
Assunta Almirante, vedova dello storico segretario del Msi
«A dire la verità, Giorgio Almirante non aveva intenzione di nominare Gianfranco Fini segretario del partito: la sua intenzione era, cosa che sanno pochissimi, affidare la segreteria all’onorevole Vincenzo Trantino. Fui io a dirgli che doveva cambiare generazione». Continua

Sono le ultime ore di An: sabato 21 e domenica 22, alla Fiera di Roma, Alleanza Nazionale si scioglierà. Poi, sempre alla Fiera, con lo stesso palco e la stessa scenografia sarà la volta della nascita ufficiale del Pdl. Ignazio La Russa, il reggente di questa transizione, ha cercato di far montare nelle ultime ore il pathos: “Apriremo il congresso di An con una sorpresa”. E allora non c’è che attendere l’apertura delle ultime assise degli ormai ‘ex camerati’ e aspettare la sorpresa, a cui seguirà la relazione di La Russa. Poi sarà la volta della liturgia congressuale con gli interventi di tutti i big. Mancherà il Cavaliere “non potevamo obbligarlo a tre interventi congressuali” ha detto La Russa “visto che la settimana prossima aprirà e chiuderà il congresso Pdl”, ma sabato pomeriggio parlerà il presidente del Senato, Renato Schifani. E domenica mattina saranno tutti ad ascoltare - non senza commozione, c’è da giurarci - la chiusura da parte di Gianfranco Fini. Lo stesso presidente della Camera ha annunciato che probabilmente si commuoverà. D’altra parte è lui ad aver compiuto la lunga marcia e ad aver portato il partito a diventare una destra democratica.
Marcia che comincia con la prima “svolta”, quella del congresso di Fiuggi (si era nel gennaio ‘95) che trasforma il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale. Del Msi Fini aveva raccolto il testimone, direttamente da Giorgio Almirante, a soli 35 anni. Per la prima volta gli eredi dei repubblichini - o per lo meno la maggior parte di essi - rinnegano le radici fasciste. Un passaggio “storico”, da completare con l’abbandono di quel passato che ricorda la destra razzista e antisemita, che ancora pesa troppo sulle spalle di Fini.
Il 19 febbraio del 1999 Fini va nel luogo simbolo della tragedia dell’Olocausto: Auschwitz. Quindi con il secondo governo Berlusconi, nel 2001, Fini comincia ad accreditarsi anche sullo scenario internazionale, prima con la nomina alla Convenzione europea, l’organo straordinario dell’Ue che dà vita alla Costituzione europea, poi approdando alla Farnesina. La lunga marcia viene accelerata nel 2002 quando l’attuale presidente della Camera partecipa a sorpresa alla Giornata della Memoria, dove davanti al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, afferma: “Siamo qui, perché la storia non si ripeta, perché mai più si possano compiere simili mostruosità”. E nello stesso anno, a settembre, in una intervista al quotidiano israeliano Haaretz va oltre: “Come italiano è mio dovere assumermi ogni responsabilità. E a nome degli italiani è mio dovere farlo. Gli italiani portano sulle proprie spalle la responsabilità di ciò che è accaduto dal 1938, ovvero da quando furono varate le leggi razziali. Si tratta di una responsabilità storica: quella di riconoscere i dolori causati e di chiedere perdono”. La visita a Gerusalemme il 24 novembre del 2003 è il momento certamente più significativo del cammino politico di Fini: le immagini dell’ex delfino di Almirante, con la kippà in testa che depone fiori allo Yad Vashem sanciscono lo strappo con il passato.
È tuttavia solo l’elezione allo scranno più alto di Montecitorio a sancire “la fine della condizione di minorità politica della destra”, come disse lo stesso Fini l’11 maggio dell’anno scorso lasciando la presidenza di An: “Non siamo più figli di un Dio minore, abbiamo superato un fossato”. Lascia il testimone a La Russa, ma segna già la strada che porterà la destra ad approdare nel Pdl, cioè “l’ultimo anello della strategia di Fiuggi”: “Non è il momento di gioire delle vittorie elettorali ma bisogna camminare convintamente e sollecitamente perché si compia l’ultimo atto”. E siamo – tralasciando gli scontri e i momenti difficili con Berlusconi dell’autunno 2007 - così a sabato mattina.
Alla Fiera di Roma e al quel “palco del congresso che” come ha spiegato nei giorni scorsi La Russa “simboleggerà un ponte verso il Pdl. Ma ci sarà pure lo slogan ‘nasce il partito degli italiani’, che è stato il filo conduttore della destra italiana in questi decenni”. Ancora non è stato deciso l’inno ufficiale del Pdl “verrà suonato l’Inno di Mameli che rappresenta tutti”, chiosa ancora il ministro della Difesa. E dal punto di vista amministrativo “quello che faremo e raccoglieremo insieme (compresi i rimborsi elettorali) da oggi sarà come in un matrimonio in comunione di beni, il pregresso rimarrà invece diviso tra le fondazioni che fanno capo ad An e a Fi”.
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Che facesse discutere si sapeva: la proposta di Alemanno di dedicare una via all’ex leader dell’Msi Giorgio Almirante (oltre che a Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani e Bettino Craxi) continua a infiammare il dibattito. Dopo la condanna della comunità ebraica di Roma (”È stato complice di un regime tiranno”) e la risposta di Gasparri (”Lettura datata e superficiale della sua vita politica”), la polemica è approdata a Montecitorio. E a intervenire è il presidente della Camera, che di Almirante è stato il delfino e il successore alla guida dell’Msi.
Fini ha riconosciuto che alcune frasi da lui pronunciate e scritte in epoca fascista “sono certamente vergognose” ed “esprimono un sentimento razzista che purtroppo in quell’epoca tragica albergava in tanti e troppi esponenti che in alcuni casi si allocavano a destra, in altri in altre formazioni politiche”.
Il commento di Fini è avvenuto dopo che Emanuele Fiano (deputato del Pd) aveva letto in Aula alcune frasi di un testo di Almirante pubblicato nel maggio 1942 sulla rivista La difesa della razza, in cui poneva la necessità di “porre un altolà ai meticci e agli ebrei”. “Ho visto manifesti a Milano secondo cui noi italiani dovremmo essere orgogliosi di Almirante, di cui dovremmo ricordare la figura”, ha detto il deputato democratico, che è di religione ebraica. Dopo aver letto il breve testo sul razzismo, Fiano ha concluso: “Ringrazio chi ha avuto l’idea di dedicare una strada a Giorgio Almirante per non dimenticare. In effetti noi non lo dimenticheremo mai”.
Fini ha ascoltato Fiano, che parlava nel giorno in cui alla Camera è prevista la cerimonia di presentazione dei discorsi parlamentari di Giorgio Almirante, del quale ricorre in questi giorni il ventennale della morte. Dopodiché ha fatto i suoi rilevi che sono stati applauditi dall’Assemblea: “Credo che a lei faccia piacere, onorevole Fiano, se dico che sono certamente vergognose le frasi che lei ha letto e che esprimono un sentimento razzista che purtroppo in quell’epoca tragica albergava in tanti e troppi esponenti che in alcuni casi si allocavano a destra, in altri in altre formazioni politiche”.
L’ennesimo strappo dal passato, dopo quello del 2003 (quando l’allora leader di An, in visita in Israele, definì il fascismo come “male assoluto”), un altro tassello alle sue prese di distanza dal Ventennio fascista, arrivando a criticare anche il suo (ormai ex) nume politico.
E anche stavolte le polemiche non sono mancate. “Ma che non la facciano questa via”, dice Donna Assunta, presente a Montecitorio per la presentazione del volume sui discorsi parlamentari di suo marito. “Giorgio ha già un parco ad Assisi intitolato a lui, ha numerose altre strade che portano il suo nome. Alemanno è stato bravo e coraggioso ad avanzare questa proposta ma se ciò deve portare a conseguenze di questo tipo io la strada non la voglio più. Rivolgo un appello anche a Riccardo Pacifici, presidente di una comunità alla quale sono molto legata. È una persona intelligente, la smetta con queste accuse di razzismo. Basta con tutte queste polemiche”.
E a quel punto, nel suo discorso di commemorazione nella Sala della Lupa, il presidente della Camera pronuncia queste parole: “Democrazia e pacificazione. Democrazia e nazione. È in questo doppio binomio l’insegnamento più fecondo di Giorgio Almirante a vent’anni dalla sua scomparsa”. Ad ascoltarlo c’è Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Luciano Violante e molti altri esponenti di maggioranza e di opposizione. “Il leader del Msi” dice Fini “intuiva che non vi sarebbe mai stata piena integrazione di tutti i cittadini nelle istituzioni senza un Paese riconciliato con se stesso oltre le appartenenze di partito e in nome di un’idea condivisa di nazione”. E poi: “Come uomo di parte, Almirante capiva che il futuro della destra non poteva consistere nell’inseguire fumose, velleitarie e sterili prospettive rivoluzionarie, ma nel suo essere dentro la comunità nazionale condividendone fino in fondo le sorti”.
E alla fine resta il senso di un’altra svolta con cui Fini ridisegna per sé e per An un pantheon più ampio di politici del passato. Tra i quali il posto per Almirante è assicurato, anche se sotto una luce più critica.
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Walter Veltroni qualche anno fa tracciò la strada, Gianni Alemanno oggi la difende. Parliamo delle strade, anzi delle vie, della Città Eterna.
Quella in cui l’attuale segretario del Pd, solo fino a pochi mesi or sono spopolava con iniziative di toponomastica buonista: ovvero intitolando vie, giardini e/o busti a villa Borghese a caduti del terrorismo di destra e di sinistra. A morti rossi e neri della terribile stagione degli anni di piombo. E all’inizio della settimana scorsa il neo sindaco di Roma si era detto favorevole alla proposta di una “via Almirante a Roma”, spiegando che se ne sarebbe discusso in Consiglio comunale.
Dunque era stato l’ex sindaco di Roma Veltroni ad inaugurare la stagione dell’intitolazione delle vie bipartisan, un po’ per non dimenticare i cruenti anni Settanta, un po’ perché “il pericolo è sempre annidato nella società. E allora rivendico” aveva detto Veltroni proprio qualche sera fa durante la presentazione del libro sul rogo di Primavalle a cui partecipava con Gianfranco Fini “quel percorso di ricostruzione del circuito della memoria avviato quando ero sindaco di Roma con l’intitolazione delle vie ai morti di destra e di sinistra”.
E in queste settimane in cui il clima di dialogo tra centrodestra e centrosinistra la fa da padrone, arrivano le dichiarazioni di oggi del primo cittadino di Roma, Gianni Alemanno, che nel corso del suo discorso per l’apertura della consiliatura, oltre ad aver invitato il papa Benedetto XVI in Campidoglio, è tornato sull’intitolazione di una via all’ex segretario dell’Msi, Giorgio Almirante: “Ha suscitato scalpore la mia volontà di intitolare una strada ad Almirante. È fuorviante seguire schemi da prima repubblica. Ricordo che alla Magliana nuova c’è una via Lenin, così come una via Palmiro Togliatti”. Anzi il sindaco della Capitale rilancia: “Occorre superare questi schemi, per questo credo sia giusto intitolare una strada anche a Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani e Bettino Craxi, persone che hanno evitato di far esplodere la guerra civile in fasi difficili della nostra vita politica”.
Parole che fanno il paio proprio con quelle del presidente della Camera che” sempre durante la presentazione del libro di Giampaolo Mattei, La notte brucia ancora “aveva parlato del leader storico della destra italiana così: “se fosse mancato un punto di riferimento come Giorgio Almirante, che ci insegnava a non odiare, oggi saremmo qui non a parlare di guerra civile strisciante, ma di una vera e propria guerra civile”.
Durante la seduta del Consiglio comunale in cui stamattina Alemanno ha ribadito la sua idea toponomastica, la proposta è stata applaudita, ma il Consiglio si è chiuso malamente con i rappresentanti di opposizione che urlavano “Buffoni, Buffoni” all’indirizzo della presidenza. Motivo: l’aver chiuso la seduta senza aver dato la parola all’opposizione.
Veltroni ancora non si è pronunciato, ma difficilmente si opporrà ad una pratica inventata sostanzialmente da lui.
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