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Gian-Antonio-Stella

Camera senza tetto: cancellate le promesse anti Casta sugli stipendi

L'Aula di Montecitorio
A quelli della Casta il tetto non piace. Non che desiderino vivere a cielo aperto, solo non gli va che qualcuno (che siano i cittadini indignati o i senatori avveduti) metta il naso e un limite sui loro stipendi. Insomma: alla Camera è stato tagliato il taglio che il Senato aveva approvato sugli emolumenti dei manager pubblici. A scriverlo, sulla prima del Corriere della Sera, sono stati oggi gli autori del best seller scandalo (per il contenuto, sia chiaro) del 2007: Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella. Che raccontano come sia successo che il “tetto agli stipendi d’oro sia stato soppresso. D’ora in avanti i grand commis pubblici potranno guadagnare anche di più. Alla faccia di tutte le promesse intorno al bisogno di sobrietà”.
La norma passata a Palazzo Madama (art. 144 della Finanziaria 2008), sull’onda dell’indignazione popolare (dopo le rivelazioni contenute nel libro dei due giornalisti del Corsera e in quello dei due senatori Massimo Villone e Cesare Salvi, autori del I costi della democrazia) e con un certo malessere di alcuni esponenti della stessa maggioranza, prevedeva che tutti gli stipendi pagati con soldi pubblici non potessero superare lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione, vale a dire 274 mila euro all’anno.
Poi, da lì, è stata una serie infinita di correzioni e riscritture. Prima sono stati esclusi dal tetto tutti i contatti di natura privatistica già in corso. Correzione più che giusta: nessuna norma può essere retroattiva, sarebbe incostituzionale. Poi un’ulteriore modifica. Per i manager con contatto di diritto pubblico lo stipendio verrà ridotto gradualmente: 25% l’anno in modo che nel giro di quattro anni si arrivi al famoso tetto. L’ennesima deroga? Dal tetto restano escluse le Authority, gli Organi costituzionali, i contratti d’opera (per capirci, quelli dei presentatori Rai o dei superospiti di Sanremo), le società quotate e le attività di natura professionale. Ancora una: solo venticinque altissimi dirigenti pubblici in tutto il Paese e per un periodo limitato potevano guadagnare più di 275 mila euro l’anno. Tutti gli altri, sotto.
Sotto fino a quando, con la Finanziaria in discussione a Montecitorio, non sono cominciati i tagli veri e propri alla norma. Per esempio: per la Banca d’Italia, le Autorità indipendenti e le amministrazioni dello Stato si dovrà applicare il tetto alle retribuzioni, ma doppio rispetto a quello del primo presidente della Corte di Cassazione. Quindi, il limite massimo sarà di 548 mila euro. A volerlo è stata la Rosa nel Pugno, con un emendamento del capogruppo Roberto Villetti. E la Commissione Bilancio della Camera lo ha approvato. Commissione che, per bocca del presidente Lino Duilio, si è così giustificata: “Nessuno stravolgimento, nessun arretramento” sul tetto agli stipendi dei manager pubblici. Al contrario, la Commissione ha “solo perfezionato il testo del Senato per consentirgli di reggere nel tempo e di regolare efficacemente la molteplicità delle situazioni reali”. Molteplicità… qui pare che a moltiplicarsi sono, nonostante le promesse, gli euro che i boiardi dello Stato continueranno a portarsi a casa, come dice il senatore Villone: “Si introducono meccanismi che consentono emolumenti che viaggiano addirittura verso il milione di euro all’anno. C’è da vergognarsi”.

E se lo dice un senatore…

Dalla Casta alla beffa: la Finanziaria si rimangia le promesse antispreco

Il parco delle auto blu
La Casta, il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, ha terremotato la politica negli ultimi mesi. Dopo l’uscita della bibbia antispreco dei due giornalisti del Corriere della Sera, c’è stato un rincorrersi di politici e amministratori locali a promettere tagli ai costi della politica. Prima della presentazione della Finanziaria il governo aveva annunciato un pacchetto di riduzione dei costi della politica del valore, a regime, di 1,3 miliardi. Ma nella manovra che è in discussione in questi giorni al Senato i risparmi certi e quantificabili sono fermi a 419 milioni.
Un esempio? Prima dell’estate erano state promesse riduzioni almeno del 20% sui numeri dei consigli provinciali, comunali e circoscrizionali. Anzi, sembrava che le circoscrizioni, tranne nelle grandi città, sarebbero state del tutto abolite. E le comunità montane? Nel libro di Stella e Rizzo, se ne citano anche a livello del mare. Basta andare a rivedersi le dichiarazioni di qualche settimana or sono: sarebbero quasi scomparse. Ma le uniche cose ad essere davvero sparite davvero sono le norme che riformavano le comunità.
D’altra parte sugli enti inutili non è andata tanto meglio. Il disegno di legge del ministro per l’Attuazione del Programma, Giulio Santagata, censiva più di trecento enti inutili, proponendone il taglio di almeno un terzo. Risultato? I tagli ci saranno per poco più di una dozzina di società. Resterà invece l’Ente italiano risi.
Attacca duro il senatore di Forza Italia, Giuseppe Vegas, che a Panorama.it lancia l’allarme: “Il vero costo della politica è il governo. Al Senato le modifiche chieste dalla maggioranza in commissione hanno portato aumenti di spesa nel triennio nell’ordine dei 5,9 mld euro. Sono tutte tasse in più che i cittadini dovranno pagare”. Poi l’ex viceministro all’Economia del governo Berlusconi, aggiunge: “Si sono rimangiati soprattutto i tagli che erano previsti alla finanza decentrata. Quindi regioni, province e comuni non effettueranno i tagli”. E ancora: “E’ stata indebolita la norma sulle comunità montane: che quindi continuano ad esistere. Mentre si era parlato di soppressione”. Poi Vegas parla di una norma che giudica ridicola: “Ma lo sapete che hanno fatto passare la riduzione del numero dei ministri? Ma dal prossimo governo…”. Proprio su questo punto replica a Panorama.it Cesare Salvi, presidente del gruppo di Sinistra democratica al Senato, e uno dei primi critici del sistema dei costi della politica con il libro Il costo della democrazia, scritto con Massimo Villone: “È stato approvato il ritorno alla legge Bassanini sul limite al numero dei ministri. È normale che si applichi dal prossimo governo, altrimenti sarebbe stata una sfiducia a quello in carica”.
Poi Salvi prosegue ad enumerare le norme secondo lui positive presenti in Finanziaria sulla riduzione dei costi: “È stato inserito un tetto alle retribuzioni del settore pubblico e para pubblico. Non potranno superare quella del primo presidente della corte di Cassazione, più o meno 270 mila all’anno”. E sugli enti locali infine spiega: “Non aveva significato ridurre il numero dei consiglieri. Mi sembra un bene che sia stato ridotto il numero degli assessori nelle giunte e che sia stata abolita l’indennità che è stata sostituita da un gettone di presenza”. Insomma, tutto bene? No. Tanto che Salvi esclama: “Diciamo che sono soddisfatto al 40%. Non è tutto quello che avremmo voluto. Ma è un inizio”.

LA SCHEDA: Che cosa prevede la Finanziaria

Blogger, precario e deluso da Bertinotti: ecco il V-boy

La folla radunata in piazza per il V-day di Beppe Grillo

Sono giovani. E molto incazzati: “Se non sei figlio di qualcuno in questo Paese non ce la fai” dice Andrea Palamara, 25 anni, neolaureato in scienze politiche di Erba e organizzatore lombardo dei “vaffa-boys”. “Mi impegno perché i politici sono di bassissimo livello. Non sono classe dirigente. E soprattutto perché sono tanto vecchi: non sanno cosa sia un blog o il meet up”. Proprio il meet up, cioè l’incontro in rete, è quello che ha trasformato il “Grillo-boy” in “vaffa-boy”. Il grillismo fino a un anno e mezzo fa era solo un blog di successo. Il salto di qualità è arrivato grazie all’utilizzo dello strumento “meet up”, con la possibilità per i fan del comico genovese di aggregarsi su siti propri, organizzati con un criterio territoriale. Così il giovane “grillino”, da lettore e commentatore del beppegrillo.it è diventato soggetto politico. Gli animatori dei meet up territoriali vanno a parlare con i sindaci, si muovono su piccoli obiettivi locali, dalla Tav all’emergenza rifiuti.

Mario Adinolfi, il 36enne blogger candidato alla segreteria del Partito democratico, spiega: “Già nel 2001 mi candidai con il simbolo della chiocciola internettiana a sindaco di Roma, perché si capiva che il web mobilita; ora Grillo e i grilliani scoprono che la rete non è solo uno strumento di comunicazione, ma un modello politico totalmente nuovo: la democrazia diretta. Che riesce a saltare la mediazione del politico di professione”.

Ma chi è il V-boy? Elio Veltri (qui il suo intervento al V-Day di Milano), che sta organizzando la discesa in campo della Lista civica nazionale per il 6 ottobre a Roma e che si sente un po’ la chioccia di questo movimento, sostiene che sono giovani dai 20 ai 35 anni, spesso con un lavoro precario, o cinquantenni che “sperano che l’Italia non sia ancora morta”. “Non ho raccomandazioni” dice ancora Palamara. “Mi cercherò un lavoro in una ditta di pulizie”.
Il V-boy è contro la legge Biagi. E ha due bibbie: il libro-testimonianza di Grillo Schiavi moderni, che in agosto ha ricevuto il plauso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (chissà se è pentito?), e quello di Michela Murgia, una giovane 34enne sarda, che in un best-seller agrodolce, Il mondo deve sapere, ha raccontato il dramma quotidiano, non privo di elementi grotteschi, di un lavoratore di un call center.

Il V-boy ama Oliviero Beha e Marco Travaglio, due giornalisti che sparano indifferentemente sia contro la destra sia contro la sinistra. Ed è molto deluso, come Palamara, dal presidente della Camera Fausto Bertinotti: “Uno che ha predicato la rivoluzione per trent’anni e poi è diventato presidente della Casta”. E proprio <em>La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e Il costo della democrazia di Cesare Salvi e Massimo Villone, sono i due saggi che il grillino ben informato conosce quasi a memoria, e cita spesso.
Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna per il Vaffa-day
Il V-boy odia i giornali “perché sono tutti uguali”, ma gli piace la rivista Internazionale “perché” scrivono nelle webdiscussioni “leggendo quello che avviene negli altri paesi capiamo che da noi è ora di cambiare” e preferisce andare direttamente sui siti internet a cercare informazioni, magari scambiando idee sui blog. È grande appassionato di Dagospia, sito tradizionalmente irriverente con il potere.

Pur facendo parte della generazione di internet non disdegna cinema, musica e teatro: gli piacciono Ligabue (definito “impegnato, ma ruspante”), i comici alla Sabina Guzzanti e l’iconoclasta della parola Alessandro Bergonzoni, ma pure i monologhi amari di Ascanio Celestini. Considera ormai vecchio e superato Nanni Moretti, legato all’archiviata e inconcludente stagione dei girotondi. E in televisione professa un vero culto per le inchieste della trasmissione Report, su Raitre, ideata da Milena Gabanelli.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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