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Napoli, nei vicoli assalto ai taxi


La tecnica è semplicissima, collaudata. Arrivano in coppia, su due motorini. Uno si mette di traverso sulla strada, bloccando il taxi. Il secondo si affianca alla vettura: in un attimo i rapinatori spalancano gli sportelli, si avventano sui passeggeri, li derubano di borse e bagagli e scappano. È l’ultima trovata della criminalità napoletana. Teatro: i vicoli dei Quartieri Spagnoli, ma anche i viali della periferia. È un capitolo nuovo in quell’emergenza Napoli (29 morti ammazzati nei primi 85 giorni dell’anno) che ha convinto politici di centrodestra e centrosinistra a evocare perfino l’arrivo dell’esercito.
Tra i conducenti delle 2.370 auto pubbliche della città è allarme. Ha denunciato al quotidiano Il Mattino Salvatore Augusto, coordinatore di Radio taxi blu: “Capita sempre più frequentemente che noi o i nostri passeggeri veniamo derubati”. La soluzione, per i tassisti, sta nella tecnologia. Sostiene Augusto: “I nostri associati dovranno installare nelle vetture un sistema radio che consenta la localizzazione satellitare. Saranno necessari investimenti che non tutti potranno affrontare. Speriamo che le istituzioni ci aiutino”.
Secondo Ciro Langella, del sindacato Uti Consortaxi, “Il Comune ha stanziato 1 milione di euro per dotare i taxi di scatole nere per la sorveglianza satellitare, ma non ha ancora bandito la gara per acquistarle”.

Gioventù bruciata. Milano e Napoli viste da due preti in trincea

Omicidio a Napoli
Napoli e Milano: città sotto assedio della criminalità. Qui, più che altrove, l’emergenza sembra all’ordine del giorno. Napoli e Milano: due realtà molto diverse, per certi aspetti. Meno per quanto riguarda il senso di insicurezza dei cittadini.
Ne abbiamo parlato con due protagonisti della lotta al crimine in generale e attenti al disagio giovanile in particolare: don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova e cappellano al carcere minorile Beccaria di Milano e don Luigi Merola, vivace reggente della chiesa di San Giorgio ai Mannesi, nel cuore di Forcella, centro storico Napoletano. Non portano divise solo una tonaca e la loro attività è più di prevenzione che di repressione. Ogni giorno incontrano la violenza, lavorando in trincea. In questa “intervista doppia”, spiegano come sia possibile, anche oggi - nonostante oggi - pensare un futuro diverso per le due città e i loro abitanti.

La situazione criminalità è migliorata o peggiorata negli ultimi anni?
don Rigoldi: “Non è peggiorata… è cambiata. Gli atteggiamenti di disagio sono diversi e diverse la manifestazioni: bullismo, dipendenza da alcol (prima ancora che dalle droghe)… Sono il cattivo modo che oggi i giovani hanno per manifestare la propria aggressività”.
don Merola: “A Napoli e dintorni è peggiorata. E non a causa dell’assenza dello Stato, in termini di uomini e mezzi. Il problema è che da noi chi delinque resta impunito. E siccome la criminalià dà lavoro e sfama intere famiglie, i giovani si sono costruiti i loro modelli: la via più comoda per l’affermazione, personale e sociale, è quella della violenza”.

I giovani con cui si confronta sentono il problema?
don Rigoldi: “Sì, molto. I ragazzi sono molto più sensibili rispetto a quanto si creda e si dica. Anzi, spesso è proprio questa sensibilità a farli cadere. Se mal veicolata, la loro insicurezza, la loro fragilità diventano il terreno su cui costruire una vita fatta di aggressioni e violenze. Se c’è una cosa a cui confessano di essere sottomessi è il potere del soldo”.
don Merola: “I ragazzi che incontro visitando, come membro della commissione ministeriale Scuola e Sanità, gli istituti della mia regione, non hanno nessuna intenzione di diventare capi-mafia. È appena escono da scuola che le cose cambiano. Siccome in molti qui non proseguono gli studi, si trovano senza punti di riferimento e, per paura di essere tagliati fuori, di vivere nell’ombra di una società che non li ascolta e non li valorizza, scelgono di salire alla ribalta attraverso la scelta della delinquenza. D’altronde, se per diventare famosi basta una comparsata al Grande Fratello…
Più agenti in strada sono la soluzione?
don Rigoldi: “Secondo me quelli che ci sono bastano. E fanno un ottimo lavoro: vanno ringraziati ogni giorno. Ma il dovere di educare spetta ad altri: famiglia, scuola, oratori, partiti, associazioni. Serve educazione (che sta alla base della prevenzione) per togliere i ragazzi dalla strada e dalle braccia della criminalità. Il mercato della droga, per esempio, vale miliardi. E a uomini e mezzi tali da mettere in ginocchio lo Stato. Non riusciremo mai a batterlo se non levando dal mirino le sue vittime predestinate: i giovanissimi”.
don Merola: “Non servono più uomini. Serve certezza della legge e della pena. Basta con le misure alternative, con i pateggiamenti, con l’indulto. Da quest’estate sui 28mila usciti dalle carceri italiane, 7mila sono tornati nelle strade della Campania: ce ne fosse uno che si è integrato, che ha trovato lavoro, che si è “normalizzato”. Purtroppo è ovvio che, senza prospettive, uno torni a delinquere”.
Come intende la sua lotta alla criminalità? Cosa chiede che venga fatto, e presto?
don Rigoldi: “Chiedo che siano messe in rete le varie agenzie educative. Le associazioni sportive che hanno sui giovani molta più presa delle scuola, non vanno tenute lontane dalle progettazione. La loro attività è fondamentale: se uno impara a essere leale sul campo di calcio, per esempio, difficilmente cadrà vittima della criminalità”.
don Merola: “Sto a Forcella dall’ottobre del 2000. Nonostante le minacce dei camorristi (per le quali don Merola vive sotto scorta, ndr), qui siamo riusciti a metter in piedi cose che prima manco si sognavano: una scuola, un teatro, un’associazione culturale di promozione turistica La primavera di Forcella. Ma non basta. Non è di telecamere che abbiamo bisogno: vorrei piuttosto che piazza del Plebiscito, uno dei simboli napoletani, non sia vuota e buia come un cimitero, già alle otto della sera. Cioè: vanno disegnate insieme politiche alternative alla criminalità, altrimenti perdiamo la guerra. E i giovani”.

Napoli, un morto ogni tre giorni

Blitz anti camorra a Napoli
Nel capoluogo partenopeo, domenica 25 marzo c’è stata la decima vittima nelle ultime due settimane (una trentina dall’inizio dell’anno). Ora, la media è di un morto ogni tre giorni e se non cambierà qualcosa, a fine anno il totale dei morti ammazzati supererà il livello di 120 vittime del 2006. I napoletani potrebbero vedere Piazza Plebiscito “occupata” dall’esercito? Per ora il sindaco Rosa Russo Iervolino “preoccupatissima”, nicchia pur ammettendo che la situazione è insostenibile e chiedendo di rivedere il piano della sicurezza che il ministro dell’Interno presentò appena cinque mesi fa e preso a modello anche negli altri comuni d’Italia.

Milano, doppio corteo per la sicurezza

Agenti di pattuglia in piazza Duomo a Milano
A Milano, nella notte tra sabato e domenica, davanti all’ingresso della discoteca Matisse di piazza Carlo Erba, è stato ucciso un 18enne ecuadoreno. Un omicidio che infiamma la giornata della sicurezza meneghina: per strada scenderanno - divisi - due cortei: uno ispirato dal sindaco Letizia Moratti, promosso da Cna, Unione del Commercio, Unione Artigiani e appoggiato dai partiti del centrodestra (Silvio Berlusconi ha garantito la sua presenza). L’altro, organizzato dal centrosinistra e dai Comitati di quartiere unirà, con una catena umana, Palazzo Marino, sede storica del Comune, alla Prefettura.

Napoli insanguinata. Ma per Amato è un modello

Agguato di camorra nel napoletano
Nell’ultimo blitz anticamorra a Napoli e provincia, carabinieri, polizia e guardia di finanza hanno emesso circa 200 ordinanze di custodia cautelare, colpendo soprattutto capi e affiliati dei clan Giuliano e Mazzarella, attivi nel centro storico ed in particolare nel quartiere Forcella.
Nonostante il successo dell’operazione, sono altre le cifre della paura: la città è il teatro di una guerra tra clan che ha fatto 25 morti dall’inizio dell’anno, con la media di uno al giorno nell’ultima settimana. Numeri che fanno rendono Napoli come la Beirut degli anni ‘80: la violenza della microcriminalitò è familiare e la morte (per decisione della camorra) è all’ordine del giorno.
Ecco perché stanno fioccando le polemiche sul cosiddetto “Piano Napoli” messo a punto dal ministero dell’Interno lo scorso 3 novembre, che avrebbe dovuto mettere insieme gli sforzi, tra Governo nazionale e cittadino, per un più capillare controllo del territorio ed una più efficace lotta contro il crimine. Ecco perché fa effetto leggere che la campagna di sicurezza proposta oggi nella riunione tra il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, il presidente dell’Anci, Leonardo Domenici ed i sindaci delle città italiane, è quello sperimentato nel capoluogo campano.
Alla riunione ci sarà anche il sindaco di Milano, Letizia Moratti, che nei giorni scorsi aveva lanciato l’allarme sicurezza, alzando la voce sulla scarsità di poliziotti a disposizione della propria città e nnunciando un corteo di protesta per lunedì 26 marzo, a cui ha aderito anche Silvio Berlusconi. Il patto tra Viminale e singole città dovrebbe varare il modello di “sicurezza partecipata”: ferma restando la responsabilità del ministero dell’Interno, è previsto un più deciso coinvolgimento dei Comuni nella gestione della sicurezza, grazie a un migliore utilizzo delle forze dell’ordine locali e un coordinamento più efficace tra polizia e carabinieri.
Il piano prevede poi di estendere il raggio d’azione della task-force di circa 400 uomini, attualmente impegnata a Napoli, spostandola su tutto il territorio nazionale, a seconda delle esigenze. Come se la battaglia contro, e tra, le cosche che insanguina la capitale del mezzogiorno fosse ormai vinta.

Su YouTube, il reportage ‘O sistema (ovvero la camorra): libro e dvd sulle famiglie camorristiche, realizzato dai giornalisti Matteo Scavi e Ruben H.Oliva:

Parla il criminologo: il senso di sicurezza e le mucche di Mussolini

Criminalità da una parte e forze dell’ordine dall’altra. In mezzo le città e loro abitanti. Che vivono la lotta con un senso d’insicurezza variabile a seconda del coinvolgimento: parametri individuali e collettivi, oggettivi e soggettivi, ambientali, psicologici, sociali, relazionali, culturali.
“Ci sono tre livelli di criminalità, che spesso divergono” spiega il professor Francesco Carrer, criminologo, già membro della Commissione del Ministero della Giustizia, sui problemi e sul sostegno delle vittime dei reati e consulente per la sicurezza del Comune di Genova.
Cioè?
“La criminalità ufficiale, quella cui deve fare riferimento lo Stato, è quella che si riferisce ai dati ufficiali, ricavabili dalle denunce dei cittadini e dal numero di interventi delle forze di polizia e dalla magistratura. Che però non possono nulla contro il ‘numero oscuro’ dei crimini, cioè l’insieme di reati che, per diversi motivi, non vengono segnalati. Poi c’è la criminalità reale, ossia il numero effettivo dei reati commessi. Si tratta di un dato che resta ignoto, considerando che, per diversi motivi, non è possibile conoscere il numero esatto di tutti i reati commessi. Infine, la criminalità percepita dai cittadini, che è un dato soggettivo, che varia per ciascuno di noi e indica la quantità di reati che ogni persona ritiene vengano commessi in una data realtà. E spesso sono numeri sovra-dimensionati, perché collegati alle caratteristiche della vita di ognuno e a quelle, oggettive, che caratterizzano il nostro ambiente”.
Vuol dire che a Milano c’è più criminalità percepita che ufficiale?
Può essere. Ma non posso dirlo con certezza. Non vivo lì. E per stabilire il grado di insicurezza dei cittadini occorre stare quotidianamente tra loro, valutare la loro qualità di vita, la vivibilità della loro area urbana. In questa analisi, la criminalità è certo importante, ma non esaustiva, come invece spesso fanno credere i media.
110 uomini in più e due nuovi commissariati quindi servono?
Quei poveri poliziotti, spediti da qui a lì, osando un paragone, sono come le mucche di Mussolini: trasferiti da un posto all’altro per mostrare i muscoli. Il dilemma sta proprio qui: aprire un commissariato in un quartiere per ridurre, simbolicamente e psicologicamente, il senso di insicurezza dei cittadini o mettere in strada più risorse (uomini e mezzi) per ridurre, obiettivamente, il livello di criminalità?
Qual è la sua risposta?
La sicurezza partecipata. La si raggiunge grazie alla riduzione del senso di insicurezza dei cittadini. Che vanno coinvolti in iniziative capaci di incidere sulla loro vita quotidiana, in particolar modo per quanto si riferisce alla prevenzione dei reati e alla riduzione del danno nei confronti delle vittime.

Cento agenti da Napoli a Milano. Sempre che la camorra…


Al centro della contesa 390 agenti. Che mancano. Il sindaco di Milano Letizia Moratti li chiede a gran voce (ne vuole infatti 500 e per averli sarà in piazza lunedì 26 marzo, assieme ai suoi concittadini e al capo dell’opposizione Silvio Berlusconi). Il governo Prodi e il ministro dell’Interno Amato non sembrano disposti a inviarli: bastano per il Viminale i 110 agenti (in arrivo per i primi giorni di aprile, secondo quanto già deciso in precedenza dall’allora ministro Pisanu) e i due “nuovi” commissariati aperti nei quartieri periferici Lorenteggio e Villa San Giovanni.

Mentre Milano e Roma bisticciano, a Napoli sono tornati a sparare: tre omicidi nella stessa giornata, martedì 14 marzo, e la guerra di camorra che rischia di riaccendersi.
L’emergenza criminalità di nuovo in primo piano. La sicurezza, ancora una volta una coperta troppo corta.

Un esempio? “La Finanziaria 2007 ha deciso l’invio di nuovi agenti e l’apertura di due commissariati nel capoluogo lombardo. Peccato che ne chiuda due, guarda caso, proprio a Napoli” rivela la Segreteria nazionale del Sap (Sindacato autonomo di Polizia). Ma che in materia di sicurezza si operi spesso con poca lungimiranza, lo prova anche la recente decisione di Amato: oggi, da ministro dell’Interno, ha deciso la chiusura delle Direzioni interregionali (i sette uffici periferici dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, per l’esercizio decentrato, ndr). Nel 2001, da presidente del Consiglio le aveva istituite.

Un dato è certo. L’invio di un centinaio di uomini in più a Milano basta appena a garantire l’apertura dei due commissariati. Ma non per pattugliare strade e piazze. E sul presidio della città, rincarano la dose dal Siulp (Sindacato Unitario Lavoratori Polizia) di Milano, si gioca tutta la partita della lotta alla criminalità: “La scienza della sicurezza è facile: tutto dipende dal controllo del territorio. Controllo garantito da agenti in strada. Più agenti=più sicurezza. Purché i poliziotti abbiano almeno le volanti su cui girare” sottolinea Orlando Minerva, segretario provinciale dal Siulp.
Agenti di polizia di pattuglia in piazza Duomo a Milano
E oggi Milano com’è messa? “Male, sottodimensionata rispetto alle esigenze. Basta questo dato: nel gennaio del 2000 c’erano 4200 dipendenti della Questura, oggi siamo 3750″. Mancano proprio quei 500 agenti pretesi dal sindaco Moratti: ha ragione quindi a protestare? “Eccome, e non vedo perché non lo facciano anche gli altri sindaci. Il centinaio di uomini qui destinati (trasferimenti definitivi, non aggregazioni temporanee) andranno più o meno a tenere gli sportelli aperti (denunce, passaporti, ufficio stranieri, etc.)”. Aggiunge il sindacalista: “È sbagliato aprire nuovi commissariati, visto che a Milano ce ne sono già una ventina: 15 comunali e 5 periferici. A Napoli si sta andando verso questa direzione: accorpare gli uffici. Senza contare che per l’affitto dei locali a Lorenteggio e Villa San Giovanni verranno spesi 500mila euro d’affitto: potrebbero essere spesi in benzina o in computer. E poi il lavoro di scrivania toglie forze alla strada”.
Già, la strada: protesterete anche voi, accanto al sindaco, il 26 marzo?
“Scherza? E poi chi li protegge i cittadini?”

Sicurezza, da Milano a Roma diamo i numeri

Unità cinofile della polizia in azione a Roma
In seguito all’iniziativa del ministro dell’Interno, secondo il sindacato di Polizia Sap, Milano avrà in media un agente ogni 162 abitanti, una media superiore a quella nazionale che prevede un’unità ogni 250.
Mediamente 100 sono gli agenti impiegati in un commissariato per un quartiere cittadino di 50mila abitanti. I turni di pattuglia sono suddivisi nell’arco delle 24 ore e durano dalle 6 alle 8 ore, con queste modalità: dalle ore 07 alle 13; dalle 13 alle 19; dalle 19 all’1 di notte; dall’una alle 07. Gli orari dei commissariati sono identici a quelli degli uffici comunali, ma la struttura operativa è sempre in funzione: di notte prevede la presenza di 3 agenti di pattuglia, un coordinatore in Questura, affiancato da un ispettore. Le città che, secondo il Sap, avrebbero più bisogno di agenti operativi sono, soprattutto, Milano, Napoli e Torino. Non Roma, dove la presenza delle istituzioni nazionali richiama già da sé un numero sufficiente di uomini.

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