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di Carlo Puca
Luciano Violante alla Giustizia, Sergio Cofferati all’Interno, Stefano Ceccanti alle Riforme, Ermete Realacci all’Ambiente, Goffredo Bettini ai Beni culturali. Ancora: Andrea Ranieri al Lavoro, Roberto Morassut alle Infrastrutture, Michele Salvati all’Economia. Presidente del Consiglio: Walter Veltroni.
Non è fantapolitica, il governo-ombra veltroniano è dettato dagli eventi. Alcuni sono noti, altri meno. Come nel caso di Luciano Violante. Escluso dall’esecutivo di Romano Prodi, l’ex presidente della Camera ha scelto un profilo non polemico con il premier. Ma nelle ultime settimane “ha dato una grossa mano per documentare Walter sull’emergenza sicurezza” dicono dalle parti del sindaco di Roma. La richiesta di “tolleranza zero” (qui il FORUM) di Veltroni è figlia proprio degli appunti forniti da Violante, oltre che dei suggerimenti di Sergio Cofferati, il sindaco di Bologna, antesignano degli sceriffi di sinistra.
Quanto ai dossier su riforme istituzionali e legge elettorale, “la grossa mano” sta arrivando dal costituzionalista Stefano Ceccanti, allievo prediletto di Augusto Barbera e garante delle primarie nel 2005; attualmente Ceccanti è capo dell’ufficio legislativo del ministero per le Pari opportunità . Invece Ermete Realacci, rutelliano, ex numero uno di Legambiente, è il referente di Veltroni per le questioni ambientali e lo sviluppo sostenibile. Mentre Goffredo Bettini, mentore della candidatura di Veltroni alla segreteria del Partito democratico, è l’alter ego (qualcuno dice Walter ego) di Veltroni. E da presidente della Festa del cinema di Roma non manca di fornire consigli sulla politica culturale.
Forte è anche la liaison programmatica sulle tematiche del lavoro tra Andrea Ranieri, sindacalista di lungo corso, e Veltroni; in particolare sul precariato. Sul fronte infrastrutture pesa (e molto) il parere dell’assessore capitolino all’Urbanistica Roberto Morassut. Così come per la richiesta veltroniana di riduzione delle tasse, che tanto ha disturbato Prodi, è stato fondamentale il lavoro preparatorio di Enrico Morando, Nicola Rossi e Marco Causi. Il via libera definitivo l’ha però dato riservatamente Michele Salvati, economista e primo promotore del Partito democratico.

Insomma, una squadra di tutto rispetto, che certo non sfigura nel confronto con l’esecutivo Prodi. Personalità , quelle veltroniane, prontissime a coprire un giorno (vicino o lontano, chissà ) responsabilità ministeriali. E che nel frattempo lavorano da autentico governo ombra.
Peraltro, la lista è soltanto parziale. Mettiamo Francesco Rutelli. Con tutto il sostegno che sta dando a Veltroni, potrà liberamente scegliere il ruolo o il dicastero che più gli aggrada. Stesso discorso vale per Dario Franceschini, vice di Veltroni, Franco Marini, Massimo D’Alema, Beppe Fioroni. Né mancano i viceministri (Claudio Martini, Claudio Fava, Doris Lo Moro) e i sottosegretari ombra: Maurizio Martina, Pierfrancesco Majorino, Andrea Orlando, Vinicio Peluffo.
E poi c’è l’inseparabile Walter Verini, futuro sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel ruolo che fu, nei governi Berlusconi, di Gianni Letta.
Intorno a un futuribile governo veltroniano già esistono alcune certezze: avrà al massimo 15 ministri, a differenza dei 25 di Prodi, e sancirà il ridimensionamento di alcuni veltroniani della prima ora. Per esempio il cristiano-sociale Giorgio Tonini e la ministra Giovanna Melandri. È stata dalemiana nei governi D’Alema, amatiana nel governo Amato, prodiana nell’ultimo governo Prodi. Insomma, è una veltroniana soltanto presunta. Nel governo di Walterissimo o si è big o si è nuovi. Tutto il resto è fuori.
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Gli hanno sbarrato la strada del Pd ma Antonio Di Pietro non ci sta e minaccia via web propositi di battaglia poco rassicuranti per la maggioranza.
Escluso perché “leader di una forza politica che non si è sciolta” nell’ancora inesistente partito democratico (la stessa motivazione che ha tenuto fuori dalla corsa anche il leader radicale Marco Pannella), il ministro delle Infrastrutture, intuendo che il no dell’ufficio tecnico-amministrativo del Pd nasconda anche motivazioni politiche, s’irrigidisce e dal suo blog rilancia e picchia duro. Prima otto punti di riflessione per coloro che “tanto sbrigativamente si sono voluti disfare della mia candidatura”; poi la stoccata conclusiva: “Il Partito Democratico ha perso un’ottima occasione: per potersi definire davvero democratico deve essere aperto e pluralista altrimenti semplicemente non esiste”. E infine: “Gli attuali promotori del costituendo Partito Democratico non vogliono né la presenza mia né quella dell’Italia dei Valori. A mente serena bisognerà riflettere sulle reali motivazioni di questo diniego e trarne le inevitabili conseguenze (anche sulla opportunità di restare o meno in una coalizione che di fatto ci respinge!). Chi non ci vuole non ci merita! Né io né l’Italia dei Valori faremo ricorso. La politica è sì partecipazione ma anche dignità da difendere”.
Chi deve preoccuparsi di più del Tonino furioso: i vertici del nascente Pd o quelli del governo?
Il VIDEO servizio:
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Crescono gli sfidanti di Veltroni nella corsa delle primarie del prossimo 14 ottobre. E Walter non si sente più il candidato unico alla segreteria del Pd. Sicuramente il più indicato per vincere, ma non il solo a correre.
Dopo Furio Colombo, anche Rosy Bindi rompe gli indugi e si candida alla segreteria del Pd, alle primarie del 14 ottobre. Lo ha annunciato lo stesso ministro della Famiglia attraverso una nota sul suo sito.
“Ho riflettuto a lungo e sono ormai convinta che la scelta più giusta e più utile sia quella di presentare la mia autonoma candidatura alla segreteria del nuovo partito”, afferma la Bindi. E ancora: “L’appuntamento del 14 ottobre ha risvegliato nel popolo dell’Ulivo, nuove attese e una grande speranza nel partito democratico. Queste attese e queste speranze non possono andare deluse. Anch’io, come tanti, sento la responsabilità di un impegno in prima persona”. “Con questa candidatura” sottolinea ancora quella che fu la pasionaria degli ultimi anni della Dc “assumo una responsabilità nuova ma non solitaria. È un percorso che richiederà molte energie, passione e dedizione. Sarà un impegno quotidiano, a tempo pieno”.
Essendo nota come “Sorella coraggio”, ed avendo cominciato a rompere le scatole a chi predica bene e razzola male già un bel po’ d’anni fa, nella sua Dc, quando segretario era un certo De Mita, il ministro della Famiglia non ha perso l’occasione di polemizzare con il Comitato dei saggi del Pd: “I 45 hanno approvato un regolamento elettorale che favorisce chi può contare su una forte organizzazione. Ds e Margherita, attraverso i loro più autorevoli esponenti, hanno già dichiarato di appoggiare la candidatura di Walter Veltroni”. “Nonostante questi limiti” ha continuato “sono convinta che in tantissimi, donne e uomini e soprattutto giovani e giovanissimi si aspettano e vogliono essere protagonisti di questa nuova stagione”.
Infine cinque ragioni e una sparata. Le prime sono le motivazioni per le quali la Bindi ha scelto di correre. Uno: perché il 14 ottobre “serve una vera competizione”; due: perché questo “è il momento delle donne”; tre: perché vuole “un partito per il bipolarismo e la laicità ”; quattro: perché vuole “un’Italia più libera e giusta”; cinque: per dispetto ai saggi, perché “le persone sono più forti delle regole”.
La sparata? Eccola, alla faccia della scaramanzia: “Se sarò eletta rinuncerò a qualunque altro incarico”. L’importante è crederci.
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Passato l’effetto mediatico Veltroni-Lingotto, è passata anche quella sorta di timore reverenziale nei confronti del candidato principe da (quasi) tutti sognato, aspettato e investito. Da giorni, si accavallano - nel centrosinistra - voci, volti e nomi nuovi nella corsa agli scranni alti del Pd.
Dopo quello dell’imprenditore Antonio Angelucci, smentito dal diretto interessato; dopo la vociferata candidatura di Anna Serafini, moglie di Piero Fassino e senatrice Ds; mentre il quarantenne Enrico Letta parla ai giovani del valore della competizione ma non si decide a metterla in pratica; mentre la pasionaria Rosy Bindi nicchia sulla sua campagna elettorale, annunciandola più nelle interviste sui quotidiani che ufficialmente… qualcuno concretamente si è deciso a giocare le proprie carte per le primarie del 14 ottobre.
Furio Colombo, classe 1931, giornalista di lungo corso, maestro di tutta una generazione di editorialisti, uomo Fiat in America e professore alla Columbia University. E, dalla scorsa legislatura, senatore ulivista (nella precedente era stato eletto ala Camera con i Ds).
“Intendo candidarmi alla segreteria del nascente Partito democratico. Questo, è chiaro, non è l’annuncio del giornale L’Unità , che resta libero e aperto a tutte le candidature (spero molte). È l’annuncio di un candidato”. Questo è chiaro non è un “endorsement (cioè quando i grandi quotidiani americani, sotto elezioni, dichiarano le loro scelte politiche ai lettori)”, ma un vero e proprio farsi avanti. Che l’ex direttore fa proprio dalla prima pagina del giornale diessino. E spiega: “Lo spirito della mia candidatura indipendente e laica è far sapere ai cittadini che in queste elezioni primarie si apprestano a scegliere tra veri candidati e vere proposte alternative”.
A pochi giorni dalla chiusura delle liste, e dopo la clamorosa rinuncia di Pierluigi Bersani, la candidatura di Colombo, affatto debole e scontata, rischia di accendere una lotta interna al movimento. Battaglia sana e naturale, necessaria per traghettare il nuovo partito verso i lidi del consenso. Ma soprattutto una sfida, par di capire, che l’ex direttore è pronto a lanciare, non certo contro l’amico Walter, al quale si sente vicino: i due hanno in comune molte cose (oltre all’esperienza da direttore del giornale dei Ds), a cominciare dall’attrazione nei confronti dell’America, del suo sistema politico e delle sue libertà . Il 66enne Colombo è deciso a incrociare la spada contro la cosiddetta “lista dei coraggiosi” di Rutelli-Chiamparino-Cacciari-Follini, ai quali dedica ben due quarti del proprio manifesto: “Userò il ‘manifesto’ Rutelli per indicare la diversità (e anche, se volete, l’estraneità ) della mia candidatura”. E ancora: “Trovo strana e un po’ minacciosa, la frase finale (dunque, in senso retorico, la più importante) del manifesto: ‘La maggioranza che ha vinto deve governare i cambiamenti…’”. Perché, per Colombo è un errore sostenere. come hanno fatto i coraggiosi di Rutelli, che in Italia “è finita la lunga stagione in cui la coesione del centrosinistra è stata garantita dall’antagonismo verso Berlusconi”.
E via di questo tono. Ma a cosa punta l’ex direttore? “Propongo di battermi per un Partito Democratico meno gassoso e più fondato sulle cose”. E ancora: “Il mio modello sono i town meeting (assemblea di città o di villaggio) di Bill Clinton. S’intende che la decisione finale era responsabilità del presidente”.
Tra le cose da fare, per il Pd, il senatore mette dunque come priorità la lotta senza esclusione di colpi al Cavaliere: “In Italia Berlusconi è tutt’ora in grado di stare, come vuole e quando vuole, al centro della scena. È in grado di prendersi la ‘diretta’ e di incitare il Paese alla rivolta”.
Quindi: mettendosi a fianco di Veltroni e di traverso a Rutelli, la posizione dell’ex direttore dell’Unità è più o meno riassumibile così: “Antiberlusconiani di tutto il mondo uniamoci”.