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Gianfranco Fini da tempo studia da leader del centrodestra.
Nei palazzi della politica, ma anche nel Paese, la voce gira ormai da molto. E da quando è presidente della Camera, poco più di un anno, è anche riuscito a ritagliarsi uno spazio da uomo politico che guarda più alla strategia che alla tattica, più al ragionamento di lungo respiro che alla politica della dichiarazione quotidiana.
Certo quella dell’ex leader di Alleanza Nazionale è stata una lunga marcia. Che dalla militanza missina lo ha portato fino alla segreteria… del Partito Democratico (almeno così ironizza il popolo di sinistra, ormai orfano di grandi condottieri).
Ma la marcia finiana comincia da lontano. Con la prima “svolta”, quella del congresso di Fiuggi (si era nel gennaio ‘95) che trasforma il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale. Del Msi Fini aveva raccolto il testimone, direttamente da Giorgio Almirante, a soli 35 anni. Per la prima volta gli eredi dei repubblichini - o per lo meno la maggior parte di essi - rinnegano le radici fasciste. Un passaggio “storico”, da completare con l’abbandono di quel passato che ricorda la destra razzista e antisemita, che ancora pesa troppo sulle spalle di Fini.
Il 19 febbraio del 1999 Fini va nel luogo simbolo della tragedia dell’Olocausto: Auschwitz. Quindi con il secondo governo Berlusconi, nel 2001, Fini comincia ad accreditarsi anche sullo scenario internazionale, prima con la nomina alla Convenzione europea, l’organo straordinario dell’Ue che dà vita alla Costituzione europea, poi approdando alla Farnesina. Il cammino prende velocità e diventa una corsa nel 2002, quando l’attuale presidente della Camera partecipa a sorpresa alla Giornata della Memoria, dove davanti al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, afferma: “Siamo qui, perché la storia non si ripeta, perché mai più si possano compiere simili mostruosità”. E nello stesso anno, a settembre, in una intervista al quotidiano israeliano Haaretz va oltre: “Come italiano è mio dovere assumermi ogni responsabilità. E a nome degli italiani è mio dovere farlo. Gli italiani portano sulle proprie spalle la responsabilità di ciò che è accaduto dal 1938, ovvero da quando furono varate le leggi razziali. Si tratta di una responsabilità storica: quella di riconoscere i dolori causati e di chiedere perdono”. La visita a Gerusalemme il 24 novembre del 2003 è il momento certamente più significativo del cammino politico di Fini: le immagini dell’ex delfino di Almirante, con la kippà in testa che depone fiori allo Yad Vashem sanciscono lo strappo con il passato.
Ecco una “gallery” (e qualche video) di alcuni suoi pensieri negli anni. Prima e dopo. Perché come ebbe a dire lo stesso Fini alcuni anni fa “solo i paracarri restano fermi”.
Su Mussolini
Il 25 marzo di quest’anno, cioè nei giorni in cui era appena calato il sipario su Alleanza Nazionale e si andava verso la creazione del Pdl, Fini è ospite alla sede romana della Stampa estera e la domanda clou, ancora una volta, è sul suo pensiero su Mussolini. Al giornalista che gli ricorda come 15 anni ebbe a definire il dittatore il più grande statista del secolo, replica: “Sono affascinato dalla sua domanda… è evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni e di cui mi ha dato atto anche lei”. Oggi, aggiunge, Fini, “la mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico. Un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo…”.
Sugli omosessuali (maestri e non)
Nell’aprile del 1998 disse che “un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può fare il maestro”. Motivando il suo pensiero poi spiegava: “Un conto è affermare che non è giusto discriminare la gente per motivi religiosi, razziali, etnici o sessuali, ma cosa diversa è stabilire per legge che una coppia di gay deve avere gli stessi diritti di una coppia normale. Perché l’omosessualità non si può considerare una cosa normale”. Tornando all’esempio del maestro elementare, il leader dell’allora An era netto: “Secondo me, compiti delicati come quello dell’educatore, soprattutto dell’educatore dei più piccoli, occorre che vengano affidati a chi trasmette determinati valori e determinati principi”.
Di recente, a metà maggio 2009, il presidente della Camera ha ricevuto a Montecitorio alcune associazioni degli omosessuali. I rappresentanti di Arci Gay-Arcilesbica, Agedo e Famiglia Arcobaleno, gli hanno consegnato un dossier sulle violenze e gli omicidi a sfondo omofobico e gli hanno chiesto un impegno per calendarizzare al più presto la legge contro l’omofobia. Fini, dal canto suo, ha sottolineato il dovere del legislatore di mettere al centro della sua azione la lotta a ogni genere di pregiudizio: “Nel momento in cui si discute della dignità della persona umana, bisogna combattere tutte le tendenze al pregiudizio, alla discriminazione e alla violenza. Ma questa cosa il legislatore la deve avere al centro della sua azione legislativa”.
Legge Bossi-Fini e la questione degli immigrati
Durante la legislatura 2001-06 Fini fu, con il leader della Lega, Umberto Bossi il “padre” della legge per contrastare l’immigrazione (datata 30 luglio 2002) , che infatti porta il loro nome: la Bossi-Fini. Un provvedimento duro, che prevede l’impossibilità per i clandestini senza un permesso di lavoro in Italia di arrivare nel nostro Paese. In questo anno la terza carica dello Stato ha più volte parlato di immigrazione e rispetto dei diritti “a prescindere dal colore della pelle”. E proprio la settimana scorsa – nel discorso non pronunciato per via dell’annullamento della visita a Montecitorio a seguito del ritardo del Colonnello Gheddafi – ha chiesto alla Libia di ospitare una delegazione di parlamentari perché si possa verificare il rispetto dei diritti umani sulle coste vicine al nostro paese. E sulla Bossi-Fini nei mesi scorsi ha chiosato: “Continua ad essere valido l’impianto generale della legge Bossi-Fini, ma alla luce di alcune questioni relative all’applicazione della legge, dei correttivi si rendono necessari. In particolare” ha aggiunto “andrebbe modificato l’aspetto che chiede all’immigrato che per rinnovare il contratto di lavoro deve tornare nel paese di origine e poi rientrare in Italia”.
Le dissonanze di un “uomo solo al comando”
E quante sono, invece, le dichiarazioni in cui Fini, pur non evolvendo il suo pensiero, si è detto in dissonanza dallo schieramento di centrodestra. O almeno da buona parte di esso…
Alcuni anni fa Fini aveva appoggiato il referendum abrogativo della legge 40 e, più di recente, ha detto che alla Camera sarebbe opportuno rivedere la legge sul testamento biologico, approvata dalla maggioranza al Senato con il plauso della Chiesa e fortemente criticata dal centrosinistra. Dopo che la Consulta ha dichiarato incostituzionali due passaggi della legge sulla fecondazione assistita l’inquilino di Montecitorio ha detto, in maniera netta: “La sentenza della Consulta che dichiara illegittime alcune norme della legge 40 sulla fecondazione assistita rende giustizia alle donne italiane, specie in relazione alla legislazione di tanti paesi europei”.
Referendum elettorale
Dal palco del congresso fondativi del Pdl alla Fiera di Roma Fini aveva riportato l’attenzione sul referendum elettorale ricordando che An aveva raccolto le firme. Una consultazione che crea evidenti problemi alla coalizione e in particolare al rapporto con la Lega. Tanto che il Cavaliere solo la settimana scorsa ha detto che non avrebbe appoggiato i quesiti referendari. Subito Fini ha invece dichiarato di voler andare a votare “convintamente. E spero che gli italiani facciano altrettanto”.
Le stoccate a Berlusconi
E che dire della sua condotta politica, che negli ultimi mesi ha preso traiettorie ben diverse (e solitarie) da quelle della maggioranza, del governo e del premier Silvio Berlusconi? Beh, al Fini di questi ultimi tempi calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione.
Fino a bacchettare più volte, a colpi di disringuo, le uscite del premier. L’ultima critica, ma solo in senso cronologico, sull’inchiesta di Bari. “Non credo che ci sia un rischio di instabilità per il governo. C’è un rischio di minore fiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni, cioè del fondamento della democrazia”, ha risposto il presidente della Camera, venerdì 19 giugno, a chi gli chiedeva dei rischi per la stabilità del governo Berlusconi in seguito alle vicende degli ultimi giorni. Fini, che parlava a una conferenza stampa seguita a un dibattito al Cnel su futuro del parlamentarismo in Italia e in Germania, ha aggiunto: “Una democrazia impotente e inefficace alla lunga genera disillusione, scontento, alimenta la critica e il ripudio e finisce per alimentare progetti bonapartisti o cesaristi, con una delegittimazione del Parlamento inteso come luogo che rallenta le decisioni”.
Che fine persegue Fini?
A proposito di stabilità e crisi, sono tanti ad aver pensato a lui, e a Tremonti, per un eventuale governo istituzionale che avrebbe potuto sostituire un Berlusconi in difficoltà. La “scossa’ evocata da Massimo D’Alema è stata rigettata in toto dalla maggioranza, ma certamente l’inquilino di Montecitorio, che pure aspira (legittimamente) alla successione del Cavaliere (ma guai a chiamarlo “delfino”), non avrebbe accettato di salire sul gradino più alto della politica italiana senza una legittimazione popolare. La sua è una strategia lungimirante. Che per ora prevede lo “sfruttamento” della Camera dei Deputati. Attraverso la composizione di una rete di contatti bipartisan e di eventi politico-culturali che si dispiegheranno nei prossimi mesi. Se non anni. Una rete politico-culturale avrà nella fondazione Farefuturo e in Alessandro Campi il centro di una nuova politica della destra. Lo stesso Campi ha più volte spiegato: “C’è un’ambizione politica forte. Vogliamo pensare e immaginare di ‘rifare l’Italia’. Frenando le spinte disgregatrici. Inglobando i nuovi italiani. Immaginando una nuova architettura istituzionale capace di decidere”.
Probabilmente Fini (isolato nel Pdl, sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi, ai ferri corti con la Lega, ai margini con buona parte di An) non farà il leader del Pd, e – come ha recentemente scritto Giuliano Ferrara: “Fini non avrà mai lo charme demotico di Berlusconi e non potrà mai sfidarlo direttamente” ma un giorno “magari non ravvicinato la stella del presidente della Camera brillerà in una costellazione in cui a pochi astri sarà dato di emettere luce in proprio”.
I VIDEO su Youtube con protagonista Gianfranco Fini:
Gianfranco Fini - MSI appello agli elettori 1992
Fini eletto Presidente della Camera dei Deputati
Messaggio del Presidente Fini sul canalae YouTube della Camera
Fini e quel tiro di marijuana
Scherzi a parte: Fini e la lotta al fumo
Le Iene su Mussolini
L’intervento di Fini alla seconda giornata del cogresso fondativo del Pdl
Fini contro il governo: “Offesa dignità del parlamento”
Fini nuovo leader della sinistra?
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“Gli omosessuali sono persone che non condivido, e se mi capitasse di incontrarne ne starei bene alla larga, certe persone devono essere evitate meno male che qui in classe non ci sono”. Lezione di omofobia all’Istituto tecnico industriale Armellini di Roma?
Stando alla denuncia fatta da alcuni studenti, che hanno segnalato le frasi alla Gay Help Line dell’Arcigay di Roma, sembrerebbe di sì.
Ma tutto è ancora da verificare: il prof. (o una prof.) deve essere ascoltato dal preside dell’istituto per sapere se abbia dato veramente questo consiglio agli studenti o se, invece, non si sia trattato di un tiro mancino degli alunni verso un insegnante antipatico.
La notizia della frase omofoba è stata resa pubblica ieri dal presidente dell’Arcigay Roma e responsabile del numero verde 800.713.713, Fabrizio Marrazzo: “Circa 15 giorni fa” racconta Marrazzo “la Gay Help Line di Arcigay ha ricevuto la prima di tre distinte telefonate susseguitesi nei giorni seguenti per segnalare la dichiarazione di un insegnante di un Istituto tecnico nei pressi del quartiere San Paolo-Ostiense.
“Dichiarazioni fortemente discriminatorie verso lesbiche, gay e trans” sostiene il presidente di Arcigay Roma “che hanno provocato un duplice effetto, da un lato l’indignazione da parte degli studenti lesbiche e gay, e dall’altro un rafforzamento della condizione dei bulli della classe, che ora si sentono maggiormente liberi di prendere in giro le lesbiche ed i gay”.
Il preside dell’Istituto tecnico ha convocato immediatamente l’insegnante per chiarire quanto è successo: “Non ne ero a conoscenza fino a ieri pomeriggio quando mi ha telefonato l’Arcigay” spiega il dirigente. “È una frase che mi fa inorridire ma ho parlato con l’insegnante e mi ha dato un’altra versione dei fatti”.
Il docente - contattata da Repubblica, chiedendo l’anonimato - smentisce categoricamente l’accaduto: “Con anni di insegnamento ed esperienza alle spalle, non avrei mai avuto l’ingenuità di dire una cosa del genere, né in classe né fuori, neanche se lo pensassi. È importante riflettere su ciò che l’alunno, chiunque egli sia, ha recepito delle mie spiegazioni poiché non ho veramente idea di cosa possa aver generato questo equivoco”.
Spiegazioni che sembrano non convincere Marrazzo. Che ha contattato la scuola per chiedere di fare delle “azioni di formazione. I casi di discriminazioni nelle scuole sono in crescita, per questo chiediamo” ha concluso “l’intervento delle istituzioni”.
“La nostra è una scuola democratica, ma è chiaro che non posso avere il controllo su cosa dicono tutti i nostri insegnanti” spiega il preside “ma dispiace che gli studenti non siano venuti a parlarmene di persona. Li avrei ascoltati. Avvierò un procedimento amministrativo, per valutare se ci sono gli estremi per una sanzione disciplinare, che può andare dall’ammonizione alla censura” spiega ancora. “Chiederò di confermare l’accaduto e poi deciderò”. Chiede di fare piena luce l’assessore provinciale alla Scuola, Paola Rita Stella.

Disabile e gay. Una combinazione intollerabile, per i vigliacchi. Come i tre uomini che il 23 gennaio scorso hanno picchiato e insultato un trentenne omosessuale seguito dai servizi sociali per disturbi psichici a Pordenone. L’hanno aggredito nella piazza XX settembre della cittadina friulana, un venerdì sera alle 21,30, in mezzo all’indifferenza dei passanti. Nessuno ha mosso un dito per aiutare il disabile. I tre aggressori si sono poi dati alla fuga. Oggi l’accaduto è stato reso noto dalla polizia, che dopo settimane di indagini ha rintracciato i tre: S.C., 21 anni, di Porcia (Pordenone); T.N., 22 anni; e O.S., 43 anni, entrambi di Pordenone. Sono stati fermati dalla Squadra Mobile e denunciati per concorso in violenza privata aggravata. A chiamare le forze dell’ordine la sera del pestaggio era stato un barista che aveva assistito alla scena.
“Volevamo dare una lezione ai froci” avrebbero spiegato così la loro impresa i tre aggressori ai poliziotti. Secondo gli inquirenti l’aggressione era stata pianificata.I tre denunciati hanno detto alla Polizia - secondo quanto riferito dagli investigatori - che non sapevano come trascorrere il venerdi’ sera e hanno così deciso di dare una lezione agli omosessuali che frequantano la zona del “Bronx” di Pordenone. Per tentare di giustificarsi, hanno aggiunto che avevano sentito dire in giro che la zona era frequentata da un pedofilo che molestava i bambini.
La Santa Sede si affretta a ratificare la Convenzione di Oslo contro le bombe a grappolo ma respinge quella sui diritti dei disabili e contesta la richiesta di depenalizzazione dell’omosessualità. La politica estera vaticana nell’era Ratzinger sembra in preda alla schizofrenia. Ma è solo un’apparenza, spiega Vincenzo Buonomo, ordinario di diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense. In realtà «sui cosiddetti temi sensibili, cioè aborto, salute riproduttiva, famiglia, unioni omosessuali, la linea della Santa Sede è costante. Un solo esempio: sul finire degli anni Ottanta, nel negoziato per la Convenzione sui diritti dell’infanzia, la Santa Sede precisò come l’interesse superiore del fanciullo avesse quali presupposti la tutela dei diritti del concepito, la presenza di una famiglia frutto dell’unione di un uomo e una donna, l’unità tra i compiti dei genitori e le aspirazioni dei figli. Inoltre sin dal 1994 la Santa Sede si adopera per liberare il concetto di salute riproduttiva da ogni possibile riferimento all’aborto». Buonomo in questi anni è stato osservatore privilegiato della politica estera vaticana. Ha partecipato quale esperto nelle delegazioni della Santa Sede alle riunioni dell’Onu e della Fao e ha seguito per la Santa Sede il lavoro della Conferenza mondiale dei diritti dell’uomo.
Oggi emerge un fatto nuovo: l’elezione del nuovo presidente americano Barack Obama e la nomina di Hillary Clinton quale Segretario di Stato. Nei Sacri Palazzi è allarme rosso. È ancora vivissimo infatti il ricordo dello scontro con Bill Clinton su aborto, salute riproduttiva, pianificazione familiare e unioni di fatto in occasione delle Conferenze Onu del Cairo sulla popolazione nel 1994 e di Pechino sulla donna nel 1995. Obiettivo primario della diplomazia vaticana perciò è scongiurare la nascita di un nuovo «asse laicista» tra Unione Europea e Stati Uniti sui temi sensibili.
Da qui la durezza dell’intervento dell’Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, Celestino Migliore, contro l’iniziativa della Francia, presidente di turno dell’Ue, a favore della depenalizzazione dell’omosessualità. «Le preoccupazioni per la difesa della famiglia come società naturale, e ancor più il rispetto del diritto alla vita vanno di pari passo con i continui appelli per garantire la libertà dalla fame, per eliminare il traffico di esseri umani e favorire il disarmo», ricorda Buonomo.
«L’emergenza Obama» induce inoltre il Vaticano a rilanciare la sorprendente alleanza con i Paesi islamici in difesa dei valori della vita e della famiglia, già sperimentata in occasione della Conferenza del Cairo. Spiega Buonomo: «I diritti per essere tali debbono rispondere a un bisogno reale non contrapposto ai valori autenticamente umani e perciò condivisi da differenti visioni etiche e morali. Questo chiarisce la convergenza sulle posizioni della Santa Sede di Paesi di diversa fede religiosa ma intenzionati a garantire la dignità umana». Una ragione in più per motivare anche la prudenza del Vaticano a prendere posizione contro i 91 Paesi, in gran parte musulmani, dove l’omosessualità è ancora reato.
FORUM

Turbati e scioccati i gay italiani vanno in piazza.
Per protesta, sabato pomeriggio, in Vaticano. “Mai più uccisi perché gay” è lo slogan dell’iniziativa promossa da Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti per contestare le recenti dichiarazioni dell’osservatore permanente del Vaticano presso le Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, che ha chiesto all’Onu di non impegnarsi per la depenalizzazione universale dell’omosessualità, una proposta promossa dal Governo francese. E Liberazione fa di più: propone di invadere Piazza San Pietro, durante il prossimo Angelus, vestiti di rosa.
Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti hanno fatto sapere che la posizione della Santa Sede “ha turbato fortemente la nostra comunità, e non solo. Tantissimi sono i messaggi di solidarietà che ci stanno arrivando” afferma il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo, “il Vaticano continua a offendere la vita di milioni di persone criminalizzandone l’orientamento sessuale. Una posizione contraria a qualsiasi concetto evangelico di amore e fratellanza”.
Nel mondo ci sono 88 paesi che condannano con il carcere, la tortura e i lavori forzati le persone in quanto lesbiche, gay e trans. In 7 di questi - Iran, Arabia Saudita, Yemen, Emirati arabi, Sudan, Nigeria, Mauritania- è prevista la pena capitale. “Vogliamo rivolgerci” aggiunge Marrazzo “anche ai fedeli cattolici, offesi, come noi, da parole che negano la vita della persona. A loro chiediamo di riflettere, perché siano al nostro fianco in un momento in cui è importante ribadire con forza che nessun credo religioso può giustificare l’opposizione alla cancellazione di una barbarie che ogni anno produce incarcerazioni e sentenze di morte”.
Anche il quotidiano del Prc Liberazione ha censurato l’atteggiamento della Chiesa citando l’episodio dell’adultera raccontato nel Vangelo di San Giovanni. Con la celebre frase ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’, ha sostenuto il direttore Piero Sansonetti, “Gesù aveva depenalizzato i reati connessi al comportamento sessuale”. Oggi, invece, la Chiesa “compie la scelta di schierarsi apertamente dalla parte degli scribi e dei farisei” e si adegua al fondamentalismo, “a costo di sacrificare Gesù”. Di qui la protesta suggerita dal direttore Sansonetti nell’editoriale di oggi: “Noi proponiamo ai laici ma anche ai cattolici e ai credenti di tutte le religioni, una protesta di massa da tenersi forse nel giorno nel quale all’Onu andrà al voto la risoluzione per la depenalizzazione dell’omosessualità. Potremmo invitare tutti i cittadini a vestirsi con una maglietta o un indumento rosa - come la stella che era imposta ai gay nei lager - e andare a manifestare in Vaticano all’ora dell’Angelus”.
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Contrario. E su tutta la linea.
L’Onu non deve depenalizzare l’omosessualità perché ciò porterebbe a nuove discriminazioni in quanto gli Stati che non riconoscono le unioni gay verranno “messi alla gogna”. Questa la posizione di mons. Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, in una intervista all’agenzia francofona I.Media,
Il Vaticano quindi è contrario alla proposta che la Francia, a nome dei 25 paesi della Ue, si appresta a fare all’Onu per la depenalizzazione dell’omosessualita’ nel mondo. Nei mesi scorsi, in quanto presidente di turno della Ue, la Francia aveva annunciato di voler presentare alle Nazioni Unite un’iniziativa per la “depenalizzazione universale dell’omosessualità”. Ciò dovrebbe avvenire, secondo quanto anticipato dal segretario di Stato francese ai diritti umani, Rama Yade, il prossimo 10 dicembre, in occasione del 60/esimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani.
“Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone” ha affermato l’arcivescovo “fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale. Il Catechismo della Chiesa cattolica, dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione”. “Ma qui” ha aggiunto Migliore in riferimento alla proposta francese “la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni”. “Per esempio” ha detto Monsignor Migliore, “gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come ‘matrimonio’ verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni”.
Migliore è inoltre intervenuto in merito alla discussione cui sarà chiamata l’Assemblea generale delle Nazioni Unite per aggiungere l’aborto ai diritti universali dell’uomo. La richiesta avanzata da un gruppo di organizzazioni favorevoli all’aborto, “è triste e indignante” ha detto “perché questa iniziativa lavora in favore dello smantellamento del sistema dei diritti umani, in quanto ci porta a riorganizzarne l’enunciazione e la protezione attorno non più a diritti, ma a scelte personali”. “Rappresenta” ha aggiunto “l’introduzione del principio homo homini lupus, l’uomo diventa un lupo per i suoi simili”. “Questa è la barbarie moderna che, dal di dentro” ha spiegato il rappresentante del Vaticano “ci porta a smantellare le nostre società. Esistono controtendenze motivate, convinte e determinate che dobbiamo sostenere e incoraggiare”.
La posizione contro l’iniziativa dell’Ue per la depenalizzazione del reato di omosessualità, ha commentato il deputato Radicale del Pd Matteo Mecacci: “è purtroppo analoga a quella dei regimi teocratici e fondamentalisti religiosi rappresentati alle Nazioni Unite”.
“Il Vaticano ha davvero superato il segno!”, commenta Arcigay. “Grazie allo status particolare di cui gode il medioevale stato Vaticano presso le Nazioni Unite” afferma il presidente nazionale, Aurelio Mancuso “la lobby clericale preme su tutti gli stati affinché non siano di volta in volta riconosciuti diritti civili e di libertà, alleandosi con i regimi dittatoriali, di ogni colore, compresi quelli islamici. La richiesta di depenalizzazione, che è stata sottoscritta anche dal nostro governo, vuole cancellare la vergogna per cui in ben 91 paesi del mondo sono previste sanzioni, torture, pene e persino l’esecuzione capitale (10 paesi islamici) contro le persone omosessuali”.
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Non possono diventare sacerdoti persone con “tendenze omosessuali fortemente radicate”. A tre anni da un documento della Congregazione per l’educazione cattolica (2005), lo stesso dicastero della Santa Sede pubblica un testo di piú ampio raggio, “Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio”, che torna anche sul tema dell’omosessualitá in seminario.
“Il cammino formativo” si legge nel documento “dovrà essere interrotto nel caso in cui il candidato, nonostante il suo impegno, il sostegno dello psicologo o la psicoterapia, continuasse a manifestare incapacitá ad affrontare realisticamente, sia pure con la gradualitá di ogni crescita umana, le proprie gravi immaturità (forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertá nelle relazioni, eccessiva rigiditá di carattere, mancanza di lealtá, identitá sessuale incerta, tendenze omosessuali fortemente radicate, ecc).
Lo stesso, aggiunge il documento, deve valere anche nel caso in cui risultasse evidente la difficoltá a vivere nel celibato, vissuto come un obbligo cosí pesante da compromettere l’equilibrio affettivo e relazionale”. Nel 2005 la congregazione vaticana responsabile dell’educazione pubblicó una “Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri”. L’iniziativa venne assunta sulla scia dello scandalo pedofilia negli Stati Uniti, anche se, all’interno della stessa Chiesa cattolica, diverse voci si levarono contro una connessione tra pedofilia e omosessualitá.
E non che stavolta le voci contro si siano taciute. Anzi: sui preti gay, afferma Franco Grillini presidente di Gaynet: siamo in “presenza di un vero e proprio razzismo e della solita ossessione omofoba propria degli apparati clericali”. “Se per fare il prete il requisito principale è la castità, ovvero la, impossibile, rinuncia a qualsiasi attività di carattere genitale, l’orientamento sessuale dovrebbe essere irrilevante. E invece no” ha aggiunto Grillini “se uno è gay niente sacerdozio. Siamo qui di di fronte ad una brutale discriminazione che contribuisce a diffondere il veleno dell’esclusione e del razzismo omofobico”.
“Con ogni probabilità l’intento è quello di fugare il sospetto di essere un’organizzazione omosessuale di massa come accade inevitabilmente alle strutture monosessuali coatte basate sulla rigida separazione tra donne e uomini”.