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Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Gerardo D’Ambrosio e Antonio Di Pietro | (Fotogramma)
Ma che cosa resta di Mani pulite? Che fine hanno fatto i protagonisti della stagione giudiziaria più controversa d’Italia? Mentre infuria la polemica sul decennale della scomparsa di Bettino Craxi, morto da latitante e in esilio il 19 gennaio 2000, tra un mese compirà 18 anni l’inchiesta che partì alle 17.30 del 17 febbraio 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, il presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Ma altro che maturità : anzi, anche qui si preparano nuove diatribe. Continua
Una richiesta di 13 anni di reclusione in un processo per aggiotaggio non l’aveva mai fatta nessun pm. L’ha presentata Eugenio Fusco, rappresentante d’accusa al processo Parmalat insieme ai colleghi Francesco Greco e Carlo Nocerino, a carico di Calisto Tanzi, nell’ambito del processo condotto a Milano sul crac di Collecchio.
Nel procedimento milanese Tanzi risponde di aggiotaggio e ostacolo agli organismi di vigilanza (insieme ad altri 7 imputati e a Italaudit, imputata in base alla legge 231) e concorso in falso dei revisori. Per l’ex patron di Collecchio l’accusa ha chiesto di negare qualsiasi attenuante generica.
Pesanti anche le altre proposte di condanna: 6 anni di reclusione per l’ex manager di Bank of America Luca Sala, 5 anni per l’altro ex funzionario Luis Moncada, 3 anni e 6 mesi per Antonio Luzzi della stessa banca, inoltre sono stati richiesti 3 anni e 6 mesi di reclusione per Giovanni Bonici, ex responsabile di Parmalat Venezuela, 5 anni di reclusione per Paolo Sciumè, consigliere indipendente, 5 anni per Luciano Silingardi e 4 anni di reclusione per Carlo Barachini, consigliere indipendente.
Italaudit Spa, ex Grant Thorton, unico ente rimasto imputato nel processo per la violazione della legge 231 sui controlli amministrativi rischia una sanzione di 300mila euro piu’ una confisca di 600mila euro.
“Si è tenuto conto della particolare gravità del reato di aggiotaggio in questa specifica vicenda, questo è un aggiotaggio irripetibile”, ha spiegato il pm Fusco argomentando la gravità delle pene proposte. Il pm ha sottolineato tra l’altro come i margini aggiuntivi pagati da Parmalat sulle varie operazioni svolte da Bofa servissero per “comprare il silenzio dell’istituto di credito” e avessero la funzione di “occultamento al mercato e di creare una cresta e disponibilità extracontabile”.
Il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco, durante la sua requisitoria, ha anche paragonato la vicenda Parmalat ad “una brutta vicenda di mafia”. Il pm, già magistrato di Mani Pulite ha poi fatto dei parallelismi con il crollo della finanza internazionale di questi giorni: “È la migliore dimostrazione” ha detto “che l’intuizione della procura di Parma e Milano era giusta e cioè che le banche erano corresponsabili del crac di Parmalat”.
“È stata una richiesta esagerata rispetto al mio effettivo ruolo”, ha commentato l’ex patron di Parmalat, Calisto Tanzi. Si è poi detto fiducioso che possa emergere la “vera storia della Parmalat”.
Il crac dell’azienda emiliana è arrivato alla fine del 2003, quando è stata costretta a dichiarare bancarotta. Con decreto del Ministero delle Attività Produttive gran parte delle Società del Gruppo sono state ammesse alla procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, ed è stato nominato Commissario Straordinario Enrico Bondi.
Il VIDEO servizio:
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di Gianluigi Nuzzi
Sui derivati la procura di Milano scalda i motori. E rimette in campo la squadra di pm che ha segnato le vicende economico-giudiziarie degli ultimi anni: dal crac Parmalat, con l’arresto di Calisto Tanzi, alle scalate Antonveneta e Bnl-Unipol. Per questo qualche giorno fa si è tenuta una riunione riservata fra alcuni pm del pool reati finanziari, coordinato da Francesco Greco. All’ordine del giorno tre questioni di strategia processuale. Innanzitutto i pm si sono confrontati sull’eventuale competenza territoriale di una simile indagine. La Italease è ben incardinata, quella sui bond di Regione Lombardia e Provincia di Milano seguita dal pm Alfredo Robledo pure, ma un’indagine a tutto campo comporta rischi. E nessuno vuol arenarsi in inchieste destinate a essere trasferite. Non è infatti detto che Milano abbia la forza procedurale di tenere le redini fino al processo.
Il secondo fronte è già più operativo. Riguarda la denuncia che Federconsumatori e Adusbef hanno appena imbucato in procura. I magistrati ne stanno valutando lo spessore per comprendere quale raggio d’azione consenta. Nell’attesa di capire se la Guardia di finanza che sta analizzando i bond emessi dalle istituzioni lombarde permetterà a Robledo di allargare lo spettro investigativo. Al vaglio delle Fiamme gialle, nella sede di via Filzi, sono cinque bond. Anzitutto quello della Provincia da 170 milioni di euro emesso nel 2002 (lead manager Merril Lynch e Dexia; advisor Banca Imi e Cdc Ixis). Per arrivare a quello del Comune con Jp Morgan, Ubs, Deutsche Bank e Depfa.
Insomma, prevale la linea della prudenza. Per questo l’apertura della nuova inchiesta vede proprio Francesco Greco come assegnatario. La scelta è maturata durante la riunione, dove lo stesso coordinatore del pool reati finanziari ha sostenuto la linea dell’attesa. Non tanto per la sensibilità dei mercati, la volontà politica di riordinare norme e garanzie, gli allarmi del governatore della Banca d’Italia e le proteste di Alessandro Profumo contro gli articoli di stampa sull’Unicredit. Anzi i fenomeni esterni contano relativamente. In procura si guarda invece ai pochissimi procedimenti giunti a giudizio sugli swap.
Si attende l’imminente e incerta sentenza di un processo considerato dagli inquirenti come apripista, destinato a influenzare le prossime scelte investigative. Il 6 dicembre in Corte d’appello sono previste le arringhe conclusive dei difensori di quattro direttori di filiali Unicredit accusati di truffa aggravata sui derivati. Il processo di primo grado si era concluso con il proscioglimento perché il fatto non sussiste dei manager, mentre per un quinto imputato era intervenuta la prescrizione.
L’Unicredit aveva tacitato il danno con 1,8 milioni di euro su quasi 8 miliardi di lire richieste dalla parte civile. Tra qualche settimana si capirà quindi se la strada processuale penale merita di essere ampliata. O se hanno ragione quegli avvocati che indirizzano i risparmiatori danneggiati sulla giustizia civile: “Il giudice deve essere specializzato” spiegano in procura. “E c’è un gap informativo che si trasferisce dal rapporto banchiere operatore-cliente a quello bancario imputato-giudice”.

di Roberto Ormanni
Un tesoro di oltre 2 miliardi di euro è nascosto negli uffici giudiziari. Qualcosa come 200 mila sentenze di condanna al pagamento di multe, ammende e spese processuali emesse negli ultimi dieci anni. Ma, quando va bene, lo Stato riesce a riscuoterne solo il 4-5 per cento. Si tratta di ingiunzioni, pignoramenti, sequestri a imputati che non hanno nulla da perdere o sono irreperibili. O di condanne fino a 3 mesi di carcere convertite in denaro, o di reati fiscali, ambientali, relativi alla sicurezza sul lavoro: il condannato evita la galera in cambio di 38 euro al giorno. Per sbloccare l’ingranaggio il ministro della Giustizia Clemente Mastella si è affidato a una commissione presieduta da Francesco Greco, uno dei pm del pool della procura di Milano. È stato proprio Greco a suggerire al ministro la caccia al tesoro e la commissione, istituita a maggio scorso, a fine ottobre dovrebbe presentare le proposte.
“Il primo passo è stabilire quanti siano i crediti esigibili” sottolinea Giuseppe Cascini, pm di Roma, tra i componenti della commissione. La soluzione sarebbe affidarsi alla Equitalia, società pubblico-privata che si occupa anche della riscossione delle tasse, “ma prima sarebbe inutile” ammette Cascini “tentare di incassare da chi risulta senza reddito, è latitante o è clandestino”.
La commissione ha chiesto al ministero di far confluire tutte le sentenze in un ufficio centrale in modo da selezionare le procedure. “Senza questo sforzo organizzativo” dice Cascini “non si va da nessuna parte”. Con i primi incassi la società di riscossione potrebbe anche autofinanziarsi.
La commissione sta studiando anche come introdurre una cauzione per chi vuole impugnare sentenze e ordinanze: 500 euro per fare appello, anche al tribunale della libertà , e 1.000 per ricorrere in Cassazione. Una legge sulla quale sta lavorando Piercamillo Davigo, pm di Milano anche lui in commissione. Un modo per scoraggiare ricorsi inutili e per garantire in futuro il pagamento delle spese processuali.
Se il ricorso è respinto e l’imputato condannato alle spese, la giustizia trattiene la cauzione. In caso di accoglimento le somme vengono restituite. Un’idea che non piace però a quattro dei cinque professori universitari in commissione. “La cauzione a garanzia delle spese, prevista in passato nel processo civile, è stata dichiarata incostituzionale nel 1960. A maggior ragione non c’è spazio nel processo penale, dove la tutela del ricorso alla giurisdizione è fondamentale”. Resta un mese per sciogliere i nodi.