena. Scendono decisamente quelle di Claudio Scajola, interessato più a ricoprire il ruolo di ministro delle Attività produttive (ribattezzato da Prodi dello Sviluppo economico): seppure circondato da viceministri “pesanti”.
La questione verrà risolta nelle riunioni previste nelle prossime ore anche a Palazzo Grazioli, quando Berlusconi tornerà a Roma. Lunedì 5, in agenda, sono previste le assemblee dei gruppi parlamentari del Pdl alla Camera e al Senato e non si esclude che il Cavaliere possa essere presente per un saluto, e magari diffondere in quella occasione qualche dettaglio sulle sue decisioni.
Quello che però al momento è certo è che An non molla, anzi punta i piedi, nonostante si parli con insistenza, in ambienti parlamentari azzurri, di un incarico affidato a Maurizio Sacconi. Il neo sindaco di Roma, Gianni Alemanno, a Domenica In, è esplicito: il partito di Gianfranco Fini “non è disponibile a rinunciare al Welfare” perché, aggiunge il nuovo inquilino del Campidoglio, “abbiamo bisogno di un Governo equilibrato con una presenza di uomini di An”. E sempre Alemanno candida l’ex sottosegretario agli interni Alfredo Mantovano: “Di lui” spiega “ho una grande stima, è una ottima persona”. Intervento che però mette in imbarazzo Alleanza Nazionale: da tempo infatti il partito indica pubblicamente che è Andrea Ronchi il suo candidato.
Passa qualche ora e arriva la precisazione: “Non ho avanzato alcuna candidatura al Welfare. Non sta a me” sottolinea Alemanno “entrare nel totoministri. È compito del presidente Berlusconi definire la squadra di governo da presentare al Capo dello Stato. Per quanto riguarda il Welfare, la candidatura espressa da Alleanza Nazionale è quella del portavoce Andrea Ronchi”.
Non ha nulla a che fare con la composizione del governo, invece, il duro attacco del Ministro degli Esteri uscente, Massimo D’Alema, al Pdl: “La destra” afferma nel corso di Mezz’ora su Rai tre “ha un’idea padronale delle istituzioni, è la sua cultura. Questo istinto c’è, spero che siano in grado di dominarlo. Anche perché c’è bisogno di alcune grandi riforme”.
Immediata la replica piccata del capogruppo Pdl in pectore a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto: “Alla luce di ciò che ha fatto il centrosinistra nel 2006, per ciò che riguarda le varie cariche dello stato, di tutto D’Alema può parlare tranne che di un centrodestra che “ha un’idea padronale delle istituzioni”. Per quanto riguarda la politica estera” conclude Cicchitto “ci sarà tempo e modo di sviluppare un serio e serrato dibattito sul tema”.
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“Stiamo lavorando a 360 gradi per mettere in campo la migliore squadra possibile”. Pera alla Giustizia? “Ora non facciamo nomi”. Silvio Berlusconi, prima di lasciare Roma alla volta di Milano, resta prudente sulla composizione del governo. Accerchiato da una piccola folla che lo acclama sotto Palazzo Grazioli, il Cavaliere evita comunicazioni solenni e non scopre le carte sulle ultime soluzioni alle quali sta pensando per completare il puzzle delle caselle mancanti.
Il premier in pectore è abbottonato anche sul futuro di Marcello Pera, con cui stamane ha avuto un colloquio di oltre un’ora. In molti, nel Pdl, vedono l’ex Presidente del Senato in pole position nella corsa verso Via Arenula, ma oggi non è la giornata degli annunci, ma della riflessione. Così ai cronisti che lo incalzano, Berlusconi replica sorridente con una battuta: “Lavorate anche il Primo Maggio… ma oggi fate vacanza anche voi!”. Come dire, non siate impazienti e lasciatemi lavorare sui nodi ancora aperti.
Due in particolare: Giustizia e Welfare, che evidentemente rendono incerte altre posizioni. Se l’ipotesi che Pera vada alla Giustizia dovesse concretizarsi, significherebbe che Elio Vito, anche lui in corsa per questo dicastero, dovrebbe trovare una nuova collocazione. Irrisolto anche il braccio di ferro Fi-An sul Welfare. A via della Scrofa non vogliono cedere e chiedono che lo schema ‘tre più unò (3 ministeri con portafoglio e uno senza) venga rispettato, indicando Andrea Ronchi per il ministero che doveva essere di Gianni Alemanno. Il Welfare potrebbe essere spacchettato, come estrema ratio, in Lavoro e Solidarietà sociale, ma è solo un’ipotesi. Insomma, per usare le parole di Berlusconi “si lavora a 360 gradi” e guai a fare nomi.
Tuttavia, il tempo stringe. Le consultazioni al Quirinale dovrebbero cominciare martedì pomeriggio, 6 maggio. L’incarico potrebbe arrivare già il 7. Da quel momento, starà a Berlusconi decidere quando tornare sul Colle con la lista dei ministri: lo stesso giorno, l’8 o il 9. Un traguardo, comunque, Berlusconi l’ha fissato: il giuramento entro sabato 10 maggio.

di Roberto Seghetti
Tenete a mente l’aggettivo solidale. È attorno alla traduzione pratica di questa parola che si svolgerà il confronto sul federalismo fiscale tra Nord e Sud, tra regioni ricche e povere, tra buoni amministratori e governatori con bilanci pieni di buchi. A pronunciarla è stato il vincitore delle elezioni, Silvio Berlusconi: “Sarà un federalismo solidale” ha assicurato il prossimo presidente del Consiglio, cercando di evitare che il dibattito sulla riforma si trasformasse subito in uno scontro.
In effetti la partita del federalismo rischia di essere complicata per ragioni tecniche e per motivi politici. Daniele Molgora, ex sottosegretario del governo Berlusconi, ha già chiarito per esempio le intenzioni della Lega: “Per noi il punto di partenza è il progetto approvato dalla Regione Lombardia il 19 giugno 2007, con l’80 per cento del gettito Iva e il 15 per cento dell’Irpef che devono restare sul territorio”. Ma finirà proprio così?
Intanto, per capire l’importanza della posta in gioco, bisogna prendere le mosse dal meccanismo in vigore. Per i comuni la principale fonte di entrata diretta è rappresentata dall’Ici (vedere la tabella in basso con i dati 2007). Si tratta di circa 10 miliardi di euro l’anno. Con le addizionali Irpef, incassate dallo Stato e poi girate ai comuni, le amministrazioni locali ottengono altri 2,2 miliardi.
Per le regioni il meccanismo è più complicato. L’addizionale regionale Irpef vale 7,3 miliardi di euro (incassati centralmente e poi girati ai governatori). L’addizionale sui prodotti petroliferi vale altri 3 o 4 miliardi. Il bollo auto procura direttamente oltre 5 miliardi l’anno alle regioni a statuto ordinario. Ma le poste più importanti sono altre due.
La prima è l’Irap, che vale 40,9 miliardi di euro l’anno, destinati alle regioni per coprire la spesa sanitaria. La seconda è la compartecipazione all’Iva. Funziona così. A consuntivo, anche in base al patto di stabilità interno tra governo, regioni e comuni, le risorse finanziarie che mancano per sostenere la sanità vengono girate dallo Stato alle regioni sotto forma di compartecipazione al gettito dell’Iva. Grosso modo si tratta di oltre 50 miliardi l’anno.
Il meccanismo della perequazione, cioè della solidarietà, entra in gioco nella spartizione tra le regioni di quest’ultima somma. Nessuna regione può avere meno del 90 per cento della media nazionale. In tal modo le amministrazioni più povere, o con i bilanci meno efficienti, grazie alle risorse cedute dalle regioni più ricche possono garantire servizi in teoria analoghi a quelli offerti in altre aree del Paese.
Ed è qui il punto dolente per ogni ipotesi di riforma. La commissione di studio presieduta da Giuseppe Vitaletti, che ha consegnato nel 2003 una corposa relazione, dovette affrontare la resistenza delle amministrazioni del Mezzogiorno sul tema della solidarietà. Durante il governo Prodi, Linda Lanzillotta, Tommaso Padoa-Schioppa e Vincenzo Visco, oltre al tecnico che ha seguito da vicino la riforma, Giuseppe Pisauro, rettore della Scuola Vanoni, hanno dovuto affrontare innumerevoli confronti con regioni e comuni sulla questione della perequazione. E anche adesso è sempre il tema della solidarietà a costituire il punto più delicato, come provano le reazioni alla proposta della Lombardia.
In sintesi, l’ipotesi lombarda prevede di lasciare sul territorio l’80 per cento dell’Iva, cioè 96 miliardi di euro l’anno, secondo i dati 2007, e il 15 per cento dell’Irpef, cioè altri 23 miliardi di euro. Non solo, riprendendo una ipotesi della commissione Vitaletti, Milano propone di lasciare alle regioni gli incassi delle imposte sui tabacchi e i proventi dei giochi, cioè altri 17 miliardi di euro l’anno.
Quanto alla solidarietà, la cosiddetta perequazione verrebbe garantita da un fondo alimentato dalle regioni più ricche, ma con somme inferiori a quelle previste oggi. E il compito di verificare come funziona il meccanismo verrebbe affidato a un organo tecnico composto solo dai rappresentanti delle regioni che mettono i denari. Le reazioni sono arrivate subito. “È importante l’affermazione di Berlusconi che il federalismo debba essere solidale. Interpreto questa frase come il superamento della provocazione di Umberto Bossi secondo il quale la Lombardia avrebbe trattenuto l’80 per cento dell’Iva” ha detto Linda Lanzillotta. “Per rendere solidale il federalismo va invece destinata al fondo perequativo previsto dalla Costituzione una quota delle imposte prelevate sul territorio certamente più alta del 20 per cento previsto da Bossi e tale da garantire la copertura dei livelli essenziali delle prestazioni”.
Il problema è chiaro e si può leggere anche dal punto di vista della pressione fiscale. La commissione Vitaletti voleva, tra le altre cose, potenziare la compartecipazione di regioni e comuni in diverse entrate statali, offrendo alle regioni più ricche la possibilità di lasciare a zero eventuali addizionali. Il centrosinistra vuole che governo e regioni concordino le somme da spendere per sanità e trasporti, per farne scaturire la quantità complessiva di risorse fiscali da destinare strutturalmente e direttamente a regioni e comuni, ma con un meccanismo forte di solidarietà. In questo contesto gli amministratori possono offrire più servizi, ma assumendo su di sé la responsabilità di trovare le risorse con un aumento della pressione fiscale locale.
La Lega e una parte del Pdl, soprattutto al Nord, puntano a offrire più servizi nelle regioni dove si incassano più imposte o dove il bilancio è sano, ma senza aumentare la pressione fiscale locale. Essi prevedono anche un meccanismo di solidarietà, secondo la Costituzione, ma più attenuato dell’attuale, controllato e tale da costringere le regioni meno ricche o che resistono al rigore a stringere la cinghia.
Come finirà? Una cosa è certa. La complessità della materia, le somme in gioco e il peso dei rapporti tra Nord e Sud indicano che il cammino per arrivare a una soluzione non sarà facile.
COME SONO FINANZIATI IN EUROPA GLI ENTI LOCALI
Austria
Su 100 euro di finanziamenti, 70 provengono da entrate dovute a tributi condivisi e compartecipati con lo stato (che incassa), 20 provengono da entrate proprie delle regioni (in particolare le imposte sugli immobili), 10 da altre fonti.
Belgio
Su 100 euro di finanziamenti, 90 provengono da contributi condivisi e partecipati. Il governo centrale incassa tutte le entrate. È previsto un fondo di perequazione e solidarietà. Altri 10 euro provengono dalle tariffe.
Germania
Su 100 euro di finanziamento, 85 provengono da entrate condivise o partecipate tra regioni e stato federale. Poche sono invece le tasse incassate direttamente dai 16 Länder (imposte locali sulle attività produttive e sulla proprietà). Altri 15 euro provengono da altre fonti.
Spagna
Su 100 euro di finanziamento, 50 provengono da entrate tributarie proprie delle regioni (dal 2002 fissano l’imposizione sui redditi personali). Altri 50 derivano da entrate incassate dallo stato (Iva, accise) e girate poi in parte alle regioni.
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Il ritorno in via Bellerio, con l’accordo siglato sabato pomeriggio tra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi, sembra aver impresso un’accelerazione nella composizione della squadra del nascente esecutivo Pdl. E si posiziona nel lungo ponte lavorativo del Cavaliere, iniziato a Roma il 25 aprile e che si concluderà in tarda mattinata oggi a Villa San Martino ad Arcore, con l’incontro con Roberto Formigoni. In agenda c’è la definizione del ruolo del governatore lombardo nel Popolo delle Libertà, ora che la possibilità di un suo incarico come presidente del Senato o da ministro sembra essere stata definitivamente accantonata. A Roberto Formigoni, che più volte ha pubblicamente ammesso di essere disponibile per un incarico di primo piano a Roma, Berlusconi avrebbe invece offerto un ruolo alla dirigenza del nascente Pdl (da guidare però restando Governatore della Lombardia fino alla scadenza del mandato): la presidenza, per esempio, oppure un incarico complementare a quello di Denis Verdini, l’attuale capo della segreteria politica del coordinamento nazionale di Forza Italia, che stando ai bene informati delle vicende azzurre, verrebbe nominato coordinatore nazionale al posto del futuro ministro (probabilmente dei Beni Culturali) Sandro Bondi.
Insomma, una volta trovata la “quadra” con la Lega – dove il compromesso tra Bossi e Berlusconi prevede un azzeramento dei vicepremier, con Gianni Letta che tornerebbe al suo vecchio posto di sottosegretario alla presidenza del Consiglio e Roberto Calderoli che assumerebbe la responsabilità dell’Attuazione del programma di governo e una parte delle deleghe sulle Riforme, mentre il dicastero con il compito di realizzare il federalismo resterebbe a Bossi - e con Formigoni, al premier in pectore non resta che ripartire per Roma dove incontrerà in serata la pattuglia dei neo eletti del Pdl di Camera e Senato. Il bagno di folla dei parlamentari di centrodestra con il presidente del Consiglio in pectore, che si svolgerà a due passi da Montecitorio, servirà a Berlusconi per dare le linee guida di quella che auspica sia la condotta dei gruppi del Pdl in questo inizio di legislatura alla vigilia del suo inizio. Una legislatura che si apre domattina e che il Cavaliere auspica sia condotta, almeno sui grandi temi, con uno spirito rispettoso del dialogo con l’avversario. Come ha ribadito sulle colonne del Tempo lui stesso sabato: “Abbiamo di fronte una legislatura costituente per cambiare l’Italia e farne un Paese veramente moderno spero che anche il partito democratico voglia partecipare all’impresa”.
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