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Business in buona fede: Santa Natuzza degli affari

Un uomo tiene tra le mani la confezione di una delle statuette dedicate a Natuzza

Un uomo tiene tra le mani la confezione di una delle statuette dedicate a Natuzza (Foto Eligio Paoni)

“Prima Lourdes, poi Fatima, ora Paravati” dice Pasquale Barone, sacerdote colto e diffidente, in un raro momento di enfasi. Sta mostrando ai fedeli il Rifugio delle anime, lo scheletro della chiesa, a forma di cuore, capace di accogliere 3 mila persone al chiuso e 15 mila all’aperto. Ed ecco pure il centro congressi dal tetto in legno, la struttura per i malati terminali, la casa d’accoglienza per i diseredati, il percorso della Via Crucis. Tutti luoghi dai nomi gai e giocondi: Villa della gioia, Ospiti della speranza, Villaggio del conforto, Viale della misericordia, Viale della salvezza
Così che Natuzza, la mistica del popolo, che ha recevuto le stimmate e il dono della veggenza, l’analfabeta che comunicava con i morti, possa risultare contenta nell’aldilà. “Da lì” secondo l’opinione del vescovo di Mileto Luigi Renzo “ci guarda e ci protegge” dopo che lei, “la Mamma”, se n’è andata il 1° novembre, a 85 anni d’età: “Morta già santa nel giorno dei santi”. Continua

Quando la Mafia fa litigare: è polemica sui gadget di Cosa Nostra

mafia

Magliette e accendini, tazze e bandane. Insomma, gadget e ricordini: tutti con la faccia ammiccante di Don Vito Corleone, protagonista del romanzo di Mario Puzo Il Padrino e dell’omonimo film di Francis Ford Coppola. O con la scritta Cosa nostra. Ce ne sono tante nella bancarelle, non solo siciliane, di souvenir.

Periodicamente divampano le polemiche sull’opportunità di riprodurre sui gadget motti o immagini dell’immaginario mafioso. Oggi ritornano. L’ex senatrice Maria Burani Procaccini dice: “Si tratta di modelli pericolosi che legittimano inconsciamente la mafia e che vanno respinti con forza e con sdegno. Chiedo che ci sia una levata di scudi per comprendere la negatività di messaggi che, invece, passano nell’indifferenza generale come se fossero semplici provocazioni culturali”.
Il creativo-fotografo e assessore della giunta Sgarbi del comune di Salemi, Oliviero Toscani, ribatte: “Se vietano la vendita delle magliette con il Padrino o con la scritta mafia dovrebbero vietare anche la vendita dei crocefissi” ha detto. “La polemica sui gadget che richiamano al Padrino o alla mafia mi sembra una pura follia. Chi la pensa così dovrebbe vietarsi di parlare”.
Toscani ha anche depositato il brevetto con il marchio ‘M.a.f.i.a’ (Mediterranean association for international affair). “Non mi interessa speculare sul marchio Mafia” conclude “mi piaceva l’idea di brevettarlo”.
Il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, simbolo della lotta alla mafia, si schiera apertamente contro la vendita di magliette e souvenir che “sminuiscono il problema” “Un’oscenità” ha ribadito. “Fare business sfruttando la parola mafia o le immagini del Padrino è una delle cose più volgari che siano mai state pensate. Non si può scherzare su un fenomeno come quello della criminalità organizzata. Non credo che da parte delle giovani generazioni ci sia pericolo di emulazione ma in ogni caso il fenomeno è diseducativo. Da una parte parte spinge verso l’aggressività dall’altra fanno apparire la mafia come qualcosa di folcloristico, da portare a casa come un souvenir”.
La pensa così anche il fratello del giudice Paolo Borsellino, Salvatore, per il quale “questo tipo di business alimenta la visione dei mafiosi come eroi, anche se negativi”. Mentre la sorella del magistrato ucciso dalla mafia, Rita (candidata capolista del Partito Democratico alle elezioni europee nel collegio delle Isole) dice: “Vietare non è bello, ma certe esagerazioni non possono essere tollerate. Ricordo i videogiochi con le guerre di mafia…”. Per il segretario del Pd e consigliere comunale a Palermo, Ninni Terminelli, “Quest’anno in Sicilia c’è stato un vero e proprio exploit di statuette, calamite, magliette e cappellini che fanno riferimento alla mafia, offerti ai turisti come oggetti caratteristici. È scandaloso”.
Ma il suo compagno di partito anche lui consigliere comunale Salvatore Orlando, ribatte: “La tazza col volto di Marlon Brando? Che male fa? La lotta alla criminalità organizzata non si fa vietando la vendita dei gadget. L’antimafia dovrebbe essere cosa più seria”.

Il VIDEO servizio:

Si chiama “Missione possibile” il kit elettorale del Pd contro gli indecisi

La pagina web del sito del Pd, da cui acquistare gadget per la campagna elettorale
Quattordici anni fa, l’esordio firmato Silvio Berlusconi. Da allora, il “kit del candidato” non ha mai abbandonato nessuna campagna elettorale del Cavaliere, suscitando prima l’ilarità poi la sufficienza di tutti i leader del centrosinistra. E neppure quest’anno il Pdl ha voluto tradire le attese: oltre a spillette e bandierine, il corredo elettorale presentato da Silvio Berlusconi agli aspiranti deputati prevede, tra l’altro, cd audio e video, ma soprattutto gli “spunti per gli interventi” e l’inno “Meno male che Silvio c’è” in versione gospel (qui il video).

Scelte che continuano a far sorridere i vecchi dirigenti democratici, cresciuti nei meandri delle “Botteghe Oscure”, con il ferreo intento di portare “serietà al governo”. Da qualche giorno però, il diktat che proviene dal loft al Circo Massimo del Pd sembra essere un altro: contrordine giovani amici, il kit non solo è utile, ma può risultare decisivo. Ecco quindi che il partito di Walter ha sferrato il contrattacco. E dopo essere stato accusato di aver “copiato il programma del Pdl”, ha deciso di seguire la strategia di persuasione di Silvio Berlusconi.

Prima mettendo in vendita i gadget di sostegno a Veltroni, poi, intorno a Pasqua, sono arrivate le prime “scatole magiche”. Su ognuna, una scritta chiara e incoraggiante (”Missione possibile”), dentro, il vademecum che contiene poche pagine piuttosto perentorie. I consigli sono vari: si parte dagli sms personalizzati da inviare “ad almeno tre persone indecise” (con l’avvertenza però di non scrivere nessun testo predefinito perché “la comunicazione deve essere assolutamente sincera”), ma c’è spazio anche per colorate bandierine e per una serie di “indirizzi web utili”, come quelli necessari a scaricare i video su YouTube (tra questi ultimi, il trailer di Ogni maledetta domenica interpretato da Al Pacino e quello di Leonida che arringa i suoi soldati nel film ‘300).

Alle signore sono invece riservati incontri più soft ed inviti “per un tè”, da organizzare magari con le amiche indecise: alla fine della chiacchierata, le militanti dovranno essere così abili da consegnare il foglietto giusto ad ognuna di loro, convincendole così a votare “nel modo più giusto”. E poi feste, musica e spettacoli locali con tanto di omaggi griffati Pd. Della “serietà al governo”, che campeggiava nei manifesti con la faccia, seriosa appunto, di Romano Prodi, per le elezioni del 2006, si sono ormai perse le tracce. Restano ora le piccole guide all’elettore indeciso. E insieme ad esse, le accuse, sempre più insistenti, di voler rincorrere il proprio avversario nel campo che conosce meglio: la comunicazione politica.

Il Pd, l’Esercito, la truppa democratica e il generale Veltroni.

Il logo del Pd e quello dell'Esercito italiano: una strana e sorprendente somiglianza
Fossero due visi di persone note, andrebbero a finire nella rubrica di Panorama: “Separati alla nascita”. Ma sono due loghi… e allora ci si limiti alle somiglianze. Di colore, soprattutto, ma anche di impostazione. Come hanno fatto notare da Moderatamente.com (sito di news e politica legato alla fondazione Foedus, presieduta dal senatore Mario Baccini dell’Udc), è curioso come il nuovo simbolo del Partito Democratico richiami quello dell’Esercito italiano.
Da Moderatamente.com fanno anche notare che il leader Veltroni “non è nuovo a questi scivoloni comunicativi, involontari certamente, anche in avvio della sua campagna elettorale a sindaco di Roma incorse in un infortunio simile, a causa di alcuni manifesti uguali uguali a quelli di un suo competitor. Casualità anche allora, ovviamente”.
In effetti, la somiglianza tra i due disegni presta il fianco a una notevole serie di ironie. Si era detto della costruzione del partito democratico come una fusione fredda tra Ds e Dl, calata dall’alto, quasi imposta militarmente alla base dei due partiti? E allora la somiglianza tra i due simboli, quello del PD e quello dell’Esercito Italiano, è una similitudine troppo ghiotta. E a chi ancora avesse dubbi, ecco pronto un convegno chiarificatore: “Diamo forma al nostro nuovo partito: riflessioni sulla militanza democratica”, in programma lunedì 26 novembre, (presso la Camera del Lavoro di Milano), con tanti colonnelli del nuovo Pd: Gianni Cuperlo, Emanuele Fiano, Arturo Parisi, Barbara Pollastrini, Michele Salvati, Vincenzo Vita e Gad Lerner.
Del resto lo stesso designer Storto ha confessato a Panorama.it che il richiamo al tricolore lo ha voluto lo stesso Veltroni, ravvisando in esso queste caratteristiche: simbolo di tradizione, facilmente riconoscibile e ben memorizzabile.
E allora vai con le metafore, maliziose: tra quelli di Moderatamente.com c’è già chi si immagina “il generale Veltroni passare in rassegna, accompagnato dall’attendente Franceschini, i suoi ufficiali e la truppa” nella cui fila, da quando le forze armate hanno aperto alle donne, “c’è spazio per la Bindi, la Turco, la Melandri”.
Sul sito dei democrats sono scaricabili i gadget dell’homo veltronianus: cappellini da baseball, t-shirt, spillette, adesivi, manifesti, carta intestata, biglietti da visita, penne e agenda… Insomma tutto il necessaire per essere un democratico doc, in perfetto stile americano. Uno stile già apparso in Italia con Forza Italia nel ‘94 quando, soprattutto da sinistra partirono bordate sul partito “dei gadget e di plastica”. Ma da oggi in poi parole come “adunata” non saranno più tabù, basta che non si esageri con le “libere uscite”, in caso di nascita della “Cosa Bianca”.
Battute a parte, quello del Pd, non è il primo e non sarà l’ultimo caso di marchi politici che in qualche modo si richiamano a precedenti (lo stesso simbolo del nuovo Pdl di Berlusconi è un aggiornamento, non solo grafico, dei Circoli della Libertà di Michela Vittoria Brambilla, ritoccati per la bisogna).

Ma alla festa romana del logo veltroniano la musica scelta è stata Beautiful Day degli U2, mentre alla prima assemblea di Milano (lo scorso 28 ottobre) era risuonata, come fosse un auspicio, Mi fido di Te di Jovanotti. Pare dunque che ai democratici manchi ancora l’inno. Ecco il consiglio: “Un motivetto nuovo nuovo, inedito… Il titolo potrebbe essere Fratelli d’Italia“.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
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Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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