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Gianfranco-Miccichè

Tra i due litiganti Miccichè e Lombardo, la Prestigiacomo corre in Sicilia


Il primo (Raffaele Lombardo) dice: “Non mollo, vado avanti per la mia strada”. L’altro (Gianfranco Miccichè) dopo aver scritto: “Sono con voi per la sfida, dura ma possibile, contro i nemici della Sicilia e contro gli amanti degli affari loschi!”, oggi sceglie il silenzio. Tra i due litiganti la terza si presenta, a sorpresa.
Donna, bionda, capace, mamma ed ex ministro. È l’identikit che corrisponde al nome di Stefania Prestigiacomo. Sarebbe infatti lei l’asso nella manica che Silvio Berlusconi, stando ai rumors siciliani provenienti dagli ambienti del Pdl, potrebbe calare nella complessa partita a poker che riguarda la candidatura del centrodestra a Governatore della Sicilia.
Il nome dell’ex ministro per le Pari Opportunità, si sottolinea, sarebbe emerso ieri, nel corso del colloquio a Palazzo Grazioli tra il Cavaliere e Gianfranco Miccichè, che all’uscita ha ribadito la sua intenzione di candidarsi alla Presidenza della Regione nonostante l’accordo raggiunto tra il Pdl e il leader del Mpa Raffaele Lombardo, sostenuto in Sicilia anche dall’Udc.
La candidatura della Prestigiacomo, in raltà già avanzata in tempi non sospetti dallo stesso presidente dell’Ars, servirebbe dunque a “sparigliare” i giochi, visto che sul nome dell’ex presidente dell’Ars si erano registrati una serie di veti contrapposti, in particolare da parte dell’ex Governatore Salvatore Cuffaro, protagonista di un duro scontro con Miccichè e tra i principali sponsor della candidatura di Lombardo.
Con la Prestigiacomo in campo lo stesso Miccichè sarebbe disposto a fare un passo indietro e a riporre nel casseto il “sogno” di correre anche da solo, fuori dal Popolo della libertà, con la lista “rivoluzione siciliana”: “Il nome di Stefania, per me, offre ampie garanzie, può essere lei a continuare la mia battaglia. Credo che su questa soluzione si arriverà a una convergenza di tutte le forze del centrodestra, compresa l’Udc”.
Stefania Prestigiacomo al voto in un seggio di Siracusa
Non sono dello stesso avviso quelli dell’MpA che, corroborati dal pieno appoggio dell’Udc, non demordono: “Noi andiamo avanti per la nostra strada. Prendiamo atto che Forza Italia cambia il suo candidato, ma non cambia il nostro atteggiamento: domenica pomeriggio in provincia di Catania rilanceremo la candidatura autonomistica di Raffaele Lombardo, a presidente della Regione”. Soltanto giovedì sera, Raffaele Lombardo, in un’intervista al Tg1, aveva ribadito di essere già in campagna elettorale, concludendo l’intervista con un’affermazione secca: “Io non mi ritiro”.
Così quello che sembrava un capitolo chiuso, torna ad essere un problema aperto per Silvio Berlusconi. Anche perché tra gli azzurri siciliani la convinzione è che non si possa non avere, a 50 giorni dall’election day, un nome definitivo e un’intesa stabile: ”Finché era Miccichè, nessun problema, si tratta dell’uomo che ha generato Forza Italia in Sicilia. Se al posto di Miccichè spunta Alfano, bene lo stesso perché è il leader regionale del partito. Ma questa storia della Prestigiacomo è difficile da mandare giù”, fa sapere l’europarlamentare di FI, Francesco Musotto, commissario provinciale di Palermo del partito. Il timore è insomma che frammentando il blocco di centrodestra si rischia di fare il gioco degli avversari dell’Unione. Che invece corre spedita sul tandem tutto al femminile Anna Finocchiaro - Rita Borsellino.

Pdl-Mpa in Sicilia: un accordo, due soluzioni e qualche mugugno

Raffaele Lombardo, leader del MpA | Ansa
Alla fine l’accordo è fatto. Per la Sicilia e per Roma. Dopo lunghissime trattative, il Pdl di Silvio Berlusconi e il Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo hanno raggiunto un’intesa per l’apparentamento nel sud e nelle isole. Il Mpa si presenterà con il simbolo apparentato al Pdl e il suo leader Raffaele Lombardo sarà sostenuto dal Cavaliere anche nella corsa alla presidenza della Regione Sicilia.
Un accordo che contiene due soluzioni e qualche mugugno, visto che resta da chiarire solo l’incognita Miccichè, che non sembra voler ritirare la propria candidatura alla Regione, forte del consenso che gli aveva dato Fi nelle scorse settimane. E comunque, da una parte Raffaele Lombardo ottiene l’appoggio del Pdl, necessario perché la sua corsa verso Palazzo dei Normanni non sia vana; dall’altra Silvio Berlusconi sceglie di non sostituire con i voti dell’Mpa in Sicilia il vuoto creato da Casini per la sua volata verso Palazzo Chigi.
Elezioni regionali e politiche, infatti, in Sicilia sono più aggrovigliate che mai. Non solo perché anche nell’isola sarà Election Day - il 13 e 14 aprile - ma pure perché è nell’isola che rischiano di consumarsi davvero le sorti dell’Udc dopo lo strappo tra Pier Ferdinando Casini e il Cavaliere. È lì, infatti, che Totò Cuffaro ha in mano l’ultima cassaforte di voti rimasta ai centristi. Voti che il governatore uscente è deciso a usare per sostenere l’amico di sempre Lombardo (”Lombardo è il nostro candidato, se tutto il centrodestra vuole fare una battaglia per vincere non può che stare con lui”) e soprattutto stroncare sul nascere la candidatura alla presidenza della Sicilia del plenipotenziario azzurro Gianfranco Micciché (che considera “inidoneo e inadeguato a governare”).
Tra i vari tasselli che Berlusconi e Lombardo hanno dovuto incastrare per comporre il puzzle dell’alleanza politica, lo scontro all’arma bianca Miccichè-Cuffaro ha rappresentato una variabile di non poco peso. L’ultimo colpo, in ordine di tempo, lo ha sparato lo stesso Gianfranco Miccichè, prima di incontrare Berlusconi, dal suo blog: “Non solo non ho mollato ma mi sento più carico che mai”. Cioè: “Non lasciate spazio alle delusioni solo per le notizie d’agenzia o dei Tg che non conoscono la reale situazione. Non mi farò convincere a fare qualcosa che possa aiutare il cuffarismo a sopravvivere. Io credo in un sogno che può diventare la speranza di tanta gente onesta che vuole una Sicilia diversa!”. E il sogno di Miccichè potrebbe sfociare in una lista che l’ex viceministro avrebbe in mente di presentare, sfidando la sua ex Cdl. Diverso l’approccio di Pier Ferdinando Casini che, a margine del ricevimento dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede per l’anniversario dei Patti Lateranensi, ha detto ai giornalisti: “Ma secondo voi io affido il mio futuro politico a Lombardo? L’Udc, nelle giunte locali, resta dov’è, ma certamente non con i vincoli di prima”.
Frase che toglie speranza alla possibilità che - nello stabilire in quali regioni, con quali candidati e con quale simbolo si presenterà l’Mpa al Sud, sulla falsariga del Carroccio al Nord - Lombardo chieda al Pdl un apparentamento con l’Udc per il voto del Senato e solo nell’isola. Magari sotto le insegne dello Scudocrociato di Giuseppe Pizza (il 27 febbraio è prevista un’altra udienza della lunga querelle giudiziaria per l’attribuzione del simbolo Dc).

È Lombardo l’alleato siciliano che tutti vorrebbero. Anche a Roma

Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l'autonomia, insieme a Gianni Alemanno
Da un lato, i parenti stretti dell’Udc, che lo pressano affinché sia il “loro” candidato per il “dopo Cuffaro”. Dall’altro, “gli amici del Popolo della Libertà”, come li ha chiamati più volte lui stesso, che premono affinché lasci gli ormeggi di una coalizione di centro ed entri nella nuova formazione di centrodestra.

Stretto tra questi due fuochi, Raffaele Lombardo, segretario del Movimento per le Autonomie, di una cosa è comunque certo: correrà alle prossime elezioni regionali siciliane per lo scranno più alto di Palazzo d’Orleans. E, in un modo o nell’altro, sarà uno dei candidati più temibili e difficili da battere per il ticket tutto femminile targato centrosinistra e composto da Anna Finocchiaro (che solo sabato scorso ha deciso di correre per la presidenza della regione) e Rita Borsellino.

Con chi deciderà di allearsi è invece ancora dubbio. Da diversi giorni Lombardo è infatti il candidato ufficiale dell’Udc, che non pone condizioni per appoggiarlo: “Purché sia lui e non Miccichè - dicono i dirigenti isolani del partito - la coalizione si può estendere anche a Forza Italia”. E in queste ore, il semaforo verde è arrivato anche dal segretario nazionale Pier Ferdinando Casini, che sabato scorso ha annunciato la sua corsa in solitaria: “In Sicilia abbiamo amici maggiorenni e vaccinati. Possono tranquillamente decidere loro cosa fare. Dove si raggiungeranno intese per presentare giunte di centrodestra non avremo difficoltà. Siamo aperti ad alleanze senza veti ideologici”.

Tutt’altra musica quella che proviene invece dai dirigenti azzurri: il candidato designato da Silvio Berlusconi, e cioè l’ex presidente dell’assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè,va ripetendo da giorni che è pronto a fare un passo indietro, “Purché la coalizione non si estenda all’Udc”. Aggiungendo: “Per quello che mi riguarda, se ci dovesse essere un accordo con Cuffaro, mi candiderei anche anche da solo”.
Una posizione netta, una distanza incolmabile, che sembra comunque essere più personale che programmatica, e che di certo ha a che fare con le parole di fuoco che lo stesso Miccichè destinò all’ex presidente della Regione, subito dopo la sentenza di condanna in primo grado.

Nel frattempo, a Forza Italia Lombardo ha posto le sue condizioni: nessun apparentamento, ma una coalizione estesa solo alle regioni del Sud, in modo da imitare lo schema attuato in Veneto, Piemonte e Lombardia con la Lega Nord. In più, l’impegno del Cavaliere, qualora dovesse tornare a Palazzo Chigi, alla costruzione del Ponte sullo stretto e all’introduzione della fiscalità di vantaggio per le imprese del Meridione.
Berlusconi, di rimando, l’avrebbe invitato ad entrare nel Pdl, “garantendogli” un “ministero pesante”, l’elezione di 15 deputati e accogliendo tutte le richieste programmatiche del movimento.

Una distanza ampia ma comunque colmabile, che ha portato proprio in queste ore Lombardo a dirsi “fiducioso”, garantendo che scioglierà le sue riserve entro oggi a ora di pranzo. Se si dovesse trovare un accordo tra il Pdl e l’Mpa , il sogno di un nuovo polo di centro vagheggiato da Casini e compagni troverebbe, almeno in Sicilia, uno stop decisivo e definitivo.

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Poltrone sicule, scelte romane. Forza Italia con Miccichè, nel Pd un ticket rosa

Gianfranco Miccichè, presidente dell’assemblea regionale siciliana
Tra Angelino Alfano e Raffaele Lombardo, spunta Gianfranco Miccichè. Anzi si punta su Miccichè come candidato di Forza Italia per la carica di governatore della Sicilia. È bastato un incontro breve, a Palazzo Grazioli a Roma, e Silvio Berlusconi ha sciolto i nodi e le polemiche per il dopo Cuffaro. Una decisione maturata dopo un lungo colloquio tra il leader di Forza Italia e il presidente dell’assemblea regionale siciliana e che ha spiazzato tutti, a cominciare proprio dal giovane coordinatore regionale di Fi, Angelino Alfano, che nei giorni scorsi molti, anche tra i dirigenti azzurri, immaginavano come candidato e che ora potrebbe essere chiamato a Roma per un ruolo importante in un governo targato Forza Italia-An, qualora il Cavaliere vincesse le elezioni.
A confermare la notizia è lo stesso Miccichè: senza dichiarazioni, ma con un intervento sul blog di Pierluigi Diaco: “Ho discusso con Berlusconi stamattina, abbiamo parlato della mia candidatura alla Presidenza della regione siciliana. Ora aspetto solo l’ufficializzazione da parte del partito. Mi sento già in campagna elettorale”. La scelta romana di Micciché, seppur non ancora ufficializzata, ha però già fatto storcere il naso agli alleati siciliani di Fi.

Raffaele Lombardo, leader dell’MpA, e fino a ieri uno dei candidati più probabili alla poltrona di governatore, ha detto di non “avere nessuna pregiudiziale”, aggiungendo però che “noi come partito non amiamo per niente le fughe in avanti”. Anche l’Udc non ha gradito la decisione di Fi, specie se si considera che la designazione di Berlusconi punterebbe sull’alleato dei democristiani che più di ogni altro aveva criticato l’atteggiamento di Cuffaro dopo la sentenza di condanna di primo grado inflittagli dal Tribunale di Palermo. Nei giorni scorsi, il segretario regionale dell’Udc Saverio Romano aveva usato parole poco concilianti con Miccichè (“tutti possono credersi Napoleone”), anche se in queste ore ha ripiegato in una dichiarazione piuttosto sibillina: “Al momento non ci sono candidati all’interno della Casa della libertà”.
Tutt’altro registro per Cuffaro: “Farò di tutto per impedire l’elezione di Miccichè a presidente della Regione siciliana. Quando Miccichè mi ha chiesto di dimettermi perché altrimenti avrei danneggiato l’immagine della Sicilia, l’ho fatto. Ma proprio perché amo quest’isola, adesso farò di tutto per impedire che lui possa danneggiare la Sicilia con la sua elezione”.
Ma il fondatore di Fi in Sicilia sembra avere il vento in poppa: se, come previsto, la sua candidatura dovesse divenire ufficiale nelle prossime 24 ore, difficile che gli alleati possano muovere critiche decisive al partito più votato nell’Isola.

L’imprimatur di Silvio Berlusconi ha fatto accelerare anche le scelte del Partito Democratico. Sempre nelle stanze dei Palazzi romani è andato in scena un forsennato pressing di Walter Veltroni, tanto che Anna Finocchiaro si sarebbe convinta a correre per il Pd (e l’Unione tutta) per la poltrona di governatore siciliano. Dopo un “no” che sembrava a tutti categorico, l’ex presidente dei senatori democratici si è infatti detta “spinta a cambiare idea dal modo in cui si è chiusa la vicenda Cuffaro”. Sembra anche certa la garanzia di Veltroni per “il sacrificio di Anna”: a lei sarebbe comunque riservato un posto “sicuro” in lista al Senato alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile. La sua candidatura ha fatto perdere quotazioni alle altre ipotesi, in primis quella di Rita Borsellino, che proprio due anni fa aveva sfidato Totò Cuffaro e che si era detta pronta a ricandidarsi.
Ma c’è perfino chi non esclude un ticket tutto femminile, che punti all’alleanza con i partiti alla sinistra del Pd e che abbia proprio come garante la sorella del magistrato ucciso dalla mafia nel ‘92. A tutt’oggi, di certo, la risalita del centrosinistra appare difficile: negli ultimi sondaggi, quasi 6 siciliani su 10 sono orientati a votare per la Casa delle libertà.
Capogruppo dell'Ulivo. È stata Ministro della Repubblica per le Pari Opportunità .<br /> [i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]

Cuffaro gioca d’anticipo e si dimette prima del cartellino rosso del governo

Manifestazione a Palermo per chiedere le dimissioni del Governatore della regione Sicilia Salvatore Cuffaro dopo la condanna in primo grado a 5 anni

Da questa mattina, Salvatore Cuffaro non è più il presidente della regione Sicilia. Intorno alle 13, il governatore ha presentato infatti al parlamento isolano le “proprie irrevocabili dimissioni”.
“Già al momento della sentenza”, ha detto Cuffaro, “sentivo dentro di me il dovere di compiere questo passo, ma ho deciso di attendere sino all’approvazione del Bilancio e della legge Finanziaria per senso di responsabilità”.
Ieri, nel frattempo, il governo dimissionario di Romano Prodi aveva avviato le procedure per la sua sospensione in attesa di ricevere il parere del Quirinale e dei suoi uffici legislativi circa la controversa questione sugli effetti della pena inflitta in primo grado al governatore.
Nella sentenza, Cuffaro era stato interdetto dai pubblici uffici, ma diversi giuristi ritenevano che la pena non si potesse applicare al ruolo istituzionale di presidente della Regione prima di una condanna passata in giudicato.

Dubbi spazzati via dalla decisione del governatore di presentarsi questa mattina al parlamentino regionale per alcune “comunicazioni urgenti”. È stato lo stesso presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, a raccontare l’iter istituzionale che ha portato alla convocazione straordinaria dell’assemblea: “Stanotte il presidente Cuffaro mi ha telefonato e, con voce serena, dopo avere avuto le informazioni richiestemi sul calendario dei lavori, mi ha chiesto la cortesia di convocare per le ore 12 di oggi una seduta straordinaria per comunicazioni urgenti del presidente”.

“Non è usuale”, ha proseguito Miccichè, “che si richieda una seduta d’aula straordinaria e di sabato e per comunicazioni urgenti del presidente. Ho detto che mi sarei recato subito in aula per informare i deputati. In quel momento l’aula stava discutendo sulla finanziaria. È apparso chiaro a tutti che, probabilmente, il presidente avrebbe voluto comunicare le sue decisioni dopo le necessarie riflessioni, che lo stesso aveva preannunciato, a seguito del dibattito sulla fiducia di giovedì scorso”.
Il discorso di Cuffaro è durato meno di dieci minuti. Poche parole, che non sembrerebbero ipotizzare un nuovo incarico. Nonostante la Cdl gli abbia manifestato infatti “un invito affettuoso e istituzionale a restare presidente della Regione Sicilia”, è verosimile che entro sei mesi saranno indette nuove elezioni regionali.

L’altro voto di fiducia. Cuffaro resta in piedi, ma in un campo minato


Non è solo il centrosinistra a dover risolvere le proprie crisi di governo in molte regioni d’Italia. Tira brutta aria anche per il governatore della Sicilia, il vicepresidente dell’Udc Salvatore Cuffaro.

Dopo la condanna del Tribunale di Palermo (5 anni per favoreggiamento, ma senza l’aggravante di aver aiutato i clan), oggi all’Assemblea regionale siciliana Totò ha dovuto fare i conti con una mozione di sfiducia presentata dal centrosinistra, che ha condannato “la scelta di mantenere la carica di presidente in un momento nel quale settori importanti della società siciliana si stanno ribellando”, accusando il governatore “di minare la credibilità del sistema politico e istituzionale”.

Cuffaro ne è uscito indenne: l’Assemblea regionale siciliana ha respinto (con votazione per appello nominale, che lo ha così sottratto al fuco amico di “tradimenti occulti”), con 53 no, un astenuto e 32 sì, la mozione di sfiducia del centrosinistra. Ma gli animi, specie quelli dentro la Cdl, non sono di certo tra i più sereni. A partire proprio da Forza Italia e dal suo principale esponente isolano, il presidente dell’Assemblea regionale Gianfranco Miccichè, che già dopo la sentenza di condanna del governatore, non aveva gradito affatto certe esternazioni di Totò: “Sin dalle prime dichiarazioni sarebbe stato utile lanciare segnali forti di cambiamento. Cambiamenti di metodo per dimostrare, con nettezza, che da oggi non esisteranno più, neanche nei film, vaghe possibilità di contatto con il cancro mafioso. E invece, ad essere protagoniste sono state improbabili veglie in chiesa (normalmente i motivi delle veglie sono altri) e ingiustificate contentezze. (Secondo me non si sarebbe dovuta festeggiare neanche un’eventuale assoluzione!)”.
Ma il presidente dell’Ars non aveva mollato: lunedì scorso, in un’intervista sul blog di Diaco, aveva dichiarato, lapidario: “Io voglio cambiare la Sicilia, non il governatore. È evidente che se per cambiare la Sicilia occorresse cambiare il governatore, io sarei disposto a tutto”.
Parole che non erano piaciute affatto a Salvatore Cuffaro e che erano state smentite subito dopo da Silvio Berlusconi. In un messaggio battuto dalle agenzie, il capo dell’opposizione aveva invitato infatti il governatore ad andare avanti esprimendogli “stima e fiducia nel suo operato”.
Fiducia confermata con il voto odierno, che ha visto unito il centrodestra a partire dal coordinatore regionale Angelino Alfano, accentuando l’isolamento di Miccichè, che tra l’altro non ha mai chiesto di sfiduciare il governatore, ma che sul suo blog ha deciso di chiarire la propria posizione: “Berlusconi mi ha parlato a lungo e mi ha convinto della sua azione, ma gli ho parlato anch’io e gli ho spiegato che, a prescindere dalla permanenza di Cuffaro al Governo e a prescindere dall’esito della sentenza, la nostra è una battaglia che nessuno potrà fermare”. Giungendo a ipotizzare un curioso quanto sintomatico confronto con il governo Prodi: “per la prima volta nella storia, ci troviamo nella situazione in cui lo stesso giorno, a Roma e a Palermo, in due distinti Parlamenti si dibatte sulla fiducia a due diversi Presidenti.

In entrambi i casi, altra coincidenza, il dibattito nasce da motivi legati alla giustizia (meglio dire al sistema giudiziario). Sono entrati in crisi due Governi di colore diverso. Se, come abbiamo detto, per entrambi il motivo scatenante è legato alla giustizia, è anche vero che, per entrambi, le ragioni vere del dibattito discendono dalla voglia di cambiamento che, a sua volta, discende da un malessere costante in cui vive la popolazione italiana e quella siciliana”.
Ma il destino politico di Cuffaro non è legato solo alla coesione del parlamentino isolano e della coalizione che lo sostiene.

Martedì, la Procura di Palermo e la terza sessione del tribunale di Palermo hanno inviato al commissario dello Stato Alberto Di Pace il dispositivo della sentenza di condanna di primo grado che prevede, tra l’altro, l’interdizione dai pubblici uffici per la durata della pena. Bisognerà capire se la condanna di primo grado permetta di sospendere Cuffaro dalla carica di deputato regionale e (ma qui per i giuristi la questione è assai più controversa) anche da quella di Presidente della Regione.
E Totò ieri è volato dritto dritto alla volta di Roma per capire cosa sarà del suo destino politico e per seguire la discussione che dovrebbe aver luogo in un governo che ormai di fatto non ha più i numeri in Parlamento. Nel frattempo, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio, Antonio Di Pietro ha manifestato a Prodi “l’esigenza di fare, e far presto, che costituisce la doverosa forma di adempimento della legge che deve distinguere una classe dirigente degna di questo appellativo da una solo ipocrita e meschina”.

E Cuffaro, durante il dibattito nel parlamentino isolano, ha confessato tutti i suoi dubbi: “Adesso devo decidere se assecondare la giusta protesta che sta montando, anche se spesso strumentalizzata, o se dar corpo all’altrettanta forte volontà dei siciliani che mi hanno eletto e che mi chiedono di continuare. Per farlo” ha concluso “ci vuole più forza e coraggio di prima”. Dubbi che trovano un deciso riscontro tra gli elettori: per un sondaggio Ipsos commissionato dal Pd più di 6 siciliani su 10 vogliono che il Governatore si dimetta.Manifestazione a Palermo per chiedere le dimissioni del Governatore della regione Sicilia Salvatore Cuffaro dopo la condanna in primo grado a 5 anni

Ars: contro i deputati fantasma Micciché mette l’obbligo di firma

Gianfranco Micciché, dal Giugno del 2006 è Presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana
Firme false all’Assemblea regionale siciliana, deputati fantasma che incassano gettoni senza presenziare le riunioni. È questo ciò che emerge da un’indagine voluta dal presidente dell’Assemblea isolana, Gianfranco Miccichè, che ha deciso di dire basta alla proliferazione di firme false da parte degli onorevoli siciliani. Una legge regionale del 2000 prevede infatti l’obbligo di firma (e di presenza) per ottenere il gettone da 125 euro previsto per la partecipazione di ogni singolo deputato.

Fatta la norma, trovato l’inganno: i deputati, che non ne volevano sapere di restare troppo tempo in aula, si sono improvvisati abili falsificatori di firme per contraffare il registro presenze, come dei novelli studenti universitari fuori corso.
L’apice è stato raggiunto nella seduta del 5 dicembre 2006. Si votava una norma in favore del personale degli enti fieristici: i rappresentanti regionali in aula erano 47, il registro delle presenze superava quota settanta (per la cronaca, i deputati dell’Ars sicula sono 90). E la lista avrebbe potuto essere ancora più lunga, se non fosse che un decreto firmato il 29 novembre 2006 prevede che la presenza di capigruppo, assessori e membri del consiglio di presidenza non sia conteggiata nel quorum, e quindi non sia riscontrabile statisticamente.
Per evitare l’assenteismo, Miccichè ha detto (tramite comunicato stampa e un intervento sul suo blog) di voler cambiare metodo: da ora in avanti le presenze “dovranno essere attestate dalla partecipazione ad almeno due terzi delle votazioni elettroniche”. Resta da capire cosa faranno i deputati: se non convinceranno la presidenza, l’amarcord universitario, con tanto di firme false, rischierebbe persino di infrangersi. E con esso, anche una lauta parte del proprio stipendio.

Sì viaggiare, le trasferte dei politici siciliani costano 600 mila euro l’anno

Valencia, Joannesburg e la Colombia, ma anche Kiev, Bordeaux e Tunisi. A guardare le cifre spese, per i deputati regionali siciliani non sembra che esserci una priorità: i viaggi istituzionali. Secondo un’inchiesta del giornalista della redazione palermitana di Repubblica, Emanuele Lauria, ammontano a oltre 600 mila euro nell’ultimo anno le spese per le trasferte dei politici isolani. Da Forza Italia ai Ds, dall’Udc alla Margherita, quello di viaggiare pare essere infatti un desiderio trasversale all’emiciclo siciliano.
Tra tutti, chi ha fatto bingo è Francesco Scoma, capo della commissione per i rapporti con la Ue, che nell’ultimo anno è stato in giro per il mondo per sedici giorni: ha visitato tre volte Bruxelles, due volte Valencia, senza dimenticare una puntatina a Washington e un tour nella romantica Parigi. L’Ars ha premiato il suo dinamismo con mano generosa: sono oltre ventimila gli euro che gli sono spettati in base all’atto siglato nel 2002 dalla Presidenza regionale siciliana.
Scoma non è stato però il solo. Il capogruppo della Margherita al parlamentino isolano, Giovanni Barbagallo, ha sentito ad esempio la necessità di fare rotta verso la rossa Minsk: la propria partecipazione alla manifestazione fieristica eno-gastronomica Food Industry gli ha permesso di chiedere ed ottenere poco più di 4.500 euro.
Ma i rimborsi dei deputati isolani non si fermano qui. Per tutti gli “spostamenti ufficiali” dal comune di residenza ad una qualsiasi altra città, anche se distante una manciata di chilometri, ogni onorevole ottiene un indennizzo fisso di 155 euro. A questo se ne aggiunge uno di 460 per ogni giorno all’estero ed un altro di 387 per quello passato entro i confini nazionali. Le somme sono al netto delle spese di trasporto (il taxi è sempre rimborsato, così come l’aereo, il treno e la nave) e della robusta indennità annuale (più di diecimila euro) per “l’aggiornamento culturale”.
Adesso però il Presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè (FI), ha detto basta: con un decreto firmato di suo pugno ha bloccato ogni finanziamento in attesa che l’organismo di autogestione “stabilisca una disciplina più rigida”. Resta da vedere cosa faranno i deputati: se la loro ansia di rappresentare la Sicilia nel mondo non troverà pace, sarà probabile che lo stop sia solo temporaneo.

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