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Franco-Bassanini

Dopo Cofferati, il dibattito su figli & politica: ma papà ti lascia solo?

Sergio Cofferati con il figlio Edoardo
di Terry Marocco e Antonella Piperno
I tradizionalisti del Palazzo l’hanno spolpato vivo. Ma c’è anche chi, nella scelta intimista di Sergio Cofferati, che non correrà per il secondo mandato per seguire suo figlio, ha intravisto l’inizio di una nuova, illuminata, era genitorial-politica. Ha ragione il sindaco di Bologna intenerito “dal primo passo del mio Edoardo?”. Oppure hanno visto giusto quei politici che sono stati più uomini pubblici che stanziali padri di famiglia?
Per capire quanto sia possibile costruire un rapporto genitore-figlio anche a distanza Panorama ha fatto parlare i diretti interessati: quelli rimasti da bambini nelle loro città mentre i padri (o le madri) inseguivano il loro sogno politico a Roma.
Ilaria Cirino Pomicino, 37 anni, secondogenita di Paolo Cirino Pomicino.
Adesso che è una regista e vive a Roma, nella stessa città del padre, lo vede non più di due volte al mese. Molto meno rispetto a quando lei abitava a Napoli e “‘o ministro” passava gran parte della settimana nella capitale. “Paradossalmente è diventato meno padre quando non è più stato il grande animale politico della Prima repubblica”. Quando Cirino Pomicino è diventato deputato Ilaria aveva 5 anni. Le pesava soprattutto la tristezza della madre, che soffriva per la lontananza del marito. Pomicino però faceva di tutto per compensare le sua assenze. “Da bambina gli dicevo sempre: la vita è in bianco e nero dal lunedì al giovedì, a colori dal venerdì alla domenica” ricorda “ci portava al Luna Park, al cinema a vedere Piccole donne (lui piangeva, io neanche una lacrima)”. E poi c’erano i giochi, “anche un po’ feroci”: tutti sotto le coperte immaginando di essere circondati dal fuoco, chi cadeva giù dal letto moriva bruciato, “ed essendo la più piccola ero sempre io quella che finiva per terra”. E quelli più teneri, per combattere la nostalgia: “Immaginavo di raggiungerlo a Roma attraverso il filo del telefono”. A 10 anni Ilaria ha cominciato a seguirlo ai comizi, ai convegni. “E anche, purtroppo, a Parigi per i controlli al cuore, avevo 8 anni quando ha avuto il primo infarto”. Poi è subentrata la ribellione adolescenziale, con la decisione (mai più cambiata), di votare Rifondazione comunista.
Bobo Craxi, 44 anni, secondogenito di Bettino Craxi.
L’assenza è una malattia, dice Bobo Craxi, figlio dell’ex premier: “Mio padre fu uno dei pochi, allora, a non voler trasferire la famiglia a Roma. Con mia madre e mia sorella restammo a Milano”. Ricorda: “Mi è venuto a prendere a scuola solo quattro volte. La prima fu all’asilo: dall’emozione mi venne la febbre”. Per anni si è sentito come orfano. “I momenti vissuti insieme erano rari e preziosi. Amavo le sue stravaganze, come quando andavamo al supermercato o prendevamo l’autobus. Per stare insieme lo seguivo la domenica ai comizi”. E poi durante la famigerata missione in Cina: “Una scusa per stare con noi”. Craxi fu un padre “affettuoso, invasivo quando c’era. Ma spesso, quando c’era, non c’era. La testa era altrove. La politica per lui era un’attività totalizzante”. I compleanni? “C’era per forza, il mio è il 6 di agosto…”. Il rapporto lo ha recuperato da grande: “Durante l’esilio, ci siamo riavvicinati”. Oggi ha due figli, di 15 e 10 anni e teme la nemesi: “Vado a prenderli a scuola, gioco a pallone. Solo diventando padre ho capito cosa non ho avuto. Mi è mancato anche il suo controllo, su quello che facevo, su chi frequentavo. Da ragazzino lo pretendi e una telefonata non riempie la vita”. Bobo Craxi confessa che è cresciuto solo quando lui non c’è più stato. “Eppure quando vado a prendere mio figlio a calcio e i suoi compagni gridano ‘È arrivato il padre di Craxi’, ancora provo un grande turbamento”.
Riccardo Bossi, 29 anni primogenito del leader della Lega Umberto Bossi.

Nella vita ci si abitua a tante cose, filosofeggia il maggiore dei figli del Senatùr. “Mio padre fa politica da 25 anni, da quando ero piccolo. Mi sono abituato a crescere senza di lui. Mi è mancato e lo sa”. Lo chiama “mio papà”, lo giustifica e difende, anche se parla di un rapporto a volte difficile. “Sgrida Berlusconi, perché non dovrebbe sgridare me”, dice riferendosi alla querelle sulla sua partecipazione all’Isola dei famosi. Un rapporto complicato oltre che dalla distanza, anche dalla separazione dei genitori. “Mi ricordo di noi due soli, a dormire nello stesso letto. E lui che mi raccontava la storia di un topo di Varese che rubava la marmellata, veniva preso e finiva miseramente”. Etica padana e gite in montagna, a Livigno. “Non era Alberto Tomba, ma ci teneva ad andare a sciare insieme. Ascoltavamo sempre Antonello Venditti, lui lo adorava”. Al figlio ha insegnato che “non conta quello che fai, ma come lo fai”. Quando poteva c’è stato: “Sempre in ritardo, ma arrivava”. Solo una volta è mancato a un appuntamento importante: “Al battesimo di mia figlia Lavinia, la sua unica nipote non è venuto. E questo mi ha lasciato l’amaro in bocca. Non ho capito perché e mi sono promesso di non commettere mai l’errore di far mancare l’affetto a mia figlia”.
Federico Brandolo, 27 anni, figlio di Maria Teresa Armosino, membro del direttivo di Forza Italia.
Scherza dicendo di essere ormai arrivato al 12° anno d’attività politica, Federico Brandolo, impiegato, figlio unico della parlamentare in politica dal 1996. “Essere figlio di un politico è un lavoro: devi imparare a essere autonomo, a non rompere con cose futili, a gestirti da solo”. Cresciuto dai nonni tra Torino e le colline astigiane: “Mia madre partiva il lunedì mattina, se riusciva tornava il giovedì sera. Mi regalò un cellulare per starmi più vicina, ma io mi vergognavo. Allora ero l’unico ad averlo e lo tenevo sempre spento”. La domenica si trovano insieme in cucina: “È il nostro momento, lei appassionata di cucina fa dolci buonissimi. Io l’aiuto”. Parla della sua famiglia come “di una squadra, che ha funzionato bene, che non gli ha fatto mancare niente”. Anche se momenti di tristezza ci sono stati: “Quando tornava dai suoi viaggi demotivata, delusa. Allora mi sembrava che questa lontananza fosse inutile”.
Elio Mastella, 30 anni, primogenito dell’ex ministro della Giustizia Clemente.
Per decidere se trasferirsi a Roma con il padre o restare a Benevento “abbiamo fatto un meeting tutti insieme”, racconta il figlio maggiore dell’ex-Guardasigilli, ingegnere “e abbiamo deciso di restare qui, dove avevamo fatto le scuole, dove c’erano i nostri amici”. Il padre lo vedeva nei fine settimana, tra comizi e incontri con il suo collegio. “Ma nelle cose importanti era presente, almeno al telefono. Per il resto ha fatto mia madre”. Come il giorno della laurea: “Venne, malgrado stesse facendo lo sciopero della fame”. Comprensivo (”occupai la scuola e mi lasciò fare”), mai autoritario. “Il nostro rapporto è maturato con il tempo, oggi posso dirmi un ragazzo fortunato”.
Geronimo La Russa, 28 anni, avvocato, primogenito del ministro della Difesa Ignazio La Russa.
“Quando mio padre è stato eletto in Parlamento avevo 12 anni, ma non ho sofferto. I miei erano separati, ero già abituato a non vivere con lui”. Il ministro della Difesa ancora oggi telefona al suo “Gero” tutte le sere: il figlio gli ha dedicato una suoneria personalizzata, l’Ignazio Jouer targato Fiorello. “Quando ho bisogno di lui mio padre c’è sempre, seppure non fisicamente, anche più di altri genitori che vivono con i figli” chiarisce “E quando ci tengo ad averlo accanto a me, basta sapersi organizzare. Non posso avvertirlo all’ultimo minuto”. Il ministro della Difesa c’era all’operazione al setto nasale deviato, alla laurea in Giurisprudenza. Per tenersi vicino il suo Gero, La Russa l’ha portato anche, bambino, perfino al congresso di Fiuggi. Si ritagliano da sempre, anche una vacanza alle Eolie: “Anni fa ci andavamo in macchina: quel viaggio interminabile con lui mi rendeva felice, cantavamo a squarciagola Battisti e Dalla”.
Alessandra e Elena Angiolini, 24 e 27 anni figlie dell’ex deputata dei comunisti italiani (e ministro) Katia Bellillo.
È stata nominata ministro degli Affari regionali quando Alessandra ed Elena avevano 17 e 14 anni. Disposta a rinunciare all’incarico se le figlie avessero messo il veto (”approvammo, ma rifiutammo anche di trasferirci a Roma con lei”) Bellillo che, separata dal marito non poteva lasciarle sole a Casa del diavolo, vicino a Perugia, assunse una coppia di domestici romeni e più tardi una coppia di peruviani. Madre e figlie, dicono, sono riuscite a sentirsi vicine: “L’abbiamo sempre chiamata decine di volte al giorno, anche in consiglio dei ministri, per chiederle magari dov’era la tal maglietta”. Le ragazze hanno sempre aspettato senza ansie il weekend, quando cenavano tutte insieme nel rustico e si raccontavano la loro settimana. E nei momenti in cui avevano bisogno di lei fisicamente Bellillo c’era. Elena, laureata in Relazioni internazionali non le rimprovera niente. Alessandra, studentessa di Giurisprudenza, invece, fa notare che se la mamma l’avesse accompagnata, forse non avrebbe smesso danza classica. E ora riflette: “Allora mi sentivo un’adulta, ma oggi mi rendo conto che forse avrei avuto bisogno della mamma”.
Giuseppe Lunardi, 27 anni, terzogenito di Pietro Lunardi, deputato Pdl.
Ingegnere civile come l’ex ministro, Lunardi jr. più che soffrire perché suo padre era a Roma, è rimasto spiazzato dalla sua scelta politica: “Mi sentii lasciato solo professionalmente. Avevo 20 anni, mi ero iscritto a Ingegneria per seguire le sue orme e lui cambiava strada”. Invece pare che il padre sia riuscito a stargli vicino, incoraggiandolo davanti allo scoglio dell’esame di Meccanica razionale (”ci ho messo due anni”) tornando tutti i weekend a Milano e portando il figlio con sé alle varie manifestazioni, alle premiazioni del Gran Premio, al Salone di Genova, “Tra scorte e cerimoniale ci è mancata un po’di intimità. Ma è una condizione che augurerei a tutti. E poi i miei sono rimasti insieme, mentre molti miei amici sono figli di separati”.
Alberto Giovanardi, 23 anni terzogenito di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Non ha mai saltato un pranzo di famiglia domenicale a Serramazzoni, nella casa dei nonni. E Carlo Giovanardi, racconta suo figlio Alberto, studente di Giurisprudenza, non ha mai smesso neanche di giocare con lui: “Ancora oggi è quello che si diverte di più a giocare a gavettoni. E l’ultima secchiata d’acqua deve essere sempre la sua”. Alberto aveva 7 anni quando suo padre ha cominciato a fare il pendolare: “All’inizio non capivo bene cosa facesse a Roma. Però facevo il tifo per lui, avevo riempito le pareti della camera da letto dei miei con i volantini elettorali ‘vota Giovanardi’. Telefonate serali a parte, è stato l’ex ministro ad avvicinare il figlio al calcio (gioca in seconda categoria) ad aiutarlo nell’esame di diritto costituzionale, a portarlo al cinema a vedere i film della Disney. Oggi punta a tenerlo lontano dal Palazzo: “Mi dice che ‘la politica è un hobby, prima bisogna trovarsi un lavoro’”.
Giovanni Bassanini, 43 anni, primogenito dell’ex ministro Franco Bassanini.
Di politica non ha voluto sentir parlare. A 18 anni ha lasciato Roma e si è trasferito a Courmayeur per diventare guida alpina. “I ricordi più belli con lui sono legati proprio alle lunghe passeggiate in montagna, mi ha insegnato ad amarla, mi ci portava ogni estate”. Per il resto, però, regnava la conflittualità (”avevamo entrambi un carattere prepotente”). A differenza di altri colleghi pendolari, Bassanini decise di trasferire, da Milano a Roma, tutta la famiglia (la prima; ora è sposato con la collega Linda Lanzillotta): “Era mia madre, che lavorava in un istituto di ricerche sociali, a fare avanti e indietro in treno. Noi stavamo con una tata, papà lo vedevamo poco, lavorava troppo”. Bassanini rientrava alle otto meno un quarto ma per i figli non era una festa: “Voleva vedere il tg ma a quell’ora c’era ancora Goldrake, e allora nascondevamo il telecomando”.

Bassanini: vado in Francia a fare la rivoluzione che Prodi non vuole

Franco Bassanini, milanese, 67 anni, ex ministro Ds della Funzione Pubblica nel primo governo dell'Ulivo. Esperto di amministrazione pubblica è stato chiamato da Nicolas Sarkozy per mettere a disposizione la sua esperienza nel rinnovamento della stato francese
In Francia lo conoscono e lo stimano, da tempo. Visto che dal 2001 al 2005 ha fatto parte del Consiglio d’amministrazione dell’Ecole Nationale d’Administration (E.N.A.). Nicolas Sarkozy, in particolare, lo tiene molto in considerazione: nel 2002, quando Sarko era ministro dell’Interno, lo ha chiamato per illustrare le sue riforme (datate 1997) ai prefetti francesi. E siccome Franco Bassanini, costituzionalista, ex ministro ds della Funzione pubblica nel primo governo di centrosinistra (’96-2001), fondatore di Astrid (Associazione per gli Studi e le ricerche sulla Riforma delle Istituzioni Democratiche) e, appunto, padre della prima corposa (anche se in gran parte “rimasta nei cassetti”) riforma della pubblica amministrazione, all’Uomo Forte francese è parecchio piaciuto, lo ha rivoluto nel 2004 come relatore alla conferenza programmatica dell’Ump, il partito di centrodestra al governo oggi in Francia.
“Ma quella volta Sarkozy volle sparigliare il campo e sorprendere i socialisti francesi, che lui reputa non proprio degli innovatori. E io stetti al gioco e andai a esporre i contenuti della mia riforma”.

Questa volta invece, professor Bassanini, l’incarico è istituzionale…
Sì. Il 30 agosto si insedia la Commissione per la liberazione della crescita francese, voluta dal governo di François Fillon, su mandato del presidente Nicolas Sarkozy. Ma la commissione, presieduta da un socialista del calibro di Jacques Attali (biografo e consulente di Mitterand, ndr), sarà del tutto indipendente e libera.
Al presidente francese piacciono i socialisti come lei, Lang, Attali. Ma nessuno grida all’inciucio
Da noi le divisioni politiche sono talmente forti e personalizzate che appena destra e sinistra si mettono a collaborare c’è chi pensa subito a qualcosa di losco. Ma le grandi riforme sono bipartisan. Germania e Francia insegnano.
Già, com’è che l’efficiente stato francese ha bisogno di essere riformato?
In Francia sono convinti che la nostra riforma sia buona e dunque sono molto interessati. La loro pubblica amministrazione funziona, ma per alcuni aspetti sono molto indietro. Per esempio, a parità di popolazione, la Francia conta due milioni in più di dipendenti pubblici rispetto ai 3,6 milioni dipendenti italiani. Da noi sono meno, ma non sono nelle condizioni di dare il meglio. Quelli francesi sono tanti, preparati, ma anche costosi: il loro stipendio incide per il 3,5% sul Pil nazionale. Anche di questo dovrà occuparsi la commissione, il cui mandato scade a dicembre. E dovremo anche indicare soluzioni per rilanciare la competitività e la crescita. Il livello della disoccupazione d’Oltralpe è per esempio superiore a quello italiano.
Che ruolo avrà?
Mi occuperò di ridefinire e semplificare il rapporto tra lo Stato e le piccole medie imprese.
Ovvero quello che in Italia non le è riuscito quand’era ministro della Funzione Pubblica…
Più o meno. In effetti la riforma del ‘97 (impropriamente detta Bassanini, visto che con me lavoravano fior di esperti) è in parte rimasta inattuata.
E del governo Prodi
Già. A essere sincero, il precedente governo Berlusconi l’ha rispettata all’80%. Questo esecutivo invece è andato nella direzione opposta. Spacchettando per esempio vari ministeri ha voluto dare un messaggio chiaro: la Bassanini non è più priorità. Ma è un altro l’aspetto che non mi convince.
Dica
Se Prodi avesse incaricato McKinsey o l’ingegner Ermolli di svolgere una ricerca seria e questo studio avesse dimostrato che l’Italia ha bisogno di 30 ministeri, a differenza della Francia, della Spagna e della Germania che non ne hanno più di 15, io avrei preso atto che la riforma Bassanini era sbagliata. Invece non bastavano le poltrone…
E l’hanno tagliata fuori.
Però con Astrid, e a titolo gratuito, continuo a collaborare con il ministero dell’Interno (Giuliano Amato del resto è tra i fondatori di Astrid); col ministero dei Rapporti con il parlamento di Vannino Chiti; con Paolo Gentiloni, ministro per le Telecomunicazioni.
Di tutto di più, insomma.
Non ho avuto incarichi dall’attuale ministero della Funzione Pubblica di Nicolais, se non quello, a titolo personale e gratuito, di presiedere una commissione di studio per la formazione dei dirigenti pubblici, sul modello dell’ENA francese.
E com’è andata?
Abbiamo consegnato i nostri lavori entro la data stabilita (il 31 marzo scorso) dal mandato parlamentare. Ma anche questi studi sono rimasti nei cassetti.
Proprio come è successo nel ‘97. Tutti contenti in teoria, poi all’atto pratico le sue proposte restano lettera morta. Si rimprovera qualcosa in proposito?
Le riforme che ho scritto in quegli anni (assieme a personaggi del calibro di Massimo D’Antona) sono state attuate solo in parte. È mancato un lavoro di manutenzione straordinaria.
Cioè?
Nel ‘97 l’Italia aveva bisogno di uno scossone, di uno choc. Le mie cinque leggi, scritte anche grazie agli apporti del forzista Franco Frattini, che poi mi è succeduto al ministero, e votate con spirito assolutamente bipartisan, abbisognavano, come tutte le riforme, di correzioni e messa a punto in fase di attuazione.
E così si sono bloccate
Le hanno bloccate.
Chi?
Un’ampia parte del ceto politico: interessato a mantenere lo status quo e a sistemare sulle poltrone pubbliche persone di fiducia o elettoralmente vicine. E un’ampia parte della burocrazia stessa, che non ama farsi mettere sotto esame ma preferisce andare avanti per scatti d’anzianità e automatismi interni. E anche un’ampia parte del sindacato, impaurito dall’impopolarità che avrebbe comportato seguire le mie norme.
Quale in particolare?
Quella che prevedeva premi ai dirigenti più efficienti e l’allontanamento dei fannulloni. La tesi del Professor Ichino, che ha scatenato polemiche nei mesi scorsi, io l’ho scritta dieci anni fa. Avevo previsto che ogni ufficio pubblico avesse degli obiettivi da raggiungere, una strategia per farlo e dei settori dove applicarsi. A chi fosse riuscito a ottenere buoni risultati avremmo dato un premio. Invece i sindacati preferiscono distribuire gli incentivi a pioggia…
E così lei è rimasto nell’immaginario degli italiani come il ministro dell’autocertificazione.
Sì, ma anche quella è una rivoluzione. Non dover più presentare carte e documenti per l’iscrizione dei propri figli all’anno scolastico successivo, come succedeva prima del ‘97, credo sia una buona semplificazione, no?
Ma molti la criticano per aver dato ufficialità allo spoyl sistem?
Il sistema è sempre esistito. E funziona anche in altre democrazie che noi italiani citiamo a modello. Deve essere limitato agli uffici di staff. Ed è deleterio quando nasconda interessi elettorali. Non c’è niente di male se il capo di gabinetto di un ministero è un uomo di fiducia del ministro. Purché quello sia stato scelto perché è il migliore sulla piazza e non perché appartiene alla famiglia politica del ministro.
A proposito di famiglia, nel governo non c’è più lei, ma sua moglie Linda Lanzillotta, agli Affari regionali. Una ricompensa per non averla fatta eleggere al Senato alle ultime elezioni?
No, che c’entra! Anche perché il ministro Lanzillotta non è dei Ds, ma della Margherita. A me è successo di essere troppo in basso nelle liste, nonostante il mio partito avesse promesso agli ex ministri un ruolo di primo piano.
Tornerà a far politica attiva nel Partito democratico?
Vedremo. Intanto io tifo Veltroni. Soprattutto dopo l’ampio e articolato discorso al Lingotto di Torino. E poi ha una certa somiglianza con Sarkozy.
Ah sì?
Certo: è un abile comunicatore (al pari del francese e di Silvio Berlusconi); è un riformista e gli piace innovare. E poi non è vero, come dice De Gregori, che vuol piacere a tutti. Ma l’avete letto bene il suo programma?

Lanzillotta e l’intervista canaglia: Margherita, sostantivo maschile

Linda Lanzillotta, esponente della Margherita, nata a Cassano Ionio, un paese della Calabria in provincia di Cosenza
Dal blog di Linda Lanzillotta, esponente della Margherita e ministro per gli Affari regionali e le autonomie locali: “Sono nata a Cassano Ionio, un paese della Calabria in provincia di Cosenza, da cui molto presto sono emigrata a Roma. Sono sposata con Franco Bassanini e ho una figlia bella e intelligente. Ho lavorato nelle istituzioni pubbliche per più di 30 anni, qui ho maturato esperienze diverse e sempre ricche che mi hanno insegnato a conoscere a fondo il funzionamento della politica e dell’amministrazione. Dal 2001 insegno programmazione e controllo delle pubbliche amministrazioni presso la facoltà di scienze politiche dell’Università Roma Tre e mi dedico alla Margherita con l’obiettivo di contribuire a costruire un partito che sia capace di affrontare le sfide del XXI secolo”.

Margherita: visto il peso delle donne, direi sostantivo singolare di genere maschile…
Numeri sconsolanti: 8 donne su 98 elette all’assemblea federale del partito. Non ho puntato i piedi giusto per chiudere il congresso in modo unitario. Però adesso basta, si apre una fase nuova. Dobbiamo pretendere che negli organismi di direzione la quota del 30 per cento sia rispettata.
Anche perché molte donne, lei in testa, si sono dannate per costruire questo benedetto Partito democratico.
Sì, si sono impegnate e hanno avuto un ruolo significativo. Perché le donne sono più capaci di elaborare idee e progetti che non di fare battaglie di potere all’interno degli apparati di partito. Però è ora di combattere per liberarsi dalle tutele dei maschi.
In effetti gli uomini si ricordano di voi giusto per circostanza, per dire quanto sono aperti e non sessisti.
In politica nessuno regala niente. Quindi nemmeno le donne possono pensare che qualcosa venga loro regalato. Se lo devono conquistare, perché la politica non è certo un luogo diverso dalla società. Ma le donne sono il 53 per cento del Paese. Se la politica non le rappresenta si inaridisce.
L’Unità maliziosamente ha sottolineato che nei Ds le donne sono più considerate.
E ha ragione. C’è stata una maggior attenzione, e non da oggi. I Ds hanno una storia più antica, con molti esempi di donne che hanno svolto ruoli di direzione. E anche stavolta bisogna riconoscere che hanno fatto meglio di noi. Mi auguro che far parte dello stesso partito abbia un effetto traino anche per le donne della Margherita.
Sì consoli, non è che nel Polo le donne finora abbiano avuto miglior fortuna. Si ricorda il pianto di Stefania Prestigiacomo?
Magra consolazione. La destra ha sempre avuto una cultura molto maschilista, pensi ad An e soprattutto alla Lega. Quindi non può essere quello il termine di paragone. Anche se all’estero ci sono esempi come quello di Angela Merkel, che non è certo una donna di sinistra. Ma io guardo dentro casa mia, non mi interessa cosa fanno dall’altra parte.
Però che brutto parlare di donne in termini di quote, come si fa con i sussidi all’agricoltura.
Per molto tempo sono stata contraria. Però a mali estremi estremi rimedi, visto che la questione della presenza femminile si sta configurando come una emergenza democratica. Quindi ben venga tutto quello che serve per cambiare questa situazione, quote rosa comprese.
Sogni che diventano realtà. Pensi che in Finlandia il governo è composto per metà di donne.
Ecco, là certo non hanno più bisogno di quote. La presenza delle donne è un normale fatto culturale.
Da uno a dieci, quante possibilità ci sono di vedere il Partito democratico guidato da una donna?
Direi sei. Perché sono ottimista: penso che alla fine il gruppo di testa del Partito democratico vedrà la presenza di molte donne.
Intanto Giancarlo Galan, il governatore del Veneto, l’ha candidata alla leadership.
Gentile, lo ringrazio. Ma il leader sarà scelto dai Democratici, tra i quali, a meno che non me ne sia accorta, non figura Galan. Però il fatto che lui mi candidi mi fa capire qualcosa.
Cosa le fa capire?
Che il centrosinistra può riprendere il dialogo interrotto con il Nord del Paese, dalle cui sensibilità e problemi in questi anni siamo rimasti lontani.

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