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Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, 84 anni
“Dotarsi di un ghost-writer? Macché. Giorgio Napolitano è uno che si scrive tutto da solo: i discorsi, le esternazioni, i pareri. Con la carta e la penna, a mano”. Continua
Chi l’ha detto che la questione meridionale è anacronistica? Le valigie non saranno più di cartone, al loro posto ci sono quelle con le rotelle, eppure continuano ad accompagnare i loro padroni lungo gli stessi “viaggi della speranza”.
Nel terzo millennio prosegue, infatti, indisturbato l’esodo dal Sud Italia verso le regioni più ricche del Nord. Lo rileva il “Rapporto sull’economia del Mezzogiorno 2009″, presentato oggi da Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) a Palazzo Alteri, presso la sede dell’Abi.
Sono 700 mila le persone che fra il 1997 ed il 2008 hanno lasciato il proprio paese natale al Sud per raggiungere le città più ricche del Nord Italia. Solo nel 2008 il Meridione avrebbe perso 122 mila residenti: a fare la valigia più grande sono stati gli abitanti di Sicilia, Campania e Puglia, a fronte di un rientro di circa 60 mila persone.
“Caso unico in Europa” sottolinea il rapporto “l’Italia continua a presentarsi come un Paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni”. Alla base di questo esodo vi sarebbero ancora le difficili condizioni del mercato del lavoro, sia per il numero esiguo dei posti di lavoro rispetto agli occupati, sia per la carenza di figure di livello medio-alto
Quando non emigrano, viaggiano: sono i cosiddetti pendolari a lungo raggio i nuovi migranti degli ultimi anni. Nel 2008 sono stati infatti 173 mila gli occupati residenti a Sud con un posto di lavoro al Centro-nord o all’estero. Sono 23 mila in più del 2007 (+15,3%). “Cittadini a termine” come li chiama il rapporto Svimez, che rientrano a casa per il week-end o un paio di volte al mese. Sono giovani e con un livello di istruzione medio-alta. Spesso sono maschi, single, dipendenti full-time in una fase transitoria della loro vita, come l’ingresso o l’assestamento nel mercato del lavoro.
E non smette di crescere neanche la percentuale di cervelli in fuga: preferiscono rischiare piuttosto che accontentarsi. Sono, infatti, i laureati eccellenti a dire no a un futuro di incertezze economiche e ad abbandonare per primi la loro Terra: se nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti, tre anni più tardi la percentuale è arrivata al 38%.
“La mobilità geografica Sud-Nord - sottolinea il rapporto - permette una mobilità sociale. I laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al Centro-Nord vanno infatti incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto”.
La crisi non aiuta: gli effetti sono stati particolarmente pesanti nel settore industriale che al Sud ha visto un calo del Pil del 3,8%, mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo di oltre il 6%. La fotografia è quella di un Meridione “in recessione, colpito particolarmente dalla crisi nel settore industriale, che da sette anni consecutivi cresce meno del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra ad oggi” scrivono i ricercatori dello Svimez. “Un’area sempre più periferica, dunque, da cui si continua ad emigrare, dove crescono gli anziani ma non arrivano gli stranieri, dove esistono le realtà economiche eccellenti ma non si trasformano in sistema né si intercettano stabilmente investitori e turisti stranieri”. E nonostante complessivamente nel 2008 il Pil al Sud abbia registrato un calo dell’1,1%, con una minima percentuale di differenza rispetto al Centro Nord (-1%), è il Pil per abitante a segnare lo stacco: è pari a 17.971 euro, il 59% del Centro-Nord (30.681 euro), con una riduzione del divario di oltre 2 punti percentuali dal 2000. Che però è dovuta solo alla riduzione relativa della popolazione. Ma a dare l’idea dell’immobilità del Sud è un altro indicatore: nel 1951 nel Mezzogiorno veniva prodotto il 23,9% del Pil nazionale. Sessant’anni dopo, nel 2008, la quota è rimasta sostanzialmente immutata (23,8%). Secondo il rapporto Svimez, a livello regionale la Campania mostra una diminuzione del Pil particolarmente elevata (-2,8%), mentre le altre regioni meridionali presentano perdite più contenute. Meno colpita dalla crisi la Puglia (-0,2%). Positiva è stata invece la performance della Basilicata, con una crescita del Pil nel 2008 rispetto al 2007 di ben il 24%
Amarezza è quella espressa dal capo dello Stato Giorgio Napolitano davanti alla lettura dei dati del Rapporto: “Deve crescere nelle istituzioni, così come nella società, la coscienza che il divario tra Nord e Sud deve essere corretto”, scrive Napolitano in un messaggio inviato al Presidente dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, Nino Novacco. Il capo dello Stato inserisce il tema del Mezzogiorno all’interno dell’attuale crisi economica. “La crisi economica” continua Napolitano “rafforza il convincimento che una prospettiva di stabile ripresa del processo di sviluppo debba essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali, necessario per utilizzare pienamente tutte le potenzialità del nostro Paese. Il fatto che le politiche di riequilibrio territoriale messe in atto in passato abbiano conseguito risultati insufficienti rende certamente indispensabile un forte impegno di efficienza e di innovazione da parte delle istituzioni meridionali; ma questo impegno non sarebbe sufficiente senza il supporto di una strategia di politica economica nazionale mirata al superamento dei divari in termini di dotazione di infrastrutture, di investimento in capitale umano, di rendimento delle amministrazioni pubbliche e di qualità dei servizi pubblici”.
Deve essere, quindi, la politica a trovare nuove soluzioni, a far disfare le valigie ai cittadini italiani, e a offrire loro nuove opportunità. Sarà (anche) per questo che sta nascendo una Lega del Sud?
Visualizza Rapporto SVIMEZ 2009 sull’economia del Mezzogiorno in una mappa di dimensioni maggiori
“Sarebbe giusto, di qui al G8, data le delicatezza di questo grosso appuntamento internazionale, avere una tregua nelle polemiche”. L’invito, doveroso, non è arrivato da un esponente qualunque della scena politica italiana, ma da un personaggio superpartes che non persegue logiche di partito: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ieri a Capri festeggiava i suoi 84 anni.
Pur comprendendo “le ragioni dell’informazione e della politica”, il Presidente - dopo le settimane concitate del “caso Noemi” prima, e della “scossa di Bari” poi - ha esortato politici e stampa a metter da parte le ostilità per evitare ripercussioni sull’immagine dell’Italia alla vigilia di un evento di rilevanza internazionale come quello del G8 abruzzese.
L’accoglienza dei politici
L’appello è ovviamente stato accolto con favore da buona parte della classe politica italiana. A rimarcare la bontà delle parole di Napolitano, ad esempio, anche il presidente della Camera Gianfranco Fini (che pure in passato si era dimostrato critico nei confronti del leader del PdL): “Mai come in questa circostanza l’appello del presidente è puntuale e apprezzabile”.
Ma anche Emma Marcegaglia, leader di Confindustria, si è espressa a favore: “Sono d’accordo con lui: il G8 è un palcoscenico straordinario. Dobbiamo arrivarci tutti uniti, compatti, senza logiche che dividono, e senza situazioni che indeboliscono il nostro Paese”.
Il “no” di Di Pietro (e gli altri)
Non sono mancate, tuttavia, le prevedibili posizioni critiche da parte dei vari esponenti dell’opposizione, ormai in lotta aperta con l’esecutivo Berlusconi. Il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, ha infatti affermato che per quanto nutra un “profondo rispetto” per la carica ricoperta da Napolitano, “non reputa accoglibile l’appello”.
Ancora più duro ci è andato Antonio Di Pietro, come d’abitudine e come il suo elettorato antiberlusconiano dell’IdV si aspetta, invitando il Capo dello Stato a non guardare “il dito ma la luna”: “Non vogliamo fare polemiche, ma ci riferiamo a fatti”.
Gli stessi fatti citati questa mattina da Massimo Giannini, che nel suo editoriale odierno su Repubblica rinfaccia a Napolitano che “dove esistono i fatti c’è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere tregua”.
Una tregua in bilico
Date le premesse, insomma, c’è da chiedersi se davvero tregua sarà, e quanto questa potenziale pace mediatica possa durare. Quella del G8 è un’occasione troppo ghiotta per i detrattori del premier, per lasciarsela sfuggire: non a caso gli scandali e le accuse mediatiche si sono moltiplicate al suo avvicinarsi.
Le opinioni della Rete
Napolitano è Napolitano
“A chi si era illuso di poter attuare una replica del ‘94, Napolitano ha detto che non si presterà a questi intrighi. Insomma, Napolitano non è Scalfaro, e neppure Scalfari.”
Legno Storto » Napolitano non è Scalfaro (i)
Con i se e con i ma
“E’ tardiva la preoccupazione per le cattive figure, richiamando (solo) l’informazione al senso di responsabilità, in presenza di un irresponsabile Presidente del Consiglio che (senza tregua) sistematicamente calpesta e si fa beffe delle Istituzioni e che da un po’ di tempo ci mostra il letto grande in piazza. Altro che buco della serratura.”
La montagna incantata » Senza Tregua
Il chissenefrega di Repubblica
“Dopo il cazziatone presidenziale, a Repubblica serpeggia la delusione. Toni bassi, sguardi cupi, tristezza. [...] Quelli di Repubblica [...] respingono il logico e saggio monito di Napolitano, perché “dove esistono i fatti c’è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere tregua”. Complimenti, a pochi giorni dal G8, con tutti gli occhi del Mondo rivolti all’Italia, l’odio per Berlusconi prevale su tutto, compresi i caldi inviti del Quirinale a preservare quel poco di immagine internazionale che ci rimane.”
Daw » Napolitano? E chi se ne frega

Coesione: è quello che serve più che mai all’Italia. Lo ricorda e lo chiede il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio agli italiani in occasione della Festa della Repubblica (qui il testo integrale e il VIDEO). “Basta guardare alla realtà senza paraocchi, per vedere che c’è bisogno, come ho detto e non mi stanco di ripetere, di più coesione nel paese - dice Napolitano -, dinanzi alla crisi e alle tensioni che scuotono il mondo”.
L’Italia è unita e si è dimostrata tale davanti a molte situazioni difficili e nonostante l’incessante muro contro muro della politica. Ne è convinto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel messaggio agli italiani per il 2 giugno ricorda come il Paese si sia rivelato unito di fronte all’emergenza del terremoto in Abruzzo. Ma non solo.
L’Italia, ha spiegato Napolitano, “si è ritrovata unita negli ultimi mesi nel celebrare il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazifascismo, del ritorno alla pace, alla libertà e all’indipendenza ; si è ritrovata unita nel rendere omaggio alle vittime del terrorismo, delle stragi, della violenza politica di ogni colore; si è ritrovata unita nel ricordare con gratitudine gli eroici magistrati e appartenenti alle forze di polizia caduti nella lotta contro la mafia”.
“Sono stati - ha sottolineato il presidente - altrettanti segni di unità del paese attorno a valori di democrazia e di solidarietà propri della nostra Costituzione. Segni di unità tanto più importanti quanto più sono aspre le contrapposizioni politiche e istituzionali, soprattutto in periodo elettorale”.
Riforme nel rispetto dei ruoli e delle prerogative di tutti gli attori sulla scena politica è quello che chiede il presidente della. Il capo dello Stato spiega che, “specie per prendere finalmente la strada delle riforme necessarie al paese e al suo sviluppo, c’è bisogno di più coesione sociale e nazionale”. Tutto questo deve avvenire “nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali; nel libero e civile confronto tra le diverse opinioni”.
“Sono convinto” conclude Napolitano “che sia questo un auspicio diffuso tra gli italiani. Di certo è il mio augurio nell’interesse della Repubblica che oggi festeggiamo perché dal 2 giugno del 1946 con essa si identifica la nostra patria”.
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Si chiamavano Bruno Muntoni, 58 anni (sposato e padre di tre figli), Daniele Melis e Pierluigi Solinas, entrambi 30enni, tutti di Villa San Pietro, i tre operai della ditta “Comesa srl” morti nel primo pomeriggio nell’impianto di desolforazione MHC1 dello stabilimento della Saras di Sarroch. Si tratta di un’enorme cisterna capace di contenere fino a 100mila litri di gasolio in lavorazione. Secondo le norme di sicurezza, due operai devono restare all’esterno mentre gli altri procedono materialmente con l’intervento.
Una prima ricostruzione dell’incidente è stata fornita dai colleghi di lavoro delle vittime. Un primo operaio si sarebbe sentito male intorno alle 13.30, il secondo avrebbe chiesto aiuto ai due rimasti all’esterno: tutti sarebbero quindi entrati nella cisterna, ma solo uno ne è uscito vivo. Gli altri tre sono stati stroncati dalle esalazioni tossiche sprigionatesi dai residui delle lavorazioni. I vapori letali non gli hanno lasciato scampo. Alla squadra apparteneva un quarto collega, Mario Salonis, intossicato anche lui, ma sopravvissuto. Immediatamente soccorso, è stato trasportato all’ospedale Brotzu di Cagliari per accertamenti, ma le sue condizioni non sono preoccupanti. Era un’operazione consueta quella ordinata questo pomeriggio ai operai: pulire un serbatoio. Ma la routine si è trasformata in tragedia.
I medici del 118 ma non hanno potuto che constatare il decesso in attesa del medico legale, che dovrà accertarne le cause, e del magistrato di turno cui spetterà il compito di indagare sull’incidente. Da diverse settimane sono in corso una serie di interventi di manutenzione programmata sugli impianti.
Prima delle 14 è scattato l’allarme in tutta la raffineria: i dipendenti sono stati invitati a mettere in sicurezza gli impianti e ad abbandonare lo stabilimento. Almeno 200-300 operai hanno saputo attoniti della morte dei loro colleghi.
Appresa la notizia del mortale incidente sul lavoro avvenuto alla raffineria sarda, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dalla prefettura di Firenze, si è messo in contatto con il prefetto di Cagliari per avere ragguagli sulla dinamica del grave infortunio. Il capo dello Stato ha pregato il prefetto di esprimere ai familiari delle vittime la sua vicinanza e il suo cordoglio a nome di tutto il Paese. In omaggio agli operai il presidente della camera Gianfranco Fini ha voluto osservare un minuto di silenzio in aula. Il presidente della Camera Gianfranco Fini presente all’incontro “Lavoro che cambia” a Montecitorio ha chiesto un minuto di silenzio in memoria dei tre operai: “Credo si doveroso per tutti alzarsi in piedi e commemorarli come si deve” ha detto Fini, ricordando di aver appreso della “ennesima tragica notizia” del decesso che “secondo le prime ricostruzioni” riguarda tre lavoratori “che stavano lavorando in un ambiente chiuso, saturato dalle esalazioni”. Raggiunto dalla notizia dell’incidente nello stabilimento della Saras, il presidente della Regione Ugo Cappellacci ha immediatamente sospeso la riunione che stava presiedendo a Cagliari e ha deciso di recarsi subito sul posto. “È una tragedia immane”. “Il tragico incidente avvenuto negli stabilimenti della Saras ci colpisce duramente. A nome mio e di tutto il Partito democratico esprimo profondo cordoglio e vicinanza alle famiglie degli operai morti nell’incidente. Perdere la vita esercitando un proprio diritto è una cosa inaccettabile: ora è necessario che sia accertata con rapidità la causa e le eventuali responsabilità”, afferma in una nota il segretario del Pd, Dario Franceschini.
Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato per domani uno sciopero di otto ore, l’intera giornata lavorativa, nello stabilimento Saras di Sarroch. Dalle 6 i lavoratori dell’area industriale, circa 3.000 persone, aderenti alle tre sigle sindacali si asterranno dalle attività. Lo sciopero riguarderà tutte le categorie operanti nella zona: chimici, metalmeccanici ed edili. “L’Italia deve reagire contro il senso di ineluttabilità che sembra accompagnare le morti sul lavoro altrimenti, per il paese, sarà una sconfitta civile e morale”, è stato il commento del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. “Se il senso di ineluttabilità prenderà il sopravvento, ha detto il leader della Cgil, “ci sarà una sconfitta morale, civile e culturale di un’intera comunità”.
La Saras con il suo stabilimento di Sarroch è un operatore leader nel settore della raffinazione in Europa con una capacità di 300.000 barili al giorno. Lo stabilimento della Saras, fondata da Angelo Moratti nel 1962, inizia l’attività nel 1965. Le migliorie apportate ad alcuni impianti negli anni 2000 hanno consentito alla raffineria di incrementare la capacità di conversione in prodotti a maggiore valore aggiunto, ovvero la produzione di diesel a scapito di olio combustibile, per circa 150.000 tonnellate all’anno.
Nello stabilimento vengono realizzate tutte le operazioni necessarie per trasformare gli idrocarburi presenti nel petrolio greggio nelle differenti tipologie di prodotti petroliferi. Il 53% della produzione è destinato al mercato italiano (di cui il 23% al mercato sardo); della restante quota del 47% destinato all’esportazione, circa un terzo è stato venduto in Spagna. “Gli investimenti annui per tecnologie, interventi e formazione su ambiente e sicurezza, sono rilevanti - spiega il sito ufficiale Saras - la tutela della salute, la sicurezza sul lavoro e la salvaguardia ambientale, rappresentano obiettivi prioritari e irrinunciabili”.
Per questo “la raffineria è munita delle migliori dotazioni di sicurezza, fra cui sistemi di regolazione dei processi in Sala Controllo, sistemi antincendio fissi e mobili, rilevatori di incendio e di sostanze tossiche nelle aree di produzione e movimentazione, valvole di sicurezza con convogliamento al sistema-torcia e bacini di contenimento dei serbatoi”.
Il presidente e l’amministratore delegato della Saras, Gianmarco e Massimo Moratti, si recheranno in serata in Sardegna da Milano, per visitare lo stabilimento. Dove si trovano già il direttore generale, quello finanziaria e quello del personale. In un comunicato la società esprime “Profondo dolore per la tragedia”.
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Approvato il ddl sicurezza dalla Camera (ora andrà al Senato) il premier, Silvio Berlusconi, esce dall’Aula e conversa con i giornalisti in Transatlantico dicendosi “soddisfatto per l’approvazione di una legge lungamente approfondita e assolutamente necessaria perché dobbiamo affrontare questo fenomeno dell’immigrazione con tutto il buon senso necessario per non lasciare la situazione che si era instaurata con i governi della sinistra”. Una sinistra che per il Cavaliere incentivava “l’immigrazione clandestina con le frontiere spalancate”. E allora ecco spiegata la fiducia sul ddl sicurezza che “è un segnale, un deterrente, per non trasformare l’Italia nell’approdo di molte persone che sarebbero venute in Italia e in Europa senza avere le necessarie possibilità di accoglienza”.
Poi risponde anche al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che aveva parlato in mattinata di rischi di xeonofobia dicendosi “da sempre contro la xenofobia. Da parte nostra - ha aggiunto Berlusconi – c’è sempre stato un atteggiamento di netto contrasto nei confronti di ogni espressione di xenofobia”. Ma Berlusconi smentisce anche di aver ricevuto critiche dalla Cei: “Non sono a conoscenza di queste critiche”, anzi dice di parlare spesso con i vertici della Conferenza Episcopale e ho sempre trovato un’accoglienza positiva da parte loro”.
E allora l’Italia avanti con la linea dei respingimenti: “Lo fanno anche gli altri paesi. I respingimenti” ha detto il Cavaliere “sono nell’ambito delle direttive europee, sono necessari per quella deterrenza senza la quale non si riesce a superare l’empasse che era stata costituita precedentemente dalla sinistra”. E quindi, come annunciato ieri dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, la linea italiana sarà quella di far sì che i richiedenti asilo facciano richiesta in Libia e non una volta approdati sulle nostre coste. Tanto più, sottolinea il presidente del Consiglio, “che la Libia ha avuto la presidenza del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. In Libia c’è l’Onu, quindi non vedo perché non si possano identificare i migranti nel Paese africano”.
Berlusconi poi, rispondendo indirettamente al segretario Pd, Dario Franceschini, che in Aula aveva accusato il governo di ‘inseguire i sondaggi’, ha rivelato che gli italiani sono con lui: “Il 76% degli italiani è d’accordo con l’azione del governo sull’immigrazione”. E per questo ribadisce di avere una concezione dell’immigrazione radicalmente diversa dalla sinistra: “Loro vogliono le porte spalancate all’immigrazione clandestina. Noi socchiuse solo per fare entrare chi vuole venire in Italia trovando la possibilità di un lavoro e
integrandosi nei nostri costumi, nelle nostre leggi e tradizioni”.
Prima di lasciare la Camera il Cavaliere trova il tempo per rispondere alle indiscrezioni di stampa (soprattutto inglese) che vogliono Carlo Ancelotti prossimo mister del Chelsea: “Della questione non me ne sono mai interessato”. Quindi ha smentito di aver mai detto che fosse colpa dell’allenatore rossonero se il Milan quest’anno ha perso lo scudetto: “Mi si attribuiscono dichiarazioni rese a destra e a sinistra ed io cado dalle nuvole”.
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È con una certa durezza che il Colle entra nel dibattito su immigrati e respingimenti. Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esiste il rischio del “diffondersi di una retorica pubblica che non esita - anche in Italia - ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia”.
Intervenendo alla ventesima edizione della Conferenza annuale del Centro Europeo delle Fondazioni Napolitano ha anche parlato della crisi economica internazionale, sostenendo che “la crisi non ha ancora generato tutti gli effetti di povertà”.
Per il Capo dello Stato la crisi economica globale impone un maggiore impegno nella lotta contro la povertà, che rischia di aggravarsi ed estendersi. Per questo richiede iniziative pubbliche e private di prevenzione: una mobilitazione a tutti i livelli, da quello europeo a quello nazionale.
Napolitano ha evidenziato come povertà e disuguaglianza siano “strettamente connesse” e che quindi “le misure rivolte a ridurre la povertà e quelle contro l’esclusione sociale devono andare di pari passo”. Secondo Napolitano, “solo in questo modo si può evitare che coloro che si trovano in fondo alla scala sociale
rimangano confinati in quella posizione”. Questo, avverte il presidente della Repubblica, “è tanto più importante nei nostri paesi dove le differenze in termini di origini etniche, religiose e culturali sono aumentate”. Qui, prosegue, “il rischio che queste differenze si traducano in un fattore di esclusione è sempre presente ed è aggravato dal diffondersi di una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia”.
Di fronte alla crisi economica che allarga l’area delle povertà e i rischi di intolleranza, Giorgio Napolitano indica l’Europa come uno dei soggetti che devono scendere in campo per lottare contro l’impoverimento, non solo in Europa ma in tutto il mondo, a cominciare dall’Africa dove secondo stime recenti del Fondo monetario internazionale 90 milioni di esseri umani rischiano di precipitare sotto la soglia di povertà a causa della crisi.
“Il processo di integrazione europeo attraverso un momento difficile” ha detto Napolitano “ma non si può negare una permanente inadeguatezza delle istituzioni europee e delle azioni comuni europee”. Occorre lavorare a “un’Europa politica davvero integrata” e a “costruire in Europa una società civile e una sfera pubblica che evolvano nel tempo fino a diventare una vera e propria comunità politica”.
“Se si vuole far fronte alle sfide che provengono dalla povertà vecchia e nuova e dalle disuguaglianze inaccettabili fra le nazioni e al loro interno, non possiamo certo rispondere con la mera conservazione e la difesa degli interessi nazionali”. “Abbiamo bisogno” ha aggiunto - di elaborare strategie innovative, nuovi metodi. Le fondazioni possono essere utili in questa funzione. La progettazione e la valutazione di nuove soluzioni non spetta esclusivamente alla politica. È una funzione che in società molto differenziate deve scaturire dal dialogo e dalla collaborazione tra tutti gli attori sociali”.
Dell’Europa, del suo ruolo, dell’aiuto che dovrebbe e potrebbe dare in tema di immigrazione, ha parlato anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni, nel corso della cerimonia di consegna alle autorità Libiche, di tre motovedette per fare i pattugliamenti: “L’Italia è in prima linea nella lotta all’immigrazione clandestina, noi investiamo le nostre risorse per proteggere anche i paesi europei, ma vogliamo che la Ue prenda decisioni che finora non ha preso e aiuti i paesi più esposti su questo fronte”. Oggi, ha continuato il responsabile del Viminale: “è una giornata importante ed è una ulteriore tappa della svolta iniziata nella lotta all’immigrazione clandestina”. “Le forze dell’ordine italiane” ha spiegato il ministro “hanno molti strumenti a disposizione per il contrasto all’immigrazione clandestina, ma non sono sufficienti se manca la collaborazione internazionale che è indispensabile per contrastare il traffico di essere umani, il più indegno che ci sia”. Le sei unità che saranno cedute alla Libia, “costituiranno un sistema di controllo e sorveglianza che si aggiunge ai mezzi navali italiani presenti nelle acque internazionali e a quelle europee”. trova tempo, Maroni, anche di rispondere alle critiche mosse dalla Cei sul ddl sicurezza: “Si sono dette cose infondate, bisogna leggerlo ed allora tanti pregiudizi cadranno”.

Cesare Battisti sarebbe pronto a suicidarsi pur di non rientrare in Italia: “Non andrò in Italia, non arriverò vivo in Italia, ho troppa paura. Ci sono cose che si possono ancora scegliere, come il momento della propria morte”. Parola dell’ex terrorista rosso scappato prima in Francia, poi in Brasile, dove è attualmente in carcere in attesa di sentenza sulla propria estradizione. Battisti è stato intervistato dalla tv franco-tedesca Arte.
“Non penso che lascerò scegliere la mia morte agli altri, all’ingiustizia del governo italiano” ha aggiunto Battisti, intervistato nella sua cella di Papuda, vicino a Brasilia. L’ex Pac dice poi alla televisione Arte di vivere molto male la reclusione e ribadisce la sua innocenza: “dopo 30 anni” ha detto “mi mettono in prigione per crimini che non ho mai commesso. Non ho mai ucciso, ma ho fatto parte di un’organizzazione armata, ho fatto delle rapine, ero un militante qualunque e mi hanno fatto diventare un mostro, un assassino”.
Ma se l’intervista ha una data già fissata (sarà trasmessa sulla rete franco-tedesca sabato 16 maggio, alle 19), resta invece in bilico la decisione del Brasile sulla sorte dell’ex terrorista rosso: libertà o estradizione in Italia? Il Brasile di Lula va per le lunghe e a nulla sono valsi i ripetuti appelli del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’ultimo, in ordine di tempo sabato 9 maggio, nel corso del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo: “Di recente ho dovuto mostrare rigore nei rapporti con i capi di Stato di Francia e Brasile per trattamenti incomprensibilmente indulgenti riservati a terroristi condannati per fatti di sangue e da lungo tempo sottrattisi alla giustizia italiana”, così aveva detto il presidente riferendosi evidentemente ai casi di Marina Petrella e Cesare Battisti. Sui quali Napolitano ha aggiunto: “Spero che la mia voce sia ascoltata”.
L’ultima notizia giunta dal Sud America segna un punto a favore dell’ex militante dei Pac: il Procuratore generale del Brasile ha dato ragione al ministro della Giustizia Tarso Genro, che a suo tempo aveva concesso a Battisti l’asilo politico. “Cesare Battisti resti in carcere”, recita il parere inviato al Tribunale Supremo Federale del Brasile (Stf, la Corte Costituzionale brasiliana), da parte del procuratore generale Antonio Fernando de Souza.
Nel suo parere il procuratore de Souza ha considerato invece che tali reati non sono ancora prescritti e ha anche suggerito che il processo presso il Stf sia estinto anche prima di essere giudicato, facendo sua la richiesta presentata dal nuovo legale di Battisti, l’avvocato costituzionalista Luis Roberto Barroso: “Ritengo non procedente l’azione e mi manifesto prima ancora che sia giudicata chiedendo l’estinzione del processo”, scrive De Souza nel documento inviato al Supremo Tribunal. Per De Souza, l’atto di concessione dell’asilo è politico e espressione della sovranità dello Stato brasiliano.
Il parere del procuratore generale, va detto, è solo consultivo, e non vincolante, rispetto alla decisione finale che dovrà emettere proprio il Supremo tribunal federal, assai più indipendente. E che dalle indiscrezioni dei mesi scorsi appare spaccato al suo interno: il presidente Gilmar Mendes, per esempio, ha sempre detto di essere favorevole al “rimpatrio” di Battisti. Dall’altra parte però pesa la scelta del ministro della Giustizia di Lula, Tarso Genro, che lo scorso 13 gennaio ha concesso lo status di rifugiato politico all’ex terrorista. La partita è ancora tutta da giocare e il fatto che Battisti sia ancora in cella fa ben sperare le autorità italiane: di fatto il braccio di ferro fra la magistratura e il potere politico brasiliano è ancora in corso. La decisione finale arriverà nelle prossime settimane
E intanto dall’Italia partono altre bordate: “Quella di Battisti è una sfrontatezza senza limiti. Se davvero meditava il suicidio avrebbe potuto pensarci dopo gli omicidi da lui commessi”, commenta il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
Il Giorno della memoria, dedicato alle vittime del terrorismo, quest’anno al Quirinale ha avuto un valore ancora più importante. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva auspicato la chiusura della stagione di odio e rancore. E in questo clima oggi si sono incontrate per la prima volta dopo quarant’anni Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli, e Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi.
“Finalmente, dopo 40 anni, possiamo stringerci la mano e guardarci negli occhi. Finalmente due famiglie si ritrovano”. Gemma Capra, vedova di Luigi Calabresi, si china sorridente verso Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli, seduta in seconda fila, nel salone dei Corazzieri al Quirinale, pochi istanti prima che inizino le celebrazioni del Giorno della memoria per ricordare le vittime del terrorismo. Licia Pinelli non si alza, vista anche l’avanzata età, ma ricambia il sorriso e risponde: “Fingiamo che non siano passati tutti questi anni”. È stata una giornata “intesa e ricca di emozioni”, ha riferito all’agenzia Ansa la signora Calabresi, accompagnata dal figlio Mario al Quirinale. Terminata la cerimonia le due donne sono state ricevute dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Poi, prima di salutarsi e dopo aver “parlato di figli e nipoti”, una promessa reciproca: “Ci rivedremo presto. La signora Pinelli”, fa sapere Gemma Capra Calabresi, “mi ha invitata a casa sua”.
Il capo dello Stato nel suo discorso ha accomunato “nel rispetto e nell’omaggio i familiari di tutte le vittime di una stagione di odio e di violenza” e ha rivolto un particolare ricordo alla “figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine”. Poi ha precisato: “Qui non si vuole rimettere in questione un processo, qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendola alla rimozione e all’oblio. Grazie”, ha detto con voce commossa Napolitano, “signora Pinelli per aver accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi”.
“Non si possono gettare indiscriminati e ingiusti sospetti sull’operato di quanti indagarono e in particolare sull’operato della magistratura” anche se i processi per nei gravi fatti di terrorismo “rimasero spesso non determinate le cause sul piano dei profili di responsabilità individuali e non solo”, ha detto il presidente della Repubblica. Su questo aspetto ha invitato tutti a soffermarsi sulla valutazione storica. “È parte dolorosa della storia italiana delle seconda metà del ‘900 anche quanto è rimasto incompiuto nel cammino della verità e delle giustizia. Il nostro Stato democratico porta su di se questo peso”.
Poi Napolitano ha rivendicato “attenzione e rigore” nelle azioni che ha promosso di recente per assicurare alla giustizia italiana il terrorista Cesare Battisti che ha ottenuto una formula vicina all’asilo politico in Brasile, paese che non ha concesso l’estradizione verso l’Italia. Il capo dello Stato pur senza citare espressamente i loro nomi, ricorda i casi di Cesare Battisti in Brasile e Marina Petrella in Francia. “Attenzione e rigore ho dovuto mostrare in tempi recenti nell’esercizio delle mie funzioni”, ha spiegato, “nei rapporti con i capi di Stato della Francia e del Brasile per trattamenti incomprensibilmente indulgenti riservati a terroristi condannati per fatti di sangue e da lungo tempo sottrattisi alla giustizia italiana”.
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Non abbassare la guardia. Anzi, tenerla ancora più alta. Soprattutto in questi tempi di crisi. Perché le aziende in difficoltà, quelle cioè che stanno risentendo di più delle turbolenze economiche mondiali, potrebbero finire nelle braccia della mafia.
L’allarme, basato sulle parole del procuratore antimafia Piero Grasso, lo aveva lanciato Panorama (qui e qui) qualche settimana fa. E ora il monito viene ribadito dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 157esimo anniversario di fondazione della polizia: Il Presidente della Repubblica avverte: “Esiste il rischio che le organizzazioni di stampo mafioso possano approfittare dell’attuale crisi per acquisire il controllo di aziende in difficoltà, con una invasiva presenza in tutte le regioni del Paese”. “Il livello di attenzione” aggiunge “dovrà essere mantenuto sempre”. Napolitano riconosce comunque, nel suo messaggio, alle forze dell’ordine di aver conseguito “brillanti risultati”. “Straordinari” afferma “quelli nella lotta alla criminalità organizzata, con la disarticolazione di organizzazioni criminali fortemente radicate in alcuni territori e con la cattura di pericolosi latitanti, anche all’estero, grazie a sapienti strategie di cooperazione internazionale. In tale ottica determinante potrà essere l’armonizzazione delle legislazioni per consentire di aggredire i patrimoni illeciti anche al di fuori dei confini nazionali, affermando la forza della legge e l’autorità dello Stato”.
Napolitano ha parlato anche di immigrazione, un tema sul quale nelle ultime settimane si è infiammato il dibattito politico. Secondo il capo dello Stato, è necessario “privilegiare la cooperazione internazionale” tra le forze di polizia “anche nel contrasto dell’immigrazione clandestina e della criminalità straniera sul territorio nazionale, che rischiano di ingenerare una diffusa percezione di insicurezza e preoccupanti fenomeni di intolleranza”. “E proprio alla crescente domanda di sicurezza” aggiunge Napolitano “la Polizia di Stato corrisponde intensamente, in sinergica collaborazione con le altre Forze di Polizia statali e locali”.
“In questo contesto particolarmente meritoria è l’attività del Servizio Controllo del Territorio e delle sue articolazioni, che ha motivato il conferimento della Medaglia d’oro al Merito Civile alla Bandiera della Polizia di Stato. L’abnegazione, lo spirito di sacrificio e la professionalità degli operatori di Polizia hanno trovato ulteriore, unanime riconoscimento nella delicata attività di soccorso e di presidio della legalità nelle località dell’Abruzzo colpite dal recente sisma. Nel rendere omaggio a tutti coloro che hanno portato all’estremo sacrificio l’attaccamento al dovere e lo spirito di appartenenza all’Istituzione, rinnovo ai familiari la solidale vicinanza dell’intera Nazione”.
“Con questi sentimenti” conclude “invio a tutti gli appartenenti alla Polizia di Stato e ai loro familiari, che ne condividono rischi e sacrifici, le più vive espressioni di apprezzamento e di augurio”.
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