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Chiara Poggi, trovata uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, a 26 anni, in una foto inedita, ritratta dal suo fidanzato Alberto Stasi
Una porta a soffietto. Poi l’arma del delitto, che non è mai stata trovata. E perfino il movente. Sono questi i primi tre di dieci enigmi irrisolti, i dieci misteri del giallo di Garlasco: l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nel piccolo centro del Pavese il 13 agosto 2007, ad appena 26 anni.
Giovedì 17 dicembre sarà il giorno di San Lazzaro. Quel giorno il tribunale di Vigevano pronuncerà la sentenza: Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara che è anche l’unico imputato, sarà dichiarato innocente o colpevole. Continua

È stato ritrovato dopo 23 ore Michael Cipolla, il bimbo di 5 anni scomparso mercoledì in contrada Ghiandaro, a San Marco Argentano (Cosenza).
Il bambino è stato trovato da alcuni volontari in contrada Jotta, in un canalone, coperto di rovi e di vegetazione dove, secondo i primi accertamenti, era finito accidentalmente.
Michael, gridando, ha richiamato l’attenzione di alcuni volontari, componenti di un unico nucleo familiare e conoscenti dei parenti del bambino, che partecipavano alle ricerche. Un ragazzo, che faceva parte del gruppo, è sceso nel canalone e lo ha raggiunto portandolo in salvo.
Il bambino, oltre ai graffi al viso, presentava escoriazioni alle mani che si sarebbe procurato nel tentativo di arrampicarsi dal canalone. Il bambino è stato portato prima in casa della famiglia di volontari che lo hanno trovato.
Successivamente è stato trasferito a casa dei genitori, che hanno potuto così riabbracciarlo, e poi nella caserma dei carabinieri per essere sentito.
Mercoledì 8, Michael stava giocando nel cortile del suo casolare. Poi si è allontanato per andare a cercare il padre nei campi. Ma dal quel momento non ci sono più state notizie di lui. Sembrava scomparso nel nulla e sono state 24 ore di angoscia a San Marco Argentano, comune di quasi ottomila abitanti del cosentino.
I soccorritori lo hanno cercato per tutto un giorno e una notte. I carabinieri hanno segnalato la scomparsa a tutti i comandi d’Italia, ma l’ipotesi prevalente era che il bambino potesse essersi perso tra i campi ed i boschi della zona o sia rimasto vittima di una disgrazia.
Il padre, però, non riuscendo a capacitarsi del fatto che il piccolo si fosse allontanato da solo è arrivato a ipotizzare che potesse essere stato sequestrato. “Mi auguro che non sia così” diceva Aldo Cipolla, ausiliario nella scuola elementare di San Marco “e che esca fuori da un momento all’altro, ma visto che finora non si trova non so cosa pensare. Se qualcuno avesse preso mio figlio per avere soldi me lo faccia sapere che vendo tutto, la casa, il terreno, tutto quello che ho”.
Fortunatamente le lunghe ore di angoscia della famiglia sono terminate: Michael era a poca distanza dal luogo della scomparsa e secondo le prime informazioni pare che fosse solo tanto spaventato.
I pm hanno chiesto il rinvio a giudizio di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi e la detenzione di materiale pedopornografico. L’intervento di Rosa Muscio e Claudio Michelucci, cominciato ricordando la telefonata di allarme di Alberto Stasi al 118 quel 13 agosto 2007, è durato oltre quattro ore. I pm sono arrivati a una conclusione abbastanza scontata: la richiesta di giudizio davanti alla Corte d’assise per il fidanzato di Chiara Poggi, che considerano responsabile dell’omicidio. L’udienza preliminare riprenderà sabato 28 marzo con l’intervento della parte civile per la famiglia Poggi e dei difensori di Alberto Stasi. Subito dopo la conclusione dell’udienza, sia i Poggi sia Stasi, con i rispettivi legali, hanno lasciato il Palazzo di giustizia di Vigevano.
Il gup di Vigevano, Stefano Vitelli, si è riservato la possibilità di disporre una nuova perizia sul pc di Alberto Stasi nel contraddittorio tra le parti. L’eventualità è stata riportata nell’ordinanza con cui il giudice ha respinto tutte le eccezioni presentate dalla difesa tranne quella sulle intercettazioni telefoniche. Nel respingere la questione che riguarda il pc, da quanto si è saputo, il giudice ha comunque rilevato che ci potrebbero essere state alterazioni nel suo contenuto dovute al fatto che gli investigatori lo hanno aperto ancor prima che iniziassero gli accertamenti tecnici disposti dalla procura. Il giudice ha inoltre respinto il dissequestro, richiesto dai legali di Stasi, del pc, delle scarpe e della bicicletta, ritenendo siano ancora utili ai fini del processo.
Oltre a respingere con riserva l’eccezione sul computer, il giudice ha rigettato la questione sulla nullità del capo di imputazione.
Quanto al materiale fotografico che riguarda la scena del crimine e che per i legali di Stasi è incompleto, il gup ha ritenuto invece che sia sufficiente ai fini dell’elaborazione della tesi difensiva. Da quanto si è saputo, inoltre, l’esame autoptico per il giudice, a differenza di quanto hanno sostenuto i legali dell’imputato, non doveva svolgersi nel contraddittorio delle parti in quanto il 16 agosto, giorno in cui venne effettuato, Stasi non era ancora iscritto nel registro degli indagati. Infine l’esame sperimentale del docente del Politecnico di Torino non va inquadrato in un accertamento irripetibile in quanto la scena del crimine può essere ricostruita in base al materiale fotografico.
A un anno di distanza, la morte di Chiara Poggi, la giovane di 26 anni massacrata nella sua villetta di Garlasco il 13 agosto 2007, resta ancora un vero giallo. C’è un indagato, il fidanzato Alberto Stasi, ultimo a vedere la ragazza e primo a scoprirne il cadavere, e ci sono tanti interrogativi. Non si sa quale sarà la prossima carta che il pm di Vigevano Rosa Muscio calerà . Non si sa se chiuderà l’indagine con una richiesta di rinvio a giudizio - l’ipotesi che gode di maggior credito in ambienti giudiziari - oppure se chiederà l’archiviazione, come sollecitano i difensori o, ipotesi remota, opterà per una proroga delle indagini. Così, dopo il deposito della consulenza in cui la difesa in modo “scientifico” ha tentato di dimostrare l’innocenza di Stasi e ha chiesto di farlo uscire dalla vicenda, la successiva mossa spetta alla Procura che, per dirla con le parole del suo capo, Alfonso Lauro, non ha mai trovato “la pistola fumante”, quella che aiuta in modo decisivo a risolvere un caso.
L’inchiesta sul delitto di Garlasco, come aveva preannunciato Lauro, è stata fin dall’inizio “difficile e complicata”: sullo sfondo un paese di provincia dove molti sanno, magari insinuano senza dare un reale contributo a scoprire la verità . E poi due famiglie di brava gente, semplice e con un’educazione tradizionale, che si sono ritrovate catapultate in un dramma dai contorni foschi. Una coppia di fidanzati che apparentemente andavano d’amore e d’accordo: lei, Chiara, ex studentessa modello e impiegata modello; lui, un bocconiano che viaggiava verso la laurea a pieni voti (poi ottenuta). Con lei definita da tutti “un angelo” e lui un pochino più chiacchierato ma come spesso si usa fare nei piccoli centri, anche se a margine di quest’inchiesta per omicidio si è trovato indagato per possesso di materiale pedopornografico. Lei morta, lui sospettato d’averla uccisa.
E, intorno, tanti altri personaggi. Come le cugine di Chiara, le gemelle Stefania e Paola Cappa, che hanno trovato spazio per aver commesso la leggerezza di lasciare davanti a casa Poggi una immagine che le ritraeva insieme alla vittima e che si è rivelata un fotomontaggio, episodio che ha provocato veleni e portato a pensare che cercassero un po’ di fama sull’onda della tragedia. A un anno di distanza, restano le domande. Chi ha ucciso Chiara? Perché? Dov’è finita l’arma del delitto? L’accusa ha portato indizi anche forti ma non prove, la difesa ha cercato di smontare tutto.
La partita tra pm e legali sembra destinata ad essere giocata tutta in un’aula di giustizia. E qui, anche l’avvocato dei Poggi, farà le sue mosse, a meno che non sia costretto ad anticiparle se mai si dovesse trovare di fronte a una richiesta di archiviazione. Da subito l’attenzione degli inquirenti, che avevano escluso l’ipotesi di una rapina finita male, si è concentrata su Alberto: è stato sentito come testimone più volte, ha spiegato che la mattina dell’omicidio era a casa sua a lavorare alla tesi sul computer, ma non è stato convincente. I conti, per il pm, non tornavano. Poi come è possibile che quando ha scoperto il cadavere di Chiara non si sia sporcato le scarpe? Una settimana dopo l’omicidio viene indagato, il 24 settembre finisce in carcere perché sul pedale di una delle sue biciclette sono state hanno trovato tracce di dna compatibile con quello di Chiara. Per i Ris di Parma, nominati come consulenti del pm, sono tracce riconducibili al sangue della ragazza, per i consulenti della difesa potrebbe essere sudore o saliva. Alberto, dopo quattro giorni, viene rimesso in libertà : per il gip, gli elementi non sono sufficienti a giustificare la detenzione. A novembre arriva l’esito finale dell’autopsia: Chiara è stata uccisa tra le 11 e le 11.30 di mattina con un’ arma appuntita, con una stretta superficie battente e “uno spigolo molto netto”, che fa pensare o a un martello o a un attrezzo da giardinaggio.
Le perizie stabiliscono che, a parte quelle di investigatori, soccorritori e di un falegname, nella villetta ci sono solo tracce di Chiara, dei suoi familiari e di Alberto; che Stasi ha acceso il suo pc per parecchie ore, la mattina del delitto, ma non ha lavorato alla tesi nella misura in cui dice di aver fatto; che i capelli trovati fra le dita di Chiara sono solo della ragazza. Le controperizie della difesa contestano punto su punto e la relazione finale, depositata a inizio settimana, lancia il sospetto “su base scientifica” che sul luogo del delitto quella mattina ci fossero più persone.
In tutto questo, a metà aprile, a 225 giorni dal delitto,la famiglia Poggi è rientrata nella sua villetta, fino a quel momento sotto sequestro. E qualche giorno dopo il padre di Chiara ha scoperto che da casa manca un martello.
È forse quello usato per uccidere Chiara? È, appunto, una delle tante domande senza risposta di questo mistery.

Di ora in ora aumentano i dubbi sulla morte di Dina Dore. La donna di 37 anni trovata la scorsa notte senza vita, in provincia di Nuoro, nel bagagliaio della sua auto parcheggiata nel garage di casa. Da subito gli inquirenti hanno parlato di “un tentativo di sequestro finito in maniera tragica”. E in effetti tutti gli indizi portano in questa direzione, perfino i fili dell’illuminazione pubblica tagliati per agire indisturbati. Ma per ora non c’è alcuna certezza. Soprattutto sull’ora del decesso. Il questore taglia corto: “È morta subito”. Ma fino a domani, giorno dell’autopsia, non c’è alcun riscontro medico a questa tesi. Pesa come un macigno l’ipotesi che la donna potesse essere salvata se solo quel bagagliaio fosse stato aperto un po’ prima. E non alle tre di notte, sei ore dopo la denuncia del marito e la lunga attesa dell’arrivo della polizia scientifica da Cagliari.
Se il nastro adesivo non fosse stato abbastanza per soffocarla? Se il taglio alla testa, come dicono alcuni, non fosse stato mortale? E perché nessuno è andato a guardare in quel garage aperto da due ore a pochi passi dal centro? Lì per terra era pieno di macchie di sangue e di oggetti di Dina. Le risposte tardano ad arrivare e intanto a Gavoi, meno di 3 mila abitanti, cala il silenzio. Quello del lutto e della diffidenza. Per la polizia, forse, e per un rituale, quello dei sequestri, che aspetta puntuale dietro la porta di casa.
Il VIDEO servizio:
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