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Franco-Turigliatto

La via crucis di Turigliatto e D’Angeli. Se la sinistra è più Critica con gli ex compagni

Flavia D'Angeli, candidata premier di Sinistra Critica | Ansa
“La nostra campagna sarà la ‘via crucis’ dei giovani, delle donne, dei lavoratori”.
Parole di peso. E chi le avrà pronunciate? Qualche cattolico scontento dei due poli? Macché.
Un vecchio democristiano nostalgico? Neanche. E allora, sorpresa: la via crucis è stata annunciata da Flavia D’Angeli, la candidata premier di Sinistra Critica (critica soprattutto con gli ex compagni di Rifondazione), il partito fondato da Franco Turigliatto, il senatore piemontese espulso da Prc, e dal deputato Salvatore Cannavò (una delle tre principali formazioni che porteranno alle urne la falce e martello, insieme al Partito dei comunisti lavoratori del trotzkista Marco Ferrando e il Partito d’alternativa comunista con alla guida Fabiana Stefanoni).
Lei, D’Angeli, un passato da studentessa de “La Pantera”, 34enne (la più giovane tra gli aspiranti premier) insegnante precaria di italiano, storia e geografia, con due figli, non ha dubbi nello spiegare che: “Una delle ’stazioni’ sarà davanti ai cancelli di Mirafiori, con Turigliatto. Siamo già stati nei Cpt di Gradisca e Lamezia Terme, a Vicenza, andremo in Val di Susa, a Pianura, all’università La Sapienza che ha contestato Ratzinger, e in altre decine di luoghi del disagio e del dissenso sociale”.
Appartenendo alla generazione dei “movimenti”, quella sulla quale Rifondazione aveva puntato dopo la rottura con l’Ulivo nel 1998, la giovane candidata, che nella direzione nazionale di Rifondazione ha diretto il Dipartimento Precarietà, di “bamboccioni” e flessibilità se ne intende. E ci punta.
Tanto che la campagna di comunicazione della sua formazione parte proprio da qui, dallo spot tv intitolato “Perché No?”. Immagini che mostrano, nell’ordine: una bambina con 2 madri, un’operaia che apre la busta paga e trova 300 euro in più e i Tg che annunciano il ritiro della truppe italiane da tutte le missioni di guerra.
Un vero proprio catalogo dei “desiderata”, costato “la bellezza” di 10 mila euro circa, come afferma Marco Antonutti, responsabile della progettazione della campagna, per dare “un segnale concreto di un modo diverso di fare politica. Si può comunicare anche senza spendere le cifre faraoniche di Pd, Pdl e Arcobaleno”.
Ma le differenze con i grandi partiti non finiscono qui. Se gli italiani le affidassero Palazzo Chigi, la D’Angeli attuerebbe, stando al programma, una “riduzione drastica delle spese militari e l’uscita dalla Nato”; opporrebbe un netto “no ai rigassificatori, al ritorno del nucleare, agli inceneritori, alle centrali a carbone, alla Tav”; offrirebbe un convinto sì ai migranti con “il diritto di cittadinanza di residenza, l’abolizione della Bossi-Fini e del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro e la chiusura dei Cpt”. Senza dimenticare il “diritto all’autodeterminazione delle donne, la difesa della 194, diritto ai Pacs, rifiuto delle ingerenze e diritto al dissenso contro ogni dogma imposto”. Infine, “la liberalizzazione delle droghe leggere e la legalizzazione delle altre”.
Franco Turigliatto, senatore uscente. Ha fondato Sinistra Critica | Ansa
Perentori anche i manifesti, che recitano: Comunista, Femminista, Ecologista. E gli adesivi, tra cui uno ironico e trasgressivo sulla libera sessualità: “Proletari/e di tutto il mondo uniamoci!”
Con uno slogan così, altro che via crucis: la passione è assicurata. Anche dopo Pasqua.

Il VIDEO di presentazione di Flavia D’Angeli a Porta a Porta:

Il VIDEO della campagna di Sinistra Critica:

Mi seguono di più se resto o me ne vado? La nuova moda dei candidati in tv


L’ultimo? Franco Turigliatto, leader della Sinistra Critica. Dicendosi incompatibile con il leader di Forza Nuova Roberto Fiore (”Una forza politica esplicitamente e dichiaratamente neofascista e neo nazista”, ha detto il senatore anticapitalista), ha abbandonato polemicamente gli studi di Porta a Porta. E pensare, dice Bruno Vespa, che Turigliatto era stato informato della presenza di Fiore, e non aveva posto pregiudiziali.
Nel 2006 fu Silvio Berlusconi a duellare in diretta con Lucia Annunziata, nella puntata del 12 marzo di In mezz’ora. Puntata che finì prima del previsto, con il Cavaliere che si alzò, tese la mano, salutò e abbandonò lo studio: “Me ne vado. Mi ha fatto una domanda, non mi ha fatto rispondere”. Fece scuola? Diciamo che fece tendenza. E infatti tra il primo strappo del Cavaliere e l’ultimo addio di Turigliatto, in due anni, quanti altri politici hanno “messo in scena l’uscita di scena”? Parecchi, tanto che oggi sembra quasi che per onorevoli e candidati sia diventata una moda. Non difficile da praticare, del resto. E con una location facile da allestire: bastano uno studio tv, un programma di approfondimento politico e le telecamere della diretta. La scena è assicurata. L’eco mediatica pure: ci si alza da poltrone e divani, si urla “basta, me ne vado” e si lasciano di stucco conduttore, ospiti e pubblico.
Solo la scorsa settimana è toccato prima al socialista Enrico Boselli (il 6 marzo) e poi all’Udc Pierferdinando Casini. Il primo, per esprimere la sua protesta contro una campagna elettorale (a suo dire) truccata, si è alzato dal divano bianco di Bruno Vespa (ecco il FILMATO). Il secondo, due giorni dopo, ha fatto il bis della scena, abbandonando pochi secondi prima della fine, il programma di Lanfranco Pace e di Ritanna Armeni , 8 e mezzo (qui il VIDEO), dopo le ripetute insistenze dei giornalisti ospiti sull’inserimento di Mastella in lista: “Mi avete invitato per parlare del programma, invece mi ritrovo a rispondere a domande su Mastella”. E a proposito del leader dell’Udeur, come non ricordare la sua uscita di scena dallo studio caldo di AnnoZero di Santoro: era l’otto marzo 2007 e l’allora ministro della Giustizia se ne andò, in segno di protesta con una trasmissione, secondo lui, troppo faziosa.
Ma la lezione si è impressa bene nella mente dei politici, tanto da far tornare attuale il classico adagio morettiano: “Mi si nota di più se vado o se non vado?”. Giuliano Ferrara ha preferito la seconda opzione: invitato a Unomattina per confrontarsi con il leader radicale Marco Pannella sull’aborto, il 15 febbraio scorso, lasciò solo il suo avversario a inveire in diretta. “La tv è antiveritativa. Un bel mezzo per comunicare, rispettabile e fatto da persone rispettabili, tra cui io stesso fino a ieri. Ma sul ponte di Messina o sull’Ici valgono le opinioni, sulla vita umana e l’amore vale la solitaria e pubblica ricerca della verità” disse Ferrara.
Il fermo immagine, tratto questa sera dal Tg2, mostra il candidato premier per il Partito socialista, Enrico Boselli, mentre lascia il programma

Al di là della tesi del direttore del Foglio, ora tutti a chiedersi se la politica (che già non gode del favore dei cittadini) sia in rotta anche con la tv. Oppure se, in tempi di antipolitica conclamata, gli abitanti del Palazzo non cerchino il coup de théâtre, convinti di far più scalpore abbandonando il confronto tv piuttosto che restare a parlare di programmi, punti, sondaggi, cifre, candidature. L’ardua sentenza? I telespettatori-elettori la depositeranno nell’urna di aprile.

Governo: il sì a Prodi dei “non senatori” resta solo sulla carta

Marco Pannella, leader radicale, protesta in Senato | Ansa
Sono sette. Tanti quanti i senatori a vita. E con il pallottoliere più che mai risicato, per Romano Prodi sarebbero (stati) la salvezza. Tanto più che i sette senatori - Rita Bernardini, Carmelo Conte, Gerardo Labellarte, Maria Rosaria Manieri, Dante Merlonghi, Marco Pannella e Giovanni Valente - hanno già dato il loro parere favorevole al governo.
In una dichiarazione di voto “virtuale”, assicurano che avrebbero risposto con un “sì” alla fiducia che il Professore ha scelto di chiedere a Palazzo Madama: “Noi sottoscritti, Senatori della Repubblica dichiariamo che, qualora avessimo potuto esercitare i nostri diritti di eletti in occasione del dibattito sulla fiducia al Governo Prodi, avremmo partecipato al voto esprimendo il nostro sì”.
Peccato, per Romano, che la loro dichiarazione resti virtuale: i sette senatori radicali non hanno infatti un seggio in Senato, visto che la Giunta delle elezioni, a larghissima maggioranza, ha rigettato tutti i ricorsi sui seggi contestati. Una questione che a Palazzo Madama si trascina dall’inizio della legislatura e per la quale a nulla sono valse le proteste di Rosa nel Pugno, Idv, Verdi, Nuovo Psi, Udc, perché si procedesse a un riesame dell’esito elettorale in ben cinque regioni: Piemonte, Lazio, Campania, Puglia e Liguria.
Così l’arrabbiatissimo Marco Pannella non potrà andare a prendere il posto del contrario Franco Turigliatto, trozkista piemontese allontanato da Prc e ora unico membro di Sinistra critica che ha “per coerenza” annunciato il suo no alla fiducia.
Di fronte al pronunciamento della Giunta, un polemico Roberto Manzione (Ud), uno dei relatori sui seggi contestati, parla esplicitamente di “decisone abnorme frutto di un’intesa politica fra maggioranza e opposizione, sull’asse Pd-Fi”; mentre il leader socialista Enrico Boselli ha annunciato per i prossimi giorni appello alla Consulta: “Siamo di fronte ad una decisione che viola apertamente le norme elettorali. Un vero e proprio abuso di potere che bisognerà cercare di contrastare individuando le forme e i modi per potersi appellare alla Corte Costituzionale”.

Troppo tardi: a Palazzo Madama, Romano Prodi si gioca tutto giovedì…

Io sto con Turigliatto

Il senatore Franco Turigliatto, ex Prc
Era nell’aria e, siccome il vento non è cambiato, ecco la notizia dell’allontanamento del senatore Franco Turigliatto da Prc. Scontata? Certo, ma per il trozkista piemontese non meno dura da digerire: “L’essere espulso da Rifondazione mi addolora”.
E allora lui, il compagno che insieme a Fernando Rossi (ex Pdci) ha messo in crisi Romano Prodi, si sfoga in una conferenza stampa a Montecitorio. Affiancato e sostenuto dai suoi compagni di Sinistra Critica (l’area minoritaria e antagonista del partito), non cede di un millimetro: “Grazie per la solidarietà ricevuta ma questa scelta mi fa male. Pensavo che queste decisioni in stile sovietico fossero passate di moda. Ricordo che per Costituzione un parlamentare non è sottoposto a nessun vincolo di mandato”. Poi spiega: “C’è un problema di democrazia parlamentare se il nostro ruolo è solo quello di schiacciare un bottone e se non c’è libertà di coscienza”.
Infine, con un pronostico ferale, suona pure la campana al governo: “Alla fine, il governo cadrà perché ha segato il ramo su cui è seduto visto che il suo elettorato non lo voterà più”.
La decisione di allontanamento, presa dal partito di Giordano e Bertinotti, però, lascia scontenti molti compagni. Sinistra critica ha chiesto: “Un congresso straordinario del partito affinché la decisione di allontanamento venga revocata”.
Un sostegno che dalla sala stampa della Camera si è subito spostato sul web. Sul sito di Sinistra Critica sono arrivate a migliaia le firme per l’appello di solidarietà al senatore, per contestare la sua espulsione da Rifondazione Comunista e per appoggiare la coerenza con cui l’onorevole ha rappresentato le ragioni del pacifismo “senza se e senza ma”.
A inviare la propria adesioni, oltre ai vip mondiali dell’area No Global, come Noam Chomsky (linguista), Ken Loach (regista), Tariq Alì (scrittore), Gino Strada (Emergency), anche molti nomi dell’antagonismo locale: Piero Bernocchi (Cobas Scuola), Luca Casarini (Global Project), Giorgio Cremaschi (Segreteria Nazionale Fiom), Daniele Sepe (musicista), Alex Zanotelli.
E ora la sinistra è alle prese con l’amletico dubbio: Turigliatto è più scomodo dentro o fuori?

Prodi: dentro o fuori

Il premier Prodi e il suo portavoce Silvi Sircana
Il giorno dei sì e dei no, il giorno decisivo per il ri-proposto governo Prodi. In Senato si vota la fiducia. Oggi il prof si gioca tutto.
A conti (quasi) fatti, sarà un voto sul filo di lana: sulla carta il centrosinistra può contare su 162 voti favorevoli (inclusi 4 senatori a vita) mentre il centrodestra su 157 voti contrari. Indecisi ancora due senatori a vita, Pininfarina e Andreotti. Hanno invece sciolto ogni riserva Luigi Pallaro e Franco Turigliatto.
Il primo, uscendo da Palazzo Chigi dopo un incontro con il premier Romano Prodi, ha fatto sapere: “Ho annunciato al presidente Prodi che voterò la fiducia per dare continuità”. Più tormentata la decisione del secondo. Il trozkista Turigliatto, dissidente in rotta con Rifondazione, ha fatto sapere che voterà la fiducia a Prodi. Ma mantenendo una certa distanza, cioè, per dirla alla vecchia maniera, turandosi il naso: “Quello di mercoledì sarà un sì molto critico con la totale libertà d’azione sui singoli provvedimenti”.
Il sì dei due senatori - a cui si aggiunge l’altro dissidente, l’ex pdci Fernando Rossi - è particolarmente importante nella logica dei numeri a cui sembra essere appeso il futuro dell’esecutivo. La maggioranza “politica” (senza cioè i senatori a vita) di 158 voti favorevoli è infatti ora più a portata di mano, considerando anche la disponibilità a votare per il governo annunciata nei giorni scorsi dall’ex leader dell’Udc, Marco Follini.
Quello del senatore centrista è un voto che vale doppio: non solo ce ne sarà uno in più a favore del governo, ma anche uno in meno in quota centrodestra.
La stessa Cdl, pur senza Follini ma con l’ex Italia dei valori Sergio De Gregorio ormai passato di fatto all’opposizione, potrebbe infatti contare su 156 voti. Se uno dei 158 consensi previsti dall’Unione dovesse andare ad aggiungersi a quelli della Cdl (ad esempio con un non voto in aula, che equivale ad un no) i due Poli sarebbero in assoluta parità, a 157.
E a nulla allora varrebbe la “protezione” di San Romano, che il calendario fa ricorrere proprio oggi.

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