
di Fabrizio Paladini e Renzo Rosati
Era la sera del 6 luglio 2005, un mercoledì di mezza estate napoletana. Due ragazzi vengono arrestati in pieno centro, lungo via Duomo, sul lato che scende verso il porto. Hanno appena strappato a un uomo il cellulare, con il quale stava parlando, e sono fuggiti su un motorino. Su di loro piombano i “falchi”, la squadra antiscippo che gira in borghese, su motociclette senza insegne e senza casco, per confondersi con le gang locali. Quella sera i falchi sono pieni di lavoro: hanno già preso altri due scippatori, del classico Rolex. L’inseguimento è breve, ma i due giovani reagiscono con botte e spinte: un agente deve farsi medicare in ospedale. Uno dei due scippatori è un minorenne, S.M., di 17 anni. L’altro ha 18 anni compiuti da poco più di due mesi e si chiama Luigi Flaminio. Entrambi hanno precedenti per “rapina impropria” (cioè per violenza successiva al furto), e anche lo scooter è già sottoposto a fermo amministrativo.
L’arresto in flagranza frutta a Flaminio, detto Gino, un processo per direttissima che si celebra il giorno dopo. I precedenti penali portano a una pena severa: condanna a due anni e mezzo, con la condizionale. Il ragazzo non finisce in galera ma deve tenersi alla larga da altri reati. Cosa che non gli impedisce, nel frattempo, di guadagnarsi su Facebook e dintorni qualche centinaio di ammiratori e il soprannome di “Gino ’o boss”; oltre a farsi tatuare sul ventre un pugnale. Come tanti ragazzi.
Col pugnale che sbuca sopra il costume Flaminio ricompare quattro anni dopo, domenica 24 maggio, sulla prima pagina della Repubblica. Una lunga intervista che si snoda all’interno, nella quale Gino viene presentato come “un operaio, una passione per la kick boxing”. Per parlargli gli inviati del quotidiano diretto da Ezio Mauro raccontano di aver raggiunto “una piccola fabbrica di corso San Giovanni, e poi un appartamento allegramente affollato di amici, nel popolare quartiere del Vasto”. Flaminio, secondo La Repubblica, dovrebbe essere il teste chiave per incastrare Silvio Berlusconi, il più adatto a raccontare la vera natura del rapporto tra il premier e Noemi Letizia. Lei, racconta, è stata infatti la sua ragazza per 16 mesi. “Gino e Noemi si sono divisi per quel breve, intenso, felice periodo, le ore, i sogni, il fiato e le promesse”. Ma soprattutto “Gino Flaminio è in grado di dire come e quando Berlusconi è entrato nella vita di Noemi. Come quel miracolo ha cambiato, di Noemi, la vita, i desideri, le ambizioni e più tangibilmente il corpo, il volto, le labbra, gli zigomi. In una parola, dice Gino, “i valori””.
Già, i valori. Flaminio infatti parla di tutto, ma a quanto pare non fa cenno a quella condanna a due anni e mezzo. Né, stando a quanto affermano ora, direttore e inviati della Repubblica (che pure da giorni setacciano Napoli e dintorni) si informano per valutare i precedenti, e magari l’attendibilità, di un teste la cui intervista viene divulgata alla stampa di mezzo mondo. Eppure, bastava consultare il casellario giudiziario. O anche l’Ansa. O magari farsi un giro su internet. E dire che Gino, con lei, con Noemi, dei suoi trascorsi con la giustizia aveva parlato, eccome.
Sempre stando alla sua versione: una nuova, l’ultima, fornita stavolta “in esclusiva” a Novella 2000. Gino, “che si dichiara fedelissimo elettore di Berlusconi, chiarisce la propria posizione giudiziaria”. La chiarisce così: “Quattro anni fa avevo 18 anni o poco più quando, con un amico, tornavo in motorino da un allenamento di calcio. Siamo andati a fare un giro sul Rettifilo di Napoli. Quando abbiamo visto un uomo che parlava al telefonino e all’improvviso ci siamo detti: “Pigliamocelo”. Intendendo il cellulare. Dieci metri dopo, i falchi ci hanno fermato. Ho passato una notte in questura. Mi hanno condannato per direttissima a due anni e sei mesi con la condizionale. Non ho fatto un giorno di galera. Quando sono tornato a casa, i miei genitori non mi hanno rivolto la parola per sette mesi. Ho passato quei sette mesi a piangere e a giocare a calcio nel San Giorgio, di San Giorgio a Cremano, categoria eccellenza. Quando ho conosciuto Noemi le ho detto che avevo la fedina penale sporca, ma non le ho detto perché. I genitori di Noemi non ne sapevano nulla. Non so se lei glielo abbia mai detto”.
Aggiunge che il suo vero soprannome sarebbe “’o cinese”, per via degli occhi a mandorla. E giura di non frequentare ambienti malavitosi. Guai però a chi lo chiama “Gino l’operaio”. Perché “chi lo afferma dovrà vedersela in tribunale”. Come fonte, niente male.
- Venerdì 29 Maggio 2009
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