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Scontro Giornale-Avvenire: battaglia a mezzo stampa, con risvolti politici

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Battaglia a mezzo stampa, con risvolti politici. Protagonisti: il direttore de il Giornale, Vittorio Feltri, e il direttore di Avvenire, Dino Boffo.

Feltri all’attacco
Comincia Feltri, che in un editoriale esprime l’intento di “smascherare” i cosiddetti “moralisti” che hanno attaccato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, su vicende di carattere privato: “Mai quanto nel presente periodo” scrive Feltri, nell’editoriale di prima pagina sul Giornale “si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli. Dispiace, ma bisogna farlo affinché i cittadini sappiano da quale pulpito vengono certe prediche“. Il quotidiano della famiglia Berlusconi ha pubblicato oggi in prima pagina la notizia di una presunta vicenda giudiziaria, in cui il direttore di Avvenire, secondo il Giornale, sarebbe stato coinvolto.

La difesa di Boffo
E Boffo? Questa la sua reazione: “Diciamo le cose con il loro nome: è un killeraggio giornalistico allo stato puro”, scrive il direttore del quotidiano della Cei. “La lettura dei giornali di questa mattina mi ha riservato una sorpresa totale, non tanto rispetto al menù del giorno, quanto riguardo alla mia vita personale. Evidentemente Il Giornale di Vittorio Feltri sa anche quello che io non so, e per avvallarlo non si fa scrupoli di montare una vicenda inverosimile, capziosa, assurda“. Boffo conclude: “Al direttore del Giornale ora l’onere di spiegare perché una vicenda di fastidi telefonici consumata nell’inverno del 2001, e della quale ero stato io la prima vittima, sia stata fatta diventare oggi il monstre che lui ha inqualificabilmente messo in campo”.
Schierata a fianco del direttore del giornale cattolico la Cei, che in una nota dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, conferma “piena fiducia” a Dino Boffo che dirige Avvenire “con indiscussa capacità professionale, equilibrio e prudenza”.

La controreplica di Feltri
A stretto giro di posta arriva anche la controreplica di Feltri: nessun killeraggio ma solo la trascrizione “di un documento del casellario giudiziario, cioè pubblico”. “Abbiamo semplicemente ricordato” prosegue Feltri “che Boffo ha dovuto rispondere in tribunale di una vicenda, che si è conclusa con patteggiamento e ammenda, e che risulta in modo chiaro dal casellario giudiziario di Terni. Ebbene, questa vicenda attiene alla sfera dei comportamenti sessuali”.

Risvolti politici
Ma essendo la vicenda capitata alla vigilia del gran giorno della “Perdonanza Celestiniana” dell’Aquila, dove tutto era pronto per la cena che avrebbe visto allo stesso tavolo il premier Silvio Berlusconi e il segretario di Stato vaticano cardinal Tarcisio Bertone, il caso ha messo in fibrillazione anche il mondo politico. Tanto che più d’uno si è spinto a collegare lo scontro Feltri-Boffo con la notizia, della sala stampa vaticana, che la cena “è stata annullata”. Nella stessa nota anche l’annuncio della decisione del presidente del Consiglio di delegare, quale rappresentante del governo alle celebrazioni, il sottosegretario Gianni Letta. L’incontro era stato interpretato dagli osservatori politici come una nuova riconciliazione dopo lo strappo della Lega con la chiesa sull’immigrazione, e dopo le tante critiche rivolte al governo dai giornali vicini al Vaticano.

Di fatto, a fianco del direttore Boffo si è schierato anche il presidente del Consiglio Berlusconi: “Il principio del rispetto della vita privata è sacro e deve valere sempre e comunque per tutti. Ho reagito con determinazione a quello che in questi mesi è stato fatto contro di me usando fantasiosi gossip che riguardavano la mia vita privata presentata in modo artefatto e inveritiero. Per le stesse ragioni di principio non posso assolutamente condividere ciò che pubblica oggi il Giornale nei confronti del direttore di Avvenire e me ne dissocio”.

Matrimonio senza patrimonio: se la fusione dei partiti non è in comunione di beni

fassino e rutelli

Che fine ha fatto il patrimonio dei partiti della seconda repubblica? Sezioni, cimeli storici, opere, palazzi e persino giornali. In tempi di crisi, insomma, anche la politica mette al sicuro i gioielli di famiglia. I primi a farlo sono stati i Ds. Ora ci sta pensando An. Il Pd e il Pdl hanno unito e semplificato, a sinistra e a destra, la politica italiana, ma con la separazione dei beni.
Fioccano, difatti, le fondazioni, a volte think thank, come “Fare Futuro” di Gianfranco Fini e “Italianieuropei” di Massimo D’Alema, ma spesso vere e proprie casseforti per custodire i beni di due partiti che hanno attraversato il ‘900, come Ds e An. La spiegazione? La dà Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, intervistato due anni fa all’ultima Festa dell’Unità di Reggio Emilia, mentre stava progettando la messa in sicurezza (come disse anche a Panorama) del patrimonio diessino nel futuro Pd. “Chi ha avuto la ventura di celebrare matrimoni civili sa che quando si presentano davanti al sindaco un uomo e una donna che non hanno nulla, e il sindaco gli dice: ‘Fate la comunione dei beni o la separazione dei beni?’, non sanno nemmeno cosa significhi quella domanda. Ma se quei due, quell’uomo e quella donna che si presentano, hanno qualche cosa, sicuramente fanno la separazione dei beni. È così, il 90% è così”. “Questo perché non ci si fida?”, chiedeva l’intervistatore malizioso. “Sono matrimoni d’amore, però con separazione dei beni”, rispose Sposetti. “Non ci si fida l’uno dell’altro…”, continuò il cronsita. “Nooo… è una cosa che… Meglio fare così. Meglio stare all’erta”. I partiti della seconda repubblica, infatti, non si sono fidati.
Sposetti, il cognome un programma, ex sindaco di Bassano in Teverina (Viterbo) per due mandati consecutivi, di matrimoni ne ha celebrati parecchi e quando è stato nominato tesoriere dei Ds ha traghettato l’ingente patrimonio della storia del Pci – Pds -Ds in 50 fondazioni create ad hoc. Un vero e proprio tesoretto da custodire, formato da 2399 immobili per un valore stimato in almeno mezzo miliardo di euro. Senza contare un cospicuo numero di cimeli e donazioni, con oltre quattrocento opere d’ arte, a cominciare dal celebre quadro di Renato Guttuso “I funerali di Togliatti”.
Ma c’è pure chi, dall’unione, ci ha guadagnato. Come la Margherita, che in eredità aveva ben poco: l’unico bene da tutelare era il giornale di partito, Europa, perché tutti gli immobili erano stati presi in locazione, compresa la sede di via San Andrea delle Fratte, diventata poi quartier generale dei Democrats che vantano tre fondazioni di peso, come Fondazione White di Pierluigi Castagnetti, Astrid di Franco Bassanini ed Enrico Letta, e Fondazione Centro per un futuro sostenibile di Francesco Rutelli.
Nell’emiciclo opposto lo scenario non muta. Anche nel Pdl sposarsi è bene, ma separare il patrimonio è meglio. Il coniuge ricco, un po’ a sorpresa in questo caso, è Alleanza Nazionale che, con i suoi 63 anni di storia, è stata la prima a muoversi in anticipo. Chiuso il bilancio 2008 in attivo, ora sta facendo un censimento di tutte le proprietà per circa 300 - 400 milioni di euro: 100 appartamenti, sedi delle federazioni di An. Tra questi, i locali che ospitano la sede del partito e il quotidiano ‘Il Secolo d’Italia’, ora organo vicino al Pdl, in via della Scrofa. Una fondazione, dal nome Fondazione Alleanza Nazionale, gestirà l’intero patrimonio, il simbolo della fiamma tricolore e l’archivio storico nazionale della destra. “La sua sede sarà quella storica di via della Scrofa, al numero civico 39″, spiega Donato La Morte, memoria storica di An e parlamentare di lungo corso. Nessun problema, invece, per Forza Italia, l’altro coniuge del Popolo della libertà, che non ha blindato il patrimonio in fondazioni, perché non ha mai avuto immobili di proprietà. Tutto è sempre stato preso in affitto. A cominciare dalla sede storica di via dell’Umiltà, a Roma, vicino alla Fontana di Trevi. Stesso discorso per palazzo Grazioli, che il Cavaliere ha eletto a residenza -ufficio nella capitale. Per il resto, nel centro destra la maggior parte delle fondazioni sono think thank, come Magna Carta presieduta da Gaetano Quagliariello; Medidea, promossa dall’ex ministro dell’Interno e attuale presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu; Nuova Italia, che è presieduta dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno; Res Publica, che ha nel comitato Giulio Tremonti, e la Fondazione Craxi, diretta della figlia Stefania.

Panorama: edizione straordinaria con le immagini e i racconti sul terremoto

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Prc: Ferrero licenzia Sansonetti e avvia le pratiche del divorzio dai vendoliani

Ferrero caccia Sansonetti
A che prezzo. La battaglia per la direzione Liberazione è vinta da Paolo Ferrero: il neo segretario del Prc licenzia il direttore “eretico” Piero Sansonetti accoglie Dino Greco, ma accelera una scissione già annunciata.
Ecco la fotografia della riunione della Direzione del Prc, convocata proprio per chiudere la partita con il numero uno del quotidiano del partito. L’opposizione interna, che fa capo a Nichi Vendola e a Franco Giordano, si è dimessa in massa dal parlamentino dei neo comunisti, prefigurando in questo modo una spaccatura: non si è trattato solo di un gesto di solidarietà al giornalista, ma soprattutto di uno scontro politico su due opposte idee per il futuro della sinistra.
Ferrero, uscito vittorioso dal congresso con una risicata maggioranza del 53%, punta a difendere l’identità politica del Prc, pur nel confronto aperto con gli altri spezzoni dell’ex Arcobaleno; Vendola guarda invece all’unità della sinistra, principio da difendere, malgrado l’ultimo naufragio elettorale. Nel suo intervento in Direzione, il segretario ha sostenuto che non è in discussione la libertà del quotidiano, ma la scelta politica del suo direttore di schierarsi apertamente con la minoranza, in pratica di puntare alla scomparsa del Prc: “Tutto questo” ha detto Ferrero “è legittimo, ma non si può fare con i soldi del partito, anche perché Liberazione ha accumulato un debito di tre milioni e mezzo di euro”. Vendola ha contestato da Bari, con una dichiarazione, i “metodi brutali” di Ferrero, dimettendosi dalla Direzione per protesta: “È un partito in cui non riesco più a riconoscermi”. I toni del confronto hanno confermato una grande tensione, anche perché lo stesso segretario ha ammesso che una scissione ora rischierebbe di distruggere il partito. Nei corridoi della Direzione è volata più volte, e con la stessa reciproca durezza, un’accusa infamante: “Stalinista”. Più velate le accuse pronunciate dal palco, ma sempre alludenti agli orrori del socialismo reale. Così Giordano, poco prima di annunciare le sue dimissioni, ha accusato la maggioranza di “usare metodi ed argomenti che appartengono a tradizioni politiche e culturali del passato”.
La risposta del segretario è stata più diretta: “Stalinista io? Staliniano è questo modo della minoranza di usare la storia per legittimare o delegittimare il gruppo dirigente del partito”. Alla fine, il voto ha sancito la vittoria di Ferrero e il conseguente allontanamento di Sansonetti. L’ordine del giorno della maggioranza ha ottenuto 28 voti su 33 presenti. Due gli astenuti. Tre voti sono andati ad un documento di Franco Russo, in difesa del direttore del giornale del Prc. Il successore di Sansonetti sarà Dino Greco, sindacalista bresciano. Non essendo un giornalista dovrà essere affiancato da un vicedirettore iscritto all’albo, che la maggioranza deve ancora individuare. E Sansonetti? “Una situazione paradossale e un po’ grottesca” replica poco dopo il voto della Direzione. “Non hanno ancora trovato un giornalista che possa firmare il giornale… Mi dispiace molto, è la scelta di un partito che si sta rinchiudendo in una identità un po’ sovietica”.
La spaccatura del Prc non potrebbe essere più evidente, malgrado che Ferrero, al termine della Direzione, abbia invitato i ‘vendoliani’ a tornare sui loro passi. Ma l’appello è già caduto nel vuoto. Tutti gli occhi del Prc sono puntati ormai al convegno che la minoranza ha organizzato a Chianciano il 24 e 25 gennaio. Per ora è previsto solo un ampio confronto politico, ma tutti nel partito pensano che saranno le prove generali per la scissione.

Guerra per Liberazione: la testata “rossa” in crisi d’identità

Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà Sociale

Non c’è pace nella sinistra. E non si respira una bella aria a Liberazione. Il conflitto interno ruota attorno ad un nome: Luca Bonaccorsi, direttore editoriale del settimanale Left, interessato a rilevare il quotidiano guidato oggi da Piero Sansonetti. Apriti cielo, non se ne parla proprio, no allo “spauracchio di un compratore-choc”, non andremo mai con il “discepolo dello psicanalista Massimo Fagioli”, recita una nota del giornale.
Il cui direttore, ospitato da Repubblica, domenica si sfogava così: “Bonaccorsi accusa il manifesto di voler cancellare Liberazione, ma può essere lui il vero affondatore”. E ancora: “So che punta a una svolta a destra del quotidiano con una linea antifemminista e omofoba”. La soluzione migliore, per lui, poco gradito - diciamo così - al nuovo leader del partito, Paolo Ferrero, sarebbe un’altra: “Sto lavorando a un’associazione di chi lavora qui”, perché “possiamo prenderlo noi, il giornale”. Un’associazione che gestisca la testata, “insieme con un comitato di garanti, composto da figure illustri”.
Non si fa attendere la replica di Bonaccorsi: “Il comportamento di Sansonetti mi sembra inqualificabile e le sue affermazioni, che spero smentirà, gravissime. Io antifemminista e omofobo? Ormai siamo alle bugie palesi e alla diffamazione”. A questo punto, aggiunge, “è evidente che anche dentro Rifondazione c’è un caso Villari”. Cioè, Sansonetti rimane “aggrappato alla poltrona” pur “mettendo a rischio i lavoratori”.
A contendersi il quotidiano del Prc, ci sono insomma due diverse generazioni: quella del ‘68, guidata dal 60enne Sansonetti e quella che rifiuta il ‘68, pilotata dal 40enne Luca Bonaccorsi. “La mia battaglia la farò fino in fondo: posso vincere o perdere, ma non mi tiro indietro e spero che Ferrero consideri l’offerta formulata da me e altri colleghi alla pari con quella di Bonaccorsi”, dice Sansonetti. “Piero ha già perso, è l’unico che non se ne è ancora reso conto: la sua proposta d’acquisto? Come può essere credibile la proposta di risanamento fatta da chi ha portato Liberazione al disastro, a perdere 3,5 milioni di euro l’anno?”, nota Bonaccorsi vicino sia a Fausto Bertinotti che a Massimo Fagioli.

Non poteva mancare nel “dibattito” la voce del segretario del Prc. Sempre intervistato da Repubblica, Ferrero respinge le accuse dei suoi detrattori. Oggetto del contendere, il legame tra Bonaccorsi e lo psichiatra-guru Massimo Fagioli, “che debbo rispondere” attacca Ferrero “che siamo alla schizofrenia? Quanto è figo il guru Fagioli se Bertinotti va nella sua libreria ‘Amore e psiche’ nientemeno che ad aprire la campagna elettorale. Ma quanto è stronzo se invece incoraggia Bonaccorsi, che tratta con Ferrero per Liberazione”.
Ma l’ira di Ferrero non si ferma qui: “E non basta”, aggiunge. “Bonaccorsi” ricorda il leader del Prc “è l’editore di Alternative per il socialismo, la rivista di Bertinotti, bravissimo allora. Ha finanziato la riunione della minoranza, a Roma, a metà dicembre. Un grande. E fa Left, punto di riferimento per i vendoliani. Eccezionale. Poi, ne parlo io, e patatrac, tutti questi stessi compagni mi massacrano. Stalinista. Affossatore del giornale. Imbroglione”.
Ferrero non arretra nemmeno nel giudizio sull’attuale direzione del quotidiano, affidata a Piero Sansonetti, considerato un pasdaran dell’area Vendola: “Il buco di tre milioni e mezzo è già al netto del contributo per l’editoria”, sottolinea, e ricorda che “prima di Sansonetti del resto eravamo a diecimila copie. Ora circa a metà”.
Al di là di come andrà a finire, non è certo un bel viatico. Tanto più che ieri mattina, proprio sotto la redazione di viale del Policlinico, a dissentire sul progetto c’era pure la vincitrice dell’Isola dei famosi - osannata proprio per questo dal quotidiano del Prc - insieme al circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. “Bonaccorsi e Fagioli” attacca Luxuria “hanno criticato, tra l’altro, il fatto che Liberazione si sia occupata troppo di sesso. Non vorremmo ora essere costretti a rivolgerci all’Osservatore romano o all’Avvenire per parlare di questi temi, bensì continuare ad avere uno spazio su un giornale di sinistra, che ha sempre considerato la libertà sessuale come parte integrante della grande lotta per l’uguaglianza”.

Lotta continua in Prc sul futuro di Liberazione. E Vendola pensa di andarsene

Il presidente della regione Puglia Nichi Vendola

Non c’era proprio bisogno di mettere sul tavolo un altro motivo per ampliare la sempre più grave frattura tra i sostenitori del segretario Paolo Ferrero e quelli di Nichi Vendola, dentro Rifondazione. E che motivo: l’ultimo asset di Prc, il quotidiano Liberazione, diretto da Piero Sansonetti, messo in vendita.
Dopo l’ennesima lite sulla questione del quotidiano del partito, gli ex bertinottiani ora vendoliani, guidati dal governatore della Puglia se ne vanno dalla riunione e la maggioranza approva da sola un documento che potrebbe portare al rilancio, ma anche - sospettano i vendoliani - al fallimento e alla vendita del quotidiano del Prc.
La direzione, con all’ordine del giorno proprio il tema del giornale, che vive un periodo di rosso profondo, era stata convocata dopo che il comitato politico nazionale dello scorso weekend aveva in sostanza “sfiduciato” il direttore e chiesto un piano di ristrutturazione editoriale per portare il bilancio in pareggio nel 2009. Piano che poi è stato rigettato dalla direzione.
Non solo: sempre in direzione il segretario Ferrero ha avanzato l’ipotesi di una vendita del giornale spiegando che un editore “in queste settimane ha avanzato al sottoscritto l’intenzione di fare un’offerta per acquistare Liberazione, segnalando la propria disponibilità a mantenere gli attuali livelli occupazionali, a rilanciare la testata e mantenerlo giornale del Partito della Rifondazione comunista”.
Ferrero, attaccano però i vendoliani, non ha voluto rivelare l’identità di questo eventuale acquirente (”Tranquilli, non è Berlusconi”, avrebbe detto il segretario cercando, invano, di smorzare i toni) e chiedendo carta bianca per valutare la sua proposta, senza alcuna garanzia. Di qui l’abbandono della direzione e la denuncia da parte dell’area di “Rifondazione per la sinistra” di un atteggiamento “lesivo dei più ovvi criteri di trasparenza e persino legalità”. Non solo, i vendoliani denunciano la “scelta gravissima” che rivelerebbe la volontà di sfiduciare Sansonetti e far fallire il giornale. Tutta demagogia, è la risposta della segreteria (”Noi vogliamo il rilancio di Liberazione” e il nome dell’editore non è stato fatto in quella sede “per questione di riservatezza”, assicura Ferrero), che va avanti e fa approvare un documento che da mandato al segretario di valutare l’offerta avanzata. Documento che per i vendoliani è, puntualmente, nullo. La questione verrà nuovamente esaminata in direzione dopo che la segreteria avrà approfondito i termini di una eventuale offerta per la vendita del quotidiano. Certo è che, al di là del merito, il tema rischia di accelerare e rendere senza ritorno il percorso verso la scissione, già più volte ventilata dal gruppo guidato da Nichi Vendola.
Anche se un altro dei Betinotti boys, Gennaro Migliore replica: “Non siamo noi a volere la scissione, sono loro che ci vogliono cacciare…”.
Insomma, è “lotta continua”. Intanto oggi Liberazione non esce per sciopero e decide un pacchetto di altri quattro giorni di protesta se non ci sarà chiarezza su tutto, sulla bocciatura del piano industriale presentato, sull’offerta di acquisto, sul futuro della testata.

Liberazione in sciopero contro i padroni di Rifondazione

Il sito di Liberazione

Oggi in edicola c’è un quotidiano comunista in meno. La redazione di Liberazione ha deciso di scioperare contro i padroni. Padroni, ma sempre comunisti, s’intende.

Visto che l’editore del giornale è il partito di Paolo Ferrero. “Una giornata di sciopero immediato” ha annunciato il comitato di redazione in una nota “per denunciare il comportamento antisindacale della società editrice Mrc Spa e la perdurata mancanza di chiarezza, da parte del partito editore Rifondazione Comunista, sul futuro del giornale e sulla sorte di chi ci lavora”.

Lui, il segretario del Prc che ha vinto il congresso contro Vendola,dopo aver attribuiti le colpe alla gestione precedente (quella di Giordano, bertinottiano come Vendola) oggi ha dettoal cdr che: “Il Prc, come proprietario unico di Liberazione, deve fare tutto il possibile per il rilancio del giornale. La strada non e’ portare i libri in tribunale”, aggungendo di aver chiesto all’amministratore delegato della società editrice ”di incontrare il comitato di redazione dei giornalisti e dei lavoratori” del giornale, perche’ ”il percorso di crisi va gestito in modo chiaro e trasparente”. Poi ha auspicato: ”Vorrei che questa vicenda fosse affrontata senza caricarla di elementi politici”.

Ma la crisi di Liberazione, oltre che di copie e di numeri (lettori in calo e conti in rosso), è anche politica. Sul giornale pesa l’esito delle elezioni che ha tagliato fuori dal Parlamento Prc e un congresso che ha spaccato in due il partito.

E comunque, “da mesi” spiega il cdr di Liberazione “la redazione attende di conoscere, come è suo preciso diritto contrattuale, la reale situazione finanziaria del giornale mentre impazzano le voci più disparate e mai smentite sul deficit di bilancio e incombe lo spettro ulteriore del taglio pesantissimo dei finanziamenti pubblici ai giornali di partito e cooperativi. Da mesi i lavoratori aspettano di conoscere le intenzioni dell’editore sul futuro dell’impresa, sulla difesa di una voce quotidiana della sinistra e sulla sorte di sessanta posti di lavoro e dei molti collaboratori esterni non più retribuiti da diverso tempo”. “Nulla di tutto questo”, continua il cdr, è invece successo. Anzi, sottolinea la redazione: “Ancora nelle ultime ore l’editore ha negato qualunque informazione”.

C’è anche un blog, di lotta e di protesta, gestito dai giornalisti del quotidiano del Prc per raccogliere “documenti e testimonianze sulla lotta aperta contro la Liquidazione Comunista”. E di testimonianze ne arrivano, chiare e precise. “Non ci posso credere che il compagno Ferrero voglia licenziare 100 persone. devo ammettere che non sono un lettore di Liberazione, nè un elettore di rifondazione. Epperò, tutta la mia solidarietà ai lavoratori”, scrive un commentatore anonimo in calce al comunicato del Cdr.

L’Unità di Concita. Le bordate di Travaglio: a Veltroni

 Il nuovo direttore de l'Unità Concita De Gregorio

Non sarà una Unità color pastello e la striscia rossa rimarrà: prima riunione con la redazione per Concita De Gregorio, alla guida della testata di proprietà di Renato Soru. E prime rassicurazioni: l’ex firma di Repubblica ha incontrato il comitato di redazione, annunciando l’arrivo di Giovanni Maria Bellu e di Daniela Amenta. Cambierà il formato, il nuovo sarà a cura di Cases Y Associated. Il piano editoriale dovrebbe arrivare tra la prima e la seconda settimana di settembre. Sul giornale di domani dovrebbe uscire l’editoriale-saluto e sempre domani verrà modificata la gerenza che ancora per oggi riporta come direttore responsabile Antonio Padellaro.
In difesa del quale, al giornale fondato da Antonio Gramsci sono arrivate diverse lettere che esprimono disorientamento, pur augurando buon lavoro alla De Gregorio. “Sconcerto e preoccupazione per questo cambio che non capisco”, dice Silvia, mentre Guido propone di ripartire “dalla base Padellaro”. Mirella esprime “vivo rammarico” per l’addio del direttore uscente. “Sono arrabbiatissima”, si dichiara da parte sua Giovanna mentre Giusi ammette di provare “un senso di smarrimento”.
Rammarico e smarrimento espressi dall’autorevole firma di Marco Travaglio con un commento, richiamato in prima pagina, dal titolo Scusate, ma non ho capito. Un lungo articolo in cui il giornalista spiega di non riuscire a trovare una ragione del cambio di direzione del quotidiano, da Antonio Padellaro a Concita De Gregorio, “ottima giornalista e persona squisita”. Secondo Travaglio le “chiacchiere” sulla scarsa “multimedialità” di Padellaro sono solo una scusa. Il problema, secondo Travaglio, è che dietro a tutto c’è Walter Veltroni: “Non è usuale che un segretario di partito licenzi un direttore di giornale e indichi le caratteristiche del suo successore”. Insomma, un “peccato originale destinato inevitabilmente a incombere sul futuro”. Inoltre, “avrei preferito che qualcuno spiegasse perchè l’avventura di questo giornale risorto per il duo Colombo-Padellaro debba finire”.
Per il giornalista tutto parte dall’intervista rilasciata da Veltroni al Corriere della Sera dopo l’acquisizione dell’Unità da parte di Renato Soru. Veltroni, dice Travaglio, già allora “auspicava un ‘direttore donna’”. Perché, si chiede Travaglio, il segretario di un partito avanza la proposta di un cambio di direzione di un giornale che “non appartiene né a lui né al suo partito”? Secondo il giornalista è il completamento di un “disegno avviato nel 2005, quando Furio Colombo fu defenestrato dopo mesi di mobbing praticato da ben noti ambienti Ds, insofferenti per la linea troppo autonoma, troppo aperta, diciamo pure troppo libera del giornale”.
E per quale motivo ai Ds, e ora al Pd, non andava bene questa linea? Perché, secondo Travaglio, l’Unità è l’unica “a dire le cose che non si possono dire e a vedere le cose che si preferisce non vedere”. In particolare a chiamare “le cose con il loro nome: guerra la guerra e non missione di pace; separatismo il separatismo e non federalismo fiscale; razzismo il razzismo e non sicurezza; inciucio l’inciucio e non riformismo”, e così via.
Di fronte a tali considerazioni, continuerà Travaglio a collaborare con l’Unità? Il giornalista non si chiude tutte le porte alle spalle: “È stata una splendida avventura. Speriamo che continui ancora a lungo”, termina l’articolo, anche perché prima aveva scritto che la neodirettrice De Gregorio gli aveva “garantito massima continuità e libertà”. Del futuro di Travaglio parla invece Repubblica: il direttore di Chiarelettere, Lorenzo Fazio, starebbe lavorando al progetto di un “settimanale di denuncia” che dovrebbe” riunire Di Pietro e i transfughi dell’Unità, gli ex direttori Colombo e Padellaro”. Fazio afferma a Repubblica che “con Travaglio ne abbiamo parlato tante volte e ci siamo detti che sarebbe bello avere anche uno strumento giornalistico per ospitare reportage critici contro il potere”.

Spifferi dal Transatlantico
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Uno contro tutti, di Carlo Puca
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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
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