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Cossiga: né Soru né Berlusconi, “Alla mia Sardegna non servono due one man show”

Francesco Cossiga

Sarà una campagna elettorale breve e intensa. In vista delle elezioni regionali anticipate del 15 e 16 febbraio, la Sardegna vedrà salire e scendere dai palchi elettorali e dalle tribune politiche e mediatiche Renato Soru, presidente uscente in quota Pd e Ugo Cappellacci, coordinatore regionale di Forza Italia e assessore comunale a Cagliari alle Finanze. Ma sul “palco” è già salito anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che per sostenere il candidato del Pdl, parteciperà personalmente a otto (uno per ogni provincia dell’Isola) incontri con i sardi.
La presenza di Berlusconi ha così fatto pensare a uno scontro Soru-Berlusconi per interposta persona. Una preview su un possibile scenario che vedrebbe i due imprenditori, in un futuro prossimo, duellare per la premiership nazionale. Due one man show a confronto? Per il presidente emerito Francesco Cossiga, “Soru e Berlusconi sono espressione dello stesso mondo e della stessa casta”.

Perché, secondo lei, presidente Cossiga, in un periodo segnato dalla crisi economica troviamo due tra gli imprenditori più importanti degli ultimi 15 anni a fare i politici? È un brutto o un buon segno?
Il grande banchiere Cuccia un giorno mi disse che sia Soru sia Berlusconi erano i due unici imprenditori innovativi del dopoguerra. Il fatto che oggi entrambi facciano politica in Sardegna non è né un brutto né un buon segno. È solo il segno che sono venuti meno gli strumenti di selezione e di formazione della classe dirigente politica e cioè i partiti, intesi nel senso euro-continentale del termine. Oggi la gente guarda a chi si è formato nell’ambiente imprenditoriale. Negli Stati Uniti la presenza di banchieri, finanzieri e imprenditori o comunque di appartenenti anche solo per motivi familiari a questi ambienti è la regola. Barak Obama certo non lo è, ma quasi tutto il suo staff, che poi sarà quella che comanderà, lo è certamente.
Soru si presenta ai sardi con una cornice di giovani, modello Berlusconi; Berlusconi scende in Sardegna chiamandola la “nostra Isola”. Due one man show a confronto. Chi la spunterà?
Soru e Berlusconi sono espressione dello stesso mondo e della stessa “casta”. Nella Prima Repubblica molto probabilmente avrebbero militato o comunque avrebbero votato per lo stesso partito. Chi la spunterà dei due? Non è facile, così come a New York sarebbe difficile dire quale di due musical che esordiscono contemporaneamente a Broadway avrà più successo.
Di che cosa avrebbero bisogno i sardi?
Non di essere guidati da due one man show, ma da propri leader politici quali furono Efisio Corrias, Giuseppe Brotzu, Mario Melis, Paolo Dettori, Nino Giagu De Martini, Pietrino Soddu.
In Sardegna i socialisti corrono da soli, il dialogo tra Ps e Centrosinistra sembra definitivamente chiuso. Sono destinati a una sparizione lenta e graduale?
L’unica prospettiva per i socialisti è che il Partito Democratico diventi la grande casa comune del socialismo riformista europeo.
Il Psd’Az con il Pdl, a parte una coalizione di “dissidenti”, i Rossomori, che vanno con il Pd. La scissione con la minoranza dei sardisti, porterà a una lenta sparizione anche del partito dei Quattro mori?
Non è in via di sparizione il partito dei Quattro Mori, non è in via di sparizione soltanto il “sardismo” di Bellieni, Lussu, Mastino, Contu, Melis ma anche lo stesso “senso identitario” dei sardi. Quanti sardi conoscono la storia della Sardegna? Catalogna, Galizia e País Vasco sono riusciti a riscoprire una loro lingua nazionale unitaria, la Sardegna no. Sono più numerosi i bambini piemontesi e liguri a cui nelle scuole elementari viene insegnato il franco-provenzale o l’occitano, che non i bambini sardi che capiscono una delle tante parlate sarde.
Il “ritorno” dell’Udc nel Centrodestra sardo dopo lo strappo delle elezioni politiche potrebbe essere il primo passo per un avvicinamento a livello nazionale?
L’Udc è un partito marginalista che va dove ritiene di poter essere marginale, nel senso dell’economia classica, cioè dove può fare la differenza. E come in economia anche in politica la redditività delle quantità marginali è altissima.
Soru ha accusato Berlusconi di voler fare il colonizzatore. La Sardegna si sente ancora colonizzata?
Non mi sembra che si possa ormai parlare di “sardità” o di colonizzazione della politica sarda, dato che forse non si può parlare neanche più di sardità della Sardegna.
In quindici anni la destra nell’Isola ha perso due regionali su tre. È arrivata l’ora della rivincita?
Non ho il dono della profezia. Certo, il Pd sardo ha un vantaggio: è l’erede del partito che era il più radicato territorialmente in Sardegna, la Democrazia Cristiana.
La regola proposta da Soru della non ricandidatura per quanti sono al secondo mandato servirà a riabilitare il centrosinistra, dopo la questione morale che ha interessato soprattutto il Sud?
I ladri e gli incapaci rimangono ladri e incapaci anche se hanno soltanto una legislatura alle spalle, e gli onesti e i capaci anche se ne hanno tre, quattro o cinque. Si tratta di una furbata di Renato Soru che in questo modo spera di far fuori i suoi avversari nel Pd sardo.
Per Soru i partiti “hanno smesso di essere radicati, presenti nella società, e si sono ridotti a club di capi e capetti”. Per questo l’ex governatore vuole tornare a “segnare un confine tra partiti e istituzioni”. Lei è d’accordo?
Non credo ad una democrazia senza partiti e che le istituzioni democratiche e perciò rappresentative possano non essere legate ai partiti.
In un’intervista all’Espresso Soru descrive il Pd come “una strada difficile, ma è un percorso senza ritorno. Una traversata nel deserto, come quella di Mosè. Durante la quale è necessario un leader riconosciuto che trascini il popolo smarrito”. Chi sarà il Mosè per i sardi. E per il Pd?
Non leggo l’Espresso e per principio non credo o non do importanza a ciò che pubblica. E poi, se devo leggere un periodico svizzero, ne trovo di migliori. Renato Soru novello Mosè del Pd? Forse amministratore unico.

La Granbassi ha scelto: lascio l’Arma per Annozero

Margherita Granbassi è il nuovo volto femminile di AnnoZero

Lei dice di averlo fatto: “Per togliere l’Arma dall’imbarazzo”. Ma ha ottenuto, Margherita Granbassi di aumentare il clamore attorno alla sua decisione. E comunque: lascia i Carabinieri per continuare la sua partecipare ad Annozero, al fianco di Michele Santoro.
Ci ha riflettuto a lungo, la fiorettista (doppia medaglia di bronzo a Pechino), e poi ha preso una decisione particolarmente sofferta e tormentata, congedarsi dall’Arma che tanto le ha dato nella sua carriera di atleta.
La Granbassi convoca i giornalisti per rendere nota la scelta ma, tiene a chiarire, non c’è nessuna battaglia, non c’è nessuna acrimonia, non c’è alcun astio. “La verità” esordisce la campionessa, mettendosi subito in posizione di difesa “è che si è creata una situazione particolarmente imbarazzate. E per questo ho presentato stamane la mia domanda di congedo prima che fossero loro a congedarmi. Ho pensato di essere io a sollevare l’Arma da tale decisione che comunque sarebbe arrivata nel giro di pochi giorni e soprattutto da questo imbarazzo profondo. Non è stata una scelta facile ma la ritengo la più opportuna perché questa vicenda è durata anche troppo”.

Naturalmente le posizioni rimangono quelle di partenza: Margherita Granbassi, insieme al suo avvocato Roberto Ziliani, ritengono ancora oggi che non ci sia alcuna incompatibilità, né alcun impedimento alla partecipazione della fiorettista alla trasmissione di Santoro: “Ho rispettato” sottolinea la campionessa “tutti i punti del regolamento dell’Arma. Non c’è stata alcuna violazione”. Granbassi fa riferimento al tipo di accordo con la Rai, che prevedeva la sua partecipazione a titolo gratuito. Un tipo di accordo che almeno nell’immediato continuerà nella stessa modalità. L’Arma chiedeva poi di privilegiare la sua carriera di atleta e di avere in ogni circostanza una posizione superpartes. Condizioni che, secondo la campionessa, il suo avvocato e l’intero staff, sono state rispettate pienamente.Per quanto riguarda il suo ingresso in un club, la Granbassi ricorda di essere già nel club di allenamento Scherma Terni, mentre per il tesseramento era nei Carabinieri. “Prima di tutto” ribadisce “sono un’atleta. Ma devo pormi anche il problema di garantirmi un futuro. La mia passione è il giornalismo e voglio andare avanti su questa strada. Già prima che Santoro mi desse questa opportunità, avevo ricevuto una offerta da Sky Sport“. C’è stato un accanimento nei suoi confronti? “Non credo” risponde “forse la decisione di prendere parte ad Annozero ha colto tutti impreparati e nessuno si aspettava tanto clamore.
Quello che mi sta a cuore oggi è di evitare di dare l’idea di una battaglia in corso. Ai Carabinieri devo tantissimo, con la divisa ho vinto tanto ed anche io credo di aver dato molto a loro”.

E sul suo ruolo ad Annozero, osserva: “è tutto da sperimentare passo dopo passo. Sono una persona discreta, mi piace fare le cose piano piano. Per ora sono contentissima del mio spazio”. Insomma, Margherita andrà avanti sul doppio binario sport-tv pensando all’appuntamento di Londra tra quattro anni e a puntellare la sua carriera televisiva.
Un sassolino dalla scarpa però se lo leva, l’azzurra. Quando incrocia il suo fioretto contro il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga: “Le sue parole mi hanno colpito particolarmente e credo siano state importanti anche alla luce di quello che è accaduto. Forse, se avesse scelto il silenzio non saremmo ora qui a parlare. Devo anche dire che Cossiga è tornato sui suoi passi ed è stato il primo a sostenere la mia richiesta (poi rigettata dall’Arma, ndr) di aspettativa”.
Tra Cossiga e la Granbassi non c’è stato alcun contatto diretto: “Eppure non riesco proprio a capire i suoi rilievi. Intanto il punto riguardante il mio compenso si è rivelato inesistente perchè dalla Rai non ho preso una lira. In secondo luogo il mio abbigliamento è sempre stato consono e sobrio come il mio stile. Mi ha accusato anche di essermi comportata come una velina. Anche questo è falso, non ho né ballato né fatto stacchetti o cose di questo genere”.
Siamo quindi alla fine di questa piccola telenovela? Pare di sì: ulteriori colpi di scena dovrebbero essere esclusi, visto che dai segnali che arrivano dall’Arma sembra non esserci la possibilità che sia respinta la richiesta di congedo di Margherita. Titoli di coda e sigla, dunque. Ma con ultima dichiarazione di Cossiga: “Le dimissioni dall’Arma dei Carabinieri rassegnate da Margherita Granbassi, dopo un susseguirsi da parte del Comando Generale di ’sì’, ’sì, ma poi vedremo’, ’sì, andante leggero, con brio’, ‘no, a mo’ di marcia marziale, tipo Preussen Gloria’, costituiscono da parte della schermitrice un atto di chiarezza e di responsabilità di cui penso l’Arma le debba essere grata”.

Trentennale del Gis, Cossiga diserta per protesta contro “Granbassi Velina”

Margherita Granbassi debutta in tv ad AnnoZ<p><p>ero

Il 16 ottobre è una data importante per l’Arma dei carabinieri: si celebrano i 30 anni della fondazione del Gis, il Gruppo di intervento speciale. Francesco Cossiga, che nel 1978 da ministro dell’Interno fondò il reparto d’élite (insieme al Nocs della Polizia), ne è considerato il padre morale. Ma alla cerimonia di giovedì l’ex presidente della Repubblica, l’ospite più atteso, non ci sarà. Il motivo? È stato lo stesso senatore a vita ad annunciare che avrebbe disertato per protesta contro la partecipazione del carabiniere, e olimpionica di fioretto, Margherita Granbassi alla trasmissione Annozero.

Le polemiche sulla giovane militare in tv vanno avanti da tre settimane. Da quando l’Arma ha fatto sapere di dare un permesso per la prima puntata “con riserva”. Margherita Granbassi sembra intenzionata a continuare nella sua nuova professione, anche ora che dal Comando generale è arrivata una formale diffida. Sulla questione sono intervenuti diversi politici, tra cui, appunto, Cossiga. Che ha scritto di considerare assurdo che il carabiniere Granbassi, “in servizio permanente, nella veste di collaboratrice in video, retribuita con regolare contratto e anche in forma di velina”, vada in tv con Santoro.

L’assenza di Cossiga alle celebrazioni per i 30 anni del Gis (qui la descrizione e la storia del reparto speciale su Pagine di Difesa e l’intervista al senatore a vita) farà rumore. Fu proprio lui infatti trent’anni fa, subito dopo la morte di Aldo Moro, a volere la nascita delle “teste di cuoio” dei carabinieri. Pensato come corpo antiterrorismo, il Gis da allora interviene nelle emergenze più rischiose e dal 1984 è l’unica Unità di intervento speciale (Un.i.s.) nazionale.

Cossiga è tornato sulla questione del trentennale la scorsa settimana, ribadendo l’intenzione di non partecipare anche per un altro motivo. Il fatto che tra gli invitati c’è il presidente del Consiglio Berlusconi ma non il ministro dell’Interno Maroni. L’ex capo dello Stato ha dettato una nota polemica che coinvolge direttamente il ministro della Difesa La Russa (di cui Giuseppe Cossiga, figlio del senatore, è sottosegretario).

“Alla celebrazione”, ha spiegato il portavoce di Francesco Cossiga, “non è stato invitato il ministro dell’Interno che è responsabile della tutela e dell’ordine pubblico e quindi della lotta al terrorismo, per la quale i Gis sono insieme ai Nocs della polizia di Stato strumento essenziale: e questo sembra all’ex ministro”, si legge nella nota, “offensivo nei confronti del dicastero cui egli fu preposto e manifestazione dell’arroganza tradizionale di molti ministri della Difesa. Tra di essi spicca oggi il ministro La Russa che ha scambiato le Forze armate e l’Arma dei carabinieri con il ’servizio di protezione’ dei quattro ragazzotti picchiatori neofascisti del Fuan di Palermo e di Milano, contigui all’eversione ‘nera’; ministro che non avendo fortunatamente guerre da fare, gioca a fare il ministro dell’Interno parallelo”.

Trent’anni dall’omicidio Moro, Napolitano: “Niente tribune agli ex Br”

Il ritrovamento del corpo in via Caetani
Il 9 maggio di trent’anni fa la polizia trovò il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, in una Renault 4 rossa in via Caetani a Roma, emblematicamente a metà strada tra le sedi della Dc e del Pci. Moro era stato rapito il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti e aperto all’appoggio dei comunisti di Enrico Berlinguer. L’auto sulla quale viaggiava l’ex presidente del Consiglio venne intercettata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse. In pochi secondi, i terroristi uccisero la scorta (cinque uomini) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.
Questa data è diventata un simbolo per commemorare le vittime del terrorismo. Oggi infatti, per la prima volta, si celebra al Quirinale il “Giorno della memoria”, istituito con la legge n. 56 del 4 maggio 2007 “al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”. Per l’occasione la Presidenza della Repubblica ha realizzato il volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, edito dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, con l’intento di “rendere omaggio, nel modo più solenne, a tutti coloro - fossero essi semplici cittadini, umili e fedeli servitori dello Stato, o protagonisti della storia repubblicana, come lo fu l’onorevole Aldo Moro - che in quel contesto pagarono col sacrificio della loro vita i servigi resi alle istituzioni repubblicane”, come si legge nella prefazione scritta dal Capo dello Stato.
Nel corso delle celebrazioni, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto che in questo giorno “Non dovrebbero esserci tribune per simili figuri”, stigmatizzando la visibilità e lo spazio che viene dato agli ex terroristi in televisione e su altri media. In particolare ha citato l’intervista dell’ex brigatista che uccise Carlo Casalegno che ha detto di provare solo “rammarico” per i familiari delle vittime. “Il rispetto della memoria purtroppo è spesso mancato proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche”, ha aggiunto celebrando al Quirinale con tono commosso il primo “giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi”. Lo Stato democratico non può dimenticare le vittime del terrorismo e la parola va data a chi ha subito la violenza e non a chi la perpetrata. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando al Quirinale nella prima Giornata in ricordo delle vittime. Il capo dello Stato ha spiegato dettagliatamente che “chi ha regolato i propri con la giustizia ha il diritto di reinserirsi nella società ma con discrezione e misura”. E “mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali”.

Qui, nel dettaglio tutti i principali eventi organizzati per non dimenticare il presidente della Dc ucciso dalle Br e tutte le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana.
FIRENZE: Una delegazione di studenti toscani -le spese di viaggio sono pagate dalla Regione- accompagnerà l’Associazione delle vittime di via dei Georgofili all’iniziativa programmata dalla Presidenza della Repubblica.
MILANO: Riprodotta in video-installazione nelle misure reali, la cella in cui le Brigate Rosse tennero prigioniero lo statista è visibile da domani nel Museo di Storia Contemporanea di Milano, al centro della mostra “Trittico: 1978-2008. Moro, l’Italia, la coscienza”. A Milano lo statista è stato ricordato oggi in una cerimonia a cui ha partecipato Giulio Andreotti.
TORINO: Celebrazioni con la deposizione di una corona presso il Palazzetto Aldo Moro. Partecipa anche il sindaco Chiamparino. Previsto anche un convegno nel Museo Diffuso della Resistenza.
PALERMO: Il Teatro Festival ospita domani e sabato “9 maggio 1978, niente fu più come prima”, una ballata per la regia di Alfio Scuderi, che mette a confronto Aldo Moro e Peppino Impastato, entrambi uccisi in quella data.
TRIESTE: In Largo Caduti Nassirija Ferdinandeo si svolgerà la Cerimonia Giornata della memoria contro il terrorismo.
SASSARI: Per iniziativa dell’amministrazione comunale sarà posta una lapide in memoria dello statista,nella piazza omonima
SPELLO (PERUGIA): Mostra-documentario su “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”.
BOLZANO: in occasione della tradizionale Festa dell’Europa in municipio, sarà ricordata la prima Giornata della Memoria del vittime del terrorismo.
POTENZA: Nella chiesa di S. Maria del Sepolcro celebrazione di una messa in suffragio del Presidente della Dc.

Il VIDEO servizio:

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Cossiga: Quello che non ho mai detto sui 55 giorni del sequestro Moro

Il presidente Francesco Cossiga in via Fani, rende omaggio ad Aldo Moro | Ansa
Francesco Cossiga vede in anteprima, con Panorama (la cronaca sul numero in edicola da giovedì 1° maggio), Aldo Moro. Il presidente (della TaoDue Film), che andrà in onda su Canale 5 il 9 e l’11 maggio. E nell’occasione racconta particolari inediti sui 55 giorni del rapimento dello statista ucciso dalle Brigate rosse. “Centrale è il ruolo del Vaticano” ricorda Cossiga.
“Ma anche intorno a questo passaggio cruciale bisogna aggiungere un nuovo pezzo di verità: ho sempre creduto che don Antonello Mennini, allora suo confessore, attualmente nunzio apostolico in Russia, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell’esecuzione dopo la condanna a morte. Come ministro dell’Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappò. Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano è riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da polizia e carabinieri”.

Nell’intervista a Panorama, Cossiga svela anche un’altra verità, questa volta politica: “Durante i 55 giorni siamo stati a un passo dalla rottura con il Pci. La politica della fermezza voluta dal governo di unità nazionale concedeva alla famiglia di Moro la piena libertà di trattare per la liberazione, ma mai direttamente con le Br. Attraverso la Caritas, la Croce rossa, Amnesty international oppure il Vaticano, l’Onu… Ma un certo punto venne da me Enrico Berlinguer, insieme a Ugo Pecchioli, il suo ministro degli interni, per dirmi: “Adesso basta, abbiamo detto che non si tratta e non si tratta”.
In confidenza, poi, Pecchioli si preoccupò di informarmi che se si fosse trattato di pagare molti soldi sarebbe stato meglio non lo dirlo prima, così il Pci avrebbe potuto protestare senza però arrivare alla rottura politica. Tutto questo nel film non c’è”.

Guardando lo sceneggiato televisivo, il presidente emerito della Repubblica è rimasto colpito soprattutto dall’interpretazione che Michele Placido fa dello statista ucciso dalle Br. “Placido fissa per sempre nell’immaginario televisivo un Moro idelebile” commenta. “Ma devo dire che il più verosimile di tutti mi è sembrato Benigno Zaccagnini. Uguale!”.

Panorama esclusivo: Gladio intervenne nel caso Moro

Una panoramica dall'alto scattata il 16 marzo 1978 durante i rilievi tecnici sulla scena dell'agguato in via Fani, dove venne  rapito Aldo Moro e tratta dal fascicolo del primo processo Moro. Durante l'agguato in cui venne rapito Aldo Moro, furono uccisi  i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Domenico Ricci e Oreste Leonardi) e i tre poliziotti a bordo dell'auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi).<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
“Unità speciali” di Stay-behind, la rete atlantica in Italia meglio nota come Gladio, con ogni probabilità vennero impiegate durante il caso Moro.

Lo rivela Panorama nel numero in edicola da venerdì 21 marzo, che cita un documento riservato del Bnd, il servizio segreto della Germania Federale. Si tratta di una relazione inviata il 19 novembre del 1990 a Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, il quale la fece avere alla procura romana, ma depurandola delle parti sulle quali il Bnd aveva imposto il vincolo del segreto. Dalla magistratura, il documento “mutilato” arrivò poi sul tavolo della Commissione Stragi.
Oggi, Panorama è riuscito a ricostruirlo nella sua interezza. Fra i brani secretati della relazione del Bnd, proprio il riferimento a un ruolo di Gladio durante i 55 giorni del sequestro Moro e diversi passaggi in cui si ricostruisce la storia di Stay-behind, la rete clandestina atlantica destinata ad attivarsi in caso di invasione dell’Europa occidentale da parte delle truppe del Patto di Varsavia.
Panorama pubblica anche un’intervista a Francesco Cossiga, in cui l’ex presidente della Repubblica conferma la notizia del ruolo di Gladio durante il sequestro e dei particolari rapporti tra Moro e Gladio. Cossiga afferma anche che furono agenti del Mossad israeliano a far saltare, mentre era in volo, Argo 16, l’aereo utilizzato per i “trasporti clandestini” di Gladio. Fu una ritorsione per la liberazione, voluta proprio da Moro, dei due terroristi palestinesi che avevano tentato di colpire un aereo della compagnia israeliana El Al sulla pista dell’aeroporto di Fiumicino.
Infine, l’ex presidente della Repubblica rivela che l’elenco dei 600 gladiatori consegnato a suo tempo al Parlamento da Giulio Andreotti non è completo: “Mancano un bel po’ di nomi. Per esempio quelli di due membri del governo attualmente in carica… Niente nomi. Posso solo dire che sono della Margherita”.

Fuori dalla crisi di Governo: le opinioni degli editorialisti

Un'immagine di Palazzo Chigi di notte | Ansa
Lunedì e martedì. Due giorni ancora e poi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avrà un quadro completo della crisi e, si spera, un piano per uscirne.
La situazione resta ancora molto ingarbugliata e le posizioni dei partiti (specialmente i più rappresentativi) sono molto distanti: da sinistra si chiede un governo di transizione, da destra le urne. Chiusi gli incontri con le delegazioni parlamentari, Napolitano, nel pomeriggio di martedì, potrà chiedere consiglio ai suoi predecessori (Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi). Impresa ardua dare un consiglio in un frangente così difficile o proporre una ricetta.
Ci ha provato, sparigliando le carte, il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara. Che intervistato alle 20.00 di domenica 27 dal Tg1 butta lì “l’uovo di Colombo”: sia Veltroni a chiedere di guidare un governo per le riforme per cercare poi in Parlamento una maggioranza. Di più, secondo Ferrara, questa sarebbe un’ipotesi già in discussione nei corridoi del Parlamento e del Quirinale. Anche se, precisa il direttore: “Io credo che non ci siano le condizioni e sia più razionale andare al voto”.
A sostenere la tesi veltroniana di un governo a termine, ma in grado di fare la riforma elettorale, c’è anche L’Unità, giornale diessino, che nell’editoriale firmato da Pietro Spataro prima bacchetta Silvio Berlusconi (definito il “grande distruttore”) e poi sposa l’”ottimismo della volontà” difronte al “pessimismo dell’intelligenza” (frasi gramsciane citate ieri anche dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti). Ricordando “ai lettori (e agli elettori) che la legge elettorale che ora tutti vogliono cambiare perché è una vera ‘porcata’ l’hanno voluta loro, Berlusconi e i suoi. Così, tanto perché si sappia chi è che ha fatto a pezzi le regole del gioco e contribuito a combinare questo bel pasticcio”.
Chi punta invece su un “governo del presidente”, è uno dei grandi vecchi del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari, che al termine di un lunghissimo editoriale su Repubblica lancia l’idea di un esecutivo guidato da una personalità scelta da Napolitano, anche senza nessun accordo con le diverse forze politiche, che vada a presentarsi in Parlamento per chiedere la fiducia. A quel punto, o ottiene la maggioranza, oppure si va alle urne con il governo deciso dal Quirinale a gestire la campagna elettorale. Scalfari cita anche alcuni precedenti, e il più calzante sembra il primo, quello del governo Pella del 1953 deciso in solitudine da Luigi Einaudi. Una stagione difficile, seguita alla sconfitta elettorale di Alcide De Gasperi (la posta in palio anche a quell’epoca era la legge elettorale), e che venne avvelenata da quell’oscuro episodio che fu il delitto Montesi.
Invita invece a “Non perdere altro tempo”, l’editorialista del Corriere della Sera, l’ambasciatore Sergio Romano. Il quale, partendo dal presupposto che “è molto difficile, salvo un nuovo miracolo italiano, che il residente della Repubblica riesca a indirizzare la crii verso la formazione di un governo tecnico”, dopo approfondita analisi, conclude con questo consiglio: “è meglio chiedere questa brutta partita con nuove elezioni, il più presto possibile. La legge elettorale è pessima ma gli italiani + possono pur sempre servirsene per fare una scelta di campo e dire, per esempio, quale sia il peso del Pd nella politica nazionale.
Torna all’esempio storico, Marcello Sorgi, ex direttore e oggi firma di punta de La Stampa. Il richiamo - nonché la soluzione per uscire dall’attuale impasse, secondo Sorgi - è infatti al governo Fanfani V del 1983: “Nato con un programma minimo e un orizzonte temporale limitato, sostenuto da una fiducia a termine e trasformatosi, in corso d’opera da ‘governo del presidente’ a governo elettorale”. Una strada percorribile, secondo Sorgi, visto che il “minimo comune denominatore tra i partiti che già fiutano l’atmosfera della campagna elettorale” è quella di riformare la legge elettorale che eviti l’ingovernabilità, qualunque sia a vincere le ormai prossime elezioni.
Elezioni che infine chiede anche Il Giornale, per il quale rinviare il voto (come auspica il leader del Pd) sarebbe una trappola per fermare la Cdl: “Non si vedono possibilità per un governo che si occupi rapidamente solo della legge elettorale. Per una operazione del genere occorrerebbe una intesa di maggioranza che non c’è e non ci sarà di sicuro, viste le profonde divergenze che esistono. Dunque, le elezioni sono obiettivamente la strada più logica, più percorribile nonostante le tante opinioni contrastanti. La legge in vigore sarà discutibilissima, ma per ora quella c’è. Del resto non è forse quella che nel 2006 ha dato la vittoria, sia pure di strettissima misura, al centrosinistra? È francamente strumentale addebitarne i difetti a Berlusconi. Diciamo la verità: il tempo per riformarla lo si pretende per sfiancare un avversario che in questo momento ha con sé la maggioranza del Paese. Ma sì, pur con la pessima legge elettorale che c’è, andiamo presto a votare, il Paese vuole decidere da chi e come essere governato. Questa democrazia sarà pure piena di difetti, ma come diceva Churchill non ce n’è un’altra migliore”.

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Finanziaria col pallottoliere. Governo in bilico ancora per un mese

Lamberto Dini e Clemente Mastella in aula al Senato
Finalmente il 14 novembre è arrivato. È il giorno della verità, della prova finale. Non solo e non tanto per la Finanziaria, ma soprattutto per il presidente del Consiglio e per il leader della Casa delle Libertà.
Il voto finale sulla manovra economica è atteso nel tardo pomeriggio: la cautela è d’obbligo perché in gioco c’è la sorte del governo e perché da mesi il Cavaliere indica nel 14 il ‘big bang’ di Prodi. Ma la maggioranza è convinta di avere i numeri per passare la prova dopo una trattativa estenuante fatta di lusinghe ed incontri con i senatori dissidenti e incerti.
L’umore del centrosinistra è andato migliorando nel corso della giornata di martedì, forte del sì del senatore a vita Giulio Andreotti e del rientro in carreggiata dei mastelliani, che sul tetto per gli stipendi dei manager pubblici avevano creato tensioni. L’Udeur, dopo i tuoni lanciati in aula da Mastella, è pronta a votare sì alla norma.
In realtà ad agitare Romano Prodi non è certo il Guardasigilli, che, anzi, “in questa fase è il principale alleato del premier”. Il vero nodo dal quale dipende l’intero assetto politico è l’atteggiamento dei LiberalDemocratici di Dini. Sul voto finale alla Finanziaria “il giudizio è ancora aperto, ci sono importanti emendamenti da valutare”, afferma l’ex premier che ancora tiene Prodi sulle spine: “Parlerò in Aula”. E lì si vedrà se a esultare sarà Silvio Berlusconi, convinto di aver portato dalla sua parte Lambertow, o l’Unione che ostenta ottimismo sulla fedeltà dell’ex governatore della Banca d’Italia e sulla sua consapevolezza di quali conseguenze deriverebbero dall’esercizio provvisorio delle finanze pubbliche, nel caso la Finanziaria non passasse.
Ma ci sono anche altri senatori capaci di far pendere il pallottoliere del Senato da una parte o dall’altra. E dall’Unione è partita da giorni la conta, aggiornata di ora in ora: secondo i calcoli della maggioranza, a favore sono 157 senatori più 4 senatori a vita (Montalcini, Colombo, Scalfaro, Andreotti) contro i 156 della Cdl.
Nell’opera di tessitura, assicurano gli ulivisti a Palazzo Madama, un ruolo cruciale lo avrebbero avuto sia il premier stesso sia quello ombra, il leader del Pd Walter Veltroni. E le trattative sotterranee sembrano aver portato i loro frutti. Questi: sul fronte dei dissidenti della sinistra radicale, salvo colpi di scena, il governo recupera definitivamente Fernando Rossi: “Se non ci sono sorprese sono orientato a votare a favore”, annuncia l’ex senatore del Pdci. Mentre Franco Turigliatto resta orientato per il no alla manovra, anche se l’Unione cercherà fino all’ultimo di convincerlo almeno a uscire dall’Aula.
Il duo Bordon-Manzione, già dato per acquisito nei giorni scorsi, non sembra destare preoccupazione al di là delle frasi sibilline a sicuro effetto mediatico: “È vero che si vota oggi, ma ricordo a tutti che c’e’ un voto finale previsto per dicembre, ha fatto saper Tex Willer, consigliando a Prodi di dare, a gennaio, le dimissioni e di presentare una nuova lista di governo, possibilmente applicando la Costituzione e cioé scegliendo lui tra i partiti e non lottizzando”. E se Dini ripete che si tiene “le mani libere”, segnali incoraggianti per il governo arrivano dai suoi, Natale D’Amico e Giuseppe Scalera, che riconoscono: “Il governo ha fatto un lavoro positivo per accettare larga parte dei nostri emendamenti”. Nessun problema per il governo da Domenico Fisichella. “Ho votato 90 articoli, volete che sugli ultimi 5 e sul voto finale mi comporti diversamente? La politica è una cosa seria”, ha detto il senatore ex Margherita ed ex An. Poi c’è il capitolo senatori a vita. Giulio Andreotti si è aggiunto a Scalfaro, Montalcini e Colombo: quattro sì sono praticamente certi. Mentre l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi non dovrebbe essere in aula a maggior ragione dopo che anche Francesco Cossiga ha fatto sapere che non parteciperà al voto.
E così, con le dita incrociate ed il ‘fantasma’ di imboscate dell’ultima ora, l’Unione aggiorna al ritmo di ogni due ore i conti.
In cotanta incertezza, politica ed aritmetica, resta sicuro che, così come Prodi è convinto di superare l’ostacolo della manovra in Senato, è altrettanto convinto che qualora ci fosse veramente il colpo di scena, ovvero la spallata evocata dal leader di Forza Italia, l’unica strada possibile sarebbe il ritorno alle urne. Subito, già a marzo. Un aut-aut che serve al premier per mostrarsi risoluto nel giorno del redde rationem ma anche come estremo richiamo all’ordine ai vari senatori scontenti, alla sinistra e a destra dell’Unione.

Ma in ogni caso, pure superata la Finanziaria, i fari puntati restano sul protocollo per il welfare che dovrebbe essere approvato alla Camera entro il 28 novembre, per poi approdare al Senato. E anche qui, i dubbi di Dini ricominceranno a pesare. Le incertezze di Prodi, insomma, non sono finite, sono solo prolungate.

Grillini e Cossiga guidano il Parlamento multimediale

È nata poche settimane fa, si chiama Associazione dei parlamentari amici delle nuove tecnologie e, a voler fare una battuta facile facile, verrebbe da dire che è un’amicizia così solida da non meritare nemmeno un sito. L’associazione è presieduta dal diessino Franco Grillini, vanta come presidente onorario Francesco Cossiga e ha come scopo il progresso multimediale delle strutture parlamentari. Una battaglia trasversale a cui hanno aderito una settantina di parlamentari, per una volta senza distinzioni tra maggioranza e opposizione. Il primo obiettivo che si propongono i deputati multimediali è l’ingresso del wi-fi alla Camera, la tecnologia senza fili che consentirebbe a tutti di connettersi alla rete in qualunque ambiente di Montecitorio. “Un passo avanti importante”, spiega Grillini, “perché qui alla Camera è in costante aumento il numero di persone disposte ad imparare”. Anche se le mail restano un mistero per molti: “c’è chi fa leggere la propria posta elettronica agli assistenti, agli stessi ai quali chiede di rispondere. Ma sono ancora circa 200 i deputati che, invece, di posta elettronica e di internet non ne vogliono sapere”. Attualmente i messaggi in entrata e in uscita dalla Camera sono più di 500 mila al mese, con un aumento compreso tra il 20 e il 30 per cento rispetto allo scorso anno. Se a ciò si aggiunge che nel 2005 la Camera ha speso circa 4 milioni di euro tra hardware e software, e che, con numerosi ordini del giorno, è stato deciso l’acquisto di palmari Balckberry da 490 euro per ciascun parlamentare, non si può certo dire che lo Stato non fa di tutto per migliorare le capacità tecnologiche dei nostri parlamentari. L’unico problema vero? L’età media dei fortunati: uno su quattro ha più di 70 anni. E la rete, ai loro tempi, era solo quella del gol.

Vallettopoli, questi fantasmi

Silvio Sircana, portavoce di Romano Prodi
Vip, paparazzi, politici, starlettes, ricatti (veri o presunti, si vedrà), foto rubate o millantate, tradimenti, notti brave, paginate di giornali, schizzi di fango… C’è di tutto nel nuovo capitolo di Vallettopoli, scoperchiato dai magistrati di Potenza. Come si confà a un vero “caso italiano”: c’è di tutto, comprese le “confessioni”.
La prima, provocatoriamente surreale come suo costume, porta la firma del presidente emerito della repubblica Francesco Cossiga: “Per rimorsi di coscienza, per dissuadere il Ministro della Giustizia da mandare a Potenza inutili ispezioni e per difendere da ingiuste accuse le autorità giudiziarie di Potenza, mi presenterò alla Procura della Repubblica di Roma per confessare che sono stato io a consegnare ai giornali verbali e anche intercettazioni telefoniche dell’inchiesta su Vallettopoli dopo essermi introdotto di notte nel Palazzo di Giustizia e aver fotocopiato con una fotocopiatrice portatile i documenti e copiato con una sofisticata apparecchiatura le registrazioni telefoniche”.
La seconda, frutto più della prudenza che della fantasia, è invece di Massimiliano “Max” Scarfone, uno dei fotografi nel mirino dei magistrati di Potenza. Precisamente, quello che ha gettato fango sull’immagine di Silvio Sircana, portavoce di Romano Prodi, riferendo di averlo visto assieme ad un trans, scatenando una vera e propria bufera politica, trasversale.
“Non ho mai venduto una foto sua con i trans. Non l’ho mai fatta. Mi vantavo con Corona, ma tra noi si scherza” ha raccontato il fotografo al Corriere della Sera. Secondo i magistrati, comunque, all’estero sarebbe costudito un archivio con tutte le foto dei ricatti.
“Scarfone, scusi, come sarebbe a dire: basta? All’una di notte lei tempesta di telefonate Fabrizio Corona, per chiedere addirittura l’aiuto di Bicio. Ci sono le intercettazioni. Lei esulta…” chiede il giornalista del Corsera. E lui: “Dicevo cose non vere. Lo giuro. Cazzeggiavo: avrò raccontato quello che si diceva nell’ambiente. Sì, c’era questa voce che girava. Echeggiava. E io ci ho fatto il fico con Corona, che detto tra noi all’epoca era titolare di una agenzia più che rispettabile. E adesso quasi mi dispiace di non averle fatte io quelle foto. Sai che scoop. Foto così non hanno prezzo. Sircana quella sera l’ho visto, ma era stato a una cena di lavoro con una signora”. E riguardo al presunto bacio galeotto, precisa: “Era un bacio di saluto, sennò il servizio l’avremmo venduto e invece non se l’è comprato nessuno”.
Tutti però ne parlano. Nessuno l’ha visto, come fosse l’araba Fenice o Osama bin Laden. Ma l’Italia ha i fantasmi che si merita.

Scontro a distanza sul voto agli stranieri. Umberto Bossi: "Pensiamo che gli immigrati debbano essere rispediti a casa loro". Gianfranco Fini: "Un anatema che non risolve il problema". Secondo voi chi ha ragione?
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