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Gianfranco-Miccichè

Forza del Sud, la sfida di Miccichè: diventerò il Bossi del Sud


Forza del Sud, la sfida di Miccichè. Diventerò il Bossi del Sud

«Ma che cravatte vi siete messi?». A un amante dei toni scuri come il Cavaliere quell’arancione dev’essere sembrato un po’ troppo sgargiante. E la battuta, comunque, ha rasserenato i sei parlamentari di Forza del Sud convocati a Palazzo Grazioli un mese fa. Gianfranco Miccichè, leader del nuovo partito ipermeridionalista, pensava di mettere Berlusconi di fronte al fatto compiuto. Il premier però lo ha spiazzato: Continua

Il Cavaliere, il Governatore e la disputa delle Due Sicilie (una targata Pd)

Il premier Silvio Berlusconi e il governatore Raffaele Lombardo | (Ansa)

Il premier Silvio Berlusconi e il governatore Raffaele Lombardo | (Ansa)

Che fatica, le regioni! Titanica e trasverale. L’opposizione (Pd, Idv e Udc) è alle prese con tanti nodi (Puglia, Calabria, Umbria) da sciogliere in gran fretta, visto che a marzo 2010 si vota. Per il Cavaliere le spine sono (quasi) tutte siciliane. Il governatore Raffaele Lombardo, eletto con l’appoggio dell’Udc e del Pdl, a fine dicembre ha fatto, per la terza volta, tabula rasa della sua Giunta dando vita a un nuovo governo con l’appoggio esterno del Pd e spaccando di fatto in due il Pdl: da una parte i seguaci del sottosegratario alla presidenza del Consiglio, Gianfranco Miccichè, rimasti fedeli al governatore; dall’altra i lealisti a Roma, sempre più ostili al leader del Movimento per l’autonomia. Continua

Miccichè: Mi faccio un partito. E vedrete che così mi daranno retta

Gianfranco Miccichè

di Andrea Marcenaro

Gianfranco Miccichè vuole fare il partito del Meridione. E ama cucinare. Meglio ancora, adora nutrire le persone. Vedeste come salta tra i fornelli di pasta e polpi e gamberoni nella sua casa sopra Cefalù, località Sant’Ambrogio, per la precisione. Che intanto, come patrono ispiratore di un progetto sudista, un santo propriamente meridionale non si potrebbe dire.
Ma esiste una specie di test. Dite voi se avete mai sentito di qualcuno capace di nutrirsi, o di nutrire generosamente gli ospiti, e valente nello stesso modo nella battaglia politica. Non esiste. Esempi, finché se ne vuole. Bettino Craxi, bulimico con se stesso e con gli altri, è finito come si sa. Marco Pannella, che a vederlo quando s’ingozza resta un piacere, s’è fatto fare le scarpe da Emma Bonino, una che con l’1 per cento, l’1,2 quando esagera, già è satolla. Giuliano Ferrara potrebbe fare il segretario di dieci partiti, se non stesse troppo schiettamente a tavola. Giulio Andreotti, invece lui sì, lui non si nutriva veramente mai. Al massimo sbocconcellava. Un assaggino e un po’ di mal di testa. Un po’ di mal di testa e un assaggino. Cinquecento governi digeriti a stomaco chiuso. Così va la politica che vince. Come perfino i muri sanno, l’onorevole sottosegretario Gianfranco Miccichè, grande mangiatore, grandissimo cuoco, siciliano, anzi palermitano, anzi berlusconiano, anzi berlusconiano della prima ora, si è messo comunque in testa di fondare un partito suo, diverso da quello di Silvio Berlusconi. E mica in un posto da ridere. Dove nacque quella quisquilia chiamata questione meridionale.

Disse una volta un tipo: se un siciliano ti dice prendiamoci un caffè, tutto avrà voglia di fare, farsi vedere al bar con te, scambiare due chiacchiere, invitarti a cena davanti agli altri, evitare qualcuno, guardare le tette della cassiera, qualsiasi cosa, ma l’unica cosa che non gli interessa, puoi star sicuro, è prendere un caffè. La prima lettura non è mai esatta, puoi giurarci. Ricorda chi lo disse?
No.
Lei. Che, se oggi dichiara facciamo il partito del Sud, tutto vuol farci intendere, probabilmente, che desidera più spazio per lei in Sicilia, che ha voglia di bastonare il ministro Giulio Tremonti, o di procurare magari un fastidio alla Lega nord, meno che fare davvero il partito del Sud. La prima lettura non è mai esatta, può giurarci.
La metafora del caffè si riferiva a un linguaggio antico, al modo di parlare tipico dei democristiani. Stagione finita e linguaggio anche. Nei bar di Borgo Nuovo si parla oggi col linguaggio che si usa a Treviso?
No, nei bar di Borgo Nuovo hanno visto quello che hanno fatto gli avventori dei bar di Treviso e gli sta frullando in testa l’idea di copiare un po’ la loro esperienza. Di organizzarsi anche loro un po’. Di contare quel poco a loro volta. Insomma, di difendersi per ripartire. Tra loro, da qui. Che c’è, dà fastidio?
A qualche siciliano del suo partito molto fastidio, a quanto pare. Al presidente del Senato Renato Schifani, per esempio, o al ministro Angelino Alfano.
Non ne voglio parlare.
Ne deve parlare.
Chieda a loro perché sono infastiditi, non lo chieda a me.
Io sono qui con lei.
Allora solo questo: che abbiano invitato il governo a non concedere al Sud i fondi del Fas, perché sarebbero stati spesi male, diciamo che è stato doloroso.
Ma mica del tutto campato in aria.
Del tutto campato in aria.
Scusi, signor sottosegretario, le leggo alcuni titoli usciti oggi sulla cronaca locale dei giornali di Palermo: “Musei, dagli incassi mancano 20 milioni. La regione li chiede ai gestori privati, si apre il contenzioso”. Poi: “L’università approva il bilancio, ma il deficit reale resta un’incognita. Per quantificare il buco bisognerà attendere”. Ancora: “Il sindaco Cammarata: la giunta può aumentare l’Irpef”. E un’ultima cosa: “All’Azienda comunale dei rifiuti il posto fisso viene trasmesso di padre in figlio”. Non sembrerebbe un’eccezione, è la regola.
Lei sta operando una manipolazione.
Mi dispiace, le sto mostrando una fotografia.
Certo che è una fotografia. Se confronta questa foto con quella di ciò che sta succedendo in questo momento in Lombardia, è così. Ma se guardiamo il film degli ultimi 10 anni, risulta clamoroso come il gap sia diminuito e stia tuttora diminuendo. Solo che quel film non ce lo vogliono far vedere, c’è qualcuno che lo nasconde nei cassetti. E tra quel qualcuno c’è la stampa nazionale.
Potrebbe essere leggermente più circostanziato?
Lei è disponibile a lasciarmi circostanziare un po’ di più?
Prego.
Guardi che può risultare noioso.
Prego.
Lungo e noioso.
La prego.
Conosce l’Ocse? Bene. Il capitolo della relazione Ocse 2001, pagina 116, concludeva con un giudizio perentorio sulla gestione degli interventi pubblici nel Mezzogiorno: “Il meccanismo di coordinamento di queste politiche è molto debole e può portare a risultati contraddittori. Monitoraggio e valutazione di queste politiche sono egualmente assai deboli e richiedono di essere drasticamente migliorati”. Morale, un disastro.
Non si dia la zappa sui piedi, onorevole Miccichè.
Le sto proiettando il film, trattenga la pazienza.
Rapporto Ocse del 2003
, due anni dopo: “Nel sistema di governo del Sud c’è stata una radicale trasformazione da una mentalità di contributi a pioggia a vincoli di bilancio rafforzati con un uso efficiente di aiuti pubblici mirati e fondi strutturali comunitari”.
Un passo avanti.
Aspetti. “In conseguenza, tutte le regioni del Sud hanno migliorato i loro sistemi di governo pubblico e la loro performance economica in conformità con il nuovo approccio”. Conclusione: “Come risultato, tutte le regioni del Sud hanno pienamente utilizzato le risorse comunitarie”. E deve ancora portare pazienza.
Perché?
Perché le offro la colonna sonora del film che i giornali e alcune forze politiche, diciamo qualunquisticamente del Nord, tendono a tacitare. Rapporto Ocse del maggio 2005: “In gran parte per effetto delle nuove politiche di sviluppo, il Sud ha registrato negli ultimi anni un più alto tasso di crescita rispetto al Centro-Nord (un record dal dopoguerra), riducendo in misura significativa il divario di reddito pro capite. È la prima volta dagli anni Sessanta che l’accumulazione di capitale, la base essenziale dello sviluppo, è favorevole al Sud”.
Complimenti, adesso basta.
No, me lo consenta, c’è la ciliegina del Fondo monetario internazionale. Che questo dice: “Il nuovo quadro delle politiche per il Sud si è quindi allontanato dalla logica dei sussidi e dagli interventi settoriali… e i risultati segnalano che il contributo alla crescita degli investimenti pubblici è notevolmente aumentato nel Sud, mentre alla fine degli anni 90 tale contributo risultava decisamente inferiore a quello del Centro-Nord”. Contento?
Aspetto che tiri la sua morale. Qual è?
Che per la prima volta, nel silenzio generale, e diciamo pure con un’ostilità palpabile, una classe dirigente meridionale aveva raggiunto risultati straordinari e l’hanno stoppata. E di brutto. Perché?
Perché i soldi sono quelli che sono e se vanno al Sud non vanno al Nord?
Bravo. E tutto nasce in questa legislatura.
Colpa di Berlusconi?
No, Berlusconi ha fatto molto. Credo che abbia più volte immaginato che una cosa come quella che ora stiamo mettendo sul piatto gli fosse utile. E se non avesse ricevuto forti pressioni contrarie, mi avrebbe dato più spazio. Me ne ha dato molto, certo. Ma è il primo a sapere che la nascita del partito del Sud ormai è ineluttabile.
Lo sta facendo dietro sua indicazione?
No, ma senza la sua ostilità, mi pare.
Beh, non è che debba cercarle proprio col lanternino le ostilità nel centrodestra. Tutto nasce in questa legislatura, diceva prima, perché?
Perché, prima, i ruoli consentivano che in qualche modo il Sud pesasse nelle scelte. Meno del necessario, ma un po’ sì. Ora, con il partito unico di centrodestra e una forte Lega schierata come un sol uomo contro il Sud, tutto è saltato.
Lei descrive un Meridione che, se non ci fosse Umberto Bossi, sarebbe l’Eldorado. La questione puzza un po’. L’acqua manca ancora nelle case, i lavori socialmente utili si sprecano, la disoccupazione tocca picchi che sembravano dimenticati: fino al 30 per cento, si dice. Insomma, forse ci sono classi dirigenti migliori in giro. E altrove c’è anche più voglia di spazzare davanti all’uscio della propria casa senza aspettare l’aiuto divino, forse.
Fino a poco tempo fa nelle case di Palermo l’acqua arrivava per quattro ore ogni due giorni. Ora c’è 24 ore al giorno, ovunque. La disoccupazione qualche anno fa era al 25 per cento. Poi è scesa al 12. Ora è cresciuta al 13, non al 30. Chi dice al 30 spara balle sapendo di spararle. Lasciamoli perdere, non c’è niente da fare. Anzi, li faremo neri: noi vogliamo la nostra rappresentanza politica e l’avremo.
Se c’è una cosa che non è mai mancata al Sud è la rappresentanza politica. Ministri da tutte le parti, in tutte le stagioni, con qualsiasi governo. Forse avete niente niente trascurato i territori che vi avevano eletto.
È vero che la politica, al Sud, ha funzionato sempre come un trampolino per volare a Roma. Nostra colpa, storica, questo sì. Il resto sono balle. Noi non abbiamo una rappresentanza reale. Durante il governo Prodi, per la prima volta, non c’è stato nemmeno un ministro siciliano e uno solo era del Sud, un tecnico.
Con Berlusconi non è così, e va ammesso, però un fatto salta agli occhi e resta incontestabile: chi detiene il potere lo gestisce a favore del Nord.
Anche questo rischia di diventare un luogo comune.
Senta, l’Alitalia stava male, bisognava tagliare delle tratte. Quali? Bari-Milano, Catania-Roma, Napoli-Torino. Era giusto? Non so, certo che veniva facile. Se alle Ferrovie dello Stato i poteri decisionali sono nordisti, ricevono pressioni dai loro. Se all’Anas è lo stesso, si propone il raddoppio della Milano-Bergamo. È vitale? Non ne dubito. Vuole che le snoccioli una trentina di opere vitali per il Sud? Ne vuole una cinquantina?
La Lega vi provoca dei complessi divoranti.
Tutt’altro. La Lega ci stimola a copiarla. La Liga veneta nacque quando il pil della sua regione era da ridere. Quando è cresciuto, il suo peso politico è cresciuto più che in proporzione. Noi oggi siamo cresciuti, vogliamo fare come la Liga. Non ci stiamo più, in Europa, a che l’Italia faccia accordi sulle quote latte barattandole nero su bianco con un disimpegno sulla pesca del tonno, che per noi è ricchezza.
Mi faccia i nomi di quattro dirigenti del futuro partito del Sud.
Il partito non c’è, niente nomi. Il nostro dirigente tipo sarà giovane, curioso, libero, assomiglierà a quello di Forza Italia quando nacque.
Beh, pari pari le caratteristiche peculiari di Raffaele Lombardo.
Mi viene da ridere. Alcuni avevano voluto Lombardo contro Miccichè perché pensavano che Lombardo avrebbe rappresentato la continuità col passato. E cosa ti ha combinato il continuatore col passato? Le leggi sulla sanità e sulla burocrazia. Due bombe atomiche. Fatte bene? Male? Non lo so. In ogni caso il segnale, devastante, era la fine della festa. Giù le mani, stop: sulla sanità d’ora in poi si risparmiava. Le ha viste le reazioni? Dia retta a me. Sarà stato anche un fottutissimo democristiano, Raffaele Lombardo, ma è un rivoluzionario. E di rivoluzionari noiabbiamo bisogno.
Non lo farete mai questo partito.
Che vogliamo farlo, non dubiti. Che ne siamo capaci, non so.
Avete dei sondaggi in mano?
Qualcosa. L’ultimo parla del 50 per cento dei siciliani a favore e dell’8 per cento sul territorio nazionale.
Pensate di federarvi al Pdl?
Certo. Non riuscirei a capire un atteggiamento ostile del centrodestra. Per quanto se ne vedano i segnali.
Si rende conto che sta quasi proponendo un’altra specie di primavera di Palermo, ma in grande, estesa a
tutto il Sud? Si rende conto che si trattò della più planetaria presa in giro di tutti i tempi?

Vero. Non abbiamo in mente niente del genere. Ma non trascuri il fatto che anche quella cosa, a prescindere dal merito, diede una specie di scossa.
I tempi della politica vanno veloci. Non potrete tenere la vostra creatura a bagnomaria per troppo tempo. Diventerebbe una caricatura.
Vedrà che le sorprese supereranno l’immaginazione.
Intanto Berlusconi si mette alla testa di quello che ha definito il nuovo rooseveltismo per il Sud.
E ne siamo felici.
Mentre la Lega parla di nuove gabbie salariali.
E ne siamo infinitamente infelici.
E Berlusconi fa l’occhiolino alla Lega.
Una volta Berlusconi mi disse: “Gianfranco, sai qual è la differenza tra te e Bossi? Che Bossi ha un partito e tu no”. Proveremo a colmare la lacuna.
Il banco di prova fatale?
Non potranno che essere le prossime elezioni politiche.
Campa cavallo…
Proveremo a campare anche noi.
Forza, Miccichè, mi dica che è tutto uno scherzo.
È la roba più seria che io riesca a immaginare.
Sarà serissima. Le faccio soltanto presente che in un’intera intervista, lunghissima, lei non ha nominato una volta calabresi, pugliesi, campani e quant’altro. Solo siciliani.
La parte per il tutto. Ma lavoreremo insieme.
Le ricordo poi l’obiezione iniziale: i generosi col cibo perdono in politica.
Berlusconi fa eccezione, nutre e si nutre.
È un’eccezione, appunto.
Con me faranno due.
Lombardo è una buona forchetta?

Asse inedito Lombardo-Micciché contro il “pistacchio” di Cuffaro

Salvatore Cuffaro e Raffaele Lombardo

Stavolta, il nodo è la sanità. In queste ore, l’ultimo duello del governatore siciliano Raffaele Lombardo e dell’ex presidente isolano, l’udc Salvatore Cuffaro, si sta giocando su uno dei territori politicamente ed elettoralmente più insidiosi nell’isola, quello della riforma sanitaria.
Uno scontro aperto ormai da mesi, e iniziato con la scelta del leader dell’Mpa di nominare l’ex pm Massimo Russo a capo dell’assessorato più delicato della giunta.
La querelle, nelle ultime settimane, è continuata in sordina. Ma le ultime notizie che arrivano dal capoluogo siciliano hanno lasciato presagire il peggio. Specie dopo la decisione di Lombardo di nominare i direttori generali e i superburocrati senza consultare anticipatamente i propri alleati.

Una scelta, questa, che ha favorito l’ala di Forza Italia che gravita attorno a Gianfranco Miccichè e che avrebbe penalizzato proprio l’Udc. Nonostante i bellicosi intenti di buona parte dell’esecutivo, Lombardo per il momento va avanti. Forte, tra l’altro, dell’appoggio del premier, che in un incontro di qualche giorno fa avrebbe confermato piena fiducia al governatore e alle sue scelte.
Ora, resta da capire quali saranno le future mosse del governo regionale. Sulle nomine dei dirigenti, l’Udc si è schierata compatta con il capogruppo all’Assemblea regionale Rudy Maira che ha detto: “Non si possono varare le nomine dei dirigenti generali se sono assenti gli assessori che devono fare le proposte. Quegli atti sono illegittimi e qualsiasi tribunale amministrativo darà ragione ai ricorrenti”.

Ma è piuttosto evidente come il problema, più che giuridico, sia politico. Aldilà di ricorsi e cavilli, è probabile che l’unica soluzione passi per un chiarimento definitivo tra Udc e MpA e i rispettivi leader.

Totoministri: chiunque vinca, molte new entry ma poche sorprese


È lo sport preferito dai giornalisti, ma anche dai politici. Che in fondo lo subiscono con un certo sadomasochismo: parliamo del totoministri. Una di quelle discipline semiolimpiche che si svolgono a cavallo tra le elezioni e la formazione del nuovo governo. Una ridda di voci, spesso alimentata dagli stessi che si propongono o che vogliono fare fuori un collega. Facili e immaginifici quelli di chi non vincerà, come Daniela Santanchè che promette una squadra di sole ministre donne e Letizia Moratti come vicepremier. E chissà di questo passo magari anche Marco Ferrando del Pcl potrebbe promettere Antonio Gramsci al ministero della Cultura, a sostituire Francesco Rutelli.

Più realistiche, o quantomeno possibili, le squadre di Berlusconi e Veltroni. Quest’ultimo vorrebbe ardentemente dare la Farnesina al fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi. Idea che però non si concilia con la paventata permanenza di Massimo D’Alema. In caso di vittoria verrebbero riconfermati anche Pier Luigi Bersani , Antonio Di Pietro ed Emma Bonino, che però potrebbe essere spostata alle Comunicazioni. Derby tra un capo del sindacato e un ex sindacalista per il dicastero del Lavoro: Guglielmo Epifani e Pietro Ichino. Mentre in pole position per un posto al ministero dell’Ambiente c’è Ermete Realacci. A palazzo Chigi, a fianco a sé come sottosegretari alla Presidenza, Veltroni chiamerebbe il dominus delle strategie elettorali, Goffredo Bettini, e il suo uomo ombra da tanti anni, Walter Verini. A rappresentare il Nord Est, Veltroni vorrebbe Massimo Calearo, che però incontrerà parecchie difficoltà per la sua nomea di falco confindustriale. I più smaliziati nel campo politico poi giurano che in caso di vittoria del Pd i fuochi d’artificio di Veltroni sarebbero luminosissimi: come dare il ministero dello Sport a Luca Pancalli. Scelta che certamente farebbe rimanere male Giovanna Melandri. Ma nel campo femminile una poltrona sicura sarebbe per Anna Finocchiaro, che tutti danno per scontato perderà la corsa siciliana.
Se vincerà il Pdl accanto a Silvio Berlusconi a palazzo Chigi potrebbe esserci Gianni Letta, non come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma stavolta in qualità di vicepremier. Lo scenario prevederebbe Gianfranco Fini sullo scranno più alto di Montecitorio e quindi non ci sarebbe bisogno di dare la poltrona politica di vicepremier ad altri della coalizione. Scontato che all’Economia andrà Giulio Tremonti, agli Esteri il Cavaliere metterebbe il rientrante dall’Europa Franco Frattini, mentre agli Interni le voci danno per favorito Renato Schifani, che lascia la presidenza dei senatori libera per Maurizio Gasparri. Derby nordico tra Ignazio La Russa e Claudio Scajola per il ministero della Difesa. Sempre che le voci di un dirottamento di quest’ultimo alle Attività Produttive non siano vere. Nelle settimane scorse Berlusconi ha più volte detto che Lucio Stanca è sulla via del ritorno per il ministero dell’Innovazione, che nei piani del leader del Pdl dovrà servire per digitalizzare la Pubblica Amministrazione e quindi risparmiare fondi per circa 20 miliardi di euro. Sempre il Cavaliere ha promesso quattro donne in grisaglia ministeriale: e se Mara Carfagna è lanciatissima verso la Famiglia, Adriana Poli Bortone è la favorita per andare a sostituire Emma Bonino alle politiche dell’Europa. Anche l’ex avvocato di Giulio Andreotti, ora deputata di An, Giulia Bongiorno, è considerata uno dei possibili ministri, magari alla Giustizia.

Infine il rebus Sicilia, che se da una parte promette di essere fondamentale nello scacchiere della vittoria del centrodestra, dall’altra rimane un grande problema a livello di poltrone: quali caselle verranno assegnate a Raffaele Lombardo, Gianfranco Miccichè e Stefania Prestigiacomo? I quadri sopra descritti sono però sensibili di un netto mutamento qualora gli scenari di un pareggio divenissero reali. In quel caso sono in molti a scommettere su un governo Letta-Bettini di larghe intese. Un esecutivo che faccia le riforme e porti di nuovo al voto nel giro 18-24 mesi.

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Lombardo l’autonomista: Voglio la Sicilia nazione, alla faccia di Garibaldi

Il leader dell'Mpa sicialiano
di Carlo Puca

“Gradisce un’arancia?”. Banditi i cannoli, nella sede romana del Movimento per l’autonomia offrono agrumi. Di Catania, naturalmente, “polposi e grandi come Raffaele Lombardo”. Polposo, sì, perché l’amico Raffaele ha sempre badato al sodo, secondo i detrattori anche troppo. Grande no, ancora non lo è. Almeno fin quando il politico Lombardo non batterà, se batterà, Anna Finocchiaro nella corsa a governatore. Che in Sicilia è come essere un capo di stato.
Partiamo da un paradosso. Mentre il Partito democratico la rispetta, la sua parte politica l’ha marchiata. Gianfranco Miccichè dice che lei è in continuità con Totò Cuffaro.
Che dire? Gli eventi gli hanno preso la mano. Prima Miccichè mi implorava di candidarmi; poi ha cambiato idea ed è diventato pure un po’ sguaiato. È una sorta di incontinenza dalla quale spero prima o poi guarisca. Più prima che poi.
Ma la continuità c’è o non c’è?
Io custodisco prezioso il valore dell’amicizia. Il mio atteggiamento verso Cuffaro è ispirato soltanto da questo. Dietro la sua porta, a perorare cose men che nobili, ci sono stati uomini di tutti i partiti che oggi, ipocritamente, lo accusano. Ma Totò è lontano mille miglia dalla mafia. Ovviamente cosa diversa è avere sbagliato nell’aiutare amici finiti nelle trame della criminalità. Confondere la mia lealtà con la continuità, o addirittura la complicità su certe cose, come sostiene qualche carogna dell’informazione, è disonesto. La stampa militante mi dà il voltastomaco.
Lei ce l’ha con i giornalisti che la accusano di gestione clientelare del potere. Però quegli articoli riportano un dato innegabile: nel Mezzogiorno si ottiene consenso anzitutto con le clientele.
Questa sarà la vera rivoluzione siciliana, cambiare lo stato delle cose: è il primo punto del mio programma, lo attuerò se Dio e gli elettori vorranno. L’ho dimostrato proprio a Catania, con efficienza, trasparenza e rigore finanziario. Sulla provincia non grava alcun sospetto giudiziario. E tra i miei elettori ho conquistato primati di fiducia a livello nazionale.
Fiducia e voti, lei sta diventando sempre più potente. Qui fuori c’è la fila per salire sul carro del vincitore.
Noi facciamo salire chi riteniamo. Preferiamo non ottenere seggi piuttosto che imbarcare tutti.
I nomi che circolano sono tutti di ex potenti democristiani.
Chi, Enzo Scotti? È uomo di grande intelligenza, si è lasciato alle spalle il passato, senza nostalgia. Poi, al di là della candidatura, voglio citare l’intelligenza vivacissima di Paolo Cirino Pomicino. Di Pomicino farei il massimo pensatore meridionale, se solo smettesse con l’idea di rifare la Dc.
Che fa, abiura la sua storia?
Io ho militato nella Democrazia cristiana. Ricordo la degenerazione, il correntismo, le lotte spaventose per il potere. La Dc finì male anche per colpa dei democristiani, non capirono che era cambiato tutto. L’Mpa è nuovo perché postideologico. E comunque, dopo di me ci sarà il passaggio del testimone a giovani sostenitori della fiamma autonomistica spentasi
nel dopoguerra.
Era l’Isola degli indipendentisti…
I siciliani si accorsero che l’unità d’Italia era stata una truffa, una violenza, una conquista orchestrata da Cavour, voluta dai Savoia ed eseguita brutalmente da Garibaldi. Dopo ottant’anni di sfruttamento la Sicilia nutrì la grande speranza dell’indipendenza. Poi si è risolto tutto in un pezzo di carta, ma di grandissima importanza: lo statuto speciale. Purtroppo l’autonomia funziona solo se c’è un partito territoriale. Ora c’è l’Mpa.
Lei pensa alla secessione?
Assolutamente no, non ce n’è bisogno, bastano l’autonomia e la devoluzione delle risorse economiche.
Al Sud conviene? Dallo stato centrale ha sempre preso.
Molto meno di quanto gli spettasse. Però ha complessivamente sperperato il denaro. La classe dirigente meridionale ha preferito costruire sulle risorse le basi, spesso illecite, del suo consenso. Anche in Sicilia.
Lei sembra non volersi fermare, vuol diventare il Bossi del Sud?
Accettando il ministero che mi era stato offerto mi sarei sentito uno spiantato. In questa fase storica era giusto che l’Mpa concorresse per l’autonomia della regione. Avremo anche una nostra pattuglia di parlamentari, ma conta di più recuperare lo spirito autonomistico. Poi il futuro è di Dio.
Con Silvio Berlusconi lei ha condotto una trattativa formidabile.
Ma no, l’ho solo portato a riconoscere la nuova questione meridionale, che dall’agenda politica era scomparsa da tempo. Romano Prodi disprezzava il Sud. E però sono proprio quelli alla Pomicino gli accusati del disastro. In passato di errori ne sono stati fatti tanti. La nostra linea è del tutto diversa.
Basta assistenzialismo: se solo impieghiamo bene i 15 miliardi dei fondi strutturali, otteniamo la fiscalità di vantaggio e incassiamo le tasse locali, siamo a cavallo. Poi ci vogliono meno burocrazia, piccola impresa, un piano per l’energia. E le grandi opere: ferrovie, autostrade e il ponte sullo Stretto.
Il ponte non minerà la “sicilitudine”?
La sicilitudine, nel senso di superiorità fondata sul poco, è solo una malattia.
La spesa regionale è altissima.
Il rigore finanziario è fondamentale. Oggi la spesa corrente assorbe gran parte delle uscite. Abbiamo una caterva di dipendenti, li ridurrò. La regione dovrà avere una élite burocratica, ma poi sarà opportuno esternalizzare una serie di servizi. Certo, non si può nemmeno licenziare chicchessia, ma lavorare pian piano sui prepensionamenti.
In caso di vittoria ripescherà assessori uscenti?
No, pure loro non sono interessati. Ma se la dottoressa Agata Consoli volesse…
La sua avversaria principale è Anna Finocchiaro del Pd.
Le riconosco grandi capacità, ma ha mostrato poco interesse per il territorio.
Però la sua vice, Rita Borsellino sul territorio c’è, per di più a combattere la mafia.
In Sicilia ci sono tante persone rispettabilissime. Ma non si può governare andando
avanti per simboli e miti. Parliamoci chiaro: iniziò Leoluca Orlando con il professionismo dell’antimafia. Questa è una precondizione, poi ci vuole anche la capacità di governare.
La mafia le fa schifo?
Non ho condiviso questo slogan. So bene quanto costi ai siciliani la mafia, è una stimmata che ci portiamo addosso, dovunque andiamo. Ma la criminalità va combattuta facendo ciascuno il proprio dovere. Io non faccio il magistrato.
Berlusconi premier garantirebbe la guerra alla mafia?
La sicurezza è un capitolo fondamentale del programma: lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, ma anche ai clandestini che sgozzano, agli immigrati che avvelenano, agli italiani che delinquono, del Nord, del Sud e del Centro.
Lei chiederà più polizia?
Io mi responsabilizzerei sempre di più. All’articolo 31 lo statuto speciale conferisce al presidente della regione i poteri di guida della polizia e delle forze armate. Certo, fa paura, ma è così: in Sicilia la polizia dovrebbe governarla il presidente regionale in accordo con le province, piuttosto che con i prefetti.
Da governatore potrà far valere quest’opzione.
Quando si comincia a gustare il piatto dell’autonomia, non ci si ferma più. L’appetito viene mangiando.
Con lei la “Sicilia nazione” finirebbe di essere soltanto una teoria.
Naturale. Dobbiamo riprendere a scrivere un pezzo di storia dell’umanità: la nostra terra fu capitale del Mediterraneo, è stata ridotta a colonia.

Amleto-Miccichè si chiede: Roma o Sicilia, questo è il dilemma. Virtuale

Gianfranco Miccichè, presidente dell'Assemblea regionale siciliana | Ansa
Altro che Kafka e Pirandello, scomodati (anche un pò impropriamente) per rispondere nei giorni scorsi alle domande dei giornalisti. Dopo la decisione di rinunciare alla propria candidatura alla presidenza della Regione Sicilia per appoggiare il leader dell’MpA Raffaele Lombardo, in queste ore Gianfranco Miccichè sembra essersi calato nei panni di Amleto.

E per capirlo, basta dare un’occhiata al suo blog: “Io sono ancora qui e non riesco a dormire. Vi leggo e rifletto. Penso di avere fatto la cosa giusta ma posso essermi sbagliato”. Dubbi e tentennamenti che non fanno escludere nulla all’ex presidente dell’Ars: “Sto pensando che una soluzione potrebbe essere quella di restare qui. Farei felici anche le mie figlie”.

Di certo, buona parte dei suoi “lettori-elettori” che quotidianamente gli scrivono non l’hanno presa bene. L’accusa è chiara. Prova a sintetizzarla così, in uno dei centinaia di messaggi, Giovanni: “un ministero è più importante della Sicilia? Altro che cambiamento… per un momento ci siamo illusi”.

Oggetto del contendere, la delega sul Meridione che nell’incontro di domenica mattina a Palazzo Grazioli Berlusconi avrebbe promesso a Miccichè in cambio del suo nullaosta alla candidatura di Lombardo. Accuse che però il fondatore di Forza Italia in Sicilia è deciso a respingere in ogni modo: “Credetemi non è il Ministero che mi fatto decidere ma la sensazione di avere davanti solo i mulini a vento. Quelli che hanno provato non hanno poi ottenuto nessun risultato”.

La scelta di desistere da parte del più importante degli azzurri isolani, che fino a ieri sembrava certa, ora potrebbe quindi essere di nuovo messa in discussione. Con la complicità dei blogger, mai come in questa campagna elettorale così decisivi e determinanti nella scelta di politici e amministratori.

Sicilia: Lombardo candidato per il Pdl. La Prestigiacomo si sfila, Miccichè rientra nei ranghi

Raffaele Lombardo, leader del MpA | Ansa
Alla fine, il figliol prodigo è tornato alla casa del padre, che a sua volta ha festeggiato raggiungendo un’intesa ormai insperata.

Sabato sera, attorno alle 21, Silvio Berlusconi ha concluso l’accordo con il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo. E lo ha fatto con la formula concordata quasi una settimana fa: apparentamento nelle regioni del Centrosud con il movimento autonomista, a imitazione dello schema attuato al Nord con la Lega, in cambio della garanzia di presentare il segretario dell’Mpa come candidato unico per il Pdl alla presidenza della regione Sicilia.

Un centrodestra unito, vecchio stile, che avrà anche l’appoggio dell’Udc siciliana di Totò Cuffaro, il primo deciso a scommettere sul nome “dell’amico Raffaele come mio successore”. E, al tempo stesso, una soluzione che ha evitato la defezione del più importante esponente azzurro dell’isola, quel Gianfranco Miccichè che fino a ieri scalpitava per non allargare la coalizione all’Udc di “Totò vasa-vasa”.

“Rivoluzione siciliana”, la lista ideata giorni fa dall’ex presidente dell’assemblea regionale siciliana per scardinare “il cuffarismo”, dunque non ci sarà. O comunque, se proprio dovesse esserci, sosterrà il leader dell’Mpa come candidato alla presidenza della regione.

Proprio questa mattina è stato infatti lo stesso Miccichè a dichiarare: “Silvio Berlusconi mi ha chiesto di essere il garante, a livello di governo nazionale, del rinnovamento e del cambiamento nella politica siciliana: io fino a oggi mi sono sempre rifiutato per non dare l’idea di alzare il prezzo ma oggi quella partita è finita e la situazione è diversa”.

“Sul piano siciliano - ha continuato Miccichè - sceglierò gli uomini della giunta Lombardo ed è possibile che presenti una lista composta da giovani, da nuove idee, per continuare la battaglia di rinnovamento. Al governo nazionale posso continuare questa lotta per un nuovo sviluppo della Sicilia e del Mezzogiorno in grado di governare al meglio l’importante capitolo del quinquennio di sviluppo Agenda 2007-2013″.

Pace fatta dunque. Con un patto: in caso di vittoria del Pdl, il fondatore isolano di Forza Italia sarà certamente ministro e avrà carta bianca da Silvio Berlusconi sulle questioni siciliane. Nell’isola, l’ex presidente dell’Ars, si ritroverà così alleato con il “nemico” Totò Cuffaro, criticato per l’atteggiamento tenuto dopo la sentenza di condanna di primo grado.

Una soluzione insperata anche perchè, tra i due, la rottura sembrava ormai insanabile. Per questo, Silvio Berlusconi aveva deciso di puntare sullo stesso Miccichè, a sua volta stoppato però dal “no” di Raffaele Lombardo. Allora, il Cavaliere aveva pensato a Stefania Prestigiacomo: una giovane candidata donna da contrapporre nella corsa, tutta al femminile, con Anna Finocchiaro e Rita Borsellino. Niente da fare: il segretario dell’Mpa non era arretrato di un millimetro.

Sabato sera, la svolta, dopo un colloquio a cui ha partecipato telefonicamente anche Gianfranco Fini, oltre che il coordinatore isolano del partito Angelino Alfano e il senatore Marcello Dell’Utri. Presenza quest’ultima importantissima per lo stesso Berlusconi: nei giorni scorsi , l’ex dirigente di Publitalia aveva appoggiato Miccichè contro la politica di Salvatore Cuffaro, “utile a prendere moltissimi voti”, ma non “a governare una regione” come la Sicilia. La sua partecipazione alla riunione di ieri è stata un chiaro messaggio per la ricomposizione delle divisioni interne al partito.

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