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Che fine ha fatto il patrimonio dei partiti della seconda repubblica? Sezioni, cimeli storici, opere, palazzi e persino giornali. In tempi di crisi, insomma, anche la politica mette al sicuro i gioielli di famiglia. I primi a farlo sono stati i Ds. Ora ci sta pensando An. Il Pd e il Pdl hanno unito e semplificato, a sinistra e a destra, la politica italiana, ma con la separazione dei beni.
Fioccano, difatti, le fondazioni, a volte think thank, come “Fare Futuro” di Gianfranco Fini e “Italianieuropei” di Massimo D’Alema, ma spesso vere e proprie casseforti per custodire i beni di due partiti che hanno attraversato il ‘900, come Ds e An. La spiegazione? La dà Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, intervistato due anni fa all’ultima Festa dell’Unità di Reggio Emilia, mentre stava progettando la messa in sicurezza (come disse anche a Panorama) del patrimonio diessino nel futuro Pd. “Chi ha avuto la ventura di celebrare matrimoni civili sa che quando si presentano davanti al sindaco un uomo e una donna che non hanno nulla, e il sindaco gli dice: ‘Fate la comunione dei beni o la separazione dei beni?’, non sanno nemmeno cosa significhi quella domanda. Ma se quei due, quell’uomo e quella donna che si presentano, hanno qualche cosa, sicuramente fanno la separazione dei beni. È così, il 90% è così”. “Questo perché non ci si fida?”, chiedeva l’intervistatore malizioso. “Sono matrimoni d’amore, però con separazione dei beni”, rispose Sposetti. “Non ci si fida l’uno dell’altro…”, continuò il cronsita. “Nooo… è una cosa che… Meglio fare così. Meglio stare all’erta”. I partiti della seconda repubblica, infatti, non si sono fidati.
Sposetti, il cognome un programma, ex sindaco di Bassano in Teverina (Viterbo) per due mandati consecutivi, di matrimoni ne ha celebrati parecchi e quando è stato nominato tesoriere dei Ds ha traghettato l’ingente patrimonio della storia del Pci – Pds -Ds in 50 fondazioni create ad hoc. Un vero e proprio tesoretto da custodire, formato da 2399 immobili per un valore stimato in almeno mezzo miliardo di euro. Senza contare un cospicuo numero di cimeli e donazioni, con oltre quattrocento opere d’ arte, a cominciare dal celebre quadro di Renato Guttuso “I funerali di Togliatti”.
Ma c’è pure chi, dall’unione, ci ha guadagnato. Come la Margherita, che in eredità aveva ben poco: l’unico bene da tutelare era il giornale di partito, Europa, perché tutti gli immobili erano stati presi in locazione, compresa la sede di via San Andrea delle Fratte, diventata poi quartier generale dei Democrats che vantano tre fondazioni di peso, come Fondazione White di Pierluigi Castagnetti, Astrid di Franco Bassanini ed Enrico Letta, e Fondazione Centro per un futuro sostenibile di Francesco Rutelli.
Nell’emiciclo opposto lo scenario non muta. Anche nel Pdl sposarsi è bene, ma separare il patrimonio è meglio. Il coniuge ricco, un po’ a sorpresa in questo caso, è Alleanza Nazionale che, con i suoi 63 anni di storia, è stata la prima a muoversi in anticipo. Chiuso il bilancio 2008 in attivo, ora sta facendo un censimento di tutte le proprietà per circa 300 - 400 milioni di euro: 100 appartamenti, sedi delle federazioni di An. Tra questi, i locali che ospitano la sede del partito e il quotidiano ‘Il Secolo d’Italia’, ora organo vicino al Pdl, in via della Scrofa. Una fondazione, dal nome Fondazione Alleanza Nazionale, gestirà l’intero patrimonio, il simbolo della fiamma tricolore e l’archivio storico nazionale della destra. “La sua sede sarà quella storica di via della Scrofa, al numero civico 39″, spiega Donato La Morte, memoria storica di An e parlamentare di lungo corso. Nessun problema, invece, per Forza Italia, l’altro coniuge del Popolo della libertà , che non ha blindato il patrimonio in fondazioni, perché non ha mai avuto immobili di proprietà . Tutto è sempre stato preso in affitto. A cominciare dalla sede storica di via dell’Umiltà , a Roma, vicino alla Fontana di Trevi. Stesso discorso per palazzo Grazioli, che il Cavaliere ha eletto a residenza -ufficio nella capitale. Per il resto, nel centro destra la maggior parte delle fondazioni sono think thank, come Magna Carta presieduta da Gaetano Quagliariello; Medidea, promossa dall’ex ministro dell’Interno e attuale presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu; Nuova Italia, che è presieduta dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno; Res Publica, che ha nel comitato Giulio Tremonti, e la Fondazione Craxi, diretta della figlia Stefania.
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Prima l’inno alla gioia, poi l’inno di Mameli. Infine quando il Cavaliere ha messo piede nel salone della Fiera (da una porta laterale, evitando l’ingresso presidiato dai cronisti), per il primo e fondativo congresso del Pdl, parte un’ovazione. Tutti in piedi ad accogliere Silvio Berlusconi che entra sulle note (ma senza parole) della canzone simbolo dell’ultima campagna elettorale del nuovo partito: “Meno male che Silvio c’è”.Comincia così il primo congresso costitutivo del Pdl che viene aperto dal saluto della deputata più giovane del partito, Anna Grazia Calabria (qui la scaletta e lo Statuto): “Siamo il futuro dell’Italia. Oggi è una delle giornate più belle della mia vita, sicuramente la più emozionante. Sono consapevole di questo momento storico. Siamo noi, siamo il Popolo della Libertà ”, dice tra gli applausi della platea.
Poi è toccato al sindaco di Roma Gianni Alemanno salutare la platea congressuale: “Costruiamo intorno a Berlusconi e Fini una casa comune per lottare insieme” ha detto. “Uno strumento al servizio di una nuova Italia che abbiamo sempre sognato. Ce lo chiedono i nostri padri, lo dobbiamo ai nostri figli. Viva l’Italia, viva il Popolo della Libertà ”. “Voglio ringraziare il governo Berlusconi” ha detto ancora Alemanno “per averci aiutato a realizzare in un anno piu’ di quanto la sinistra abbia realizzato in 15 anni di potere interrotto”. Il primo cittadino romano sottolinea: “il progetto che oggi nasce parte da lontano. Parte proprio qui da Roma, nel ‘93, quando Berlusconi scelse di scendere in campo a sostegno di Fini nella sfida al Campidoglio”.E da allora, cioè 15 anni fa, è iniziato quel percorso di un progetto politico che cambiera’ l’Italia”.
Il congresso fondativo del Popolo della libertà ha inviato poi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano un messaggio. “Il congresso del Popolo della libertà ” si legge “saluta in Lei, nella più alta istituzione della Repubblica, il garante supremo della Costituzione democratica, dell’unità della nazione, della liberta’ dei cittadini”. “La sua costante sollecitudine per la leale collaborazione fra i poteri e gli ordinamenti dello Stato, ma anche per una comune responsabilita’ delle forze politiche nei confronti del superiore interesse della nazione, per un clima politico piu’ costruttivo per l’efficacia dell’azione di governo e del ruolo di maggioranza e opposizione in Parlamento, fanno di lei un punto di riferimento al quale l’intera collettività nazionale guarda con fiducia e rispetto. Ella costituisce dunque, al di sopra delle emperie del confronto politico, il simbolo di quei valori di libertà e di democrazia sui quali e’ fondata la nostra Patria, la nazione alla quale siamo orgogliosi di appartenere. È con questi sentimenti” conclude il messaggio “i delegati del Popolo della libertà , riuniti al congresso, Le rivolgono un deferente omaggio e un rispettoso indirizzo di saluto”.
Sono numeri da grande evento, quelli dei tre giorni del congresso fondativo del Popolo della libertà , convocato dal 27 marzo, data della prima vittoria elettorale di Silvio Berlusconi dopo la “discesa in campo”. I delegati saranno circa 6mila, moltissimi gli invitati e centinaia giornalisti, fotografi e operatori. C’è chi parla complessivamente di oltre 9mila partecipanti, che convergeranno sulla nuova Fiera di Roma. All’apertura dei cancelli del padiglione 8 della nuova fiera di Roma si è verificata una vera e propria “corsa al prato” di fan: una corsa che ricorda i migliori concerti rock. I delegati che erano assiepati, fin dalle prime ore del mattino, all’ingresso, si sono riversati nel padiglione per guadagnare i primi posti disponibili vicino al palco.
Una tale affluenza si “giustifica” anche per il fatto che il Pdl “è l’insieme di tutti i moderati italiani, ne abbiamo dato dimostrazione il 13 aprile. Il fatto del 40 per cento non è un miracolo anzi i nostri sondaggi ci danno al di sopra largamente e lo vedremo nella prova elettorale di giugno delle europee”. Ai microfoni di Panorama del giorno, intervistato da Maurizio Belpietro, il coordinatore nazionale di Forza Italia, Denis Verdini, ha lanciato il gran giorno del Pdl negando la possibilità che anche Forza Italia si sciolga e diventi una fondazione, così come ha fatto An. “È una diversa storia: Alleanza nazionale porta con sè anche un patrimonio immobiliare e che quindi giustamente deve in qualche modo gestire perchè confluisce solo il patrimonio politico dentro il Pdl. Forza Italia è un partito più giovane, poi vedremo, decideremo anche noi. Comunque” ha concluso “il patrimonio politico diventa tutto patrimonio del Pdl”.
Guarda la diretta dei lavori
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Naturalmente da Silvio Berlusconi è arrivata la rettifica: “I miei concetti sono stati stravolti, cado dalle nuvole”. Alla quale segue, altrettanto naturalmente, un vertice a due, “chiarificatore”. Naturalmente Gianfranco Fini, presidente della Camera ed ex leader di An, era insorto: “Il premier non può irridere il Parlamento, lo dirò chiaramente a Berlusconi”. Naturalmente Silvio Berlusconi, a Napoli per inaugurare il termovalorizzatore di Acerra, e perciò molto su di morale, con i giornalisti aveva pronunciato le consuete battute di troppo. Fra queste c’è (o secondo la versione berlusconiana, ci sarebbe stata) quel “i parlamentari stanno lì a far numero, ad approvare con due dita emendamenti di cui non conosce nulla”. Con l’aggiunta di un “pazienza se ora Fini si risentirà ”.
Un breve resoconto al contrario per dire come il congresso fondativo del Popolo della Libertà si apra all’insegna di un nuovo conflitto tra capo del governo e presidente della Camera. Tra i due fondatori, Berlusconi e Fini. Sempre loro: per l’esultanza dell’opposizione, lo sconcerto dei militanti e la sostanziale alzata di spalle dell’opinione pubblica. Non basterà a guastare la festa del Pdl, eppure il problema c’è, ed è destinato a durare. Ben al di là dei summit chiarificatori, e ben oltre l’orizzonte della tre giorni della Fiera di Roma.
Alcune cose non possono essere smentite né minimizzate. Quando Fini difende l’onore del Parlamento è chiaro che fa il suo dovere. Quando Berlusconi si lamenta del ritardo delle Camere nell’approvare i provvedimenti governativi dice una cosa, dal suo punto di vista, altrettanto giusta. C’è un dettaglio indicativo del vero umore del premier nei confronti del suo co-fondatore nel Pdl: quel “stanno lì ad approvare con due dita emendamenti di cui non conoscono nulla”. Le due dita sono quelle necessarie a votare con il nuovo sistema di impronte digitali voluto da Fini per debellare i famigerati “pianisti” di Montecitorio, deputati che per oltre cinquant’anni hanno premuti pulsanti ed infilato badge in nome e per conto dei colleghi assenti.
Ebbene, quell’innovazione delle impronte a Berlusconi non è mai andata giù. Ed il motivo è semplice: tra ministri, sottosegretari e deputati impegnati in commissione, e mettiamoci un po’ di assenteismo, il centrodestra, nonostante la maggioranza amplissima di cui gode, rischia di non essere mai al completo nell’aula di Montecitorio. L’opposizione, che di impegni ne ha oggettivamente meno, si presenta ogni volta compatta. E così il governo va sotto.
Aggiungiamoci che il sistema delle impronte digitali porta via, tecnicamente, circa cinque minuti per ogni singola votazione, ed ecco che palazzo Chigi vive nell’ansia di non vedere approvate leggi e decreti a cui ha affidato la propria azione di governo, ed anche la propria immagine. Berlusconi (e non solo lui) avrebbe preferito che Fini, più che sulle impronte, si impegnasse nella modifica dei regolamenti parlamentari, dove vige tuttora la regola ereditata dalla prima repubblica per la quale il rappresentante di un singolo partito può ritardare o bloccare il calendario dei lavori.
L’iniziativa di Fini è andata a piovere sul bagnato. Cioè ad aggiungersi ad un feeling con il Cavaliere che non è mai stato brillantissimo, ma che con la nascita del Pdl è quasi sceso ai minimi storici. La competizione interna c’entra poco: nessuno mette in discussione la leadership berlusconiana né nel nuvo partito né nell’alleanza di governo. Quanto alla successione, il problema è più concreto, ma remoto. No, le incomprensioni sono più attuali e riguardano non solo i due primi attori, ma il rapporto tra Fini e il Pdl. Perché se è vero che Berlusconi va spesso sopra le righe nelle sue esternazioni, costringendo Fini a reagire, è altrettanto certo che il presidente della Camera vede ridursi un consenso, nel Popolo della Libertà , che ai tempi del patto di ferro tra Forza Italia e An era quasi pari, se non superiore, a quello di Berlusconi.
Oggi Fini appare distante dai suoi ex colonnelli della fiamma; quanto alla corrente di destra sociale di Gianni Alemanno lo è sempre stato. La sensazione è che sciolta An, la sua classe dirigente stia in qualche modo facendo a meno di Fini, e viceversa. Per questo l’ultimo congresso di Alleanza nazionale dello scorso week end è scivolato via senza incidenti, ma anche senza particolari emozioni.
Tutto ciò dall’altra parte, nella ex Forza Italia, non sarebbe neppure immaginabile. E Berlusconi lo sa benissimo.
Tuttavia l’immagine di Fini nel Paese è sempre forte, e sempre più apprezzata dall’opposizione; cosa che non piace né a Berlusconi e neppure allo stato maggiore del Pdl, compresi molti ex di An. Se del prececessore di Fini alla presidenza di Montecitorio, Pier Ferdinando Casini, Berlusconi temeva i trabocchetti come leader dell’Udc (ed infatti è finita come è finita), la diffidenza nei confronti di Fini riguarda il personaggio in sé, ed il profilo sempre più bipartisan che si sta ritagliando, in un’Italia politica molto partisan.
Perché Fini non è solo quello delle impronte digitali e della difesa del ruolo del Parlamento: è anche quello del no alle norme sugli immigrati e sulla bioetica. È il partner che Berlusconi, nei passaggi più delicati di un governo che pure continua ad avere il vento in poppa nei sondaggi, non ha mai sentito realmente al proprio fianco come alleato strategico.
I tre giorni di kermesse del Pdl cercheranno ovviamente di sotterrare, sul breve, queste divergenze e queste diffidenze. E lo faranno, da parte di Berlusconi, su un terreno che da sempre costituisce un cavallo di battaglia di Fini: la riforma dell’impianto istituzionale con l’introduzione del presidenzialismo. Fini ha messo l’argomento al centro del suo discorso di domenica scorsa. Berlusconi farà presumibilmente altrettanto. Anche se quando si parla presidenzialismo bisognerà poi vedere a quale modello tende il centrodestra: se quello americano, con l’elezione diretta del capo dello Stato, oppure francese (elezione diretta ma capo dello Stato diverso dal capo del governo), oppure i cosiddetto modello Westminster, la formula inglese per cui alle elezione politiche si scelgono contemporaneamente la maggioranza parlamentare ed il premier. Berlusconi sembra orientarsi a quest’ultima formula, che garantirebbe meglio la governabilità . E che certamente ridurrebbe gli spazi di manovra del Parlamento nei confronti di palazzo Chigi.
Berlusconi e Fini non vogliono far nascere il Pdl in mezzo ad una lite tra loro. Ad uscirne peggio, nonostante tutto, sarebbe oggi il presidente della Camera. E quindi nei prossimi tre giorni assisteremo ad uno scambio di reciproci riconoscimenti, e forse anche a qualche abbraccio. Ma non ci vuole molto a scommettere che sarà solo una tregua.
Il VIDEO servizio:
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Sarà un partito principe o un partito del principe? Sarà democratico e carismatico o carismatico e basta? Sarà l’apoteosi del potere di Silvio Berlusconi o permetterà l’affermarsi di altri leader? Non è obbligatorio scomodare Antonio Gramsci, ma c’è da scommettere che molti si ricorderanno del più grande pensatore politico del Novecento italiano dopo aver letto lo statuto del Popolo della libertà , che Panorama anticipa. Alla vigilia del congresso fondativo, previsto alla nuova Fiera di Roma tra il 27 e il 29 marzo, le 20 pagine, i 43 articoli e le norme transitorie sono ancora in discussione, ma l’impianto complessivo del Pdl è già chiaro.
Il presidente
Il passaggio chiave dello statuto è l’articolo 14: “Il presidente del Popolo della libertà è eletto ogni tre anni dall’assemblea congressuale, con apposita votazione, anche per alzata di mano”. E tutto sarà saldamente in mano sua: “Ha la rappresentanza del partito, ne dirige l’ordinato funzionamento e la definizione delle linee politiche e programmatiche (…). Convoca e presiede l’ufficio di presidenza, la direzione e il consiglio nazionale. Ne stabilisce l’ordine del giorno”. E soprattutto “procede alle nomine degli organi del partito e assume le definitive decisioni”.
È il cesarismo di cui ha parlato qualcuno? Non ci sono dubbi che il presidente abbia grandi poteri. E non poteva essere altrimenti. La storia di Forza Italia e la sua genesi, lo “sdoganamento” e la successiva evoluzione di Alleanza nazionale, il percorso politico del Cavaliere e la creazione di una classe dirigente che da lui ha ricevuto investitura e impronta conducono inevitabilmente alla costruzione di un partito carismatico.
Il carisma è la materia prima di Berlusconi, l’ingrediente fondamentale del suo successo politico, la lezione che ha segnato l’evoluzione dei partiti a lui avversi che sono stati costretti a reinventarsi sulla sua scia e a cercare anch’essi (come Walter Veltroni ha imparato a sue spese) leader carismatici. Attendersi dal Pdl la prosecuzione della tradizione politica del Novecento sarebbe un controsenso. È la certificazione di una rottura già avvenuta nel 1994.
Gli organi
Quelli principali sono sette, elencati nell’articolo 10: “L’assemblea congressuale, l’ufficio di presidenza, il comitato di coordinamento, la direzione, il consiglio nazionale, l’assemblea dei parlamentari e la conferenza dei coordinatori regionali”. Sono tutti organi di eletti o nominati, la struttura portante del Pdl. Tra questi il coordinamento è il link diretto con il leader. Secondo l’articolo 15 sarà composto da tre membri (due provenienti da Forza Italia e uno da An) su proposta del presidente. L’organo collegiale più importante sarà l’ufficio di presidenza composto dal presidente, dai tre coordinatori, dai capigruppo e vicecapigruppo di Camera, Senato e Parlamento europeo e da altri 20 membri eletti dal congresso su proposta del presidente.
Tutti faranno parte di diritto della direzione nazionale (articolo 16) composta da 120 membri eletti dal congresso, “eventualmente anche con lista prevalentemente bloccata”. È questo il nocciolo duro del Pdl, il motore del partito che “concorre alla definizione delle linee politiche programmatiche”.
Il territorio
Un partito di solo vertice nazionale? In Forza Italia e An si sono posti il problema del collegamento con il territorio e la soluzione è stata trovata con la creazione di un consiglio nazionale (articolo 17) che, oltre ai parlamentari nazionali ed europei, ai componenti del governo, accoglie i coordinatori regionali e provinciali e di città capoluogo, assessori e consiglieri regionali, sindaci dei comuni capoluogo, presidenti di provincia e di regione, capigruppo e vicecapigruppo dei consigli comunali e provinciali delle aree metropolitane e capoluogo di regione. Un esercito complicato da gestire, tanto che “di norma si riunirà una volta l’anno”.
La struttura piramidale del Pdl si completa con la nomina dei coordinatori regionali e dei loro vice. Ancora una volta, sarà il presidente (entro tre giorni dalla sua elezione) a sceglierli. Quest’architettura consentirà al leader di controllare il partito sul territorio, a cascata fino alle province, ai comuni e alle aree metropolitane. Su quest’ultimo punto c’è un’innovazione. L’articolo 19 ter dello statuto prevede 16 aree metropolitane che godono di una rappresentanza speciale e di un coordinamento specifico: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Palermo, Bari, Venezia, Bologna, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina, Sassari e Trieste.
I giovani e il partito internet
Per iscriversi al Pdl basta aver compiuto 14 anni. È chiara la scelta di coinvolgere i giovani nella politica. Altro elemento interessante che tiene conto dell’evoluzione degli stili di consumo giovanili (e non) è la codificazione all’articolo 9 dell’importanza politica di internet: “Il Popolo della libertà nella sua organizzazione nazionale e territoriale si avvale di siti web ufficiali, dove pubblicare le deliberazioni, registrare le adesioni e gestire consultazioni, anche periodiche, su temi di rilievo”.
Problema: cosa ne sarà dei movimenti giovanili dei due partiti? Azione giovani in passato non ha nascosto la sua ferma volontà di restare elemento distinto e autonomo dal partito. La soluzione è agli articoli 33, 34 e 35 della bozza di statuto, dove si prevede l’affiliazione di “circoli territoriali o tematici, anche telematici”, cioè di “libere associazioni di cittadini che si propongono di sviluppare iniziative culturali, sociali e politiche volte alla diffusione delle idee del Pdl”. I circoli sono vicini al partito ma non sono il partito e non rappresenteranno uno strumento per lanciare una scalata nel partito.
Le donne
Il lessico è importante, è la forma che diventa sostanza. Qualcuno direbbe che siamo di fronte al rituale del politicamente corretto, tuttavia non passa inosservato l’articolo 1: “Il Popolo della libertà è un movimento di donne e uomini”. Negli articoli successivi il riferimento a “cittadine e cittadini” è una costante dello statuto. Dalla sinistra si mutua il linguaggio della differenza di genere, ma non lo si declina in quote d’accesso alle cariche elettive e di partito.
L’avversione per la politica delle “quote panda” nel centrodestra è nota, ma è anche vero che la questione dell’alternanza tra uomini e donne in lista è stata già fonte di discussione. Le liste per le elezioni europee saranno il primo banco di prova.

Il terreno comune
Il lavoro sullo statuto è ancora in corso, il risultato finale sarà un compromesso tra la forza carismatica di un leader come Berlusconi e la rivoluzione conservatrice guidata da Gianfranco Fini. Il terreno comune c’è, è quello della “destra nuova” descritta da Alessandro Campi e Angelo Mellone in un volume edito dalla Marsilio: “Né statalista né liberista, né conservatrice né populista, ma pragmatica, postideologica e modernizzatrice”. È il terreno comune in cui s’incontrano Forza Italia e An. Vedremo fin dall’applicazione dello statuto se saranno capaci di coltivarlo.
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Ugo Sposetti, classe 1947, da Tolentino (Macerata), è tesoriere dei Democratici di sinistra (qui il profilo tratto da Wikipedia). Senatore della Repubblica nella X e XI legislatura, dal 2006 è membro della Camera dei deputati. Lavora come ferroviere fino al 1976, quando diventa segretario della federazione di Viterbo del Pci. Nel 1978 viene eletto presidente della Provincia di Viterbo. Nel 1987 entra per la prima volta al Senato, dove resta fino al 1994. Nel 1995 si candida come sindaco alle elezioni comunali di Bassano in Teverina (Vt) vincendole, per poi essere riconfermato nella seguente amministrazione. Dal 1996 al 2001 ha fatto parte della segreteria tecnica del ministero delle Finanze, con il governo Berlusconi II ha dovuto lasciare l’incarico ed è stato nominato tesoriere dei Democratici di sinistra.
Sposetti, tutti nel Pd puntano alla cassa. La metta al sicuro, prenda i soldi e scappi.
Questi credono di scherzare, ma il portafoglio è una cosa seria. E poi è strano che mi tirino per la giacchetta, perché io non ho cassa, ma solo debiti. E anche molti.
Molti, ma meno di una volta. Onore al merito. Solo un pazzo poteva accettare di raddrizzare i conti dei Ds.
Siamo partiti con un debito di oltre 1.000 miliardi di lire. A dicembre dell’anno scorso eravamo a 160 milioni di euro. Ad agosto del 2008 arriveremo a 110. Non male, no?
Caspita. E nessun’azienda privata le ha proposto l’assunzione? Che so, l’Alitalia…
Guardi, il merito è collettivo. È un percorso che abbiamo impostato con i tesorieri locali. Abbiamo fatto, come si dice in gergo, massa critica.
È vero che non vuole dare un soldo al nascente Partito democratico?
Ma no, questo lo scrivono i giornali per farci litigare. Ho solo detto che io con Piero Fassino e Luigi Lusi con Francesco Rutelli abbiamo lavorato come tesorieri di partito per sei anni. Ora è giusto che il futuro segretario del Pd scelga un suo uomo.
Si parla molto di fusione politica, poco di come sarà quella economica. Chi detta le regole, l’acquirente o l’acquisito?
Per fortuna non si tratta di banche. La nostra idea è che sin dalla nascita il Pd non debba avere problemi economici. E siccome i problemi verrebbero dai Ds, visto che scompare il partito ma non i suoi debiti, stiamo lavorando perché ciò non avvenga.
Sarebbe bello, ma non è che i debiti scompaiono per magia.
Quei debiti è sicuro che non andranno a pesare sul Partito democratico. Abbiamo ancora qualche mese per vedere come fare. Ma di certo è l’ultimo dei miei pensieri.
Qual è il primo?
Mettere le cose in ordine prima della fusione. Ovvero fare le fondazioni regionali e di federazione dove far confluire archivi, immobili, i loghi e i beni immateriali. Anche i quadri. Chiaro che quelli di Palmiro Togliatti o Enrico Berlinguer non adorneranno le pareti di alcuna sezione del Partito democratico.
Peccato, almeno per Berlinguer. Ma anche Togliatti di questi tempi insulsi ci farebbe la sua figura. Scusi, e tutto il personale?
Con Lusi abbiamo ragionato su cosa fare, arrivando a una proposta per i futuri vertici del Pd: vi trasferiamo man mano i dipendenti e voi decidete chi vi serve per dare forma compiuta al nuovo partito. L’intenzione è di non lasciare per strada nessuno.
Ma tutto questo ambaradan di primarie, preprimarie, primarie delle preprimarie, chi lo finanzia?
Se lo finanziano i candidati e le organizzazioni territoriali che nel giorno delle primarie, il 14 ottobre, incasseranno 5 e 2 euro per votante. Io e Lusi avevamo proposto 10 euro, metà per le casse nazionali del Pd e l’altra metà per quelle locali. ‘Sti bischeri non hanno accettato. Ma era la cosa giusta. Il nuovo segretario si sarebbe ritrovato una cospicua dote, e senza spese.
E sui giornali, L’Unità ed Europa, voi non mettete becco?
Non mettiamo becco perché la proprietà e la gestione sono fuori. Ma L’Unità vende 50 mila copie giornaliere e ha 350 mila lettori. Io mi auguro che il giornale fondato da Antonio Gramsci sia il giornale del futuro Partito democratico. Ci sono tutte le condizioni perché ciò accada.
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