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giornalisti

In Lombardia sono tredici, in Campania dieci, in Puglia quattro. La Sicilia ne ha invece ventitré. In quanto a giornalisti, l’ufficio stampa della presidenza della regione isolana batte tutto il resto d’Italia, anche Palazzo Chigi (10 addetti) e il Quirinale (che vanta solo tre giornalisti). Le ultime due assunzioni sono arrivate proprio ieri, ma a quanto pare c’è posto perfino per un altro addetto.
Il parlamentino siculo è infatti intervenuto due volte negli ultimi tre anni per portare da otto a ventiquattro i posti disponibili per l’ufficio stampa della presidenza della regione Sicilia. E Salvatore Cuffaro, insieme alla sua giunta, ne ha subito approfittato: alla vigilia delle elezioni del 2006, ha imbarcato tutti i portavoce degli assessori uscenti.
Nessun concorso pubblico, è bastata solo una chiamata diretta per firmare un contratto a tempo indeterminato: così vuole infatti una legge regionale del 1976, modificata più volte dall’Ars (Assemblea regionale siciliana), ma solo per allargare le maglie dell’assunzione.
Si sono così liberati i posti di portavoce di ogni assessore regionale ed altri dodici giornalisti hanno potuto firmare - sempre per chiamata diretta - un contratto a tempo determinato. E a loro è andata male: solo i ventiquattro “addetti alla comunicazione dell’ufficio stampa” della presidenza hanno infatti avuto la garanzia di un contratto a tempo indeterminato con uno stipendio di “graduato”, allineato a quello di un caporedattore di un giornale nazionale. In soldoni, e al netto delle tasse, fanno 3800 euro al mese, che rappresentano la spesa principale dell’ufficio: 300 mila euro l’anno.
Un’organizzazione assai macchinosa, che tuttavia non ha ancora un coordinatore. L’ultimo si è dimesso l’11 giugno scorso per “motivi di salute”. In attesa di trovarlo, non è detto che Cuffaro e la sua giunta non trovino il tempo di nominare un altro addetto, arrivando alla “quota-limite” di ventiquattro. Sempre che non intervenga una nuova legge per accrescere di qualche unità il numero dei giornalisti della Regione Sicilia.

Si è ucciso l’avvocato milanese Corso Bovio. Dopo aver lasciato una lettera alla moglie si è sparato un colpo di pistola nel suo studio a pochi passi dal Palazzo di giustizia: 59 anni, penalista e pubblicista era iscritto all’albo degli avvocati dal 1975 e a quello dei giornalisti dal 1970.
Recentemente aveva avuto come clienti, tra gli altri, Impregilo, l’immobiliarista Stefano Ricucci, l’ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia e il senatore Marcello Dell’Utri, oltre a numerose testate giornalistiche. Per l’Ordine Nazionale dei Giornalisti aveva curato il manuale Diritto e informazione, redatto lo statuto dell’Istituto per la formazione al giornalismo Carlo De Martino ed era stato docente nei corsi di formazione e aggiornamento professionale.
Mentre i carabinieri di Milano avviano le inevitabili indagini e colleghi e magistrati rilasciano dichiarazioni piene di dolore e sgomento, Panorama.it lo ricorda con alcuni passaggi di un suo intervento, due anni fa, alla presentazione di un libro sulla morale dei giornalisti, nel quale, con la consueta ironia e incisività, aveva parlato di correttezza di giornalisti e avvocati. Dimostrando una volta di più la sua lungimiranza.
Come si fa a vedere se un giornalista è corretto? Vi racconterò un detto degli americani: “Come si capisce se un avvocato dice bugie? Basta vedere se muove le labbra”. Io dico che gli avvocati hanno un debito di verità. Se presentano un testimone poco credibile non ci guadagnano. È nell’interesse del cliente raccontare sempre la verità. E dunque dico: quando un giornalista è corretto? Quando rende un buon servizio informativo al suo cliente, il lettore.
Ma il sistema deontologico dei giornalisti è forse troppo autoreferenziale. Forse siamo poco aperti al pubblico, che invece deve poter segnalare e intervenire per verificare la qualità del prodotto. Una sfida simpatica per i mezzi di informazione potrebbe essere sottoporsi al controllo dei lettori, non per castigare questo o quel giornalista, ma per dare un bollino blu di qualità all’informazione.
L’etica del giornalismo, la morale del giornalista, devono aprirsi alla costante verifica del pubblico.

Il difensore dei consumatori di Mi manda Rai Tre, oggi presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, promette. Ma non sempre mantiene.
Ben 15 giornalisti, vincitori di un concorso bandito dalla Regione Lazio nel 2004, avevano ricevuto la promessa televisiva da Marrazzo - dopo un blitz della troupe delle Iene - che a giugno sarebbero stati finalmente assunti. Adesso la Regione, che ha rispettato il Patto di stabilità, ha assunto altre persone ma i 15 giornalisti, vincitori nel 2006 del concorso pubblico, restano ancora a spasso.
Solo stamattina, quando già si era sparsa la voce che erano pronti a una pubblica protesta, sono stati convocati in Regione, ma ancora non è dato sapere se per veder finalmente rispettata la promessa. Insomma, dopo il danno la beffa. I quindici aspiranti addetti stampa del governatore Marrazzo speravano, infatti, nel paladino dei consumatori di Rai Tre, nonché collega giornalista. Tanto più che nel 2006 - con la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio - era stata resa nota la graduatoria dei vincitori.
“Ma adesso scopriamo da fonti di via della Pisana”, spiega uno dei vincitori che preferisce conservare l’anonimato, “che la pratica per la nostra definitiva assunzione, la fine del nostro incubo, giace dal 13 aprile scorso su una scrivania del Dipartimento economico e del bilancio“. Al Dipartimento economico spiegano che il problema deve essere risolto dal Dipartimento del personale. Per sbloccare l’iter dell’assunzione il segretario generale del Consiglio regionale, Salvatore Nigro, ha chiesto l’attestazione dell’avvenuto rispetto del Patto di stabilità della Regione Lazio. Una richiesta che è stata presenta dopo aver constatato che sul Bollettino della stessa Regione Lazio erano state autorizzate altre assunzioni proprio per aver rispettato il Patto.
Ma se sono state assunte altre persone, come direbbero nello studio televisivo di Rai Tre, perché i vincitori di concorso no?
Il precariato è un virus che si è espanso a macchia d’olio, silenziosamente, contagiando ogni settore. Col tempo è diventato fenomeno: generazionale, sociale, di massa. Quindi culturale. È oggetto di riflessione per chi è in quarantena e per chi, da una posizione privilegiata, ne constata gli effetti: chi volesse leggere racconti, saggi o romanzi sul tema ha l’imbarazzo della scelta. Il giornalismo, da sempre considerato mestiere ricco di privilegi, non è affatto esente dal contagio.
Dei circa 30mila giornalisti presenti in Italia solo 12mila sono contrattualizzati. Ciò significa che l’informazione in Italia è affidata per due terzi a persone che hanno una debolezza contrattuale tale da essere esposte a ricatti d’ogni sorta. “Come è possibile raccontare i fatti con la schiena dritta, come chiese l’allora Capo dello Stato Ciampi, se proprio chi dovrebbe farle, le denunce, è sotto lo schiaffo continuo di un minaccioso licenziamento?”, si chiede Chiara Lico, 32 anni, giornalista Rai, che nel romanzo Zitto e scrivi, edito da Stampa alternativa, riflette su quella che considera un’emergenza nazionale. La grottesca storia di Pieffe, “giornalista praticante con contratto a termine da metalmeccanico” è l’emblema di un disagio sempre più diffuso, che fa male allo stesso sistema dell’informazione.
Alle stesse conclusioni giunge anche la seconda edizione del Libro bianco sul lavoro nero: storie di violazioni e soprusi nel mondo dell’informazione raccolte dal Fnsi. Nella prefazione Paolo Serventi Longhi, segretario del sindacato dei giornalisti, ricorda che “ciò che sta avvenendo da alcuni anni è la violazione sistematica di ogni regola nella maggioranza delle imprese editoriali, dalla carta stampata all’emittenza nazionale, dalle televisioni locali alle agenzie di informazione, dai siti internet ai canali tematici satellitari”.
Il panorama italiano non è però l’unico a essere dipinto a tinte fosche: anche un esponente del Sindacato Giornalisti Francese, Saafi Allag-Morris, considera che più i freelance sono mal pagati, più questi ultimi rappresenteranno un’attrattiva interessante agli occhi dei gruppi editoriali.
Lo ha detto in un convegno svoltosi in Belgio alla fine di marzo e intitolato “Pigeons, pas pigistes“, arguto gioco di parole che significa “Fessi, non freelance”.
Nasce la prima banca dati italiana ed europea per giornalisti free lance. Un luogo in cui tutti possono mettere in comune le proprie fonti, per far circolare notizie e comunicati. L’iniziativa è di Mediadata, la società del Gruppo Eco della Stampa, che da 15 anni lavora nel mondo della comunicazione in collaborazione con gli editori.
La banca dati per i free lance si aggiunge agli altri servizi di Mediadat.it. Come Mediaddress il data base che conta sei mila redazioni di media e 50mila nominativi di giornalisti. E WindPress: un servizio per i comunicati stampa al quale sono accreditati oltre mille operatori che ricevono le comunicazioni via e-mail suddivise per argomenti.