Archivio per il tag “Gianni-Letta”

Fango su Bertolaso, a rischio il progetto della Protezione civile Spa

Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso (Ansa)

Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso (Ansa)

Il disegno di legge che contiene la costituzione della Protezione civile Spa, la società di proprietà della presidenza del Consiglio dei ministri per gestire attività strumentali di supporto tecnico amministrativo, verrà discusso mercoledì alla Camera (qui il testo approvato dal Senato il 9 febbraio in pdf) dove, salvo sorprese, il Governo metterà la fiducia.

Continua

Tremonti e la solitudine (apparente) del numero primo

Il ministro dell'Economia, Giulio tremonti

Il ministro dell'Economia, Giulio tremonti

“La verità è che non succederà niente. Ma quale autunno caldo…”.
Nelle 48 ore seguite alla sua dichiarazione sul valore sociale del posto fisso, Giulio Tremonti ha continuato a ripeterlo, smentendo chiunque dipingesse scenari di chissà quali novità politiche armate dal ministro. Oppure contro il ministro. Continua

Regole, deputati e procedure: torna alta la tensione tra Fini e Berlusconi

Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi
Tensione da vigilia del congresso del Partito delle Libertà? Può essere. Di fatto, a 24 ore dalla nascita del Pd, è ancora botta e risposta tra Berlusconi e Fini. E stavolta a poche ore dall’inizio del congresso Pdl.

Il premier, Silvio Berlusconi, che questa mattina era a in Campania a inaugurare il termovalorizzatore di Acerra, è ritornato su un suo pallino: l’ ammodernamento dello Stato. Un leit motiv che il Cavaliere ripete spesso: “Ci sono troppe procedure, siamo veramente indietro su tutto, anche il Parlamento…”. Quindi ha ribadito la sua idea, lanciata un paio di settimane or sono, di far votare i capigruppo parlamentari per tutti. Ma stavolta si è lasciato andare (scherzosamente?): “Adesso in Parlamento” i deputati “sono lì con due dita ad approvare tutto il giorno emendamenti di cui non sanno nulla. Quando” ricorda il Cavaliere “ho fatto un paradosso del capogruppo che vota per tutti era per dire che gli altri sono veramente lì non per partecipare, ma per fare numero”.
Parole, che hanno visto la pronta replica del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Che, con tanto di comunicato ufficiale di Montecitorio, ha chiesto al premier “di non irridere il Parlamento”. “La democrazia parlamentare ha procedure e regole precise che devono essere rispettate da tutti” si legge nel comunicato di Fini “in primis dal Capo del Governo. Si possono certo cambiare ma non irridere”.
Concetti chiari e duri, ribaditi anche nel pomeriggio, a voce, in Aula dal numero uno di Montecitorio: “È certamente sbagliato irridere le regole parlamentari e lo dirò cion chiarezza la premier”. Oltretutto: “Non è vero che i deputati sono qui a fare numero e che votano con due dita emandamenti che non conoscono”. La replica di Fini al Cavaliere è, per il presidente della Camera, doverosa “Perché dicendo che i parlamentai fanno numero si rischia di alimentare qualunquismo e sfiducia verso le istituzioni”.

Non è passato molto tempo dalla reazione di Fini che Berlusconi ha voluto precisare le sue parole: “Cado dalle nuvole. Non riesco a capire in quale modo possano essere stati stravolti i miei ragionamenti sulla necessità, da tutti condivisa, di riformare i regolamenti parlamentari. Sanno tutti che la mia posizione non è mai cambiata. Gli emendamenti dovrebbero essere discussi e approvati in Commissione, mentre nell’Aula si dovrebbero effettuare la discussione e il voto finale su ogni legge, come accade in altri Paesi”.

Le scintille tra i due principali leader del nascente Pdl erano andate diradandosi nelle ultime settimane. E i pranzi a Montecitorio sembravano aver aiutato la pacificazione. E invece, a meno di 24 ore dall’apertura del congresso della Fiera di Roma, dove nascerà ufficialmente il Pdl, l’atmosfera si fa tesa.
Rimane comunque l’incontro fissato per oggi pomeriggio tra i due nello studio di Fini a Montecitorio. Un incontro a cui, come sempre, assisterà anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Che dovrà far ricorso a tutta la sua proverbiale arte diplomatica per ripianare la situazione.

Rai: De Bortoli rinuncia e resta al Sole. Il governo boccia Petruccioli

Ferruccio De Bortoli

Si riparte da zero. Il direttore del Sole 24 Ore, Ferruccio De Bortoli, ha gentilmente declinato l’offerta di andare a sedersi sulla poltrona più alta della Rai. Dopo un fine settimana fitte discussioni, di retroscena e di accordi mancati, Gianni Letta e Dario Franceschini erano arrivati domenica al patto della mimosa, che nell’immaginario politico avrebbe dovuto sostituire, e aggiornare, il patto della crostata (siglato a casa Letta alcuni anni or sono sulle riforme istituzionali).

Ma la mimosa è sfiorita in poche ore. E questa mattina è stato lo stesso direttore del Sole, dopo un colloquio con l’amministratore del gruppo Claudio Calabi, a dire no: “Ringrazio Franceschini e Letta per l’offerta di presiedere la Rai, azienda patrimonio del Paese”. De Bortoli ha confermato che c’era stata una sua disponibilità “si sarebbe trattato di un incarico di grande prestigio per il quale mi ero reso disponibile. Dopo attenta riflessione” conclude il presidente mancato “ho però deciso di restare dove sono: a fare solo il giornalista”.
Nella tempistica prevista per completare il Cda di viale Mazzini domani, l’azionista di riferimento, il ministero dell’Economia, dovrebbe designare l’ottavo consigliere: che salvo sorprese sarebbe Angelo Maria Petroni. Poi in serata è convocata la commissione di Vigilanza Rai proprio per eleggere (sono necessari i 2/3: ecco perché Letta e Franceschini hanno trattato per raggiungere un accordo) il presidente.
Ma sul totonomi è tutto da rifare.
Giuliano Amato nei giorni scorsi ha detto no, perché appena nominato al vertice della Treccani, mentre l’ex direttore di Panorama, Pietro Calabrese, viene considerato dai bene informati di Montecitorio ormai fuori gioco perché legato al vecchio accordo con Walter Veltroni.

E allora si ritorna a parlare della conferma dell’attuale presidente Claudio Petruccioli. Letta e Franceschini, preso atto della rinuncia di De Bortoli, si sono incontrati ancora questa mattina presso la sede del Pd per fare ripartire le trattative.
Il “no, grazie” del direttore del Sole 24Ore rimette in gioco l’intera partita del vertice Rai, ma dal colloquio tra Letta e Franceschini, sembrerebbe emergere la comune volontà di stringere i tempi per riuscire a chiudere la partita domani come impone la tabella dei tempi parlamentari. In serata, però, il governo per bocca di Gianni Letta ha fatto sapere la propria contrarietà alla riconferma di Petruccioli. “Una scelta in contrasto stridente con le parole del presidente del Consiglio” ha commentato il Pd in una nota.”Il no a Petruccioli e le parole di Berlusconi rendono ancora più difficile l’individuazione di un nome condiviso, previsto dalla legge”. Insomma, si torna alle barricate per viale Mazzini.
Tempi che il Cavaliere conosce. E infatti, per agire in fretta, il premier ha aperto all’opposizione. Commentando la rinuncia del direttore del Sole, Silvio Berlusconi ha infatti detto “Per Ferruccio de Bortoli avevamo dato il nostro benestare invece lui ci ha ripensato”. Alla domanda se ci sia già il nome per un nuovo candidato, Berlusconi ha replicato: “No, ce lo devono dare i signori della Sinistra”. Immediata la replica del segretario del Pd Dario Franceschini a Berlusconi: “Pensavo che la legge imponesse la ricerca faticosa di un nome condiviso tra maggioranza e opposizione, richiedendo i due terzi della commissione di Vigilanza per eleggere il presidente della Rai. Se invece Berlusconi intende dire che accetterà qualsiasi nome dall’opposizione, ho molte idee in proposito”. In serata, però, il governo per bocca di Gianni Letta ha fatto sapere la propria contrarietà alla riconferma di Petruccioli. “Una scelta in contrasto stridente con le parole del presidente del Consiglio” ha commentato il Pd in una nota.”Il no a Petruccioli e le parole di Berlusconi rendono ancora più difficile l’individuazione di un nome condiviso, previsto dalla legge”. Insomma, si torna alle barricate per viale Mazzini.

VIDEO servizio:

Minirivoluzione nei servizi segreti: gli 007 voluti da Letta

Gianni Letta
È in arrivo una minirivoluzione all’interno dei servizi segreti. Stanno per essere formalizzati, infatti, i nuovi vice del Dis (ex Cesis), dell’Aisi (ex Sisde) e dell’Aise (ex Sismi): nomine che portano il segno di Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli 007, e del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ma che certo non dispiacciono a Gianni De Gennaro, oggi a capo del Dis ed ex capo della polizia.
Al Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza che coordina i servizi) De Gennaro sarà affiancato dal prefetto Pasquale Piscitelli (attuale vice capo di gabinetto al Viminale) e dal generale della Guardia di Finanza Cosimo Sasso, che è stato direttore della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) dal 1° agosto 2005 al 31 ottobre 2008.

All’Aisi, guidata dal generale dei carabinieri Giorgio Piccirillo, arrivano due nomi di punta: il prefetto Nicola Cavaliere, oggi vice capo della polizia e direttore della Criminalpol, e il generale delle Fiamme gialle Paolo Poletti, capo di Stato maggiore della Finanza, incarico che ora assumerà il generale Michele Adinfolfi, attuale comandante regionale del Lazio.
Infine, un’importante nomina riguarda l’Aise dove il generale dei carabinieri Michele Franzè affiancherà il generale Bruno Cornacchione come vice dell’ammiraglio Bruno Branciforte. Questi ha inutilmente sponsorizzato il suo attuale capo di gabinetto, ammiraglio Michele De Pinto.

Con la supervisione di Letta, dunque, Tremonti ha indicato i due finanzieri Sasso e Poletti (quest’ultimo ha buoni rapporti anche con Massimo D’Alema) mentre De Gennaro ha piazzato un uomo di fiducia come Cavaliere all’Aisi. Nel complesso, sono tutti nomi di indiscussa professionalità, con l’unica pecca di non avere finora avuto esperienze di intelligence.

Il Papa prega per una nuova generazione di politici cattolici

“Deus ti salvet Maria”: è con questo canto, l’Ave Maria dei sardi, che sono iniziati i festeggiamenti per il centenario della proclamazione della Madonna di Bonaria come Patrona massima della Sardegna. Papa Benedetto XVI è arrivato nell’isola al mattino: a dare il benvenuto al Pontefice sono stati l’arcivescovo Giuseppe Mani, il premier Silvio Berlusconi, il presidente della Regione Renato Soru, e il sindaco di Cagliari, Emilio Floris.
A bordo della “papamobile” Ratzinger è arrivato al santuario della Basilica di Bonaria: lì ha incontrato trenta ultracentenari e quaranta malati. Poi ha celebrato la messa davanti alla piazza dei Centomila gremita di fedeli. Durante l’omelia Benedetto XVI ha esortato la Chiesa e i cattolici per tornare ad “essere capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica”. Ed è proprio il mondo politico che, ha sottolineato il Papa, “necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile”.
“Sa Mama, Fiza, Isposa de su Segnore”: partendo da una frase di una canzone sacra sarda, Papa Benedetto XVI ha ricordato al “popolo delle madri” di rispecchiarsi nella Madonna e nel suo ruolo di madre, figlia e sposa, che “ama, protegge, consiglia, dà la vita, perché la vita nasca a perduri”. Il Pontefice si è poi rivolto ai ragazzi a “far sì che Cristo sia incontrato dai giovani, portatori per loro natura di nuovo slancio, ma spesso vittime del nichilismo diffuso, assetati di verità e di ideali proprio quando sembrano negarli”.

Deut ti salvet Maria: l’Ave Maria in sardo

Benedetto XVI è il terzo Papa a visitare la Sardegna, dopo Paolo VI e Giovanni Paolo II, anche se altri due andarono nell’isola, San Callisto e San Ponziano (230, 235 d.c), ma come condannati “ad metalla”, cioè ai lavori forzati, perché non avevano voluto rinnegare la fede. “La Sardegna non è mai stata terra di eresie, il suo popolo ha sempre manifestato filiale fedeltà a Cristo e alla sede di Pietro. Nel susseguirsi delle dominazioni la fede in Cristo è rimasto come elemento costitutivo della vostra stessa identità sarda”, queste sono state le parole che il Papa ha rivolto ai sardi ricordando la tradizione dell’isola. Una omelia che ha riassunto la storia della fede del popolo isolano, dei suoi santi e dei suoi martiri e soprattutto delle donne come la martire Antonia Mesina, la contemplativa Gabriella Sagheddu e la suora della carità Giuseppina Nicòli. Ha ricordato la devozione mariana di un popolo in cui la tradizione matriarcale ha sempre messo la donna al primo posto, “Maria è porto e rifugio del popolo sardo” ha detto Ratzinger.
Nell’Angelus il Papa ha pregato ancora una volta la Madonna perché continui a proteggere ogni madre terrena, “quelle che insieme al marito educano i figli in un contesto familiare armonioso e quelle che si trovano sole ad affrontare un compito così arduo”, infine ha rivolto una preghiera alle vittime dell’uragano Hanna che sta affliggendo Haiti.


Ai giornali di partito contributi per un miliardo. In sette anni

Giornali in Parlamento

di Laura Maragnani e Mario Sechi

Roma, piazza Colonna, ore 9.00 del 12 agosto: l’edicola davanti a Palazzo Chigi sta preparando le mazzette dei giornali per gli uffici parlamentari. Domanda a bruciapelo: scusi, ha una copia della Discussione? L’edicolante si consulta con un suo collaboratore: “Mi sa che è in ferie…”. E una copia di Linea? “Vacanza”. E un paio di pagine del Campanile? “In questi giorni nun ce sta’”. Notizie dell’Opinione? “È a riposo. La Voce Repubblicana è missing, il Secolo d’Italia è ai bagni, il Denaro oggi non è arrivato, di Rinascita dottò ce n’hanno mannato ’na copia sola e me dispiace ma è prenotata. Capirà, ’sti giornali piccoli”.
Piccoli come foliazione (in genere non superano le quattro pagine) e con la redazione (quando c’è) ai minimi termini, ma con grande appetito e una capacità incredibile di battere cassa. Ne sa qualcosa la presidenza del Consiglio e assai meno il contribuente italiano.

Solo per il 2006 lo Stato ha stanziato186 milioni di euro di contributi diretti per l’editoria. Nel 2000 erano “soltanto” 106 milioni: una crescita di 80 milioni in sette anni, altro che tasso d’inflazione programmata. Incassare il contributo è facile: basta dichiarare la tiratura, presentare un bilancio e poi aspettare la liquidazione della fattura. E le vendite? Non sono indispensabili.
Almeno fino a oggi: in autunno il sistema subirà una rivoluzione. Al Dipartimento per l’Editoria il trio composto da Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e Mauro Masi sta lavorando a uno schema di regolamento che sarà supervisionato dal ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli e sarà presentato nei primi giorni di settembre (qui la bozza in .pdf).
Due le parole d’ordine: snellire la procedura e cambiare i parametri per l’assegnazione della parte variabile del contributo pubblico. Non sarà più la tiratura ma la diffusione certificata (vendite e abbonamenti) a stabilire l’importo dell’assegno. Questa semplice regola darà un taglio alle vendite in blocco delle copie stampate (oggi praticate da tutti i gruppi editoriali) e ai non isolati casi di giornali che esistono solo sulla carta e non hanno mai visto un’edicola o un giornalista regolarmente retribuito. Il timore di molti editori non è dunque per i tagli dei fondi, ma per un futuro molto più severo in cui i giornali devono essere imprese vere e i pirati della carta dedicarsi a un altro mestiere.
Il conto complessivo dell’attuale sistema-groviera è da tachicardia. Secondo le elaborazioni di Panorama sui dati forniti dal Dipartimento per l’editoria, dal 2000 al 2006 lo Stato ha staccato assegni per oltre 1 miliardo di euro. Nei prossimi tre anni l’esborso previsto per le casse pubbliche è di oltre mezzo miliardo di euro. Dal 2010 invece potrebbe andare a regime la riforma complessiva del settore che stabilirà nuovi criteri per l’ammissione agli aiuti. E i beneficiati già tremano.
Chi sono? L’elenco è sterminato: giornali di partito, testate legate a movimenti politici, cooperative (vere e presunte) di giornalisti, quotidiani editi da società controllate da fondazioni o enti morali… Una giungla che anche il più sprovveduto esploratore capisce aver bisogno di una radicale sfoltita. Fuori il machete, allora. C’è chi si accontenta di 6.320 euro di contributo all’anno, come L’amore vince edito dalla Fondazione di Culto e Religione Piccolo Rifugio, e chi incassa 6,3 milioni di euro, come l’Avvenire, quotidiano della Cei. Ci sono Motocross (517 mila euro) e Sportsman-Cavalli & Corse (2,5 milioni), Chitarre (296 mila) e Ti saluto fratello (44.960 euro), Rassegna sindacale (517 mila euro), Civiltà cattolica (66.700 euro), L’aurora della Lomellina della diocesi di Vigevano (45.197 euro). Fin qui siamo al censimento dei cespugli. Vegetazione bassa. Poi arrivano querce e sequoie, i pesi massimi del contributo di Stato: gli organi di reali o immaginari partiti e movimenti politici.
La Discussione? Difficile da trovare in edicola, ma nei decreti di stanziamento è sempre presente: 15,148 milioni di euro in 7 anni. Merito di due europarlamentari Udc e dell’attivismo di un deputato Pdl, Giampiero Catone, che per qualche anno è riuscito a bissare il contributo facendo l’editore del Quotidiano sociale. Linea, un mistero editoriale da quasi 16 milioni di euro, si presenta come organo del Msi-Fiamma Tricolore ma perfino la paternità è duramente contestata. Il Campanile nuovo non fa din don ma bingo: nelle solide mani dei figli di Clemente Mastella, Pellegrino ed Elio, ha incassato già quasi 6 milioni di euro. L’Opinione delle Libertà, diretta da Arturo Diaconale, ha messo in cassaforte 13.542.856 euro.
E che dire della diaspora editoriale socialista? L’Avanti! ha macinato quasi 15 milioni di euro. L’Avanti! della domenica, ovviamente settimanale, dal 2000 al 2003 ha messo in banca 2.360.545 euro. Il Socialista Lab, quotidiano della cui esistenza in pochi si sono accorti, in tre anni di euro ne ha ottenuti 758 mila. La Gazzetta politica, settimanale, dal 2002 al 2005 ha superato 1,6 milioni di euro. Il garofano è appassito, ma il portafoglio è sempre verde.
E che dire degli alfieri del mercatismo? La Voce repubblicana, ectoplasma da edicola, tra aperture e chiusure ha presentato un conto da 2,263 milioni di euro. Liberal ha un’etichetta politica lontana dal Leviatano dello Stato, ma vicina alla cassa di Palazzo Chigi: dal 2003 al 2006 ha incassato oltre 3 milioni di euro.
Persino chi fa la faccia feroce contro la casta, come Tonino Di Pietro, non è sfuggito alla tentazione di passare all’incasso: al minicontributo per Orizzonti Nuovi, la fanzine del partito in stile anni Settanta, 62 mila euro nel solo 2005, l’anno dopo ha preferito i 2,036 milioni di euro per il quartino di Italia dei valori, in cui casualmente è stata assunta la figlia Anna come praticante.
Una foresta politicamente trasversale in cui spiccano un paio di giganti. Il quotidiano Libero si contende la palma d’oro con l’Unità. La testata fondata e diretta da Vittorio Feltri ha avuto accesso ai contributi grazie “al Movimento monarchico che ci aveva appoggiati in questa iniziativa” aveva spiegato lo stesso Feltri a Report nel 2006. Libero tuttora gode del finanziamento come organo di movimento politico e in sette anni ha incassato 39,247 milioni.
Grande la soddisfazione dell’editore di riferimento, la famiglia Angelucci, che raddoppia il piatto con l’assegno del Riformista, organo del movimento Ragioni per il socialismo (10 milioni a partire dal 2003). L’anticomunismo perde la partita all’incasso contro l’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, organo dei Ds: 43 milioni di euro in 7 anni. Il nuovo editore, il presidente della Regione Sardegna e tycoon di Tiscali, Renato Soru, ha annunciato che rinuncerà ai contributi pubblici, per la gioia di Europa, quotidiano della Margherita (l’83 per cento delle quote è detenuto da Luigi Lusi, tesoriere del partito), che così sembra destinato a restare l’unico organo di stampa del Partito democratico. Europa è un foglio smilzo ma al totalizzatore segna 14 milioni di euro in 4 anni.
Smilzo non è mai stato l’Elefantino, alias Giuliano Ferrara, che con Il Foglio agganciato alla Convenzione per la giustizia ha finora incassato oltre 25 milioni di euro. Il direttore del Foglio è già in prima linea contro la riforma e il taglio dei contributi annunciati dal governo (vedi il botta e risposta con Maurizio Belpietro nelle Opinioni).

Al suo fianco, in questa saga bipartisan, s’è levato l’eterno grido di dolore del Manifesto che gode dei contributi (circa 30 milioni in sette anni) in quanto cooperativa di giornalisti. La galassia comunista annovera poi Liberazione (25,5 milioni), Rinascita (11 milioni) e La Rinascita della sinistra (6 milioni). Anche Notizie Verdi, ex Sole che ride (9 milioni) sta per transitare a sinistra con il passaggio di proprietà a Luca Bonaccorsi, editore di Left-Avvenimenti (mezzo milione l’anno).
Roma ladrona? Non quando si tratta di sbancare i contribuenti: il quotidiano leghista La Padania infatti si è assicurato 28 milioni in sette anni, circa 4 milioni ogni 12 mesi. E dal Nord al Mezzogiorno il refrain è sempre lo stesso. Il meridionalissimo Movimento Europa Mediterraneo porta a casa soldi per Il Denaro: quasi 14 milioni di euro. Quanto a Magna Grecia Sud Europa, che con la cooperativa Balena Bianca, made in Avellino, pubblica la rarissima Democrazia cristiana (un milione), non resta certo indietro rispetto ai duri e puri del profondo Nord. Le Peuple valdotain, settimanale di Aosta, in sei anni ha battuto cassa per un milione e mezzo; e il mensile Zukunft in Südtirol, edito dalla Svp, veleggia ormai oltre quota 5 milioni.

Fa tenerezza, allora, la Porziuncola di Assisi, mensile della Provincia Serafica di San Francesco dell’Ordine dei Frati Minori, che nel 2006 ha chiesto, e ottenuto, solo 8.995 euro. Una violetta all’ombra delle grandi sequoie, certo. Ma quante sono le diocesi italiane? Quante le case generalizie, le fondazioni, le pie società che editano, stampano, sopravvivono grazie ai contributi pubblici? Fuori dalla giungla comincia una sterminata prateria di carta.
E quelli che galoppano non sono todos caballeros.

LE CIFRE DEL FINANZIAMENTO
L’Avanti! (cooperativa giornalisti) 14.785.628
L’Avvenire (organo Cei; testata ammessa dal 2001) 37.184.896
Il Campanile nuovo 5.982.930
Il Denaro 13.732.251
Democrazia cristiana (2003-06) 997.757
La Discussione 15.148.169
Europa (dal 2003) 14.182.307
Il Foglio 25.262.522
Italia dei Valori (solo 2006) 2.036.107
Liberazione 25.409.676
Linea 15.954.509
Il Manifesto (cooperativa) 30.470.955
Nuovo Riformista (dal 2003) 10.199.005
L’opinione delle libertà 13.542.856
Libero (ex Opinioni Nuove) 39.247.110
La Padania 28.198.541
Il Popolo (2000-2002) 4.513.686
Rinascita (cooperativa) 11.254.824
Roma 18.736.909
Secolo d’Italia 21.691.187
Sole che ride (dal 2005 Notizie verdi) 9.045.304
L’Unità 43.023.213
La Voce repubblicana (non uscita nel 2002-3) 2.263.898

…CI SONO ANCHE I PERIODICI

Gazzetta politica (’02-05), settimanale, 1.610.178
L’Avanti! della domenica (2000-2003), settimanale, 2.360.545
Le Peuple Valdotain (fino al 2005), settimanale, 1.560.526
Liberal (dal 2003), bimestrale, 3.162.237
La Rinascita della sinistra, settimanale, 6.047.086
Zukunft in Südtirol, mensile, 5.117.223

Gianni Letta, “l’indispensabile”: sottosegretario a Palazzo Chigi

Gianni Letta ritorna dopo due anni nell’incarico di sottosegretario alla presidenza del consiglio, continuando quella staffetta in famiglia con il nipote Enrico, che ha ricoperto lo stesso ruolo nei due anni del governo Prodi.

Definito recentemente da Silvio Berlusconi “l’unica persona indispensabile” per il prossimo governo, Letta è, fra i collaboratori più stretti del presidente del consiglio, l’uomo da mettere in campo quando c’é bisogno di discrezione e capacità di mediazione. Nato ad Avezzano (L’Aquila) il 15 aprile 1935, comincia la carriera giornalistica come corrispondente dall’Abruzzo per la Rai e per l’Ansa. Alla fine degli anni ‘50 si trasferisce a Roma, dove entra al quotidiano Il Tempo; dopo una carriera tutta interna al giornale, ne diventerà direttore dal 1973 al 1987. Successivamente passa a lavorare per il gruppo Fininvest, cominciando la collaborazione con Silvio Berlusconi che continuerà negli anni dell’impegno in politica.

Sia da sottosegretario alla presidenza del consiglio che nei periodi dell’opposizione, Letta agisce spesso da ambasciatore di Berlusconi per affrontare, smussare e risolvere i problemi con amici e avversari.

Berlusconi e la squadra del nuovo governo: tanto potere e tempi stretti

Una foto di archivio di Gianni Letta con  Silvio Berlusconi | Ansa
Ottenuta dagli italiani non la classica bicicletta ma una superbike da competizione, Silvio Berlusconi e il suo governo (insediamento previsto tra il 9 e 10 maggio) hanno ora il dovere di vincere il gran premio. Magari il mondiale.

La conquista di Roma da parte di Gianni Alemanno completa, al di là di ogni attesa, l’opera delle politiche del 13 aprile, ma soprattutto porta un cambio di scenario per il nuovo premier. “Ormai non si può più parlare di sfondamento al Nord o di serbatoi di consenso del Sud, tipo la Sicilia” è la valutazione di Berlusconi. “Roma chiude il cerchio, riunifica il Paese sotto l’insegna di noi moderati”. È un ragionamento che sottintende un calcolo politico: la vittoria di Gianni Alemanno, personaggio nuovo ma che viene dalle viscere di An e del Msi, riequilibra quello che pareva uno strapotere della Lega Nord. E siccome An sta nel Pdl…
La disfatta del “modello romano”, la sconfitta contemporanea di Walter Veltroni e Francesco Rutelli, cioè proprio la coppia che l’editore della Repubblica Carlo De Benedetti, all’atto di prendere simbolicamente la tessera numero 1 del Partito democratico, aveva investi to del ruolo di leader della nuova sinistra di governo, toglie per ora dalla scena quella sponda con la quale molti avevano immaginato dialoghi bipartisan sia sulle istituzioni sia su terreni come l’economia. E non solo perché Veltroni rischia di diventare prematuramente un’anatra zoppa. “Con chi dovrei dialogare?” si chiede Berlusconi. “E d’altra parte ormai non si può più parlare di Italia spaccata a metà: almeno per due terzi il Paese sta con noi; la sinistra non si sa dove voglia andare. Il dialogo è importante, ma la priorità è un’altra: decidere”. I suoi esperti di sondaggi glielo confermano: “L’Italia chiede una cosa sola, da Milano a Roma e Napoli. Vuole essere governata”. Lo certifica anche un istituto indipendente come il Censis, che martedì 29 aprile ha presentato il rapporto Che cosa chiedono gli italiani al nuovo governo? Risposta: che onori le promesse sull’economia, sull’erosione del potere d’acquisto e sulle preoccupazioni delle famiglie, “perché, nonostante il gran parlare di antipolitica” dice il segretario generale Giuseppe De Rita, storico conoscitore degli umori dell’Italia, “per gran parte degli elettori i partiti restano un riferimento personale, al quale si dà il voto perché risolva questioni concrete. Ma dal 2006 al 2008 aumenta di 4,6 punti il numero di quanti individuano soprattutto nel leader l’interlocutore diretto per proposte, risposte e soluzioni”.

Tra le priorità, dopo l’economia vengono trasporti, infrastrutture, rifiuti. E naturalmente la sicurezza, con la richiesta di rafforzare lo Stato centrale come garante della tranquillità quotidiana e dell’equilibrio tra le varie parti del Paese. In concreto, come gestiranno il successo i vincitori? Che cosa faranno? Sia da Palazzo Chigi sia dal ministero dell’Economia in via XX Settembre, e ora anche dal Campidoglio, si cercherà di velocizzare l’agenda dei primi 100 giorni. Giulio Tremonti conferma che il primo Consiglio dei ministri varerà il provvedimento di abolizione dell’Ici sulla prima casa, costo di 2 miliardi. Resta da stabilire se si agirà con un decreto o con un disegno di legge. Nel primo caso il beneficio scatterà subito, con la rata di giugno; nel secondo bisognerà attendere il 2009, con un probabile sgravio a dicembre. Tremonti sembra anche orientato a rinunciare alla “due diligence”, l’indagine sui conti lasciati dalla sinistra, un rituale degli ultimi cambi di maggioranza che ha sempre prodotto polemiche e ritardi. Il ministro ha un ottimo rapporto con Mario Canzio, ragioniere generale dello Stato, e con il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli.

Saranno loro a fargli trovare il dossier sul tavolo. Più complesso l’altro provvedimento atteso da lavoratori e aziende, il taglio delle tasse sugli straordinari. Se l’aliquota Irpef venisse sostituita con un prelievo secco del 10 per cento, la prima parte dell’operazione costerebbe 2 miliardi. “E dopo” garantisce l’economista Renato Brunetta “si finanzierà da sola con l’emersione dal nero e la maggiore produttività”. Resta la grana dell’Alitalia. Una mossa da attuare in tempi rapidi è la nomina di Antonio Tajani a commissario europeo, destinandolo ai Trasporti, dove ora siede il francese Jacques Barrot, che sta esaminando con una megalente il prestito di 300 milioni concesso all’azienda in attesa della cordata tricolore. Barrot aspira alla Giustizia (anche la Francia ha conti in sospeso con l’Europa su immigrazione e sicurezza) e lo scambio potrebbe rivelarsi utile.

Ma non c’è astuzia che tenga, la cordata alla quale lavora il superconsulente Bruno Ermolli dovrà manifestarsi. E a fianco degli imprenditori privati (da Salvatore Ligresti a Marco Tronchetti Provera, all’ex numero uno della McDonald’s Mario Resca, per un totale di una ventina di adesioni) la tentazione di Berlusconi è di far scendere in campo lo Stato. Attraverso Eni, Sviluppo Italia, Cassa depositi e prestiti o addirittura le Ferrovie. Tutte ipotesi ad alto rischio. La vittoria di Alemanno e soprattutto l’accordo tra Lufthansa e Sea, che potrebbe risolvere i problemi della Malpensa garantendo all’aeroporto un futuro senza più l’Alitalia, fanno intravedere una possibile sorpresa: un ritorno al tavolo di trattativa con l’Air France, magari da posizioni più forti. Ma solo dopo un incontro (già previsto) tra Berlusconi e Nicolas Sarkozy. L’agenda impone un segnale urgente anche sulla sicurezza, visto che è su questo terreno che sono state vinte le elezioni sia nella Padania sia a Roma. Lega e An, stavolta unite nella lotta, chiedono che torni pienamente in vigore la legge che porta i nomi di Umberto Bossi e Gianfranco Fini: quote prefissate di immigrati e ingressi consentiti solo a chi ha un lavoro certo. Non solo, le forze dell’ordine reclamano un miglioramento del contratto e delle dotazioni: misure che potrebbero essere affrontate entro l’estate.

Magari con Roberto Maroni al Viminale, e bilancio permettendo. Anche perché da settembre governo e maggioranza si troveranno alle prese con due scadenze: la legge Finanziaria 2009, che dovrebbe rilanciare le grandi opere, e il completamento della fusione tra Forza Italia e An nel Popolo della libertà. Operazione che richiederà la massima cura per affrontare tra un anno le elezioni europee: lì si voterà con il proporzionale e ognuno conterà i propri voti. E prima ancora per cercare di disinnescare il referendum sulla legge elettorale, slittato di 12 mesi. Qui si tornerà a guardare a un accordo con l’opposizione: a condizione che un’opposizione esista e che la maggioranza abbia smaltito l’ebbrezza del successo.

Diversamente, come afferma il Censis, gli italiani non esiteranno a presentare il primo conto; e sapranno a chi rivolgersi.

Governo futuro: partiti in pressing su Berlusconi. Che chiede a tutti buonsenso

Silvio Berlusconi alla Camera | Ansa
Tirato per la giacchetta da tutte le parti, contrariato dalle indiscrezioni dei giornali sugli eccessivi appetiti dei partiti della maggioranza, Silvio Berlusconi chiede a tutti, alleati e giornalisti, un passo indietro per consentirgli di lavorare serenamente alla squadra di governo.
La giornata d’apertura della XVI legislatura non inizia benissimo. Il Cavaliere deve prendere le difese del fido Gianni Letta: “C’è n’è uno solo, facente parte della squadra, che è indispensabile. Voi pensate che si chiami Silvio Berlusconi, invece si chiama Gianni Letta. Tutti gli altri sono fungibili”. Letta, ha assicurato il Cavaliere, sarà sottosegretario a Palazzo Chigi con tutti i poteri. “Non c’è nessuna diminutio, è lui che ha scelto di non fare il vicepresidente del Consiglio perché avrebbe potuto aiutarmi di meno, invece sarà per cinque anni al mio fianco. Letta è un regalo di Dio”. Prosegue la giornata, parlando della composizione dell’esecutivo che verrà. La squadra di Governo non sarà rivista in favore del Carroccio. “Ma siete usciti di testa? Cos’é questa storia di Rosi Mauro? Siete inventori di favole”. E quando un parlamentare azzurro gli si avvicina per ricordargli che Fi tiene molto al dicastero del Welfare, Berlusconi replica secco: “Non ditelo a me, dovete chiederlo ad An”. Ed ecco perchè, quando alcuni minuti dopo i giornalisti tornano alla carica, il Cavaliere perde le staffe: “Ho letto di Rosi Mauro. Altri posti alla Lega? Ma siete fuori? La vittoria di Roma, oltre che ad Alemanno, la dobbiamo a Fi e alle 19 interviste che ho fatto. Che c’entra la Lega?”.
Toni e parole davvero insoliti per Berlusconi. Segno che qualcosa lo ha innervosito. Forse le indiscrezioni sul suo più fidato consigliere: “C’è una sola persona indispensabile a Palazzo: Gianni Letta, che sarà sottosegretario alla presidenza del Consiglio con tutte le deleghe”, ci tiene a precisare infatti il Cavaliere, confermando che non ci saranno vicepremier. Poi, rivolto ai giornalisti, li accusa: “Imparate a fare il vostro lavoro” al posto di “inventare favole”.
Dopo essersi calmato, Berlusconi azzarda una possibile data per il giuramento (fra il 9 e il 10 maggio) e annuncia una colazione di lavoro proprio sul futuro esecutivo, ma senza precisare con chi. Prima di lasciare Montecitorio, però, incontra Roberto Maroni e gli chiede di parlare. Si chiudono in una saletta dove qualche minuto dopo arriva anche Gianfranco Fini. Mezz’ora di colloquio e i tre escono. Berlusconi va a fare una passeggiata. Il malumore sembra un ricordo. Scherza coi cronisti e assicura: “Con gli alleati non ci sono problemi”.
Intanto, però, è Umberto Bossi a parlare. Nonostante l’appello del Cavaliere alla moderazione, il linguaggio è come al solito, colorito. Il primo avviso è per l’opposizione: “Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti. I fucili sono sempre caldi. Se vogliono lo scontro, noi abbiamo trecentomila uomini sempre a disposizione. Se vogliono accomodarsi… ma mi auguro che scelgano la via delle riforme”. Ce l’ha con il Pd, però forse anche con qualche alleato. “Siamo qui per il federalismo e per cacciare i clandestini” annuncia “e questa è l’ultima occasione: o si fanno le riforme e scoppia il casino”.
Alleanza Nazionale tace. Ma da via della Scrofa, informalmente, fanno sapere che An non intende lasciare il Welfare, nonostante la vittoria di Gianni Alemanno. E che, anzi, Fini avrebbe già comunicato a Berlusconi il nome di chi dovrà sostituire il neo-sindaco di Roma e in pole position vi sarebbe il suo portavoce, Andrea Ronchi.
Ciò, unito al nervosismo di Berlusconi e ai paletti di Bossi, dimostra come la partita del governo sia tutt’altro che chiusa. Certo, alcune caselle sembrano ormai aggiudicate: Giulio Tremonti all’Economia, Franco Frattini agli Esteri, Calderoli alle Riforme/Attuazione del programma, Bossi al Federalismo, Maroni agli Interni, La Russa alla Difesa, Luca Zaia all’Agricoltura, Altero Matteoli alle Infrastrutture, Mariastella Gelmini all’Istruzione, Sandro Bondi ai Beni Culturali, Raffaele Fitto agli Affari Regionali. Tutte le altre poltrone, però, restano ballerine: Elio Vito, in lizza per la Giustizia, potrebbe ad esempio essere spostato ai Rapporti col Parlamento; ma Claudio Scajola non vorrebbe andare a via Arenula preferendo le Attività produttive e quindi servirebbe un sostituto. Il Welfare potrebbe essere spacchettato, come estrema ratio, in Lavoro e Solidarietà sociale, con quest’ultimo ad An (magari a Giorgia Meloni), ma è solo un’ipotesi. Allo stesso modo, per l’Ambiente circolano i nomi di Stefania Prestigiacomo, ma anche quello di Michela Vittoria Brambilla. Per non parlare dei dicasteri senza portafogli, per i quali i nomi si sprecano.
Insomma, la squadra può “ancora cambiare”; e fra chi conosce bene Berlusconi c’è chi scommette che sarà così fino all’ultimo minuto utile.

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