Leggi tutte le notizie su:
gang

Due feste parallele in due locali milanesi affittati, giovanissimi cinesi che ballano e bevono. Chi vuole sballarsi sa a chi rivolgersi, i pusher sono carichi di pasticche. Ma la gang che spaccia al Parenthesis non ha il “permesso” per farlo, viene da fuori ed è intrusa sulla piazza cittadina. Per questo dal Codice a barre, l’altra discoteca, parte una spedizione punitiva che farà una vittima e cinque feriti. È questo il contesto, ricostruito dalla Squadra mobile della questura, in cui la notte del 24 febbraio scorso è maturato l’omicidio di Hu Libin, 22 anni, accoltellato a morte davanti ai suoi compagni.
La polizia ha arrestato, tra il 16 marzo e questa mattina, nove persone. Otto di loro hanno partecipato all’uccisione del rivale, il nono, Hu Xiao Zhang, di 18 anni, si trovava in ospedale perché era stato accoltellato la mattina precedente al delitto in piazzale Lugano per motivi sconosciuti ma che non avrebbero a che fare con l’omicidio del Parenthesis. Tuttavia, secondo la polizia, è uno dei mandanti. Ci sono altre sei persone coinvolte, che sono fuggite all’estero.
Gli arrestati sono tutti ragazzi nati in Cina e cresciuti in Italia. Hanno tra i 18 e i 26 anni, con precedenti penali. “Si tratta di gang organizzate”, spiega il capo della Mobile, Francesco Messina, “che però non hanno alcun legame con la mafia cinese, le cosiddette Triadi”. La polizia ha ricostruito le dinamiche dietro l’omicidio di Hu Libin. “Dopo l’operazione dello scorso gennaio”, continua Messina, “in cui sono stati arrestati nove componenti del gruppo che tra Milano e Brescia monopolizzava lo spaccio in occasione di questo tipo di feste, si è creato uno spazio. Dentro il quale ha cercato di infilarsi la gang guidata da Hu Libin”.
Il territorio di Hu Libin infatti era il Piemonte, in particolare Barge, in provincia di Cuneo. Ma dopo gli arresti di gennaio aveva invaso quello milanese, ignorando gli avvertimenti della banda locale. Che ha regolato i conti con il sangue.
LEGGI ANCHE: Chinatown violenta, parla il primo pentito delle gang cinesi

Antonio ha un filo di baffi e un piccolo ciondolo di giada al collo. Rappresenta Guanyin, la dea della pietà e della compassione, una delle figure più importanti del Buddismo. Ma Antonio (è il suo soprannome italiano) ha fatto parte dei Daxue, una delle che la pietà non l’hanno mai conosciuta. L’ultimo esempio, a fine febbraio, è l’omicidio del ventiduenne Hu Libin, boss in erba, nell’ennesima guerra per il controllo del territorio milanese e del mercato della droga.
Il pendaglio di Guanyin è un ricordo della remota regione da cui provengono questi ragazzi, lo Zehijang, nel sud della Cina, a 800 chilometri da Shanghai. “La dea mi protegge e spero abbia pietà per gli errori che ho fatto” dice Antonio con un filo di voce. Ha 29 anni, vive in Lombardia dal 2001 e in Italia ha già scontato tre anni di carcere. Ora è pentito.
Nonostante la lunga permanenza nel nostro Paese stenta a parlare l’italiano. Non capisci se è un modo di proteggersi o se abbia davvero difficoltà a comprendere. Per intervistarlo c’è bisogno di un interprete. La sua è una testimonianza unica per chi voglia provare a capire la impenetrabile, e quasi banale, realtà delle bande cinesi.
Come è arrivato in Italia?
Da clandestino. Nel mio paese riparavo televisori. Poi ho deciso di cambiare vita e di venire in Italia. Per questo mi sono rivolto agli “she tou”, le teste di serpente (gli uomini delle organizzazioni che gestiscono il traffico di clandestini, ndr). Mi hanno chiesto 12 mila euro, da pagare una volta arrivato a destinazione.
Perché ha scelto l’Italia?
Qui erano già emigrati alcuni miei amici ed è una meta più facile ed economica da raggiungere. Per andare negli Stati Uniti credo che ci vogliano almeno 50 mila euro. Anche per la Gran Bretagna le tariffe dei trafficanti sono più esose.
Qual è stato il percorso?
Eravamo una ventina e siamo saliti su un aereo per Mosca. Da lì alcuni uomini russi ci hanno trasferiti in Ucraina e in nave abbiamo raggiunto l’Italia. Ricordo che era buio e che non abbiamo subito controlli.
E poi?
Alcuni nostri connazionali ci hanno trasportati in un appartamento. Lì ci hanno permesso di contattare le nostre famiglie. Mia madre dopo una ventina di minuti aveva già pagato la cifra pattuita a uno degli she tou. Ero finalmente libero.
Che cosa è successo allora?
Un amico, informato del mio arrivo, è venuto a prendermi e mi ha portato a Brescia. Là ho trovato quasi subito un lavoro: stiravo vestiti in un laboratorio tessile, a volte per 15 ore al giorno. Era un impiego a cottimo, guadagnavo mediamente 700-800 euro al mese.
Come è entrato nei Daxue?
Me lo ha proposto un compaesano. L’ho incontrato durante una gita a Milano in via Paolo Sarpi (cuore della Chinatown meneghina, ndr). Mi ha offerto 1.500 euro al mese per fare estorsioni. Il doppio del mio stipendio per andare a chiedere soldi in due o tre negozi al giorno: mi sembrò vantaggioso.
Come funzionava il nuovo lavoro?
Giravamo in gruppo, cinque o più persone. Inizialmente ci presentavamo con una scusa. Magari protestando perché una bibita aveva fatto male a uno di noi. Il denaro era una specie di risarcimento. Quindi abbiamo capito che si trattava di un business redditizio e abbiamo iniziato a estorcere soldi anche agli altri commercianti.
Sempre con lo stesso metodo?
Con il tempo abbiamo cambiato copione: per esempio ci presentavamo in un ristorante e chiedevamo un prestito. Solitamente 2 mila euro. A volte offrivamo qualcosa in cambio, per esempio un piatto, e domandavamo la stessa cifra. Il proprietario sapeva di non poter rifiutare. Ma, apparentemente, non si trattava di un’estorsione: noi avevamo domandato un aiuto o venduto un prodotto.
Che cosa succede a chi si rifiuta di fare affari con le bande?
Beh, mettevamo a soqquadro ristoranti e negozi, facevamo scappare i clienti. Qualche volta sono state date delle sprangate. Ma solo per impartire una lezione, non per uccidere. Ora è diverso, per i ragazzi delle bande ammazzare non è più un problema.
Perché nella maggior parte dei casi i commercianti non denunciano questi ricatti, che continuano ancora oggi?
Perché la legge italiana non è incisiva: non c’è un’azione immediata delle forze dell’ordine, le indagini durano a lungo e spesso i giovani restano in libertà in attesa di giudizio. E i miei connazionali hanno paura di subire ritorsioni da parte loro.
Ma le bande con i loro affari non infastidiscono i mafiosi delle triadi cinesi?
Io in Italia non ne ho mai visto uno.
Nelle bande qual è la differenza tra vecchie e nuove leve?
Noi, quasi tutti clandestini e quindi ricattabili, lavoravamo per dare una mano alle famiglie. Adesso invece i giovani sono in maggioranza regolari e vengono mantenuti dai genitori. I soldi non servono loro per sopravvivere, ma solo per ottenere tutto quello che desiderano. Per questo spacciano.
Voi non lo facevate?
Questo è il business del momento. Ai miei tempi ecstasy e cocaina le trovavavamo nelle discoteche “italiane”, qualcuno di noi le assumeva, ma lo spaccio non era considerato un nostro affare. Adesso lo è diventato, eccome.
Per quale motivo è circoscritto alla vostra comunità ?
Perché in mezzo ai “lao wai” (”stranieri”, come i cinesi chiamano gli italiani, ndr) possono infiltrarsi i poliziotti.
Le bande hanno segni distintivi: tatuaggi, capi d’abbigliamento, accessori?
Nessuno. Anche in questo caso per evitare di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. In fondo nel nostro quartiere non c’è bisogno di marchi: i negozianti sanno chi sono i componenti delle bande e li rispettano. Per esempio, nei ristoranti, non pagano mai i conti.
I ragazzi delle gang usano con perizia nunchako, machete e arti marziali…
È una leggenda. Tra di noi non c’erano e, per quanto mi risulta, non ci sono emuli di Bruce Lee.
Dove viveva? A Chinatown?
No. I ragazzi delle bande vivono lontano da dove fanno affari. Io stavo in zona Mac Mahon, eravamo in cinque e dividevamo due stanze da letto. L’affitto e le altre spese li pagavano i capi. Cercavamo di non dare nell’occhio. Nel tempo libero giocavamo a carte o andavamo negli internet point.
Ragazze?
Nella banda non ce n’erano. Le frequentavamo all’interno della comunità . Avevamo storie uguali a quelle di tutti i giovani. L’unica differenza è che non ho mai visto una ragazza cinese drogarsi.
Vi siete mai scontrati con la banda degli Yuhu?
Due o tre volte. In mezzo alla strada. In un’occasione eravamo sette od otto per parte e un ragazzo degli Yuhu è stato accoltellato a una spalla. A quel punto è arrivata la polizia e siamo scappati.
Non aveva paura?
Mai. Anche perché giravamo sempre tutti insieme. Noi Daxue, all’inizio, eravamo una quindicina.
Quando è finita la sua avventura nella banda?
Dopo pochi mesi un negoziante esasperato ci ha denunciati per un’estorsione e io sono stato arrestato. Sono finito nel carcere di San Vittore. Ero in cella con altre cinque persone, tre malesi e due cinesi. Uno di loro era uno Yuhu, ma lì dentro non abbiamo avuto problemi.
Come è stata l’esperienza del carcere?
Pessima. Vivevamo 24 ore al giorno uno addosso all’altro. In tre anni nessuno è venuto a trovarmi: la mia famiglia era lontana, i miei presunti amici erano spariti. Ero completamente solo. Ho capito di avere sbagliato e sono cambiato.
Non ha pensato di tornare nel suo paese?
Adesso sto bene in Italia.
Va mai a Chinatown?
Sì, a fare acquisti e a scherzare nei bar.
Incrocia qualcuno dei vecchi compagni?
Credo che la maggior parte sia in prigione. Con gli altri ci salutiamo, a volte chiacchieriamo. Ma non parliamo mai delle bande. Chi lo fa rischia la vita. A Chinatown sono un argomento tabù.
- Tags: gang, ghanese, Parma, Parma-emmanuel-bonsu-foster, Polizia, Polizia-Municipale, razzismo, relazioni, testimone, verbali, vigili
-
La verità sul presunto pestaggio di Emmanuel Bonsu in un parco di Parma forse è ancora lontana. Ma iniziano a chiarirsi i ruoli di tutti i protagonisti. Come Panorama può ricostruire in esclusiva.
Partiamo dal punto più importante: la ferita all’occhio del ventiduenne ghanese che ha impressionato l’opinione pubblica. Ecco che cosa scrive nella relazione del 2 ottobre al suo comandante, il trentenne Pasquale F., ex studente di scienze naturali, agente scelto del Nucleo di pronto intervento della polizia municipale: “Dato il modo energico e violento di divincolarsi non posso escludere di aver urtato involontariamente al volto Emmanuel Bonsu durante la collisione con lo stesso”.
Il più giovane dei vigili coinvolti nella discussa operazione antidroga che ha portato al fermo di Bonsu sembra ammettere implicitamente che potrebbe essere lui l’uomo che ha colpito il ragazzo africano.
Ora le relazioni di Pasquale F. e dei colleghi che hanno partecipato il 29 settembre al parco Falcone e Borsellino di Parma all’arresto di uno spacciatore e alla ricerca dei complici sono in mano al sostituto procuratore emiliano Roberta Licci. I vigili hanno dato quasi un’unica versione: Pasquale F. si sarebbe avvicinato a Bonsu, gli avrebbe mostrato il tesserino di riconoscimento e lui avrebbe iniziato la fuga. Nelle versioni degli agenti poche differenze: c’è chi dice che Bonsu era seduto, chi lo ricorda in piedi, per qualcuno è stato strattonato da F., per altri ha iniziato subito a scappare. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: pensavano che il “signore di colore” fosse uno spacciatore e gli avrebbero intimato l’alt al grido “fermo, polizia!”.
I racconti concordano anche sul fatto che il primo a placcare Bonsu sarebbe stato Pasquale F., subito aiutato da tre colleghi che dopo essere caduti “rovinosamente” a terra con Emmanuel lo avrebbero ammanettato. I tre uomini, notati da diversi testimoni, sono gli agenti scelti Giorgio A., 39 anni, laurea in lettere e aspirante professore, e Ferdinando V., 48 anni, ex autista di autobus e titolo di dottore in legge, e l’agente semplice Andrea S. Quest’ultimo sarebbe stato il primo a ostacolare la fuga del giovane ghanese, come ricorda lo stesso vigile: “Riuscivo a fargli perdere momentaneamente l’equilibrio tanto che lo vedevo andare a ridosso della recinzione della struttura sportiva”.
Dopo questa mischia i tre sarebbero stati aiutati a bloccare lo studente da altri due colleghi: Marcello F., 32 anni, ex muratore, e Mirko C., 34 anni, ex operaio. Tra questi sei vigili gli inquirenti stanno cercando i colpevoli delle presunte violenze contro Bonsu.
I carabinieri del Ris dovranno stabilire anche chi avrebbe scritto sulla busta degli effetti personali del ragazzo “Emmanuel negro”. Un aiuto alle indagini potrebbe venire ancora una volta dalla relazione di Pasquale F. che scrive: “Giunti al comando mi occupavo in parte del piantonamento del Bonsu presso l’ufficio pronto intervento con l’ausilio dei colleghi (…) e nel frattempo provvedevo alla stesura del verbale di identificazione e di elezione domicilio”.
Il ragazzo ha pure denunciato di essere stato maltrattato in auto. Chi viaggiava con lui? Le relazioni concordano: davanti c’era Pasquale F., dietro, insieme con Bonsu, Marcello F. e un minorenne, A. M., portato al comando per un controllo.
Tutti i vigili protagonisti di quella missione hanno accettato di incontrare Panorama per spiegare le loro ragioni, in gruppo, senza entrare nel dettaglio delle singole responsabilità . Andrea S. si presenta all’appuntamento zoppicando. Dice di essersi fatto male nel tentativo di fermare Emmanuel. Il referto medico parla di una prognosi di 20 giorni. L’altro contuso nell’inseguimento è Marcello F., mosca sul mento, che nella relazione ha dato questa versione: “Tentavo di afferrare Bonsu per il braccio sinistro, ma questi si divincolava con violenza e accusavo un dolore acuto al polso destro che mi costringeva a lasciare la presa”. Inizialmente preferisce non rispondere alle domande del cronista: “Con quello che hanno scritto i giornali come possiamo fidarci?” dice con tono duro.
A vederli tutti insieme, questi vigili non assomigliano alla locandina degli Intoccabili. L’incontro sembra una terapia di gruppo e i più loquaci sono Andrea S., zazzera spettinata e maglione azzurro, e Stefania S., ispettrice, la veterana della squadra con 15 anni di servizio. Quel lunedì guidava l’operazione antidroga, “la seconda degli ultimi mesi”. Ma il ragazzo nella denuncia non se la prende con lei. Cita tre uomini: uno sarebbe alto 1,65, occhiali da vista con montatura rotonda, 30-40 anni, pizzo; un altro avrebbe 26-27 anni e quella sera avrebbe indossato pantaloni e giubbotto di jeans; un terzo, 30-35 anni, viene descritto come robusto e palestrato. Al magistrato il compito di identificarli. I vigili sotto osservazione hanno tutti i capelli corti, qualcuno ha il pizzetto e un paio il fisico di chi passa qualche ora in palestra. Niente di eccezionale. A vista nessun tatuaggio.
Con Panorama i vigili del Nucleo respingono l’accusa di essere picchiatori e razzisti. Un sospetto che li costringe a vivere in questi giorni in modo quasi clandestino. Infatti, dopo l’esplosione del caso, i loro cognomi sono stati pubblicati su alcuni siti di estrema sinistra e su un quotidiano. “Mia madre è agitatissima, da quando è uscita la notizia non perde un telegiornale e non dorme la notte” racconta Stefania S.
Adesso i vigili sono preoccupati, ma dieci giorni fa i testimoni li hanno visti scambiarsi il cinque, esultare, gridare. “Erano molto adrenalinici” ricorda Francesca Zara, campionessa di basket (ascolta l’AUDIO della testimone). Il dirigente del settore sicurezza e comandante dei vigili in via di insediamento, Giovanni Maria Jacobazzi, già capo dei carabinieri del Nas di Parma, li descrive così: “Qui nessuno è razzista, nessuno è iscritto al Ku klux klan e se si è verificato qualche errore è stato fatto in buona fede”. E dopo aver ascoltato la testimonianza raccolta da Panorama.it di Zara che assicura di aver visto pistole per aria e calci, ribadisce: “Se queste cose sono successe davvero, qualcuno dovrà risponderne. Per me sono inaccettabili”.
I poliziotti difendono il loro operato: “Nessuno nega che nel fermo di Emmanuel ci sia stata una fase concitata, di contatto. Ma i ragazzi non hanno dato calci e pugni” afferma convinta l’ispettrice Stefania S. E la pistola agitata in aria? Nella stanza c’è uno scambio di sguardi. “Una cosa è certa: nessuno ha picchiato Emmanuel né in macchina né in caserma” puntualizza Marcello F., che sedeva a fianco di Emmanuel durante il trasporto. “In auto c’era anche una persona estranea che potrà testimoniare la verità ”. Il jolly dei vigili sarebbe A. M., il minorenne inizialmente sospettato di essere un cliente del pusher arrestato.
Il discorso passa alla politica. “Non siamo di estrema destra. Qui siamo apartitici, apolitici, asindacali. Siamo solo tutti cattolici e sputiamo sangue per 1.300 euro al mese con gli straordinari” rivendica sempre Marcello F.
“Tra di noi c’è gente che ha salvato sei o sette vite umane” aggiunge Andrea S. Che nei prossimi giorni dovrà presentarsi in tribunale per un’altra denuncia: “Ma non si tratta di una rissa, come ha scritto qualcuno. C’è stata una persona che ha sbagliato e per questo è stata arrestata. Dirò la mia dopo la decisione del giudice”.
Alla fine qual è l’aspetto più negativo di questa storia? “L’accusa di razzismo” rispondono tutti insieme. Pasquale F. è indignato: “Hanno paragonato questo caso al massacro dei ghanesi di Castel Volturno, è incredibile. Quando sequestriamo nei mercati merce contraffatta agli extracomunitari, c’è sempre qualcuno che ci accusa di discriminazioni” sospira.
Alcuni ricordano un inseguimento sulla via Emilia in mezzo agli insulti. “La stranezza è che nessuno ci attacca quando fermiamo i cinesi” nota Stefania S. I sei poliziotti municipali dell’operazione antidroga non sopportano più il presunto “doppiopesismo”.
Ferdinando V. si toglie l’ultimo sassolino dalla scarpa: “Durante un sequestro un extracomunitario mi ha fratturato il setto nasale con un calcio. Ho dovuto curarmi a mie spese, visto che non siamo assicurati per questi incidenti. Però non ho letto titoloni sui giornali. Forse perché un vigile ferito non fa notizia”.
Il razzismo non c’entra e nemmeno la xenofobia. E allora come spiegare gli episodi successi, da Milano a Parma, negli ultimi mesi? “Sia la definizione di razzismo sia quella di xenofobia per gli episodi accaduti in questi mesi mi sembrano inadeguate” dice a Panorama Marzio Barbagli, docente di sociologia a Bologna che ha appena mandato in libreria il suo saggio su Immigrazione e sicurezza in Italia, editore Il Mulino.
“Sono fatti molto diversi, atti di ostilità , a volte molto gravi, nei confronti di stranieri, ma non fondati sulla pretesa di una superiorità razziale o sul rifiuto di tutto ciò che viene dall’estero, come nella xenofobia. Gli italiani non sono spaventati dagli immigrati, ma sono preoccupati da due aspetti: la criminalità degli stranieri e il loro essere competitori nel sistema del welfare, dall’accoglienza nel pronto soccorso degli ospedali all’inserimento dei figli all’asilo o a scuola”.
“Il pericolo razzismo esiste e temo che possa crescere se non si agisce sul piano amministrativo e sociale” ribatte a Panorama Sergio Cofferati. Che per combatterlo vede due strade: un lavoro non da clandestino e la concessione della cittadinanza.
“Chi arriva in un certo luogo ne deve rispettare tutte le regole” dice il sindaco di Bologna. “Poi però si devono creare le condizioni per la concessione della cittadinanza”.
LEGGI ANCHE: Aumento record di stranieri nel 2007
GUARDA ANCHE: Il sondaggio sugli italiani e il razzismo
Discutine sul FORUM: “Siamo diventati razzisti? Discutine con la giornalista Stella Pende”
Sono da poco passate le 18, di lunedì 29 settembre. È il giorno in cui scoppia il caso di Emmanuel Bonsu Foster.
Tra le mamme che aspettano i figli fuori da scuola, nei pressi del parco (luogo poco sicuro, soprattutto di sera), c’è anche Francesca Zara, 32 anni. Professione: giocatrice di pallacanestro. E di successo. Ora fa la play-ala nella Lavezzini Basket Parma, dopo aver fatto fortuna a Seattle nella Women’s National Basketball Association, poi in Russia e in Francia.
Francesca (alta, bionda, occhi azzurri) porta il cane a passeggio quella sera (il parco è proprio di fronte al campo d’allenamento della sua squadra). Tra le aiuole e le vie del parco la cestista nota una certa confusione: alcuni agenti in borghese che arrestano uno spacciatore palestinese.
Pochi minuti ancora e Francesca assiste anche al fermo di Emmanuel Bonsu Foster, il 22enne ghanese che ha accusato gli agenti della Polizia Municipale di Parma di averlo insultato e picchiato (proprio oggi il giovane è stato ricoverato per il peggioramento della ferita all’occhio sinistro per un intervento chirurgico nel reparto di chirurgia maxillo-facciale): “Ho visto Emmanuel a terra. Urlava, spaventato. Intorno a lui c’erano almeno tre persone - solo poi ho capito essere agenti in borghese - che lo malmenavano. Una di loro aveva anche una pistola”, dice la campionessa a Panorama.it
Qui, in esclusiva, il documento AUDIO con la testimonianza di Francesca Zara.
Francesca Zara, giocatrice di basket in serie A nel Basket Parma, è stata testimone dell’arresto di Emmanuel Bonsu Foster
- Tags: Amina, Ciampino, emergenza, gang, Gianfranco Fini, Parma, Polizia, razzismo, Roberto Maroni, Walter Veltroni, xenofobia
-
Sta diventando un Paese razzista, l’Italia. Sì, no, forse. Dipende.
Cioè, dipende da dove (e come) si guarda (e si legge) ai casi che negli ultimi giorni hanno riempito le pagine dei gionrali e i servizi dei Tg. Il caso di Parma, le aggressioni di Milano, il pestaggio del cinese a Roma, la denucia della donna italosomala. A metterli insieme sono episodi che fanno usare al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nell’incontro al Quirinale con Papa Benedetto XVI, le stesse parole di un discorso del Pontefice in cui Papa Ratzinger lanciava l’allarme per il riaffacciarsi “in diversi paesi di nuove manifestazioni preoccupanti”, invitando la politica a farsi guidare, dal “rispetto della dignità umana in tutte le sue forme e in tutti i luoghi”.
Un atteggiamento che, secondo il Capo dello Stato, implica più che mai “la coscienza e la pratica della solidarietà , cui non possono restare estranee, anche dinanzi alle questioni più complesse, come quella delle migrazioni verso l’Europa, le responsabilità e le scelte dei governi”.
E mentre gli immigrati sfilavano a Roma e a Caserta, dalla tribuna della Festa della Libertà , il presidente della Camera Gianfranco Fini attacca i naziskin che “hanno la testa vuota”; e ribadisce che “sarebbe sbagliato negare che esiste un pericolo razzismo e xenofobia”. Ricordando l’idea di costituire alla Camera un osservatorio per il razzismo, Fini richiama il ruolo della politica per combattere ogni possibilità di razzismo che, sostiene, nasce dalla diffidenza, dall’ignoranza e dalla paura nei confronti dell’altro, spesso è motivata”, ed invita a “tenere alta la guardia”. Per questo, è il ragionamento di Fini, “serve una politica chiara sull’immigrazione”.
A raccogliere l’appello del presidente di Montecitorio è stato il segretario del Pd Veltroni che viene esortato anche da un gruppo di intellettuali a inserire lotta al razzismo ed alla xenofobia tra i temi della manifestazione del Pd “Salva l’Italia” in calendario per il 25 ottobre.
E l’ex sindaco romano attacca, dai microfoni di Radio3: “C’è un’ondata di razzismo e xenofobia che viene tollerata dalla destra e che gli dà coperture. Questo governo strizza l’occhio a questa ondata per ragioni puramente di consenso”, commenta gli ultimi episodi di violenza contro stranieri in Italia. “Io sono per temperamento un moderato e se arrivo a dire che c’è un clima molto pesante è perché il governo si sente al potere e non al governo, si sente come se avesse preso il potere e non come se governasse pro tempore”, ha spiegato Veltroni.
A pensarla in maniere radicalmente diversa è invece il responsabile del Viminale: “Non penso che in Italia ci sia un’emergenza razzismo. Ci sono episodi che vanno colpiti e che saranno colpiti come ci sono delle montature, ad esempio il caso della donna somala, che vanno colpiti allo stesso modo”, dice il ministro dell’Interno Roberto Maroni arrivando alla festa del Pdl di Milano.
Rispetto al caso dell’aeroporto di Ciampino, Maroni ha poi anche annunciato che il ministero dell’Interno si costituirà parte civile contro la donna somala che nei giorni scorsi aveva accusato di maltrattamenti e perquisizioni arbitrarie la polizia dello scalo romano. “È una clamorosa montatura, fatta anche dalla stampa, che non c’entra nulla col razzismo e non c’entra nulla con la prevaricazione della Polizia. Anzi” spiega il ministro “direi che è tutto il contrario. La Polizia, infatti, ha applicato con rigore la legge. Per questo motivo è stata presentata un querela contro questa signora, alla quale io aggiungerò una richiesta di danni, costituendomi, come ministero, parte civile. Non si può permettere” continua Maroni “che si infanghi la Polizia accusandola di comportamenti razzisti. Ed è veramente incredibile che i giornali diano credito a queste affermazioni senza nemmeno riportare correttamente ciò che è stata l’azione della polizia”.
Ma Marco Minniti, ministro ombra del Pd, non chiude la polemica. Convinto che Maroni “sbagli” a sottovalutare i “rischi del diffondersi di sentimenti intolleranti e razzisti. E fa ancora più male a non raccogliere l’invito del presidente della Camera che chiede un osservatorio parlamentare su questi episodi”.
Mentre il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri spiega che “davanti alla dichiarazione di una donna somala e una dei poliziotti, io credo ai poliziotti”.
Dopo i neri, anche un cinese: secondo voi l’Italia sta diventando un paese razzista?