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Ma i magistrati possono andare in tv? Parola alle toghe

Clementina Forleo durante la puntata di Anno Zero di Michele Santoro, su rai Due, dedicata alla giustizia

Il magistrato è un uomo (o una donna) in carne e ossa che può esprimere le proprie opinioni in pubblico come fa un qualunque cittadino? Oppure è un funzionario dello Stato che deve rimanere chiuso nella torre d’avorio del proprio ruolo istituzionale, votato alla solitudine e al silenzio? Dopo le puntate di Anno Zero in cui Clementina Forleo e Luigi De Magistris hanno denunciato intimidazioni e ostacoli al proprio lavoro, nei corridoi dei tribunali non si parla d’altro che delle toghe in tv.

Tra i magistrati c’è chi prende le difese dei colleghi milanese e calabrese, chi richiama al basso profilo e chi arriva a ipotizzare che le dichiarazioni a mezzo stampa siano finalizzate alla ricerca del consenso per una futura discesa in campo politico. Di certo la questione non si risolve nella lettera delle norme da seguire in questi casi. “Norme che sono carenti”, spiega Salvatore Boemi, numero uno dell’Antimafia a Reggio Calabria. “Mancano disposizioni precise, ad esempio, sulle comunicazioni dei giudici, mentre per quanto riguarda i pm l’unico autorizzato a rilasciare dichiarazioni è il loro procuratore capo. In generale credo sia buona regola non parlare mai delle inchieste in corso o appena concluse, perché si possono generare fraintendimenti e polemiche che danneggiano la magistratura stessa. Il privato di un magistrato non esiste, esiste solo la sua dimensione pubblica che rende inopportuno chiamare in causa altri poteri dello Stato”.

È d’accordo Giuseppe Scelsi, procuratore della Divisione antimafia di Bari che si è occupato di affari illeciti tra la Puglia e i Balcani: “Se avessi problemi personali nello svolgimento del mio lavoro, riferirei agli organismi preposti alla nostra tutela, in primo luogo il Csm”. “Mi sono chiesto cosa possa portare un magistrato a fare certe esternazioni in televisione”, dice Francesco Bretone, sostituto procuratore a Trani che in passato ha guidato le indagini sull’omicidio della piccola Graziella Mansi ad Andria. “Può capitare di sentirsi isolati, di non sapere più a chi rivolgersi e di sfruttare lo spazio mediatico a disposizione. Ma a conti fatti credo che la sovraesposizione individuale per la nostra categoria sia controproducente”.

Quando ha avuto dei problemi legati a un’inchiesta su alcuni esponenti della Lega, il procuratore capo di Verona Guido Papalia si è sentito tutelato dalle istituzioni. “Mi sono sempre rivolto agli organismi competenti, non ho mai scelto la via pubblica e finora mi è andata bene. Anche se non voglio criticare i colleghi che fanno scelte diverse”. Simonetta Matone, sostituto procuratore del Tribunale dei minori di Roma, frequenta i salotti televisivi. “Ho una regola: non mi sottraggo ai microfoni, ma non parlo mai dei casi che riguardino me o il mio ufficio”, risponde mentre si prepara alla registrazione della nuova puntata si Porta a Porta su Cogne. “Mi occupo solo di vicende che non ho trattato direttamente. In ogni caso mi limito a spiegare atti già noti, a fine divulgativo, e riduco al minimo i commenti”.

Angelo Canale, viceprocuratore generale della Corte dei Conti del Lazio, che ha all’attivo le indagini sullo scandalo della missione Arcobaleno, lamenta invece la scarsa attenzione dell’opinione pubblica nei confronti del suo ufficio. “Abbiamo il problema contrario alla sovraesposizione”, afferma, “a volte sui procedimenti che riguardano lo sperpero di denaro pubblico, e che quindi hanno importanti ripercussioni sulla vita dei cittadini, regna il totale silenzio mediatico”.

Nei giorni successivi alle dichiarazioni di De Magistris e della Forleo altri magistrati o ex magistrati hanno espresso la propria opinione. Su La Stampa Francesco Saverio Borrelli ha detto di aver apprezzato la collega milanese: “Mi è sembrata non solo determinata, anche coraggiosa. È giusto che i cittadini ci vedano come siamo in carne e ossa”. Mentre Piero Alberto Capotosti, ex vicepresidente della Corte costituzionale, sul Messaggero ha ammonito: “La solitudine è la condizione esistenziale del giudice, altrimenti diventa di parte. I giudici dovrebbero agire in silenzio”. Felice Casson, oggi senatore Ds, all’Unità ha dichiarato: “Difendo, per chiunque sia accusato, la facoltà di ricorrere a qualsiasi strumento di difesa, purché siano rispettate le regole. Ma non si possono tenere discorsi politici dal palco della magistratura”.
Luciano Violante, intervistato in 1/2 ora da Lucia Annunziata, ha definito “pericolosa” la ricerca del consenso dell’opinione pubblica da parte di un magistrato, nonostante le difficoltà. Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso infine, “i magistrati che vanno in tv possono tranquillamente parlare di politica giudiziaria e legislativa. A parte questi temi non ne vedo però la necessità”.

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Delitti senza castigo? Una soluzione c’è

Sedie vuote nell'aula di un tribunale
“E poi dovremmo accettare l’idea che ci sono professioni ad alto rischio di errore, come il medico o il magistrato”. Parola di Francesco Saverio Borrelli, ex capo della Procura di Milano, a proposito del delitto di Sanremo, dove un pm, Enrico Zucca, non ha accettato la richiesta di arresto cautelare per Luca Delfino avanzata dalla polizia con un dossier di 200 pagine. Delfino nel 2006 era stato indagato per l’omicidio di Luciana Biggi, sgozzata con un coccio di bottiglia, e pochi giorni fa ha ucciso di nuovo, la fidanzata Maria Antonietta Multari.
Ora la mamma di Maria Antonietta accusa di assassinio il giudice Zucca per aver lasciato libero un più che probabile serial killer. Il dossier della polizia presenta elementi che appaiono schiaccianti per l’opinione pubblica, ma il pm si difende affermando che non c’era abbastanza per mettere in carcere una persona. È una storia che ricorda moltissime altre, recenti o meno: dal guidatore killer ubriaco, scarcerato in pochi giorni, all’omicidio Mele.
Storie di delitti senza castigo, o di delitti che avrebbero potuto essere evitati con un po’ più di sagacia, coraggio e responsabilità da parte dei magistrati. I quali si difendono mettendo avanti la legge: non avevano elementi sufficienti. Spesso hanno ragione, ma c’è un dettaglio: sono loro gli unici giudici di se stessi. Sia prima, quando devono prendere certe decisioni, sia dopo, quando le decisioni assunte si rivelano tragicamente sbagliate.
E dunque? In realtà una via di uscita ci sarebbe, neppure troppo complicata: applicare quella legge, che esiste e che è stata confermata a furor di popolo da un referendum, che sancisce la responsabilità civile dei magistrati che sbagliano.
Perché proprio qui sta la falla del ragionamento di Borrelli: se un medico uccide per sua colpa un paziente, paga. Se è un magistrato a scarcerare un killer o impedire un delitto, non paga mai. O meglio: non risponde ad altri che non siano i suoi stessi colleghi, e in tutti questi anni non è mai accaduto che il Csm abbia condannato per colpa un pm o un giudice.
Il ministro della Gistizia, Clemente Mastella
Accade così che il ministro di turno invii la consueta ispezione, facendo gridare (spesso giustamente) alle interferenze della politica. Accade anche che i politici stessi possano difendersi dale iniziative, sbagliate o meno, dei pm, attraverso le garanzie previste per gli onorevoli. Ma i politici non possono essere garantisti quando sono in ballo i loro onorevoli colleghi, e limitarsi a un’alzata di spalle, o all’ispezione di turno, quando ci vanno di mezzo i comuni mortali.
Ecco, nelle varie riforme della magistratura tentate in questi anni, in quella targata Mastella come in quella targata Castelli, è sempre mancato questo elemento: applicare ai giudici le norme sulla responsabilità civile. È così difficile? Qualcuno dovrebbe spiegarlo.

Calciopoli: dopo quelli di mafia ecco i pentiti del pallone

Il procuratore federale Stefano Palazzi
I pentiti entrano anche nella giustizia sportiva con sconti di pena e patteggiamenti in cambio di confessioni. Il consiglio federale della Federcalcio ha approvato in gran fretta il nuovo codice, con le regole che guideranno i processi disciplinari nati dalla stagione degli scandali.

L’eredità di Calciopoli ha lasciato il segno e fra le novità contenute nei 55 articoli del codice ce n’è una rivoluzionaria. Se gli incolpati ammettono le proprie responsabilità, collaborano e contribuiscono a far scoprire violazioni del regolamento, la procura federale può proporre al giudice di ridurre le sanzioni fino a trasformarle in “prescrizioni alternative”.

E l’ultimo comma dell’articolo 24 prevede che i vantaggi ottenuti dal pentito possano estendersi alla società di cui fa parte, quando le violazioni sono contestate anche al club. Oltre ai benefici della collaborazione con gli inquirenti, l’articolo 23 concede un’ulteriore chance agli accusati, a patto che non siano recidivi: prima della conclusione del procedimento di primo grado possono dichiararsi colpevoli e patteggiare, proponendo una pena ridotta che accettano in cambio della chiusura del procedimento. In tal caso la decisione sarà inappellabile.

Con una decisa svolta verso le regole del processo penale, il nuovo codice è in vigore dal 1° luglio per sostituire, ancor prima che diventasse operativo, quello messo a punto all’indomani della crisi dal commissario straordinario della Figc Luca Pancalli. La riforma prodotta dall’ufficio giuridico della Federcalcio è stata presentata dal presidente Giancarlo Abete, che ha voluto minimizzare le modifiche rispetto al “codice Pancalli”. Ma agli esperti non sfugge il cambio di rotta.

Accanto all’obiettivo di assicurare il regolare svolgimento delle gare c’è ora un chiaro intento punitivo che non convince del tutto gli esperti. Secondo l’avvocato Lucio Giacomardo, docente in una delle prime cattedre di diritto sportivo, istituita all’Università di Napoli, “il processo sportivo dovrebbe essere simile a quello disciplinare e non a quello penale, altrimenti si rischierebbe di dover introdurre anche qui garanzie processuali, come la verifica delle dichiarazioni dei pentiti, a svantaggio della celerità e della sanzione sportiva”.

La bilancia della giustizia dello sport pende ora verso il potere degli inquirenti. E delle nuove norme è soddisfatto il procuratore federale Stefano Palazzi, che le definisce “un’arma in più contro eventuali accordi trasversali per pilotare partite e risultati”.

In questa direzione vanno le altre novità del codice. Anzitutto sanzioni per “tre o più soggetti che si associano per commettere illeciti”, un reato identico all’associazione a delinquere del Codice penale. Inoltre il divieto per società, dirigenti e tesserati di avere “rapporti abituali” con esponenti della giustizia sportiva e dell’associazione arbitri. Infine, l’ufficio indagini assorbito dalla procura federale. Da questo momento chi conduce le inchieste potrà sostenere anche l’accusa in giudizio: una condizione indispensabile per far funzionare gli accordi con i collaboratori di giustizia.

Ciliegina sulla torta, la creazione di una sorta di Csm dello sport, una commissione di garanzia di cui fa parte anche l’ex procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli, che dovrà giudicare sulle irregolarità commesse dagli stessi giudici sportivi. Per la serie: chi è senza peccato…

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