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Francesco-Caruso

Morgan e gli altri choc. Tutti quelli che… la verità ti fa male

Marco Castoldi, in arte Morgan | (Ansa)

Marco Castoldi, in arte Morgan | (Ansa)

Il prossimo disco di Marco Castoldi, in arte Morgan, si aprirà con una cover di Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli.
Non è vero, ma sicuramente all’artista sarà venuto in mente il verso “La verità ti fa male, lo so..” quando ha saputo della sua esclusione dal Festival di Sanremo per un’intervista pubblicata sul numero in uscita del mensile Max in cui ammette di fare uso abituale di cocaina “come antidepressivo”. Continua

Che fine hanno fatto i compagni di Casarini? Ecco la carriera degli ex “capetti” No Global

No global: Francesco Caruso (a sinistra), Luca Casarini (al centro) e Vittorio Agnoletto

No global: Francesco Caruso (a sinistra), Luca Casarini (al centro) e Vittorio Agnoletto

Che fine hanno fatto i leader (gli altri, ormai ex) dei No global? La domanda rimbalza tra i lettori ai quali, di certo, non è sfuggita l’intervista a Luca Casarini comparsa su La Stampa e il profilo delineato da Il Giornale. L’ex leader delle tute bianche, infatti, è diventato un piccolo imprenditore. Continua

Il no global Caruso: “Non siamo più quelli di Genova, ma a L’Aquila faremo sentire i nostri no”

Francesco Caruso
“La sinistra italiana è in estinzione. Noi sopravviviamo, almeno territorialmente, e abbiamo ancora la forza di gridare i nostri no. Come a Genova nel 2001″.
Non ha dubbi Francesco Caruso (qui il suo blog e qui la sua biografia), 35 anni, beneventano, ex leader dei no global napoletani e parlamentare per Rifondazione comunista dal 2006 al 2008, durante il Prodi bis. Uno dei pochi a Montecitorio, forse l’unico, che risultava a reddito zero prima di venire eletto, anche se proviene da un’agiata famiglia.
Sta raggiungendo in auto con alcuni amici L’Aquila, dove si tiene la protesta dei no global. Attese dalle tre alle 5000 persone: i manifestanti, in gran parte giovani, provengono soprattutto da Roma, ma anche da diverse altre città italiane (oltre che dall’estero: francesi, tedeschi, olandesi in maggioranza). C’è pure una rappresentanza dei “No Dal Molin” e di altri comitati, come quelli che si oppongono alla costruzione delle basi militari. Il corteo - organizzato dalla Rete nazionale No G8, cui aderiscono diverse sigle, a cominciare dai Cobas e Rifondazione- si snoderà lungo un percorso di circa 7 chilometri, dalla stazione della frazione di Paganica ai giardini comunali dell’Aquila, a ridosso del centro storico terremotato.
A reggere lo striscione iniziale: “Voi G8 siete il terremoto, noi tutti aquilani”, anche alcuni rappresentanti dei vigili del fuoco, tra le categorie più impegnate per il terremoto. Nel corteo sono presenti, tra gli altri Comunisti italiani, Sinistra critica e alcune associazioni aquilane come Epicentro solidale. Ci sono anche, più sparuti, gli “Aquilani contro il G8″, che inveiscono contro i movimenti di sfollati che non hanno aderito.

Dagli anni ‘90, Caruso, non se ne è persa una di manifestazione, tra cortei ed “espropri proletari”. Uno che avrà molti difetti - e qualche guaio giudiziario legato alla carriera di no global -, ma che di sicuro dice quello che pensa. Per esempio, quando definisce il G8 de L’Aquila: “Tu pensa, hanno portato lor signori a fare turismo in mezzo ai terremotati”. E se lo dice lui…

Insomma, che cosa non vi piace di questo G8, che ormai è diventato un G14 esteso anche ai maggiori paesi in via di sviluppo?
Coloro i quali hanno provocato la crisi, ora si propongono come i risolutori della crisi stessa. È un paradosso, perché sono stati loro i registi di quanto è accaduto in questi anni. Noi lo dicevamo già ai tempi di Genova, solo che ci hanno preso a manganellate. E poi che dire di questo turismo grottesco di Obama, Merkel, Sarkozy e compagnia che vogliono provare l’emozione di un’avventura reale in mezzo ai terremotati.
Ma allora cosa proponete voi manifestanti?
Ci sono due impostazioni. La prima ritiene che sia necessario convincere lor signori a concedere qualcosa anche ai poveri…
I “lor signori”?
I potenti della terra, quelli là.
Convincere i politici dei grandi paesi, dunque…
In generale pensiamo che occorra cambiare il paradigma della Governance dei paesi occidentali, ossia non subordinare le politiche al profitto, ma alle esigenze dell’uomo. Non voglio fare il catastrofista, ma dieci anni fa a Genova lor signori cantavano le lodi del capitalismo e basta guardare gli indicatori economici di oggi per capire chi aveva ragione.
Attese 5 mila persone. A Genova dieci anni fa eravate molti di più. I no global sono in declino?
Non c’è più quella forza che c’era a Genova e pensare di resuscitare lo stesso schematismo sarebbe sbagliato. I movimenti non sono come i sindacati o i partiti e cambiano in altre forme. Ora il movimento no global si è territorializzato e non parlerei tanto di declino: facciamo emergere le contraddizioni nel locale, come nella lotta contro la Tav o a Vicenza contro la base Usa.
Insomma, sostenete il popolo del “no”?
Non mi ci ritrovo in questa definizione. Quello che emerge nei media è l’elemento di conflittualità dei movimenti, ma il lato più interessante è quello delle forme alternative di auto-organizzazione.
I no global sono in declino. E la sinistra italiana?
La sinistra è in via di estinzione. È il risultato di un’eutanasia.
Di chi è la colpa?
Non è una questione di nomi o di leader, che se metti Tizio, allora vinci. Era destinata a fare questa fine.
Allora tutti nel Pd, compresa la sinistra radicale, come ha detto Sansonetti?
Mi sembra giusto che facciano questa fine. Un ceto politico di sinistra che si deve riciclare deve andare il più lontano possibile dalla sinistra.Francesco Caruso
Non c’è più la sinistra radicale. Chi rappresenterà le vostre idee?
C’è bisogno di costruire un’altra dimensione politica, un mutuo soccorso di tutte le idee di sinistra che parta dalle forme di auto-organizzazione a livello locale.
Tornerà in Parlamento?
Dentro quello scenario no di sicuro. Potrei rifarlo solo se emergerà un nuovo movimento che terrà conto delle esigenze attuali che sorgono dai movimenti.
Indossa ancora le scarpe firmate, le Tod’s che notò Ferrara a Otto e mezzo due anni fa?
È una stupidaggine: non erano vere Tod’s, ma un paio di finte scarpe firmate comprate in una bancarella. Si è sbagliato Ferrara e, infatti, fuori onda l’ho fatto notare ai due conduttori. Visto, hai fatto uno scoop dopo due anni.

LEGGI ANCHE: Black bloc: quel che resta del movimento - Il G8 italiano? La riscossa di Berlusconi - G8 all’Aquila: i luoghi, le immagini, le opinioni. Tutto sul summit d’Abruzzo

Politici e blog: siamo alla frutta. Anzi alla torta di mele della Santanchè

[i](Credits: Corbis)[/i]
I senatori sono più moderni e più internauti rispetto ai loro colleghi onorevoli della Camera. A dispetto delle lunghe sedute che si devono sorbire per non mancare un voto (magari decisivo, visti i numeri ristrettissimi) e a dispetto dell’età media che li dovrebbe vedere più in ritardo sulla modernità rispetto agli onorevoli, un senatore su quattro (83 su 322) ha un proprio sito internet o blog, mentre solo un deputato su cinque (126 su 630) è presente in rete.
Alla Camera per quanto riguarda la classifica per gruppi, il Partito democratico stacca tutti con 50 deputati con il proprio sito, segue Forza Italia con 26, Alleanza Nazionale con 14, l’Udc con 7, Rifondazione con 5, i Verdi con 4 e via via gli altri. Stessa storia a palazzo Madama, dove il Pd conta 27 senatori internauti, Forza Italia 15; Alleanza nazionale 1, l’Udc 7, Sinistra democratica 4, Rifondazione Comunista, Lega e il gruppo Misto 3, Autonomie e la Dc 2, l’Udeur e La Destra 1.
Spicca, per notorietà, il blog del ministro della Giustizia, Clemente Mastella, da dove arrivano bordate a Beppe Grillo e Antonio Di Pietro. Si coccolano i loro cyber-elettori il senatore estero Luigi Pallaro con un sito latinoamericano e Oskar Peterlini della SVP che ha la versione in italiano e tedesco. Premio vanità a Sergio De Gregorio: nella biografia scrive di essere stato il più giovane giornalista italiano.
Entrando in alcuni dei siti o dei blog dei parlamentari è facile notare l’autoironia, come in quello di Ignazio La Russa, che chiama il proprio blog Diciamolo, riprendendo la celebre gag di Fiorello su di lui.
Le foto con i figli, la moglie, il leader politico di riferimento o il Papa non mancano, anzi abbondano, nei siti dei nostri politici. I più moderni addirittura hanno anche dei video come Gabriella Carlucci (Fi) e Dario Franceschini (Pd) e Massimo D’Alema (Pd).
Altri come Francesco Caruso, che della disobbedienza ha fatto la sua cifra e che non identifica il proprio nome con il sito, mette in piazza i suoi conti: indennità parlamentare 5.419, 46 euro; diaria 4.003,11 euro; rimborso spese eletto/elettori: 4.190 euro, per un totale in entrata pari a 13.613 euro. A questa cifra detrae 11.900 euro a vario titolo, dalla quota di 8.100 euro che tutti i parlamentari del Prc versano mensilmente al partito, fino all’affitto (800 euro al mese) per la casa a Roma. Alla fine del mese gli restano in tasca 1.713 euro.
Premio per la creatività al giovane deputato di Forza Italia, Simone Baldelli, che accanto alle solite foto, alla solita biografia, inserisce canzoni, poesie e satira. E dulcis in fundo cento sue vignette firmate ‘Baldo’. Baldelli, che quando era a capo dei giovani di Forza Italia è stato il primo a mandare un partito su internet, spiega a Panorama.it: “Stare in rete per chi fa politica è un modo per dimostrare trasparenza e dimostrare ai cittadini che li stiamo servendo. Io nel mio sito mostro la mia attività parlamentare, quella politica e anche un pezzo della mia vita di tutti i giorni”.
Infine Daniela Santanchè, il cui sito personale è on line da pochissimo, che è una vera e propria dottor Jekyll e mister Hyde. Nella rete si sdoppia: in metà sito è politica, nell’altra metà donna. Cliccando si può entrare nella sua casa e addirittura si possono copiare le ricette di Daniela, come la sua celebre torta alle mele, la tarte tatin.
http://www.danielasantanche.com
LEGGI ANCHE: Antipolitica? La Casta impari a spogliarsi su Youtube - Politici e web, si cercano ma non si trovano - Partiti e web: chi naviga e chi naufraga

I bamboccioni del ministro Padoa-Schioppa e le bacchettate bipartisan

Tommaso Padoa-Schioppa, ministro dell'Economia, in Senato
Non ha usato giri di parole, modi di dire, espressioni politically correct. Non ha parlato di “Generazione X” o di giovani alla Tanguy (dal caustico film francese su un ventottenne mammone che accumulava lauree pur di non lasciare i genitori) o della classica sindrome di “Peter Pan”. Abituato alla crudezza dei numeri, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, mentre illustrava davanti alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato le agevolazioni sugli affitti per i giovani contenute in Finanziaria, ha detto: “Le misure a favore delle famiglie serviranno anche a mandare i ‘bamboccioni’ fuori di casa”.
Bamboccioni, cioé? Quei giovani mammoni che adesso restano fino a età inverosimili in casa con i genitori. “Quelli che non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi. È un’idea secondo me importante”.
Ha detto proprio così, il ministro dall’aplomb inglese? Sì. E allora, apriti cielo!
Con una battuta giudicata “infelice” sia dalla destra che dalla sinistra, il responsabile di Via XX Settembre è riuscito in un colpo solo a compattare i due schieramenti e da loro incassa bacchettate bipartisan. Un commento al vetriolo arriva da Manuela Palermi, capogruppo dei Verdi-Pdci al Senato: “Quando Padoa-Schioppa sarà riuscito a trasformare l’Italia in un Paese dove le banche concedono mutui anche ai precari, allora forse cercheremo di capire se dietro quel suo bamboccioni ci sia una fine analisi sociologica”. Il ministro forse ignora, dicono altri, che a Roma un posto letto in una camera per gli studenti universitari costa 400-50 euro al mese. Il trentatreenne onorevole del Prc Francesco Caruso (che di battute infelici si intende) ha colto la palla al balzo per dare addosso al ministro reo di “frequentare troppo i salotti dell’alta finanza dell’Fmi e della Bce” non “rendendosi conto del dramma sociale e umano sempre più diffuso della precarietà e disoccupazione. Altro che bamboccioni!”. E ancora: “Che il governo punti sui giovani lo si vede al Senato, dove sopravvive coi voti dei novantenni”, ironizza Azione Giovani. “Da come parla nonno Padoa-Schioppa” dicono ancora i giovani di An “sembra che i ragazzi siano felici di dover restare a casa: così il lavoro precario, il futuro incerto, l’impossibilità di metter su casa e famiglia diventano privilegi per noi bamboccioni”.

[i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]
Storcono il naso sia la maggioranza e l’opposizione di fronte all’espressione usata dal ministro. Al quale altri giovani in rete (qui, qui e qui) ricordano che se è vero che restare attaccati alle sottane di mamma è una tendenza abbastanza naturale dei giovani italiani d’oggi, è altrettanto vero che il nostro è il Paese dell’adolescenza infinita, dove, per esempio, di Enrico Letta si dice (e si scrive) “il giovane sottosegretario alla Presidenza del Consiglio”. E Letta ha 41 anni… e dice di non poterne più di “essere presentato come il ragazzo della politica
Il ceffone, da padre bonario, di Padoa-Schioppa ha sollevato insomma putiferio. Tutti i precari l’hanno presa come un’accusa ingenerosa, sottolineano che l’Italia difende accanitamente le pensioni più che i salari e favorisce più chi è alle soglie della previdenza rispetto a chi fa i primi passi nel mondo del lavoro. Intanto, aspettando di diventare adulti con lo sgravio fiscale del ministro, che varia fra i 495,8 e i 991,6 euro annui (cioè una cuccagna mensile tra i 41 e gli 82 euro, ma solo per chi ha un reddito inferiore ai 30mila euro l’anno), guardano sempre più con favore a chi vorrebbe mandare a casa i “bamboccioni” del Parlamento, che costano alle famiglie italiani milioni di euro.

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Legge Biagi: la quarta volta del governo contro se stesso

Francesco Caruso, deputato no global, autosospeso dal Prc
Hai voglia a chiamarla Unione. E non è solo una battuta buona per l’opposizione di centrodestra. È un dato di fatto, noto anche al popolo che il 28 aprile 2006 ha portato al governo Romano Prodi. Che da allora ha dovuto più volte scontrarsi con la difficoltà di governare una coalizione così composita e variopinta, con l’ala radicale della sinistra che gli ha sfilato contro almeno tre volte. E che per l’autunno (il 20 ottobre prossimo) si prepara a una quarta mobilitazione. Niente male per una coalizione che governa da poco più di un anno. Il 17 febbraio scorso, a Vicenza, migliaia di persone sfilarono per dire no all’ampliamento della base americana. Quando il premier invitò ministri e sottosegretari della sinistra massimalista a non manifestare “contro il governo”, ebbe, come per ripicca, la piazza invasa dal mare magnum del popolo della base: la Cgil, i No Tav, l’associazionismo cattolico e laico, pax Christi, Emergency, i boy scout, gli ambientalisti, i centri sociali, i Disobbedienti. I partiti della sinistra radicale erano defilati, per una volta non protagonisti, ma c’erano eccome. Soprattutto dopo che Fausto Bertinotti, presidente della Camera ma vero leader di Prc, buttò lì: “Se non avessi responsabilità istituzionali andrei senz’altro al corteo”.
Poi venne il 12 maggio 2007. Quello del Family Day fu un successo per Savino Pezzotta e tutti i cattolici italiani (soprattutto quelli al governo). Allora in piazza, a urlare la loro idea di famiglia “normale” e ad affossare i Dico, c’erano i ministri Clemente Mastella, Giuseppe Fioroni e un nutrito gruppo di onorevoli della maggioranza. Le 700 mila persone di piazza San Giovanni fecero impressione soprattutto di fronte ai piccoli numeri di Piazza Navona, dove radicali, socialisti, laici ed esponenti della sinistra radicale si erano dati appuntamento per la giornata del Coraggio Laico. Insomma, una vera e propria crisi di famiglia tra i ministri di Prodi…
Neanche un mese dopo, il 9 giugno, mentre il Professore stringeva la mano al presidente Usa George Bush, per le strade di Roma andava in scena il No Bush No War day, con ben due manifestazioni diverse. In piazza del Popolo c’erano “quattro gatti” per l’happening di Fiom, Arci, Libera, Un ponte per, Rifondazione e Pdci. Da piazza della Repubblica a piazza Navona sfilava invece un corteo più numeroso fatto dai “duri e puri”: un pezzo di Rifondazione, Sinistra critica, i centri sociali, i Cobas, i trotzkisti. “Non è un corteo contro Prodi, ma contro le politiche dell’amministrazione statunitense”, si giustificò allora il Prc. Come a dire: questa è la democrazia, bellezza. E la democrazia passa per la piazza: un luogo politico su cui la sinistra sta perdendo il controllo e la sua anima, di lotta e di governo.
Una bella lotta è prevista anche per il prossimo 20 ottobre, quando sostenitori e denigratori della legge Biagi si divideranno nelle piazze con due manifestazioni contrapposte. Tradotto? L’ennesima divisione tra membri dello stesso esecutivo. Da una parte la sinistra radicale, che chiede a gran voce (ora che sta cadendo nell’Unione il paravento della condanna al deputato no-global Francesco Caruso per le sue accuse a Marco Biagi e Tiziano Treu, definiti “assassino”) di cambiare radicalmente la legge che porta il nome del giuslavorista ucciso dalle br. Dall’altra chi la difende dagli attacchi, con i radicali in prima fila. L’iniziativa è partita dall’economista Giuliano Cazzola (qui il suo intervento su Panorama.it), presidente del comitato di difesa della legge Biagi, e ha ricevuto il plauso di Emma Bonino, ministro per le Politiche Europee che già per la questione delle pensioni aveva rimesso nelle mani di Romano Prodi il proprio mandato. In realtà, lei non ci sarà, ma Marco Pannella e gli esponenti della rosa nel pugno sì. E così il centrosinistra si ritroverà ancora spaccato nella guerra delle piazze.
Il 20 ottobre anche buona parte dell’opposizione manifesterà in favore della legge Biagi. Ci saranno Forza Italia, Lega e l’Udc di Pier Ferdinando Casini.
Ma a rimettere di nuovo in agitazione il Professore è l’ennesima divisione tra riformisti e radicali della propria squadra: “Questa maggioranza ha una sola ragione per stare insieme ed è il rispetto del programma”, sostiene il capogruppo del Prc al senato Giovanni Russo Spena, che detta così l’avvio dell’offensiva dell’ala radicale dell’Unione per spostare a sinistra il programma della coalizione nella speranza di riconquistare la base delusa dell’elettorato. I Ds e i Dl, zitti e in imbarazzo, assistono al dibattito e non muovono un dito. Anche se dietro i riflettori, si sta già mettendo mano a una modifica della legge. Ad annunciarlo è proprio il ministro del lavoro Damiano in un’intervista a Radio popolare: sullo staff leasing, uno dei punti più criticati dalla sinistra, “una commissione esaminerà questa forma di lavoro nell’ambito di quello che dice il programma dell’Unione”. Il tentativo del ministro è quello di disinnescare la miccia del 20 ottobre: “Non si può stare al governo e manifestare contro il governo di cui si fa parte: è una grave contraddizione”.
Frasi che per ora non sembrano nemmeno scalfire chi da sinistra scenderà in piazza. E che oggi ha una sola grande preoccupazione. Come è meglio chiudere la mobilitazione? Classico corteo con comizio in un tripudio di bandiere rosse e striscioni (come vorrebbe Prc) o “un happening, un concerto”, uno ‘Young day’ (come lo definisce Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente e leader dei Verdi) per provare a parlare un linguaggio diverso, a comunicare coi giovani sul modello del 1° maggio sindacale?

LEGGI ANCHE: L’intervento di Cazzola, perché la Legge Biagi va difesa

Legge Biagi: la sparata di Caruso rischia di azzopare il governo

In un'immagine d'archivio il deputato indipendente del Prc, Francesco Caruso, alla Camera. ''In attesa della riunione a settembre del gruppo parlamentare, mi autosospendo dal Gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea'', ha detto Francesco Caruso, in un comunicato
Il fatto di aver riaggiustato il tiro (con un intervento dul Manifesto) ed essersi autosospeso dal gruppo di Rifondazione già gli sembra un grande passo. E di dimettersi da onorevole non ci pensa proprio, Francesco Caruso (qui il suo blog). Anche perché al leader dei “Disobbedienti” napoletani, pare piaccia essere al centro delle polemiche. Quindi non molla: da più parti gli chiedono di farsi da parte ma lui rilancia: “Dimettermi io? Prima dovrebbero farlo i 25 deputati condannati in via definitiva per reati di mafia, corruzione o tangenti che stanno in Parlamento per fare gli affari propri”. Parole che stanno facendo breccia a sinistra. O almeno in quella più radicale e soprattutto nei movimenti, che pure fanno parte dell’elettorato (o dell’ex elettorato) di Rifondazione. “Sapete che c’è? Due tre molti Francesco Caruso”, ha scritto ieri il portavoce dei “Disobbedienti” romani, Anubi D’Avossa Lussurgiu, su Liberazione, foglio del Prc (nella stessa pagina in cui c’era il fondo del direttore Piero Sansonetti che spiegava come “l’offensiva dei conservatori sul caso-Caruso, ha un obiettivo molto semplice: difendere il nuovo modello di società costruito dal liberismo. E cioè il precariato come mediazione tra lo schiavismo e l’orgia dei diritti degli anni ‘70″).
Il caso Caruso quindi sembra stia diventando insomma l’ennesima scintilla tra il Prc e la base movimentista, sempre più distante dal partito, ma anche, naturalmente, tra Prc e il governo Prodi. Lo sa bene il ministro del Lavoro, Cesare Damiano che al Corriere ha rilasciato domenica un’intervista dura: “Le dichiarazioni di Caruso non preparano un autunno caldo, ma di odio”. È una situazione pericolosa, ammette Damiano, che “va sconfitta prima sul piano etico e culturale per ripristinare una normale dialettica politica basata sui fatti”. Per il ministro c’è ambiguità nella sinistra radicale. “Io ho scritto il programma dell’Unione con Treu e Ferrero. Vorrei suggerire a chi fa cattiva propaganda che la cancellazione della Treu non è assolutamente contemplata”.
Ma che la polemica su Caruso non possa mettere in dubbio la manifestazione d’autunno sul precariato e contro il welfare del governo Prodi, è stata l’immediata risposta del partito di Fausto Bertinotti. Un messaggio ribadito in modo chiaro sia Gennaro Migliore, capogruppo Prc alla Camera, sia il suo omologo al Senato, Giovanni Russo Spena. E soprattutto il segretario Franco Giordano, in un’intervista al Corriere: “Le parole di Caruso sono incompatibili con la nostra cultura politica. Lo ha compreso anche lui, tant’è vero che ha cercato di rettificare, si è scusato e si è autosospeso dal gruppo parlamentare. Detto questo… ci sono state delle prese di posizione strumentali, inclusa quella di Damiano, che puntano a delegittimare la manifestazione del 20 ottobre. È inutile che Damiano e altri tentino di dire che il giudizio sulla legge Biagi era un altro. Basta con la politica dei piccoli aggiustamenti. Quella legge va cambiata, e cambiata radicalmente”.
A rispondere a Giordano, dal governo, ci pensa Emma Bonino. “Se il presidente del Consiglio accettasse le richieste di Rifondazione di modificare il protocollo sul welfare” e la Legge Biagi, “si aprirebbe una grave crisi politica”, afferma il ministro delle politiche europee. “La posizione di Giordano sulla legge Biagi - prosegue il ministro radicale - oltre ad essere dannosa per i lavoratori, è solamente ideologica e coincide nei contenuti, a prescindere dai toni, con quella di Caruso”.
Vuoi vedere che sarà Prodi a rimanere sotto i colpi della sparata dell’ex indipendente del Prc, l’onorevole Francesco Caruso?

Bush a Roma il 9 giugno e i pacifisti non trovano pace

Manifestazione di pacifisti
di Laura Maragnani

“Continuiamo a farci del male”: Michele De Palma, 31 anni, responsabile dell’area movimenti del Prc, è furibondo. Manca poco al No Bush No War day (il presidente Usa verrà a Roma il 9 giugno) e i pacifisti italiani non riescono a trovare pace. Né unità: ad accogliere George W. Bush a Roma ci saranno due manifestazioni diverse, due piattaforme diverse, diversi slogan, partecipanti, obiettivi.

Inutile l’appello di Rossana Rossanda, Dario Fo, Alex Zanotelli. In piazza del Popolo contro Bush ci sarà un “cantiamogliele e suoniamogliele” promosso da Fiom (qui il documento in .pdf) e Arci, Libera e Un ponte per, Rifondazione e Pdci, insieme agli americani “critici” che vivono in Italia. Da piazza della Repubblica a piazza Navona sfilerà invece un corteo più radicale: un pezzo di Rifondazione, Sinistra critica, i centri sociali, i Cobas, i trotzkisti. La spaccatura è profonda. Ma “non per ragioni estetiche, perché il corteo ci piace più della piazza” avverte Salvatore Cannavò di Sinistra critica, deputato ribelle del Prc. I motivi sono “squisitamente politici”.

In piazza del Popolo si griderà “Bush, ora basta”. Si dirà “no alla base Dal Molin, alle basi Usa, alla militarizzazione, alle armi nucleari, agli F35, allo scudo missilistico”. Ma i toni antigovernativi saranno bassi. Mentre al corteo gli slogan colpiranno “la guerra globale permanente di Bush” e “l’interventismo militare del governo Prodi”. “Non si può manifestare contro il militarismo Usa e poi mascherare, come a Kabul, le responsabilità italiane”: ecco Vauro, portavoce di Emergency.

Che confusione! La Fiom a fianco dell’Arci, in piazza, e il suo leader Giorgio Cremaschi al corteo. Il presidio Dal Molin, contro la base Usa di Vicenza, sarà al corteo; il coordinamento dei comitati sarà in piazza. “Il Pdci sarà in piazza compatto” giura Manuela Palermi, capogruppo al Senato; Rifondazione è divisa. Anche Francesco Caruso, che sfilerà con i centri sociali, è scontento: “Questa divisione è una forzatura politichese”.

Di qui? Di là? Un caos. I senatori pacifisti Franco Turigliatto (ex Prc) e Ferdinando Rossi (ex Pdci) saranno al corteo, il verde Angelo Bulgarelli andrà “da una parte e dall’altra”. Paolo Cento si asterrà, ma vigilerà “affinché non si verifichino repressioni feroci come a Napoli nel 2001″.
L’imbarazzo di molti è palpabile. No Bush, ‘na fatica.

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Uno contro tutti, di Carlo Puca
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