
di CARLO PUCA
Hamid Karzai non è soltanto il primo della classe. È pure un bell’uomo. Ottimista, sorridente, ricco. Ha un gran portamento, vestiti di classe, gioielli tribali però simbolicamente non ostili all’Occidente. È sempre in piena forma, senza un filo di pancia, il colorito bronzato eppure mai volgare. Pure la pettinatura a sfondo Linetti non c’è male, risulta dolcemente vintage. Continua

di Giovanni Porzio
I canali aperti durante il sequestro di Daniele Mastrogiacomo erano tre.
Subito dopo il rapimento si è attivato il canale istituzionale: Unità di crisi della Farnesina, ministero della Difesa, servizi segreti, ambasciata d’Italia a Kabul. Ma il tentativo di ottenere la liberazione del giornalista di Repubblica, del suo interprete Ajmal e dell’autista Saied Agha proponendo un riscatto in denaro fallisce subito: il mullah Dadullah fa sapere di non essere interessato ai soldi.
Il secondo tentativo viene portato avanti, in modo parallelo, da un contatto di Repubblica: il misterioso freelance Claudio Franco, un italiano con passaporto inglese che da anni lavora come “ricercatore” al confine tra Pakistan e Afghanistan. Franco ottiene buoni risultati: è lui a ricevere il primo audio di Mastrogiacomo con le richieste talibane. Ed è sempre lui a trattare sul principio di uno scambio “controllato” di prigionieri che salvi la faccia al governo afghano e a quello italiano: media contro media, i due giornalisti rapiti contro i due portavoce talibani detenuti a Kabul.
Ma il governo italiano ha fretta di chiudere. E l’unico in grado di portare a casa il risultato entro i tempi previsti del voto del Parlamento sul rifinanziamento della missione in Afghanistan è Gino Strada. Il fondatore di Emergency è esplicito: condurrà la trattativa ma non vuole interferenze da parte dei servizi segreti italiani. D’Alema approva. E Dadullah alza la posta: fa uccidere l’autista e chiede la liberazione di 15 comandanti talibani. Dopo convulse trattative il numero scende a 5, che Karzai ordina di scarcerare in seguito a forti pressioni da Roma.
Qualcosa però (anzi molto) va storto. Ajmal resta in mano talibana e sarà poi decapitato. Il capo della sicurezza dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Rahmatullah Hanefi, l’uomo che ha condotto le trattative per conto di Strada, viene accusato dal governo afghano di collusione con i talibani e finisce in carcere. Mentre il prezzo politico pagato dal nostro governo per salvare la vita di Daniele Mastrogiacomo si rivela, col passare dei giorni, sempre più elevato.
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Nel momento di massima debolezza, stretto tra l’uccisione per mano dei
talebani di AdiJimal Nashkabandi, collega e interprete di Daniele Mastrogiacomo, e le debordanti accuse di Gino Strada per la mancata liberazione di Rahmatullah Hanefi, prigioniero dei servizi segreti afghani, Romano Prodi riceve un aiuto inatteso, almeno per l’opinione pubblica: quello di Silvio Berlusconi, che fischia l’alt alle polemiche politiche da parte del centrodestra, dove qualcuno si era spinto a chiedere l’impeachment del premier.
Perché? Un mistero nei misteri? Si può prendere per buona la versione berlusconiana (”Le ragioni umanitarie, il prestigio e il buon nome del Paese vengono prima di tutto”), oppure, contemporaneamente vedere quale scomodo scenario politico, e non solo, questo drammatico strascico del sequestro Mastrogiacomo rischia di aprire non solo per il governo, ma anche per l’opposizione.
Prodi, nella vicenda Afghana, rapimento compreso, ha scelto il metodo suggerito dalla sinistra massimalista: delegare tutto, o quasi, a Gino Strada e ad Emergency, che di quella parte è un’icona e un modello.
Modello anche politico, se Fausto Bertinotti, dopo il rilascio del reporter di Repubblica al prezzo della liberazione di cinque capi talebani si era detto “orgoglioso di vivere in un Paese che segue comportamenti simili. E se Massimo D’Alema e Piero Fassino avevano ipotizzato di coinvolgere i “talebani buoni” in una conferenza di pace per ora proposta solo dall’Italia.
La piega presa dagli avvenimenti minaccia non solo di mandare a gambe all’aria quel modello, ma di far definitivamente franare “la diplomazia alla Gino Strada” alla quale l’Unione sembrava essersi affidata, e che era già finita pesantemente nel mirino degli americani, e poi degli inglesi, dei tedeschi.
Ma anche i governi precedenti, quelli di Berlusconi, hanno evidentemente qualche coda di paglia. Si tratta del ruolo del Sismi nella liberazione degli ostaggi, a cominciare da quello di Giuliana Sgrena in Iraq. Se si osservano le immagini dell’arrivo della Sgrena a Ciampino si nota subito chi c’è a spalancarle il portello dell’aereo di Stato: Marco Mancini, numero due del servizio e braccio operativo dell’allora capo, Nicolò Pollari.
Certo, una differenza c’è, e sostanziale: il Sismi è una branca dello Stato, Emergency no, anzi agisce spesso in antitesi dello Stato. Ma sia attraverso Emergency sia attraverso il Sismi è evidente che molto l’Italia deve aver dato, ai terroristi iracheni ed ai killer afghani, per ottenere il rilascio dei suoi cittadini. Milioni di dollari allora, rilascio di prigionieri ora. Più gli aspetti ancora oscuri che queste trattative hanno sempre con sé.
Come lo stesso Gino Strada ha rivelato, c’è anzi stato un momento nel quale il metodo del centrodestra è andato a braccetto con quello del centrosinistra: per la liberazione di Gabriele Torsello il Sismi avrebbe consegnato due milioni di dollari al mediatore di Emergency, Hanefi. È certo che non conviene né a Prodi, e neppure a Berlusconi, che se ne parli più di tanto. Men che meno in qualche commissione d’inchiesta: qualche altra imbarazzante verità potrebbe venire anche dall’estero, in aggiunta alle accuse già piovute in abbondanza dai governi Nato.